una brutta piega

 

 

*

 

L’ultimo giorno dello scorso anno ero in riviera e ho deciso di concedermi un piccolo lusso: andare dal parrucchiere. Quando ho voglia di un po’ coccole qualche volta ci vado, mi piace farmi accarezzare i capelli. Non speravo di trovarne uno disponibile quel giorno,  ma ho fatto un giro e il primo, anzi la prima che mi ha detto, “Resti”, sono rimasta. Purtroppo non sapevo che questa signora dopo un po’ mi avrebbe fatto restare anche di stucco.
E’ passato un mese e ora faccio fatica a rimettere insieme i pezzi. Allora, vediamo …

Era una  giornata di sole folgorante, veramente splendida e calda.  La parrucchiera, una signora biondina e un po’ nervosetta all’incirca della mia età,  mi ha fatto subito lo shampoo e ha iniziato a fonarmi i capelli. E me ne sarei anche stata per tutto il tempo in silenzio a bearmi nel tepore di quella luce che filtrava tra le palpebre socchiuse, lanciando di quando in quando uno sguardo alle phalenopsis rosa-reticolate che mi sorridevano duplicandosi  negli specchi, se ad un certo punto lei non si fosse sentita in dovere di intrattenermi con una qualche conversazione simil-umana.
Sapete come succede, si comincia a parlare del più e del meno. Ha cominciato col chiedermi se quella sera andavo al cenone. E no che non ci vado al cenone, le ho risposto. Dopo, è complicato ricostruire la conversazione per intero, ma quasi subito il discorso è scivolato sull’argomento crisi con corollario di corruzione, mafia, tasse ed evasioni fiscali, con la ridda di problemi che ci coinvolgono tutti, chi più chi meno. Ma si sa, erano solo chiacchiere da parrucchiere, che di solito servono soltanto a tenere in allenamento gli organi fonatori.
Finché lei se ne esce dicendo che,
– … e comunque io ho deciso. Sa quelli che ci scocciano per venderci le rose per strada o nei ristoranti? Sa cosa gli dico? Gli dico …  puoi farmi lo scontrino? Sì o no? Se puoi farmi lo scontrino ti compro la rosa, altrimenti, niente, nisba! No! 
Caspita! mi son detta.  E’ a quel punto che hanno cominciato a drizzarmisi le antenne. Non le ho risposto e ho aspettato di sentire come continuava. Purtroppo ha continuato di male in peggio, come da copione.
– … e tutti i barconi carichi di quella gente, e noi che ce li dobbiamo tenere … dargli da mangiare, vestirli …
Il sangue ha cominciato a pompare a mille, sudavo, e non solo perchè faceva caldo, e il minimo che potevo dirle allora è stato,
– Ma signora mia, ci pensi un attimo, dove vuole che vadano quei poveretti?
Non ricordo esattamente se fu allora che disse,
– Però a Malta mica se li prendono … a Malta gli sparano!
A Malta però gli sparano? Non so come ho fatto a non alzarmi ed uscire all’istante coi capelli bagnati.  Mi sono trattenuta, senza trattenermi però di punzecchiarla con qualche domanda, come mia nonna punzecchiava le salamelle con lo stecchino quando doveva farle spurgare dal grasso.
– Quindi secondo lei fanno bene? è d’accordo? quindi secondo lei dovremmo sparargli anche noi? è questo che vorrebbe? davvero?
E ovviamente lei non mi risponde, ma fa una faccia interdetta, come a dire, Oh cavolo, ho sbagliato a capire. Certo,  dev’essere stata una sorpresa per lei accorgersi che benché venissi da Busto Arsizio non fossi leghista o fascista o razzista. Che poi capire è un eufemismo, per quelli che il mondo è di un colore solo: oscuro. Mentre io a quel punto avevo capito benissimo di esser finita in un simil-covo di faccetta nera, non del profondo nord ma della bella e ridente riviera. E dal momento che ormai le uova si eran rotte ho cominciato a rigirarle la frittata – in faccia gliela avrei tirata, ne fossi capace – seria e con tono severo,
– … lei lo sa, spero, che ogni uomo e collettività ha l’obbligo morale di dare soccorso alle persone in difficoltà,  e che chi omette di prestare soccorso commette un reato penale,  punibile anche dalle leggi della  nostra repubblica?
E stavo quasi per ricordarle  l’art. 2 della nostra Costituzione, che garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e i doveri inderogabili di solidarietà, quando   lei mi guarda  con un’espressione  come se avessi parlato in eschimese, o in lappone, non so.  Allora provo a parlarle in modo più semplice, più alla sua portata.
– … e quelli che vendono le rose? Come si fa a prendersela con quei poverini che cercano soltanto di racimolare qualche euro? È con i potenti che bisogna prendersela, quelli che rubano davvero, non con i poveretti che tirano a campare!
E lei – … e ma … ce n’è dappertutto, arrivano coi barconi e ce li dobbiamo tenere … e come si fa … e chi paga?
E io – … eh già, infatti una buona parte di loro vengono sfruttati come cani in agricoltura e in edilizia, e trattati come schiavi dai caporali.
E lei – … ma noi dobbiamo pensare ai nostri figli …
E io – … perché, i nostri figli andrebbero a farsi sfruttare dai caporali? Pensa davvero che gli stranieri rubino il lavoro ai nostri figli?
E lei – … ma sono troppi. Devono restare a casa loro …
E io – … ma lei ha una pallida idea in che condizioni vivono là, nei loro paesi?
E lei – … ecco, dobbiamo aiutarli là dove si trovano, nei loro paesi.
Ah, ecco la soluzione! Purché non sia ancora una volta la soluzione finale! No, questo non ho avuto la prontezza di riflessi nemmeno di pensarlo. Ma non sarebbe cambiato nulla lo stesso.  
E io – … ma lei lo sa che la maggior parte dei problemi che hanno là, siamo noi popoli ricchi e civili ad averli provocati? E che se scappano dai luoghi dove sono nati, non è per turismo, ma è perché là non si vive più? perchè là si crepa!

