la veduta di Delft

 

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Ricordate il post precedente?
L’ho riguardato di frequente nei giorni scorsi.  Un po’ per controllare se c’erano refusi, o se qualcosa poteva essere scritto meglio – e non c’è dubbio che si sarebbe potuto – anche se il mio interesse erano soprattutto i dialoghi, alcuni dialoghi, che mi erano rimasti  in mente quasi pari pari – come incisi da qualche parte.
Non serve dire  che il mio esercizietto di scrittura non può equipararsi alla visione del film, e forse è proprio per questo che vi ho infilato parecchie immagini, molte più del solito.
Ma la prima immagine, quella di Simon e Louise con la tenda rossa, mi ha colpito più di ogni altra. Come un quadro. Il colore della pelle, e quella tenda rossa, un bellissimo rosso. Quell’immagine ci parla più di ogni parola. Ci parla direttamente, senza dire, anche se possiamo fare lo sforzo di interpretarla e tradurla a parole.

E’ una tristezza che si mostra senza veli. E tristezza è la parola adeguata, perché descrive una mancanza, come uno spreco. Una tristezza che risalta ancor più in contrasto con quel drappo rosso, come a ricordaci una promessa non mantenuta. O forse una speranza pur sempre possibile.  Forse domani, anche per loro. Come nelle pitture cinese tradizionali non manca mai un tocco di rosso.   Non ne sono sicura (ho visto il film una sola volta) ma ora mi pare che in tutte le scene il colore rosso compaia appena nell’automobile e nella tenda rossa. O forse anche nella tuta da sci della turista che Simon cerca di farsi amica?  Forse sì. Per il resto le immagini, soprattutto nel mondo basso, sono giocate nei toni tra il grigio e l’azzurro. Mentre gli interni mi pare virassero talora verso il verde marcio con ombre cupe. Anche i dialoghi ci parlano di una triste storia, ma le immagini arrivano prima, immediate, ed è difficile non sentirsi coinvolti in quella sensazione di tristezza, in quel grumo che non si scioglie.

 

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Non c’è equivalente verbale di una sensazione colorata. Noi sentiamo in un modo, nominiamo in un altro, si rammaricava Proust. Il colore è in anticipo sulla parola – senza dubbio qualche centinaia di migliaia di anni.

Del resto le immagini sono riflessi che si riflettono in noi, impressioni che impressionano a loro volta i nostri stati d’animo.
Si racconta di un imperatore cinese che chiese al suo primo pittore di cancellare una cascata dipinta perché lo scroscio dell’acqua non lo faceva dormire. Mentre Leon Battista Alberti consigliava a chi non riusciva a prender sonno la contemplazione di dipinti raffiguranti fontane, fiumi, cascate. Curioso che l’acqua dipinta che disturbava il cinese calmasse il toscano. Da parte mia sono più portata a percepire l’acqua come il cinese, a meno che non si tratti di un bel lago calmo; ma indubbiamente le immagini, che siano dipinti, foto o immagini in movimento, compreso tutto ciò che viene percepito contemporaneamente da tutti i sensi, di certo non sono come acqua che scivola su una lastra di marmo, ma entrano nei nostri corpi porosi, ci parlano, ci muovono, rimuovono, mettono in moto e si spingono col loro linguaggio antico più in profondità della parola scritta.

Il cervello destro parla con il cervello destro, ma non è in simpatia naturale con l’altro emisfero. Il commento [la parola] e l’emozione non mobilitano gli stessi emisferi. Simbolo e indice si guardano in cagnesco. Ciò è tanto vero, al punto che l’emozione comincia là dove si arresta il discorso.

La parola è faticosa. L’intelletto si affatica sui concetti, s’inerpica sulla logica con calcoli, somme e divisioni. Radici quadrate da estrarre anche con le pinze.
Un mio amico artista grafico mi spiegava che di tanto in tanto gli capita di vedere tutti questi piccoli segni bianchi (le lettere) a video  sulle pagine di Facebook e di non resistere all’impulso di cancellarli tutti. Una pagina bianca è rilassante, e ci si può sempre disegnare sopra qualcosa d’altro. Ci si può anche scrivere altro, ovviamente. Ma la parola spiega, e a volte spiega anche troppo, senza riuscire a resuscitare la vita. La vita è altrove.

