relationship

 

 Ivan Konstantinovich Ajvazovskij, Ship in a Stormy Sea (1858)

  Ivan Kostantinovich Ajvazovskij, Ship in a Stormy Sea

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«Praticamente, sia pure con diverse scale di valori, i membri della società umana – a tutti i livelli – si confermano reciprocamente le loro qualità e capacità personali; e una società si può dire che è umana nella misura in cui i suoi membri si confermano tra loro …
È uno solo il principio su cui si basa la vita associata degli uomini anche se sono due le forme in cui si manifesta: il desiderio che ogni uomo ha che gli altri lo confermino per quello che è, o magari per quello che può divenire; e la capacità (che è innata nell’uomo) di poter confermare i suoi simili come essi desiderano. L’aspetto discutibile e la vera debolezza della razza umana è che questa capacità sia tanto poco coltivata: ma soltanto dove l’uomo la mette in atto è giusto parlare di umanità. » [Martin Buber, “Distance and Relation”, Psychiatry, (1957), pp. 101-2]

 

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Non molto tempo fa ho sentito il bisogno di rileggermi la Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlavick & Co.  Cercavo delle risposte, degli appigli per spiegarmi alcuni fatti che accadono tra gli umani. Perché le relazioni fra gli umani sono così difficili e complicate, perché le relazioni prendono talvolta una brutta piega, a volte talmente brutta da condurre a tragedie estreme senza più ritorno.
Non è facile leggere in tutte le pieghe dell’animo umano, e non solo in quello altrui ma anche nel proprio, e nemmeno con tutta la buona volontà che ognuno di noi vorrebbe avere a disposizione riusciamo sempre a navigare e condurre la nostra nave verso acque tranquille.
Sono stati i dipinti di  Ajvazovzkij che mi hanno suggerito che potremmo considerare la nave (ship) come la metafora della relazione tra gli esseri umani. Non a caso quando diciamo “essere sulla stessa barca” ne capiamo benissimo il significato, e spesso, se non quasi sempre,  ci troviamo in quel tipo di interdipendenza reciproca, per cui ognuno di noi non può fare a meno degli altri, come gli altri di ognuno.
Si potrebbe dire che la nave rappresenti la relazione, il mezzo di trasporto per navigare in quell’universo liquido, o aereo-acquatico, dove gli elementi e le condizioni climatiche non sono sempre serene e pacifiche, né lisce come l’olio. E si potrebbe dire che l’equipaggio che governa la nave sono le persone coinvolte nella relazione, ogni tipo di relazione.
Andando per mare, i naviganti dovrebbero sapere che le condizioni non sempre sono ottimali. Ma se ogni membro dell’equipaggio sapesse,  a seconda delle condizioni atmosferiche e della forza dell’onda e del vento, quali scotte cazzare e quali lascare, quali le vele issare o calare, il viaggio potrebbe avere maggiori possibilità di procedere superando via via i problemi, evitare gli scogli o andare persino a gonfie vele.
La stessa nave a vela sembra quel perfetto marchingegno che riproduce in grande scala i meccanismi che regolano non solo le relazioni tra ma anche gli stessi animi umani, con leve e fulcri, punti di forza e d’equilibrio che si muovono e modificano, costantemente tesi nel processo di adattamento alle condizioni sia esterne che interne; dove l’equilibrio interno non può mai essere a sé stante, ma regolato per far fronte alle condizioni esterne. Questo se si desidera navigare, superare gli ostacoli, e nei casi estremi evitare di naufragare o abbandonare la nave lasciandola colare a picco.
Si sa che non sempre è possibile evitare il peggio, ma se si decide di imbarcarsi si dovrebbe sapere come cercare di fare del proprio meglio. E sarebbe meglio essere addestrati a farlo. A meno di credere di poter essere e fare i turisti della relazione.
In caso contrario, perché imbarcarsi?