Questa “conversazione” è proseguita su quel tenore, con lei che balbettava la lista delle frasi sfatte e io che cercavo di spiegarle qualcosa e farla ragionare.
Del resto la situazione – lei che mi fonava i capelli mentre io ero praticamente nelle sue mani – non era l’ideale per riuscire a cavarci qualcosa di più che non fosse appunto una piega.
E non fu nemmeno una bella piega.
E mi chiedevo in quale piega del suo cervello riuscisse a dare asilo a simili pensieri.
E mi piacerebbe anche sapere cosa avreste fatto o detto voi se foste stati al mio posto.
Quindi ho pagato e me ne sono andata alla svelta. A mai più rivederci. O forse no, la prossima volta ci verrò apposta per continuare la discussione, e ci verrò più preparata a spiegarti come stanno le cose, dalla a alla zeta.

 

Elio Copetti, Alfa, 2013 

*

 

Il mio sentimento di fronte a quella donna non era di odio, ma di costernazione, sconforto, desolazione. E anche adesso. Ero dispiaciuta per lei, per quell’ignoranza. E anche adesso. E mi sentivo impotente di fronte a quell’ignoranza. E anche adesso. E so che è difficile dare un nome alle emozioni. Purtroppo è così. Anche adesso.  
Però da allora di quando in quando torno a ripensarci: come fa una donnetta come lei, apparentemente innocua, a dire “A Maltà però gli sparano” ? è una frase da lasciare inorriditi. O almeno, lascia me inorridita, non certo chi le pronuncia o dice di pensarle. Pensare? Pensare? E’ pensare questo?