Come si può rendere un grido urlato, una risata, un sapore, un profumo? Come si può tradurre in parola un suono? Una musica? Possiamo avvicinarci all’idea, suggerire una rappresentazione che abbiamo talvolta in comune. La parola Torre Eiffel fa scaturire  la sua immagine immediata, per tutti quelli che  l’hanno presente. Idem l’Urlo di Munch, anche se è muto. E possiamo evocare con la parola altre immagini o sensazioni di cose che già conosciamo. Il profumo della lavanda. L’essenza d’arancio. L’odore del pane appena sfornato. Lo sferragliare delle rotaie sui binari. La sirena dell’autoambulanza.  Ma un grido? Impossibile  evocare esattamente lo stesso grido; ma sapremmo riconoscerlo, dal vivo, così come il pianto di un neonato o di un bambino. Il miagolio di un gatto, il sibilo del vento,  il suono di un aereoplano.
Con la parola possiamo suggerire l’idea di quella cosa, che non può darsi che nell’immediato, oppure  riprodurla con suoni e immagini, foto e dipinti.

Rispetto all’operaio delle parole, l’artigiano delle allucinazioni vere lavora direttamente la carne del mondo. Egli gode questo privilegio unico: fabbricare qualcosa di naturale. Qualunque cosa faccia, presentando frammenti di cose, resterà dal lato buono del mondo, dal lato del suo ineffabile mattutino.

L’infelicità congenita di quei malati dell’arte bruta che sono gli scrittori è stata condensata, metaforizzata, eternata da Proust in un flash celebre: la morte di Bergotte, il suo doppio nella Recherche.
La pittura olandese: Bergotte ne è morto. La preziosa parte di muro l’ha preso allo stomaco, al museo del Jeu de Paume, un mattino di primavera del 1921. La Veduta di Delft, nello specchio di Vermeer, fa sfilare in qualche secondo, sotto le palpebre del dolce cantore dai capelli bianchi, la sua intera vita, l’inutilità del suo lavoro personale, e al di là di questo, forse, anche la patetica inettitudine delle parole a restituire un cielo, l’acqua, il silenzio di una città al mattino. «Così avrei dovuto scrivere … ». Davanti a questo chiaroscuro aereo, rosa salmone e blu ardesia, che lo folgora come un giudizio universale, egli ha questa rivelazione: la sua letteratura insomma non ha saputo esserne all’altezza. «Egli rotolò a terra, accorsero tutti i guardiani e i visitatori». Sono secoli che le formiche del verbo ruzzolano sotto il carro degli inventori visivi, che hanno, per così dire, il trionfo innato. Di fronte alla muta eternità del «più bel quadro del mondo» Bergotte era vinto in anticipo, e la sua morte è stata una confessione d’impotenza a trasmetterci “in diretta” uno stato sensibile del mondo.

 

Vermeer-view-of-delft

 

(Oh sì, è una splendida veduta, egregiamente eseguita, ma è pur sempre una riproduzione. Ricordo di aver sentito dire che gli indiani del nord america si sarebbero lasciati morire se fossero stati rinchiusi in carcere, tra quattro mura. E nemmeno se avessero avuto a disposizione la Veduta di Delft in originale, l’avrebbero scambiata con una qualsiasi  veduta all’aria aperta. Una qualsiasi. Un respiro. Quindi, forse, potremmo ipotizzare che, per motivi diversi, un indiano del nord america – lo spirito selvaggio – e Bergotte – l’uomo di raffinata cultura – avrebbero condiviso in breve tempo lo stesso destino?) 