 

Ivan Konstantinovic Ajvazovskji (1817-1900),  Paesaggio Costiero

  Ivan Kostantinovich Ajvazovskij,  Paesaggio Costiero

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So bene che  non esistono ricette o bacchette magiche, ma ho sempre pensato che se so, almeno a grandi linee,  come funzionano le cose,  e se so che grossomodo quello che io sento e mi  accade molto probabilmente accade anche agli altri, ho maggiori probabilità di essere meno in balia delle forze della ‘natura’,  fisica o psichica che sia.

Da qui in poi riporto alcuni brani tratti da Pragmatica della comunicazione umana,  di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson, Astrolabio (1971). Ma ovviamente tutto questo è solo un pretesto per mostrarvi le immagini dei dipinti di Ivan Costantinivic Ajvazovzkij, pittore russo che ho appena scoperto – splendide marine e incredibili mari in tempesta.

 

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[Premessa: la prima cosa che dobbiamo sapere se vogliamo capire qualcosa sulla comunicazione umana, è che il suo studio] «si può dividere in tre settori: quello della sintassi, quello della semantica e quello della pragmatica secondo la terminologia di Morris ripresa da Carnap per lo studio della semiotica (la teoria generale dei segni e dei linguaggi). Se si applica il primo di questi tre settori alla struttura telecomunicazione umana, esso copre – si può ben dirlo – tutto quel gruppo di problemi relativi alla trasmissione della comunicazione. Va da sé che questo primo settore è di competenza esclusiva del teorico della comunicazione, il quale appunto si interessa ai problemi della codificazione, dei canali, delle capacità, del rumore, della ridondanza, e di altre forme statistiche del linguaggio (cioè di problemi essenzialmente sintattici) mentre non si interessa dei problemi dei simboli del linguaggio. L’interesse primario della semantica è invece il significato. È senz’altro possibile trasmettere successione di simboli con precisione sintattica, ma essi resterebbero privi di significato a meno che il trasmettitore e il ricevitore non si siano accordati in precedenza sul loro significato. In tal senso, lo scambio effettivo di informazione presuppone una convenzione semantica. C’è da aggiungere, infine, che la comunicazione influenza il comportamento ed è questo l’aspetto che noi chiamiamo pragmatica. Anche se una chiara divisione concettuale dei tre settori è dunque possibile, ciò nonostante essi sono interdipendenti. George fa notare che “sotto molti punti di vista si può è giusto dire che la sintassi è la logica matematica, la semantica è la filosofia o la filosofia della scienza, e la pragmatica è la psicologia, ma in realtà questi campi non sono affatto ben distinti”.» [idem, pag. 15]

 

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Ivan Konstantinovic Ajvazovskji, The Ninth Wave

  Ivan Kostantinovich Ajvazovskij, The ninth Wave

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«L’uomo è il solo organismo che si conosca che usi moduli di comunicazione sia analogici che numerici. […]
In realtà, se l’uomo non avesse sviluppato il linguaggio numerico, sarebbero impensabili molte, se non tutte, le opere di civiltà che ha compiuto.
Il linguaggio numerico ha un’importanza particolare perché serve a scambiare informazione sugli oggetti e anche perché ha la funzione di trasmettere la conoscenza di epoca in epoca. C’è però tutto un altro settore in cui facciamo affidamento quasi esclusivamente sulla comunicazione analogica,spesso scostandoci assai poco dall’eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati mammiferi. È questo il settore della relazione.
[…] ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione [per cui] è lecito aspettarsi che i due moduli di comunicazione non soltanto coesistano ma siano reciprocamente complementari in ogni messaggio.
[…] l’uomo ha la necessità di combinare questi due linguaggi (come trasmettitore e come ricevitore) e deve continuamente tradurre dall’uno all’altro, operazione che lo pone di fronte a dilemmi assai curiosi.

[…] La comunicazione analogica, è bene ricordarlo, ha le sue radici in periodi molto più arcaici della evoluzione e la sua validità è quindi molto più generale del modulo numerico della comunicazione verbale, relativamente recente e molto più astratto.