Ma quelli che come lei pronunciano frasi simili, ancor più se dicono di “pensare” cose simili, come fanno a non aver orrore di se stessi?
Un essere umano dotato di parola ha la possibilità di pronunciare qualsiasi frase, o ripeterla come potrebbe ripeterla un pappagallo, è certo. Ma il fatto di essere libero di pronunciare una frase, ciò non significa che dietro ci sia sempre un pensiero “umano” o un ragionamento logico degno di essere chiamato tale.
Nemmeno in nome del relativismo è ammesso annoverare tra i pensieri “umani”, idee che altro non sono il frutto bacato di emozioni esclusivamente viscerali scarsamente o per nulla rielaborate e che s’incarnano ipso fatto in un sentimento di odio, e che provengono dal primo istinto di sopravvivenza, quello legato all’emozione della paura.
Purtroppo per lei, ma anche per tutti noi, la parrucchiera queste cose non le sa e probabilmente non le saprà mai. Forse non la sfiorerà mai nemmeno un dubbio. E c’è da temere che a “pensarla” come quella parrucchiera non siano in pochi, ma tanti. Dal loro punto di vista, è assolutamente legittimo “pensarla” così. E che con la crisi che avanza e non fa sconti, la situazione potrebbe peggiorare e prendere davvero una brutta piega.

Anche perché si è constatato che sotto l’impulso degli istinti più bassi, l’uomo o i gruppi di umani che non hanno sviluppato una sufficiente consapevolezza, tendono ad individuare un capro espiatorio sul quale scaricare la “colpa”; ed è per questo che i soggetti più deboli diventano l’oggetto ideale dei loro risentimenti e vessazioni: perché non hanno molte o alcuna possibilità di difendersi!

Perciò sono preoccupata per queste manifestazioni di ignoranza, perché l’ignoranza e il pregiudizio sono le cose più difficili da sconfiggere, soprattutto se crediamo che esse siano il nostro libero e legittimo pensiero, quando invece sono reazioni a catena provocate della sensazione di pericolo, motivato magari soltanto da un proprio malessere generale, o da una sofferenza collettiva.

 

*

 

Accidentalmente in quegli stessi giorni,  il 30 di dicembre la signora Rita Levi Montalcini ci aveva lasciato all’età di 103 anni. Il suo corpo è scoparso, ma la sua mente e i suoi pensieri sono sempre qui con noi. Era una grande nobile e  bellissima donna. Lo ripeto: era bellissima. L’intelligenza  è la vera  bellezza!
Per questo  credo valga la pena ricordare alcuni sue informazioni preziose, ad esempio che:

“La ‘componente emotiva’ del cervello umano, che l’uomo usava quando stava ancora appeso agli alberi, è quella più arcaica. Mentre è quella neocorticale, sede del pensiero razionale, che va invece potenziata perché prenda il sopravvento e le si rimettano tutte le decisioni; la componente emotiva, che se ne sta nel sistema limbico, è un relitto primordiale e l’istinto è responsabile delle peggiori tragedie di questo secolo e della storia.”

Secondo la Montalcini, “L’uomo non è cattivo ma è gregario. Quando stavamo sugli alberi, l’essere gregari era una virtù, oggi è un limite, perché la salvezza dell’umanità sta nell’essere razionali, non ragionare di pancia e buttarsi al seguito del primo che titilla il nostro istinto.”

Qualcuno ha poi osservato che le neuroscienze hanno fatto passi ulteriori per definire il meccanismo delle emozioni, per cui ora possiamo considerare l’intero cervello come un sistema limbico. Ciò non toglie che il succo del suo discorso, sulle emozioni viscerali, resti comunque valido. E ci sarà modo di approfondire l’argomento emozioni, in seguito.

 

*

 

Inoltre non si può non ricordare come quel tipo di pregiudizi e di sentimenti di pancia vadano di pari passo e siano fomentati dal movimento leghista della Padania. “Un movimento razzista e intollerante sic et simpliciter che cerca di fare proselitismo e trovare nuovi adepti proprio là dove mancano le basi culturali e l’istruzione è carente. Queste idee bieche attecchiscono maggiormente là dove il retroterra culturale è scarno, richiamandosi all’atavico legame al suolo …”

Ho trovato in questo sito una recensione di un libro “Padano” pubblicato qualche anno or sono, dove potete anche leggere una raccolta di frasi razziste e omofobe pronunciate da sindaci ed esponenti delle amministrazioni statali e comunali del nord. Attenzione, sono impressionanti! Terrificanti! Estremamente “raffinate” di grande “spessore culturale e umano“!  Ma bisogna leggerle, soprattutto perché la Lega non è un movimentuccio sparuto,  ma, come sappiamo, è stato il secondo partito di questo nostro bel paese nel corso dell’ultimo governo. E se buona parte di italiani ha dato la loro preferenza ad un partito razzista, ciò significa che: o sono razzisti, o sono incoscienti, oppure tutte e due le cose assieme – da non riuscire a crederci!