 

note: le frasi in corsivo sono tratte da  “Vita e morte dell’immagine – una storia dello sguardo in occidente” di Régis Debray, Il Castoro (1999) pagg. 42-43

Dipinto di Vermeer, “La veduta di Delft” (se cliccate sull’immagine potete vederla  ingrandita)

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5 risposte a la veduta di Delft

  1. robertomeister ha detto:

    Si è detto che con il personaggio di Bergotte, Proust intendesse mettere in scena se stesso. Credo sia vero solo in parte, poichè in quel personaggio confluirono aspetti di più personalità, con le quali Proust venne in contatto. Ma bisogna dire, a proposito della veduta di Delft, che Proust ne fu colpito talmente tanto da cadere quasi in deliquio. Quindi, forse, la parte di Bergotte che a Proust compete, avrebbe apprezzato.
    Ho letto con interesse il post, convinto come sono che le immagini siano il linguaggio dell’anima e la parola la loro inadeguata interprete.
    Un caro saluto e grazie

    Roberto

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    • rozmilla ha detto:

      o forse tutti noi mettiamo in scena noi stessi?
      andare in deliquio, va bene, ma morirne addirittura … oppure Proust ha fatto morire Bergotte perché non aveva fiducia nelle possibilità della sua arte, delle parole, e quindi era giusto che quella parte morisse, per mettere in salvo l’altra parte di se stesso, quella che riesce a reggere il confronto – ma è anche vero che ogni arte ha i suoi limiti, e ognuno di noi, pure.

      sarebbe interessante poter vedere la veduta di Delft dal vivo – di sicuro meglio che vederla a video – e scrutare quella piccola ala di muro giallo, il petit pain de mur jaune ..
      dovrò riuscire a trovare il tempo per leggere qualche passo in più della Recherce, prima o poi ..
      grazie a te, Roberto

      e tanti auguri per un buon fine e un migliore inizio (ormai manca poco)

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  2. robertomeister ha detto:

    Ho avuto la fortuna di vederla, al termine di un viaggio che poteva dirsi un pellegrinaggio proustiano. Visitai tutti i luoghi di Proust, partendo da Illiers ( la Combray del romanzo ), fino alle dimore parigine, tomba compresa. Fu davvero un’esperienza unica.
    Dovessi portare un libro su un’isola deserta sarebbero certamente i 4 volumi della recherche, nella traduzione di Giovanni Raboni.
    Nel consigliarti senz’altro la lettura del grande Marcel, faccio tanti auguri anche a te, di sole cose belle…

    Roberto

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  3. Pensierodud ha detto:

    Ciao, amica carissima di cui non conosco il volto. Cose belle, scrivi. Ricapito davanti alle tue parole che porgono un tema molto importante, che rimanda ad altri giù giù forse fino al senso dell’avventura dell’uomo. Ti racconto solo la mia piccola esperienza. Come forse vedi, non scrivo quasi più; la “mia” parola è stanca. E’ stanca perchè è un estenuante tentativo di portare al linguaggio, alla superficie qualcosa che la precede in tutto. In forza, immediatezza, densità. Quel qualcosa da cui le occupazioni della vita mi tengono troppo lontano. E così la mia parola si perde, come un servitore senza padrone. Quando la parola o il segno -come la pittura- sono “illuminati” riescono al massimo ad evocare. Cioè portano o riportano a quel mondo del senso, dell’emozione da cui in quel momento siamo lontani. La parola è una derivata seconda. La sua magìa sta nel riuscire a farti accostare alla magìa che evoca. La magìa vera. Come il rintocco di una campana lontana può essere solo un suono o anche la scansione istantanea e irrituale dell’eternità.
    Un bacio ed un augurio di Buone Feste!
    Dud

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  4. rozmilla ha detto:

    Ciao caro Dud. In questo momento mi sento abbastanza in sintonia con quel che dici. Ne avevamo già parlato lo scorso autunno, sì, anche se “parlare” non è il verbo giusto. Non che abbia mai creduto chissà che: scrivo più che altro come in altri periodi mi dedicavo ad altri hobby. Ma qualche tempo mi siedo qui, apro queste pagine e mi dico “questo è nulla”. Anche se so bene che quando comunichiamo dall’altra parte c’è una o l’altra persona viva e in carne ed ossa, con un volto e una voce.
    Non è molto, ma avevo ho pubblicato una mia foto dello scorso agosto, qui:
    https://rozmilla.wordpress.com/2012/09/28/lora-blu/

    Ti auguro tante buone cose.
    E per i baci … ti invito a scegliere quello che preferisci tra i baci del mio ultimo post 🙂
    Per un caso, stavo facendo questa piccola ricerca, un ripasso nella storia dell’arte, e dei baci.
    Baci baci baci, caro Dud

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