Ma cos’è dunque la comunicazione analogica? La risposta è abbastanza semplice: praticamente è ogni comunicazione non verbale. Che però è un termine ingannevole perché spesso se ne limita l’uso al solo movimento del corpo, al comportamento noto come cinesica. A nostro parere invece il termine deve includere le posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza il ritmo e la cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non verbale di cui l’organismo sia capace, come pure i segni di ogni comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo una interazione.» [idem, pp. 55-56]

«Per riassumere: gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico sia che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sua sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica ma non ha alcuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura della relazione.» [p. 59]

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«Il disaccordo può manifestarsi a livello di contenuto o a livello di relazione; è chiaro però che le due forme dipendono l’una dall’altra.» [idem, p. 74]

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Ivan Konstantinovic Ajvazovskji, La nave 'Maria' nella tempesta (1892)

  Ivan Kostantinovich Ajvazovskij, La nave ‘Maria’ nella tempesta (1892)

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«Accettando l’impostazione di Bateson, si è giunti a considerare queste due operazioni come l’aspetto di ‘notizia’ (report) e di ‘comando’ (command) di ogni comunicazione.
L’aspetto di ‘notizia’ di un messaggio trasmette informazione ed è quindi sinonimo nella comunicazione umana del contenuto del messaggio.
Aspetto di ‘comando’, d’altra parte si riferisce al tipo di messaggio che deve essere assunto e perciò, in definitiva, della relazione tra i comunicanti. Tutte queste forme relazionali riguardano una o parecchie delle seguenti asserzioni: “Ecco come mi vedo … ecco come ti vedo … ecco come ti vedo che mi vedi”, e così di seguito in una catena regredente teoricamente infinita. Così ad esempio i messaggi “E’ importante togliere la frizione gradatamente e dolcemente”, e “Togli di colpo la frizione, rovinerai la trasmissione in un momento” recano più o meno lo stesso contenuto di informazione (aspetto di ‘notizia’) ma è evidente che definiscono relazioni molto diverse. Per evitare ogni equivoco su quanto abbiamo esposto, vogliamo chiarire che le relazioni di rado sono definite deliberatamente o in piena consapevolezza. In realtà sembra che tanto più una relazione è spontanea e ’sana’, tanto più l’aspetto relazionale della comunicazione recede sullo sfondo. Viceversa le relazioni ’malate’ sono caratterizzate da una lotta costante per definire la natura della relazione, mentre l’aspetto di contenuto della comunicazione diventa sempre meno importante.» [idem, 44-45]

 

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Ivan Konstantinovich Ajvazovskji, Ship in a Storm (1860)

 Ivan Kostantinovich AjvazovskijShip in a Storm (1860) 

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Il comportamento non ha un suo opposto. In altre parole non esiste qualcosa che sia un non-comportamento, o per dirla più semplicemente, non è possibile un non-comportamento.

Assioma: non si può non comunicare. Ogni comunicazione implica un impegno, e quindi definisce la relazione. È un altro modo di dire che una comunicazione non soltanto trasmette informazione, ma al tempo stesso impone un comportamento.

 

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Ivan Konstantinovich Ajvazovskji, Nave in mezzo alla tempesta - Ship in the  Stormy sea  (1887) Ivan Kostantinovich AjvazovskijNave in mezzo alla tempesta (1887)

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Nel 1935 Bateson riferì di un fenomeno di interazione che aveva osservato nella tribù Iatmul della Nuova Guinea e di cui si occupò poi diffusamente nel suo libro Naven, pubblicato l’anno successivo. Diede al fenomeno il nome di scismogenesi (o schismogenesi.  Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Schismogenesi)

In sintesi, l’interazione fra individui (o gruppi) può essere 1) simmetrica: quando il modello di comunicazione ha la tendenza a rispecchiare il comportamento dell’altro, ed è basata sulla minimizzazione della differenza [un classico esempio è la corsa agli armamenti (soprattutto nucleari) durante le guerra fredda tra USA e URSS. Ognuno dei due gruppi, nel desiderio di prevalere sull’altro, accumulava armi: un’attività chiaramente inutile ma apparentemente necessaria per entrambi i fronti]; o 2) complementare: quando il comportamento dell’uno tende ad essere complementare a quello dell’altro, per cui, se uno assume la posizione one-up (primaria, superiore), l’altro assume la posizione one-down (secondaria, inferiore). Questi termini sono di grande utilità quando non vengono equiparati a ‘buono’ e ‘cattivo’, ‘forte’ o ‘debole’.

