Sister – l’enfant d’en haut

sister e simon

 

Il film più inquietante che abbia visto quest’anno?

Sister – titolo originale “L’enfant d’en haut”.
[Francia e Svizzera, 2012, 100′ – Regia di Ursula Meier, sceneggiatura di Antoine Jaccoud e Gilles Taurand]

Avvertenze: quasi ogni film che si rispetti  ha un segreto; se avete intenzione di vedere questo film, non leggete quanto segue perché svelerò il segreto e svanirà l’effetto sorpresa.
Per il resto ho cercato di scriverne all’osso, come si registrano dei fatti, evitando eccessive coloriture interpretative. Ho cercato di lasciar parlare la trama. Ho cercato …
  senza riuscirci, claro.

 

*

 

C’è un sopra e c’è un sotto, nel mondo di “Sister”. Sopra splende il candore elegante di una stazione sciistica svizzera. Sotto vive un paese piatto e grigio, da cui parte una funivia che va su, verso le nevi. Tra questi due estremi corre il tempo di Simon (Kacey Mottet Klein) e Louise (Léa Seydoux).

“Sister”,  è come Simon chiama la sorella maggiore Louise. Insieme abitano in un condominio popolare, una squallida torre piantata nel mezzo del nulla. Non c’è nulla intorno: non ci sono case né rioni o quartieri, chiese o biblioteche attorno, nulla, ma solo quella bruta torre di cemento, in una valle spaccata in due dalla superstrada sulla quale sfrecciano macchine e tir sollevando la polvere. E dove i bambini giocano con le loro slitte su monticelli di neve sporca. I fatti non si svolgono in un sobborgo di Napoli o Calcutta, ma nella ridente e ricca Svizzera verde.

ursula-meier-sister

 

Il film inizia con Simon che si dà da fare nella zona degli impianti sciistici, e ogni giorno va su, verso l’alto. Ma lui non scia, no, e basta poco per capire che lui ruba. Ruba di tutto. Occhiali, guanti, giubbotti, sci, e persino dagli zaini degli sciatori i panini,  che saranno la cena per fratello e sorella. Strana coppia, i due. 
Simon è un è un ragazzino dodicenne biondo, di quel biondo cenere che fa il paio con una carnagione grigiastra, magrissimo, quasi emaciato e non sorride mai. Tranne quando cerca di fare amicizia e strappare un po’ d’affetto a una ricca turista madre di due bimbi fortunati, inventandosi una diversa identità – di chiamarsi Julien, e di essere figlio di un ricco albergatore.

Ma lui è Simon, e fa la giornata sui campi da sci per racimolare qualcosa e poi cercare di rivendere la refurtiva. Attività necessaria per campare, perché Sister non riesce mai a tenersi uno straccio di lavoro. Sister che lo lascia solo il giorno di Natale, perché “Tanto sei abituato, ormai sei grande, e sei abituato a star da solo”, dice Sister, prima di lasciarlo per andare a zonzo con un tale, per tornare giorni dopo a casa con un occhio nero. Ma lui non dice nulla, si spoglia e infila i vestiti nella lavatrice. Sister che racconta ai suoi amanti che lui è suo fratello, che sta da lei per qualche giorno, e che va e viene, perché la loro è una famiglia incasinata. Lei è Sister, la bella Sister che non riesce a tenersi un lavoro né un uomo, né un amante, nè un fidanzato.

 

Sister-attrice-protagonista-Lea-Seydoux

 

La cosa però non è chiara, la versione di Simon è un’altra: quando viene scoperto a rubare da un aiuto-cuoco, gli racconta che i genitori sono morti in un incidente stradale; ed è per questo che è costretto a rubare, per poter comprare carta igienica, pasta e pane. Ma anche l’aiuto cuoco è un ladro di sci, e tra loro inizia un business di mutuo soccorso. Perché i soldi gli servono, non può farne a meno. E poi tanto i turisti sono ricchi, e per loro non è un problema  ricomprarsi quegli oggetti subito dopo.
Ma un giorno viene colto in fragrante da un turista che lo insegue e lo riempie di calci e pugni, mentre gli altri turisti stanno a guardare senza muovere un dito; e quando finalmente riesce a scovare sotto la giacca la refurtiva che gli ha sottratto, l’alza verso l’alto  e dice “Eccola qui. Cosa vi avevo detto: è un ladro”. Nessuno ha da ridire, è del tutto normale picchiare a sangue un ragazzino per un paio di guanti e occhiali.

