picasso – carnet de voyage

Pablo Picasso, La lecture (1932)

 

Non sono ancora andata a vedere la mostra di Picasso a Milano – e dire che è qui a un tiro di schioppo o quasi: con le ferrovie Nord ci s’arriva in un’oretta. E’ che non so se ne valga la pena. Un po’ sono poco ben disposta verso qualsiasi fenomeno fin troppo famoso e celebrato e tuffarmici dentro;  e un po’ so già che quando sarò in coda per prendere il biglietto per entrare a vedere ’sta benedetta mostra, avrò la sensazione di sentirmi simil-de-cerebrata. Ecco perché, non so se ho davvero voglia di entrare nel mausoleo ed unirmi alla massa in adorazione delle opere di Picasso. Anche se indubbiamente vedere le sue opere dal vivo potrebbe rendere … e in ogni caso essere un buon affare per l’organizzazione della mostra (38mila biglietti a settimana!), e rendere ancora più celebre Picasso. Ma ce n’è bisogno? ed è proprio necessario?
Fateci caso: maggiore è la visibilità di una cosa, maggiore è l’importanza che quella cosa accumulerà, comunque vada. La visibilità, come la pubblicità, accresce il valore degli oggetti pubblicizzati. È così che le immagini – alcune immagini anziché altre – entrano nel nostro immaginario come dei must.
È la regola:  appena l’altro ieri il nostro ex primo ministro sceso in campo per la sesta volta, ha affermato – scoprendo di nuovo l’acqua calda – che la sua rielezione dipenderà da quanta visibilità riuscirà ad ottenere. (anche se detto così, allora dovrebbe essere essere più favorito Bruno Vespa, visto e rivisto  e sorbito tutte le sere.  Cosa del resto  impossibile, dacché più che candidato tutt’al più è candito, e i vantaggi sarebbero comunque scarsi. Dunque lasciamo perdere ed evitiamo di infilare il dito nella piaga.)

 

 

Pablo Picasso

 

Ad ogni modo, il mio interesse per il “fenomeno Picasso” è perfettamente riassunto da lui stesso in un’intervista-confessione che ha rilasciato il 12 gennaio 1964, nove anni prima della sua dipartita.

«Quand’ero giovane, come per tutti i giovani, l’arte, la grande arte, era la mia religione; ma con gli anni ho visto che l’arte come era considerata fino all’800 era finita, condannata e che la cosiddetta attività artistica con tutta la sua abbondanza, altro non è che la multiforme manifestazione della sua agonia.
L’uomo è sempre più disinteressato e distante da pittura, scultura e poesia; al contrario, gl’uomini oggi sono presi da tutt’altre passioni: tecnologia, scoperte scientifiche, ricchezza, sfruttamento della natura.
Non sentiamo più l’arte come un bisogno vitale, una necessità spirituale come nei secoli passati.
Molti di noi continuano ad essere artisti e a occuparsi d’arte per motivi che hanno poco a che fare con la vera arte, motivi che riguardano piuttosto lo spirito d’imitazione, la nostalgia per la tradizione, l’inerzia tout court, l’amore di ostentazione, prodigalità e curiosità intellettuale, la moda o il calcolo.
Vivono ancora, per abitudine e snobismo, in un passato prossimo, ma la grande maggioranza dappertutto non ha più la minima sincera passione per l’arte, la considera al massimo un diversivo, un passatempo, un ornamento.
Un po’ alla volta, nuove generazioni, con una predilezione per la meccanica e lo sport, più sincere, ciniche e brutali, relegheranno l’arte nei musei e nelle biblioteche come fosse un’incomprensibile ed inutile reliquia del passato.
Dal momento che l’arte non è più il sostegno che nutre il meglio, l’artista può esternare il suo talento in ogni sorta di esperimenti con nuove formule, in infiniti capricci e fantasie, in tutti gli espedienti della ciarlataneria intellettuale.
Nelle arti la gente non cerca più consolazione né esaltazione.
Ma i raffinati, i ricchi, gl’indolenti, distillatori di quintessenza, cercano il nuovo, l’insolito, l’originale, lo stravagante, lo scioccante.
Ed io, a partire dal cubismo e dopo, io ho soddisfatto questi gentlemen e questi critici con tutte le bizzarrie che mi passavano per la testa, e quanto meno le capivano, tanto più ammiravano.
Divertendomi con questi giochi, acrobazie, rompicapo, indovinelli ed arabeschi, sono diventato famoso in fretta.
E la celebrità per un pittore significa incremento nelle vendite, soldi, ricchezza.
Oggi, come è risaputo, sono famoso e molto ricco.
Ma quando sono solo con me stesso, non ho il coraggio di considerarmi un artista nel senso grandioso e antico del termine.
Ci sono stati grandi pittori come Giotto, Tiziano, Rembrandt e Goya.
Io sono soltanto un entertainer pubblico che ha capito il suo tempo.
Questa mia è un’amara confessione, assai più penosa di quanto appaia, ma ha il pregio di essere sincera.»