(Dunque: di per sé le due forme non sarebbero né buone né cattive, quanto piuttosto è la fissazione di uno schema ad essere indice di una relazione distruttiva, ovvero – dico io –  di una gabbia relazionale.)

Bateson, in Verso un’ecologia della Mente, sostiene che le due forme di schismogenesi (o scismogenesi) siano entrambe autodistruttive per le parti coinvolte. Egli inoltre suggerisce che i ricercatori debbano escogitare un metodo per fermare la schismogenesi prima che essa raggiunga la fase distruttiva. – Fonte Wikipedia

Ergo (assioma sperimentale): «tutti gli scambi di relazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza. » [idem, p. 62]

 

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Ivan Konstantinovic Ajvazovskji, Il Naufragio - The Shipwrek (1864)

  Ivan Kostantinovich Ajvazovskij, Il Naufragio -The Shipwrek (1864)

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«Durante la comunicazione gli individui non comunicano su fatti esterni alla relazione, ma definiscono la relazione e implicitamente se stessi. *
Esempio: la pesona P dà una definizione di sé a O.
P può farlo in diversi modi, ma qualunque cosa comunichi e comunque la comunichi a livello di contenuto, il prototipo della sua comunicazione sarà: “Ecco come mi vedo”.
La comunicazione umana consente tre tipi di reazioni da parte di O alla definizione che P ha dato di sé; e tutte tre sono di grande importanza per la pragmatica della comunicazione umana.

Conferma.
O può accettare la definizione che P ha dato di sé.
È emerso dalle ricerche che finora abbiamo compiuto sulla comunicazione che la conferma del giudizio che P ha dato di sé da parte di O è probabilmente il più grande fattore singolo che garantisca lo sviluppo e la stabilità mentali. Per quanto sorprendente possa sembrare, senza l’effetto che produce la conferma del Sé è difficile che la comunicazione umana avrebbe potuto svilupparsi oltre i confini assai limitati degli scambi indispensabili per la difesa e la sopravvivenza; sarebbe mancata ogni ragione di comunicare per il mero amore di comunicare. Tuttavia l’esperiena quotidiana non ci lascia alcun dubbio al riguardo: gran parte delle nostre comunicazioni hanno proprio questo scopo. vivremmo in un mono senza emozioni (quella vastissima famma di emozioni – dall’amore all’odio – che invece gli individuo provano l’un per l’altro), un mondo privo di tutto fuorché gli sforzi tesi sempre a finio utilitaristici, un mondo privo di bellezza, poesia, gioco, humor. Ma, del tutto indipendentemente dallo scambio di informazione, ci sembra che l’uomo debba comunicare con gli altri per avere la consapevolezza di sé. La verifica sperimentale di questa ipotesi intuitiva ci viene sempre più fornita dalle ricerche sulla privazione sensoriale che mostrano come l’uomo non riesca a mantenere la propria stabilità emotiva per periodi prolungati comunicando solo con se stesso.

Rifiuto.
La seconda possibile reazione di O alla definizione che P ha dato di sé è quella di rifiutarla. Ma il rifiuto – non importa quanto possa essere doloroso – presuppone il riconoscimento, sia pure limitato, di quanto si rifiuta, e quindi esso non nega necessariamente la realtà del giudizio di P su di sé.

Disconferma.
La terza possibilità è probabilmente la più importante sia per la pragmatica della comunicazione umana che per la psicopatologia.
La disconferma non si occupa più della verità o della falsità – se ci fossero tali criteri – della definizione che P ha dato di sé, ma piuttosto nega la realtà di P come emittente di tale definizione. In altre parole, mentre il rifiuto equivale al messaggio “Hai torto”, la disconferma in realtà dice “Tu non esisti”. O, per usare termini più rigorosi, se paragonassimo la conferma e il rifiuto del Sé altrui rispettivamente ai concetti di verità e falsità, (cioè ai termini che si usano in logica), in tal caso dovremmo far corrispondere il concetto di disconferma al concetto di indecidibilità che – com’è noto – è di ordine logico diverso.»