 

lei è mia madre 

Ma ecco  – colpo di scena –  mentre sono in auto con l’ultimo amante di Louise, che li sta portando a fare un giro sulla sua golf rossa, Simon se ne esce dicendo,
– Lei è mia madre.
– E’ così?
Nessuno risponde, ma anche in Svizzera si capisce quando chi tace acconsente.
– E allora andate via, via di qui. Giù, veloci, in fretta. Giù.
Scaraventati fuori, nei campi Louise e Simon s’azzuffano come disperati.
Sister è infuriata. Simon gli ha rovinato il gioco.
– Da quando ci sei tu non posso fare più niente. Non ho potuto più fare niente. Sei una palla al piede.
– Tu sei una palla al piede. Sono io che ti devo mantenere – le risponde Simon.
È così che si svela il segreto fra loro. Bisognava che lui facesse finta di essere suo fratello per poterle permettere di avere una vita, perchè da quando lui è nato non l’ha più potuta avere, una vita, perché per lei si sono chiuse tutte le porte, tutte le possibilità.

Forse è quella stessa sera che Simon le chiede di dormire nel suo letto. Si sente solo, ha bisogno di un po’ di calore, qualche carezza. Ma lei è gelida, un pezzo di ghiaccio.
Simon allora le propone di pagarla se gli permette di dormire vicino a lei.
– 100 franchi – le propone. Ma Louise rilancia – 200!
Simon mette insieme 180 franchi, e glieli offre. Ma no, non bastano ancora. Scova nelle tasche altri spiccioli: non arriva ancora a 200, ma va bene, basta così. Le si stende vicino e le appoggia la testa in grembo.

Ed è ora che glielo dice senza tanti problemi, proprio fuori dai denti.
– Io non ti volevo – dice Sister.
– E perché mi hai tenuto? – le chiede lui.
– Perché ero sola …
– …
– … e per dispetto.
– …
– … perché nessuno ti voleva.
– Davvero, non mi voleva nessuno?
– No, nessuno.

 

sister2

 

Quando Simon si addormenta, Louise si veste, prende i soldi ed esce. La ritrovano nei campi priva di sensi la mattina seguente. Sono i bambini che vanno a chiamare Simon, e insieme la trasportano di peso a casa e la mettono a letto. Ma Louise ha speso tutti i soldi, sono rimasti solo gli spiccioli.
Simon deve tornare in alto al più presto, perché servono soldi, non sa come comprare da mangiare.  Purtroppo questa volta le cose si mettono male, viene scoperto alla grande e rispedito giù insieme ai sacchi della spazzatura, “il posto adatto per i ladri”. Quella sera Simon va a chiedere qualcosa ai vicini. “Non abbiamo niente da mangiare”.

Ora finalmente Louise trova un lavoro: fa pulizie nelle case dei turisti, e porta con sé Simon che l’aiuta. Me mentre le dà una mano il ragazzo per abitudine ruba un orologio, e di nuovo il furto viene scoperto, così che Louise perde anche questo lavoro. Niente che vada liscio, nulla che funzioni. Mai.

 

sister & simon

 

Così una mattina Simon prende le sue cose e sale ancora una volta verso l’alto. La stagione sta per finire e il personale della stazione sciistica si sta preparando per andar altrove, e il ragazzo chiede ad ognuno che conosce di permettergli di andare con lui, con loro. Ma nessuno lo vuole. Anche lì nessuno lo vuole. Perché dovrebbero volerlo?

Tutti se ne vanno, gli impianti di risalita e discesa si fermano, e Simon rimane da solo. Passa la notte lassù, al gelo. La mattina seguente gli impianti ricominciano a funzionare. E mentre la cabinovia scende verso il basso e incrocia quella che sale, Simon vede Louise che sta andando su per cercarlo. È un attimo. Mentre lei sale e lui scende, si incrociano gli sguardi. Si guardano. Si vedono. Non c’è nessun altro.

 

 

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*

 

 

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8 risposte a Sister – l’enfant d’en haut

  1. Francesco ha detto:

    Tristissimo!

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    • rozmilla ha detto:

      vero, è davvero triste, ma non dici se l’hai visto.
      avevo dei dubbi su quell'”inquietante” che avevo scritto all’inizio, ero indecisa. forse dovrei sostituirlo con “triste”.
      ciao

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  2. Francesco ha detto:

    No, non l’ho visto. Ho solo seguito il tuo racconto.
    Si, penso anch’io che avresti dovuto sostituire “inquietante” con “triste”. Ma capita a volte di non essere proprio precisi nella scelta delle parole. E che vuoi farci? Quante volte abbiamo detto che siamo esseri umani e che quindi, in quanto tali, possiamo sbagliare? Comunque, ammesso che per descrivere questo film sia corretto usare la parola “triste” (ed io penso che sia così), credo, dimmi se sbaglio, che la parola “inquietante” abbia avuto la meglio perché è una di quelle parole, diciamo così, un po’ alla moda, che vengono usate in modo disinvolto e che ci danno, appunto perché alla moda, la sensazione di dire qualcosa di legittimo, di non fuori posto. Una di quelle parole che seppure non rappresentano il massimo, per ciò che concerne l’adesione all’idea (o al sentimento, come in questo caso) cui si vuole dare espressione, ciò nonostante ci sembrano calzanti perché così vuole l’andazzo. La parola “inquietante” è infatti molto usata. Direi che si tratta quasi di un intercalare. Usare parole di questo tipo ci fa risparmiare energia, certo, col risultato, però, che poi quello che scriviamo non sempre corrisponde a ciò che vogliamo veramente dire. Questi termini sono un po’ prepotenti, diciamolo. Sgomitano, si fanno largo tra gli altri, e grazie al consistente numero di parlanti che ne fanno uso, spesso riescono a prevalere. Nostro compito è individuare il meccanismo perverso che li sostiene ed eleminarli immediatamente, se riteniamo che ciò sia meglio, nel senso che ho tratteggiato sin qui. Insomma, siamo di fronte a dei veri e propri termini-vampiro, che impinguano a spese sia dei loro simili, che del parlante che li ospita..
    Mi è venuto in mente, anche se non è proprio del tutto pertinente al discorso (ma in parte si), ciò che amava dire Joe Pass, straordinario chitarrista jazz, e grande improvvisatore, a proposito degli errori in cui si può incorrere durante una improvvisazione. Diceva: “Se suoni una nota sbagliata, fai che sia quella giusta per ciò che suoni subito dopo”. Bella, vero?

    A presto,
    Francesco

    P.S.
    Mentre scrivevo ho dato una sbirciatina al tuo post successivo. Ho visto che almeno all’inizio hai dedicato un approfondimento al tema che qui ho trattato.
    Tra qualche istante me lo vado a leggere..

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    • rozmilla ha detto:

      Non sapevo fosse una parola molto usata in giro … qui in campagna non si usa molto, e non mi capita di sentirla spesso.
      Ma è vero, ero rimasta qualche attimo a pensarci e avevo passato in rassegna alcune alternative, ad esempio “conturbante” (ma era anche peggio) quindi mi sentivo inquieta perché non trovavo l’aggettivo adatto. Forse per questo l’ho usato – perché m’inquietava? O forse perché quando io e Maria Sole siano uscite dal cinema eravamo un po’ nervosette. Insomma, la visione del film non ci aveva messo il buon umore. Un bambino non voluto, una maternità controvoglia, non essere riconosciuti, amati … è fra le cose peggiori che possano capitare. Anche se si sa, che nemmeno l’amore di una madre è sempre ininterrotto e cristallino. Ma ciò che mi aveva angosciato è quando lei dice, “non ti voleva nessuno”. Si sa che è un film, ma se ti capiterà di vederlo, noterai che non c’è nessun altro tranne loro due. Nessun altro – adulto – vicino. Cosa anche poco credibile, in realtà. Ma la realtà è varia e variabile.

      Sulle parole che si usano a sproposito, ad esempio so che viene fin troppo abusato “assolutamente” – assolutamente sì, assolutamente no. Un altro termine che detesto è “fondamentalmente”, come fondamentale. Così, fondamentalmente non lo uso mai. No, assolutamente no. 😉
      Oppure ricordo quando mister B. usava “eufemismo”, ed io ero seccata, poiché siccome lo usava lui, non potevo più usarlo io. Anche se ad essere sincera non ne ho mai sentito la mancanza.
      Comunque a questo punto non posso più cambiare quell’inquietante, che se a qualcuno capitasse di leggere non riuscirebbe a capire di cosa stiamo parlando. Lasciamolo lì, ad eterna memoria

      Nel caso domani finisca il mondo (ormai manca poco) oggi ne approfitto per augurarti un buon fine e un migliore inizio … 🙂

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  3. Francesco ha detto:

    “Oppure ricordo quando mister B. usava “eufemismo”, ed io ero seccata, poiché siccome lo usava lui, non potevo più usarlo io”.
    Mi hai fatto ridere..

    A proposito della fine del mondo..bah.. che ti devo dire? Speriamo che sia, come alcuni dicono, la fine di un certo tipo di coscienza e l’inizio di un tipo di coscienza migliore..

    Tanti cari auguri di buon inizio pure a te..

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  4. alegbr ha detto:

    naturalmente, non è un film triste, la vita nuda è inclassificabile. c’è molta vitalità in certe solitudini, e il cielo lo sa.

    un saluto

    A

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  5. silvietta ha detto:

    c’è il libro di questo film?

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