PABLO PICASSO, da: ORIGIN 12, January 1964 – Cid Corman, Editor Kyoto, Japan

Allora ammettiamolo: questa amara ma sincera confessione di Pablo ha il pregio di rendercelo ancor più simpatico – anche se la sincerità è una virtù che può essere esercitata soltanto da chi se lo può permettere: ed indubbiamente a quel punto Picasso poteva permettersi di essere sincero.  Questa intervista è da leggersi come una sorta di testamento morale, una confessione in extremis, quasi sul letto di morte, dal momento che, se il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Bene, furbescamente e com’è nel suo stile, Pablo ha prevenuto anche quella possibilità.  Come dire, “Ora non fate gli ingenui: io ve l’avevo già detto. Non c’è alcun mistero”. Ecco fatto. Ho detto tutto. Già.

Ma  se devo essere sincera io, e per quel che vale, pur riconoscendo il “fenomeno Picasso” le sue opere non mi hanno mai particolarmente incantato. Incuriosito questo sì, poiché è un fenomeno che affonda  le sue ragioni nel complesso sistema del mercato artistico, che Pablo è riuscito a cavalcare con grande maestria e con copiosa ed incontestabile produttività – una caratteristica talentuosa essenziale per ogni artista che si affacci sul mercato dell’arte. Beninteso, non avrebbe potuto essere diversamente dati i tempi  in cui il principale committente è l’accrescimento del capitale.
E così ce l’ha detto senza mezzi termini né peli sulla lingua: “Ho soddisfatto questi gentlemen e questi critici con tutte le bizzarrie che mi passavano per la testa, e quanto meno le capivano, tanto più ammiravano.”
Questi gentlemen, però, non erano nemmeno loro del tutto disinteressati: c’è infatti da chiedersi se non ammirassero quelle bizzarrie anche per il fatto che alla fin fine sarebbero state un ottimo investimento.
Picasso dipingeva le sue bizzarrie, si divertiva e si arricchiva, e nello stesso tempo si arricchivano i galleristi e gli acquirenti che vedevano salire le quotazioni delle bizzarre che avevano acquistato.
Del resto, come non apprezzare qualcosa che vede moltiplicare in brevissimo tempo il suo valore monetario? più di qualsiasi azione disponibile sul mercato? A quanto pare nemmeno l’oro oggigiorno vale altrettanto.
Non si può però negare la vitalità di Picasso, lavoratore instancabile e irrefrenabile, e ottimo artigiano.
Eh sì, l’uomo Picasso è un vero fenomeno!
E forse ci sono davvero dei più o meno buoni motivi per, non dico amarlo ma tutt’al più osservarlo con meraviglia, stupore, incredulità, sbalordimento, disorientamento, confusione – scegliete voi l’aggettivo che ritenete più adatto – senza trasformarlo  a tutti i costi in un mito.

 

Pablo Picasso, studio per - Femme et enfant au bord de la mer (1921)

 

Senza formalizzarmi più di tanto, ho trovato qui alcuni interessanti suggerimenti sui motivi  personali che hanno reso Picasso il fenomeno energetico che è stato. 

1. È un genio bambino, bambino sino all’ultima pennellata della sua vita.
2. Ha la baldanza del semplificatore nell’era tristissima delle complessità.
3. Non riesce ad essere ideologico neanche quando si propone di esserlo.
4. Riesce ad essere di nuovo masaccesco, senza avere più il mondo di Masaccio
attorno a sé (per conferma vedi immagine qui sopra).
5. Non ha dovuto scrivere niente per spiegare quel che era.
6. È un artista sessualmente irrefrenabile, senza mai essere vizioso.
7. Ha un ego gigantesco, ma lo rovescia in prodigalità espressiva. Cioè non tiene il suo ego per sé.
8. È uno che costruisce anche quando distrugge (questa l’ha detta lui di sé).
9. Per lui l’arte non è mai fatica, nel senso che tutto gli riesce magnificamente facile.
10. Non aveva mai bisogno di arrivare primo per dimostrare di essere il primo.
11. Non ha mai ceduto alla tentazione di fare della pittura una religione (né di
fare pittura religiosa).
12. Più che dipingere, ha scaraventato figure e forme sulla tela.

Questi i 12 motivi potrei sottoscrivere ad occhi chiusi (anche senza recarmi a vedere la mostra), ai quali aggiungerei un 13esimo: la sincerità … alfine.
Ho qualche riserva sul motivo n.3, dato che l’ideologia sottesa al notevole flusso delle sue opere, è l’ideologia del mercato dell’arte,  al quale Picasso si è adattato egregiamente, e senza il quale non sarebbe diventato famoso, né grande, né avrebbe avuto motivi per poter continuare a produrre.  E’ stato un connubio perfetto, il va sans dire. Un fenomeno di vicendevole accrescimento.

 

Pablo Picasso, Figures on a Beach

Eppure,  che ci piacciano o meno le suo opere, credo che a nessuno (artista o meno) spiacerebbe avere almeno un pizzico di uno o l’altro di quei buoni motivi nel proprio Carnet de Voyage. N’est-ce pas?