*nota:  «Ritengo che buona parte di ciò che Langer ha definito ‘pura espressione di idee’ o attività simbolica in sé, nelle persone normali sia soprattutto la funzione di ricostruire costantemente il concetto del Sé, di riproporlo agli altri perché lo ratifichino e di accettare o rifiutare le proposte del concetto del sé che a loro volta fanno agli altri.
Credo che dobbiamo ricostruire costantemente il concetto del Sé se dobbiamo esistere come persone e non come oggetti: ricostruzione che generalmente si attua nell’attività comunicativa.» [Cumming, Comunication … ecc.]

 

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Ivan Konstantinovic Ajvazovskij, Il Lago Maggiore di sera

 Ivan Kostantinovich Ajvazovskij, Il lago Maggiore di sera

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Note: La Pragmatica della comunicazione umana è un libro che mi aveva regalato una mia amica che stava studiando per specializzarsi in psichiatria nella seconda metà degli anni ’80 – un libro con la copertina gialla, orrendamente sottolineato (da lei) col pennarello rosso, cosa che rende la lettura estremamente difficoltosa; ma non credo sia stato quello il motivo che mi impedì di comprenderlo abbastanza a  fondo, allora. Mentre adesso, benché la sottolineatura rimanga oggettivamente fastidiosa, dopo averlo riletto mi pare che buona parte delle osservazioni, come quelle che ho riportato,  siano intuitivamente scontate, ovvie e riscontrabili nelle comunicazioni quotidiane.

Immagino che la lettura dei brani che ho riportato devono avervi annoiato moltissimo, e sarei curiosa di sapere se qualcuno è riuscito a leggerli almeno una volta.   D’altra parte nemmeno io riesco essere sempre al top e tradurre in forma semplice e divertente le informazioni che trovo più interessanti. Ma vedrò di farlo, in un secondo tempo. Forse.

 

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Ivan Konstantinovich Ajvazovskji

 Ivan Kostantinovich Ajvazovskij (1817-1900)

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«Per capire se stesso l’uomo ha bisogno di essere capito dall’altro. Per essere capito dall’altro, ha bisogno di capire l’altro » [Thomas Hora, “Tao, Zen and Existential Psychotherapy”, in Psichologia (1959),  p. 237]

 

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23 risposte a relationship

  1. md ha detto:

    in effetti ho saltato i brani e ammirato i quadri…

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    • rozmilla ha detto:

      hai fatto bene, l’avrei fatto anch’io.
      davanti a quadri così (che non ho mai capito perché li chiamiamo quadri visto che sono dei rettangoli) è faticoso prendere sul serio l’alfabeto.
      ma non hai letto nemmeno la prima parte, quella che ho ‘digitato’ io?
      comunque si potrebbe dire che la relazione è complementare :-): io posto i quadri e tu li ammiri …
      è bello così

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  2. Francesco ha detto:

    rumble rumble.. il senso di Milla per la nave .. rumble rumble..

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    • rozmilla ha detto:

      rumble rumble … mi hai fatto ridere, Francesco. 🙂
      e in effetti .. con quelle navi pesantissime doveva essere ben difficile navigare. Mentre ora si costruiscono barche a vela leggere e super tecnologiche, come quella di Soldini che ha doppiato appena ieri Capo Horn …

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      • md ha detto:

        E la tempesta ci sorprese
        due miglia dopo Capo Horn…

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        • rozmilla ha detto:

          Non solo prima e durante, ma anche dopo Capo Horn …

          Ma … “e la tempesta ci sorprese due miglia dopo Capo Horn” … è proprio un bel titolo.
          Sono indecisa se sostituire questo o tenerlo in serbo per il prossimo.
          Sei bravo (anche) a trovare i titoli. Sai che nelle redazioni ci sono giornalisti specializzati a inventare i titoli?

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          • md ha detto:

            in effetti penso bene ai titoli da dare, a volte mi vengono subito, d’isitnto, altre volte sono frutto di lunghe cogitazioni: qualcuno mi pare abbia detto che il titolo è un frammento del testo, io penso che possa essere anche qualcosa che lancia il testo, e lo catapulta in un contesto; certo, c’è poi la faccenda (cui tu alludi sulla “professione ” di titolista) del sensazionalismo o del titolo-esca – ma nel momento in cui es-poni qualcosa la forma è già un contenuto e viceversa.

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            • rozmilla ha detto:

              Anch’io cerco di pensarci bene, e pur pensandoci e ripensandoci, non sempre riesco a trovare il titolo che mi soddisfi abbastanza. Ma non posso stare a penarci all’infinito, se non viene non viene. Allora opto per qualcosa di semplice, elementare Watson.
              Gli ultimi due post, ad esempio, ho avuto difficoltà. Con uno alla fine me la son cavata col titolo del saggio di Proust (ma non è che ne sia contenta) e questo con quello che vedi (e idem). Devo dire che avevo pensato di chiederti un suggerimento, ma poi … comunque il suggerimento è arrivato. Chiedi e ti sarà dato?
              Ricordo una discussione con una mia compagna di classe che sosteneva che lo scrittore pensa prima il titolo, e a seconda del titolo scrive il testo. Mentre io sostenevo che era assurdo, ma che uno scrittore scrive prima il libro e nel mentre, o dopo, trova il titolo adeguato, come una specie di sintesi. Però, chissà, potrebbero accadere anche il contrario: ad esempio una frase eclatante potrebbe essere l’inizio di una riflessione, come lo sviluppo da un seme.

              La forma è già un contenuto. Certo.
              In questo caso, temo che questo mio post esprima un bel tot di confusione. So di aver messo troppa carne al fuoco – troppa soprattutto per dei vegetariani – e come se non bastasse ne ho aggiunta ancora … (al momento sono più di 2500 parole!)

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  3. Francesco ha detto:

    Immagino che molti non abbiano letto le pagine di Watzlawick che hai pubblicato, ed è un peccato perché in tre parole (conferma, rifiuto e disconferma) è contenuto tutto ciò che serve sapere sulla comunicazione umana.
    In effetti la comunicazione umana è tutta qui. Se la comunicazione è buona, l’universo che ciascuno è capace potenzialmente di produrre si dilata e l’inserimento nel mondo si realizza contestualmente alla comunicazione, se invece la comunicazione non è buona, la dilatazione si riduce, e con essa le potenzialità della persona stessa.
    Purtroppo, come si evince dagli studi di Watzlawick, siamo legati a filo doppio con gli altri, e se si capita in barca con le persone sbagliate l’esistenza ha buone probabilità di trasformarsi nell’ombra di se stessa.

    Ciao..

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    • rozmilla ha detto:

      Infatti, Francesco. All’inizio volevo pubblicare solo l’ultimo brano, quello che parla di conferma, rifiuto, e disconferma, che tra l’altro si collega alla citazione di Buber. Ma poi ho aggiunto altri brani che mi sembrano interessanti: così mi sono allargata un po’ troppo, col risultato che è più facile non leggerli. È vero che ogni argomento può destare interesse o meno, ma quelle citazioni sono molto tecniche e non aiutano a destare curiosità.
      Mentre il tuo commento è una bella sintesi.
      Come dici, se capita di essere in barca con persone sbagliate (anche se ancor di più in genere è soprattutto la relazione ad essere sbagliata), proseguendo la metafora, secondo me in quel caso sarebbe meglio cercare di scendere a terra al primo scalo. Se possibile. Purtroppo non sempre è possibile.
      Ciao … caro Francesco

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      • Francesco ha detto:

        “…cercare di scendere a terra al primo scalo. Se possibile. Purtroppo non è sempre possibile.” Parole sante, cara Roz, parole sante..