In particolare non disdegnerei i motivi n. 1, 2, 6, 7, 8, 9 (quelli in neretto) – oltre ovviamente poter giocare coi colori per tutta la vita e poterci campare, anche senza sguazzare nell’oro. Oh sì, sarebbe divertente.

Dopodichè, non è il caso di elencare i motivi opposti e contrari, ossia i motivi per cui  complessivamnete le sue opere non mi hanno mai ispirato eccelsi o sublimi sentimenti, visto che nella sua intervista li ha lui stesso enunciati in sovrabbondanza, senza lesinare in generosità.

 

Pablo Picasso, my life

 

E’ stato detto  che  la sua vita è la sua opera d’arte più riuscita.

  

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6 risposte a picasso – carnet de voyage

  1. Francesco ha detto:

    Ti confesso che anche a me le opere di Picasso non sono mai piaciute molto, e forse adesso, leggendo questa sua confessione spirituale, ne capisco il motivo.
    Qualche giorno fa invece ho visitato, a Roma, la mostra di Klee (Paul Klee e l’Italia), sul cui spessore artistico, all’opposto, non nutro alcun dubbio..

    Buon anno,
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      Buon Anno! anche a te Francesco …
      Sì, questa confessione di Picasso mi aveva molto colpito.
      Poi sono stata un po’ cattivella, nel post. Infatti non si può non riconoscere che comunque sia Picasso è entrato con propetotenza nella storia della pittura del secolo scorso. E’ un personaggio ingombrante e, che piaccia o meno, ha compreso pienamente il contesto storico che stava vivendo, e ha cavalcato l’onda 🙂

      Oggi per caso ho trovato un’altra sua affermazione: “Io dipingo come altri scrivono l’autobiografia. Le mie tele, finite o no, sono le pagine del mio diario, e in quanto tali hanno valore. Il futuro sceglierà le pagine che preferisce. Non tocca a me fare la scelta”.
      Un’affermazione da grande individualista, che è un po’ come dire: sarete voi a dire se ho saputo morire bene (a me pare).
      Per quanto mi riguarda, credo che non si possa mettere via, ad esempio, Guernica, un’opera impressionante, una testimonianza di grande valore storico. Se ci sarà un futuro, Guernica starà a Picasso come La Gioconda a Leonardo (secondo me). E chi vivrà vedrà …

      Klee è uno dei miei preferiti, con Kandinsky e Mirò, eccetera eccetera.
      Ma mi piace molto anche Lucian Freud:
      http://www.webalice.it/scriviaferrari/Dipinti/pages/Freud%20Lucian%20-%20Red-haired%20man%20on%20a%20chair%201962.html

      Ciao

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      • Francesco ha detto:

        Mi sono sempre chiesto che cos’è che ci fa dire: questa è arte e questa non lo è. Ho passato interminabili periodi della mia gioventù a riflettere sull’arte, sulla sua definizione e sul suo significato, con l’unico risultato di esaurire me stesso e le mie energie. Ora non mi dedico più a questo sforzo, come non mi esaurisco più nel tentativo di dare un significato ai sogni, soprattutto ai miei. Il mio rapporto con l’arte e con i sogni è diventato, per fortuna, molto più rilassato, e riesco a godere molto di più della prima e a stupirmi quasi sempre dei secondi, evitando in tal modo di far subire, al mio sistema nervoso, pesanti contraccolpi.
        Ciò nonostante, la domanda con cui ho cominciato questo mio commento, a volte torna a farmi visita, ed allora tento di fornire una risposta.
        La risposta che mi sono dato, e che almeno per un bel po’ immagino non subirà modifiche, è che le opere d’arte, quelle vere, hanno su di noi come l’effetto di un plettro che fa vibrare con intensità le corde più profonde del nostro inconscio, creando, in quest’ultimo, una sorta di eccitazione.
        Le altre, quelle fasulle, non eccitano un bel niente.
        Di più non saprei dire. E forse è bene che sia così. Perché la nostra epoca, che tenta di spiegare tutto, inevitabilmente finisce anche per uccidere tutto ciò cui cerca di dare una spiegazione.
        Credo sia un processo irreversibile, purtroppo, da cui per altro prorompe una sfida. Forse la sfida più importante data in sorte all’uomo di questo secolo: capire, senza perdere la ricchezza che ci ha condotto fin qui.

        Buona giornata,
        Francesco

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        • rozmilla ha detto:

          caro Francesco, condivido ciò che dici sugli “effetti” provocati dalle opere d’arte.
          in questi giorni invernali, soprattutto quelli grigi, mi diletto nel passare in rassegna molte opere, soprattutto quelle molto colorate, e gli effetti dei colori si fanno piacevolmente sentire.
          Ora vedo se riesco a metterne insieme una piccola collezione delle opere del primo Kandinsky, che tra l’altro aveva delle teorie ben precise sui colori e i loro effetti, teorie che vengono ritenute valide tuttora.
          buona giornata a te
          Milena

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  2. Una lettura davvero abile e interessante…

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