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        • rozmilla ha detto:

          No dai, “sante” no …
          Avevo scritto di più nella prec. risposta, ma sono in un momento un po’ ‘scarso’, così ne ho cancellato metà.
          Ma sappiamo che ci sono situazioni dalle quali non si può tanto facilmente uscire. Ad esempio negli ambienti di lavoro, che non si può lasciare tanto facilmente. E molte altre situazioni.
          E poi, rimango sempre turbata ogni volta che accadono quegli omicidi che sono il tragico epilogo di relazioni patologiche. Spesso sono litigi che proseguono per anni, senza che nessuno intervenga o senza che si possa farlo – anche se forse è più esatto dire che non c’è né interesse né voglia farlo.
          E dopo i vicini intervistati dicono che “ma … era una brava persona”; e i parenti si schierano da una parte e dall’altra, come hanno sempre fatto, senza capire il problema.
          Più che altro temo che, oltre a non esserci una rete sufficientemente sviluppata per dare aiuto alle persone in difficoltà, il problema più grosso è che le donne (spesso sono le donne la parte debole) non solo si vergognano, ma non sono abbastanza consapevoli dei rischi e delle conseguenze di una relazione patologica. E non solo per loro stesse, ma per i figli.
          Ciao. Buon fine settimana, Francesco …

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          • Francesco ha detto:

            E se avessi detto “sacrosante”, allora, che avresti detto?
            Comunque, era solo un modo di dire..
            (lo so che i modi di dire del presente sono radicati nel passato, e nella cultura, ma non mi pare il caso, adesso, di approfondire l’argomento. Sarebbe intrigante però dedicare un bel post ai rapporti tra modi di dire e visioni del mondo soggiacenti.)

            Sul resto, per il momento, preferisco non pronunciarmi. In poche righe hai tirato giù una serie di problemi che una enciclopedia non basterebbe per esaurirne la trattazione. In ogni caso, mi sento di dire che la sola consapevolezza non basta. Il prendere atto di una situazione non è sufficiente per risolverla. Bisogna agire. E agire non vuol dire operare solo esternamente. Perché in questi casi, più dell’azione esterna conta quella interna, che deve mirare, magari con piccoli mutamenti, a modificare ruoli ed assetti energetici consolidatisi nel tempo. L’azione esterna, senza una modificazione interna, serve a ben poco. È un lavoro lungo, certo, e la dose di pazienza che richiede è molto elevata, ma credo ne valga la pena..

            Buon inizio di settimana e a presto,
            Francesco

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  4. ilsolitomood ha detto:

    Trovo la teoria della comunicazione un argomento molto interessante, così come lo è stato il tuo post. E’ vero, alcune delle definizioni proposte o potrebbero essere considerate scontate, ma a volte ciò che lo è diviene invisibile o non degno di attenzione. E’ un vero peccato. Una curiosità:
    hai poi trovato la risposta ai tuoi quesiti “…Cercavo delle risposte, degli appigli per spiegarmi alcuni fatti che accadono tra gli umani.”?? 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      Secondo me, l’unico appiglio, come sempre, è la consapevolezza. Per lo meno, conoscere i meccanismi della comunicazione può aiutare a non lasciarsi trascinare in quel tipo di deliri a due. E i due possono essere sia coppie di individui, partner, ma anche nazioni coinvolte in escalation distruttive …

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  5. arsomnia ha detto:

    .. ammetto che all’inizio mi sono guardata i quadri e per le letture mi ero proposta di scappare. Ma… amo le sfide 😉 Così ti ho letto, magari un poco velocemente almeno all’inizio. Ma poi, son cose interessanti e l’ignoranza va bandita comunque! Alla fine ammetto che è stato “illuminante” leggerti 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      Ne sono lieta, e non solo perchè hai condiviso questa lettura un po’ faticosa (soprattutto a video). Watzlawick ha scritto anche libri meno tecnici, ad esempio ricordo “Istruzioni per rendersi infelici”, in cui fa degli esempi molto ‘divertenti’ di come possiamo renderci la vita un inferno per degli sciocchi fraintendimenti e malintesi.
      Quindi, riuscire ad uscire dai propri panni e mettersi talvolta in quelli degli altri, o anche al di fuori di qualsiasi panno – come osservatori di quello che sta accadendo – può essere d’aiuto 🙂
      ciao

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  6. Mauro Poggi ha detto:

    “Durante la comunicazione gli individui non comunicano su fatti esterni alla relazione, ma definiscono la relazione e implicitamente se stessi”. Questo mi sfugge 😦

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    • rozmilla ha detto:

      Ciao Mauro.
      Forse quella frase non sembra molto corretta, perché quando comunichiamo tra noi, è vero che ci scambiamo anche informazioni esterne alla relazione: ad esempio parliamo di politica o della lista della spesa. Ma credo che in ogni caso, il “modo” in cui lo facciamo serva anche (se non sopratttutto) a ridefinire la relazione fra i comunicanti.
      Ma come? quello viene spiegato in seguito: ossia possiamo rifiutare, confermare o disconfermare quello che ad esempio l’altro dice e afferma di essere.
      Credo che non sia sempre così chiaro, perchè il messaggio ha due aspetti: quello di notizia (il contenuto del messaggio) e l’aspetto di “comando”, ossia quello che definisce il tipo di relazione fra comunicanti.
      Non so se riesco a portare degli esempi pratici. Ci provo.
      Se per esempio qualcuno scrive nel tuo Blog che le tue opinioni sono sbagliate, mentre le sue sono quelle giuste, è chiaro che è liberissimo di farlo, perché la comunicazione comprende la possibilità del contraddittorio, ma è evidente che ponendosi in quel modo ti sta informando anche della sua posizione one-up, il che presuppone che tu ti debba mettere in posizione one-down.
      Cosa che ovviamente tu non sei disposto ad accettare – giustamente – per cui la comunicazione finisce lì e non va da nessuna parte.
      Quindi, al di là di ciò che affermiamo, mentre esprimiamo ad esempio una nostra posizione politica, viene definita anche (implicitamente) la relazione, e ognuno se stesso.
      La politica comunque è il campo delle contrapposizioni forti, del polemos, per cui è chiaro che se non condividiamo l’opinione dell’altro, e la relazione si assesta in posizione di muro contro muro, c’è poco da fare. E mentre rifiutiamo l’opinione dell’altro, è facile che nello stesso tempo rifiutiamo anche l’altro nel suo complesso. Che comunque dovrà farsene una ragione, anche perché è lui il primo a rifiutare noi, o ad imporci una condizione inaccettabile.

      Un altro esempio molto più semplice e quotidiano viene descritto più sopra; ad esempio i messaggi “E’ importante togliere la frizione gradatamente e dolcemente”, e “Togli di colpo la frizione, rovinerai la trasmissione in un momento” recano più o meno lo stesso contenuto di informazione (aspetto di ‘notizia’) ma è evidente che definiscono relazioni molto diverse.
      Il primo messaggio propone è una relazione di tipo insegante-allievo, l’altro messaggio propone una relazione (diciamo) più familiare (che però il ricevente può accettare o meno).
      Per questo credo che a definire la relazione non sia tanto il contenuto del messaggio, quanto soprattutto il modo in cui lo esprimiamo, compreso ad esempio il tono della voce, se si tratta di un faccia a faccia. Leggevo che la maggior parte delle liti viene scatenata dal tono della voce più che dal contenuto del messaggio. La stessa frase espressa in tono neutro, o dolce, cambia totalmente di significato se viene espressa invece in tono in cui vi percepiamo rabbia o fastidio. E’ chiaro, niente di nuovo sotto il sole.

      Spero che le mie spiegazioni siano state utili 🙂
      (anche se un po’ tardive)
      Buona domenica

      Qui oggi è una bella gionata di sole …

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  7. nicola ha detto:

    Ho trovato il vostro blog su google e sto leggendo alcuni dei tuoi post iniziali. Il tuo blog semplicemente fantastico.

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  8. mirko ha detto:

    Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gi salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

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