 

E … il  24 febbraio anno domini 2013 si torna a votare!
E chissà … se voteremo con le viscere o con il cervello …

 

 Il Cervello Emotivo

 

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nota: il disegno in bianco e nero è di Elio Copetti – vedi link http://elio3c.blogspot.it/2013/01/nota-semplice.html

 

 

 

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15 risposte a una brutta piega

  1. Francesco ha detto:

    Cosa avremmo fatto noi, sinceramente non lo so.
    Bisogna trovarcisi, credo. Comunque penso che sulle prime avrei evitato ogni discussione (ben consapevole del fatto che i tentativi di cambiare il pensiero – il pensiero?! – di qualcuno nell’ambito di un confronto dialogico generalmente falliscono), perché non si può e non si deve discutere con chi non capisce, ma solo con chi è in grado di farlo (come disse una volta la figlia di un amico, di soli 13 anni!). Posizioni come quelle della parrucchiera sono soprattutto un sedimentato irriflesso, che assolve a varie funzioni, tra le quali potremmo annoverare quella di garantire il senso di appartenenza a un gruppo, quella di proteggere dall’onere di pensare, e infine, e forse soprattutto, quella di proteggere dalle conseguenze che lo stesso pensare potrebbe avere sull’equilibrio del soggetto.
    Ma forse non è il pensare, il problema, ma il sentire. Il pensare probabilmente viene dopo. Perché per arrivare alla conclusione che questi sono poveri disgraziati che se ne starebbero tranquillamente a casa loro se solo potessero, basta semplicemente un briciolo di empatia. Non è che serva molto altro. E allora, perché in giro c’è così poca empatia? Questo sarebbe un bell’interrogarsi, non trovi? La scomparsa dell’empatia è la vera tragedia.
    Ma ovviamente le questioni sono molto più complesse, e questi sono solo spunti di riflessione..
    Possiamo però concludere così:
    non si può tentare di cambiare il cervello di chi abbiamo di fronte soprattutto se chi abbiamo di fronte non ha cervello, o meglio, se si rifiuta di farlo funzionare, sia intellettualmente che emotivamente. Crescere costa fatica e richiede impegno e costanza. E non tutti sono disposti a farlo..

    Ciao cara..

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    • rozmilla ha detto:

      Mi hai fatto ricordare quella canzone di Gaber che dice “con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di PENSARE …?”
      Sì, anch’io in un primo tempo pensavo di lasciar perdere. Ma poi quando ha detto con quel tono, “Però a Malta gli sparano”, non potevo lasciargliela passare.
      Forse anche il mio è stato un impulso emotivo, ma sono dell’idea che non si può sempre lasciar correre. Inoltre, se io non l’avessi ritenuta nemmeno degna di dialogare con me, senza almeno tentare di scambiare qualche frase, sarei caduta io stessa nel pregiudizio di giudicare la persona che mi stava di fronte come “inferiore” o incapace perché non era in grado di farlo. Secondo me, in qualsiasi incontro casuale o banale con chiunque, ogni persona è un essere umano sotto tutti gli aspetti, emotivi ed intellettivi, a meno che e finché non mi ha dimostrato ampiamente il contrario. Ma anche in seguito non chiudo totalmente le porte, ma lascio sempre qualche spiraglio alla possibilità.
      Sarebbe troppo facile dialogare soltanto con le persone che riteniamo all’altezza di farlo.
      Ovvio che poi ognuno di noi valuta se vale la pena di investire nel dialogo, e fino a che punto. Ma d’altra parte io ero lì, e finché ero lì mi sono sentita quasi in dovere di farlo e non mi è costato molto. Non è servito nemmeno, dirai tu, ed è vero. Ma così è.
      Per il resto, condivido abbastanza le tue analisi. Sull’empatia … a me pare che oltre ad essere scarsa, l’empatia è facilmente dirottata ad uso esclusivo del proprio gruppo di appartenenza – questo maledetto bisogno di trovare sicurezza e identità nel gruppo. Mentre si sa che l’estraneo, lo straniero è il nemico, colui che viene qui a rubarci qualcosa, e a sconvolgere il nostro quieto vivere e le nostre abitudini, e su quella “categoria” viene comodo scaricare le proprie frustrazioni.
      Ed è proprio l’applicazione della categoria, come un’etichetta, l’azione arbitraria che fa in modo che l’altro non sia più un essere umano. Il fatto che l’altro sia un essere umano passa in secondo piano, se non addirittura scompare. Gli “ebrei” non erano più esseri umani, erano stati demonizzati, ed è per questo potevano essere annientati.
      Non sono nemmeno così ingenua da credere che l’incontro con lo straniero sia sempre facile e sereno. Forse istintivamente tutti noi proviamo una qualche repulsione per l’estraneo, il diverso. Di certo può capitare. Infatti, come dici, il pensare viene dopo, prima c’è l’emozione. Ma certi individui si limitano a dare voce alle loro emozioni, senza analizzare da dove provengono, e senza cercare di comprendere le condizioni in cui gli altri si trovano, senza mettersi nei panni degli altri.
      Allora io dico che bisognerebbe cercare di mettersi nei panni anche di chi da a vedere di non avere cervello, o che dimostra di non volerlo far funzionare. Provare a farglielo rimettere in moto …
      Sarebbe bello riuscire a farlo. Batti e ribatti, chissà mai che prima o poi …
      ciao carissimo …

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  2. Carlo ha detto:

    Cara Rozmilla,
    Ti stavo rispondendo dal Blog di Md, poi mi è tornato in mente che tu disponevi di un tuo sito (dimenticanza imperdonabile!). E allora eccomi.
    Sui padani pietoso velo. Sull’ignoranza, altro pietoso velo. Sul cervello:
    Sono le produzioni mentali (spremute neurali), non la mente in sé (concetto astratto e fuorviante) ad essere importanti. Così mi è parso di capire, ascoltando un’intervista della Montalcini. Visioni filosofiche, teorie scientifiche, paradigmi, sillogismi, dimostrazioni, asserzioni, assiomi, ipotesi, ecc., messe su supporto, restano, come testimonianze stimolanti, per le generazioni a seguire. Un patrimonio culturale dell’umanità che potremmo, appunto, definire “mente estesa”, che favorisce ed incoraggia l’ulteriore conoscenza (relativa). Certamente niente di “assoluto”, ma una struttura cognitiva straordinariamente imponente, rispetto alla produzione culturale di un singolo individuo.
    Buona serata

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    • rozmilla ha detto:

      Grazie Carlo, sono lieta che tu sia arrivato fin qui.
      E pensa in quali modi riusciamo ad estenderci con questi media, supporti e protesi delle nostre menti. Tra l’altro, non so se l’hai notato, ma sono anch’io più spesso là nella Botte che qui.

      Sì, credo anch’io che la Montalcini intendesse i prodotti della mente.
      Però per mente estesa credo che alcuni scienziati intendano qualcosa di diverso.
      Ad esempio che “la mente è ben lontana dall’essere un prodotto del cervello, ma è il frutto dell’interazione tra cervello, corpo e ambiente esterno” (Koenderink), cosa che intuitivamente mi pare ovvia.
      Ma ricordo che già Aristotele diceva “la mente è in qualche modo tutte le cose” (e trovo semplicemente bellissima questa definizione), per cui “tutte le cose” non sono solo i prodotti delle menti altrui, ma tutto ciò con cui in qualche modo entriamo in contatto.
      In fondo quando tocchiamo qualcosa siamo anche toccati da quella cosa, ossia quella cosa tocca noi.
      Perciò è la relazione a creare il movimento, a muovere le cose, a mettere in moto le menti (o se preferisci i processi neuronali). In assenza di relazioni col mondo cosiddetto esterno, la mente, o il cervello, non avrebbe alcun motivo per elaborare, muoversi, funzionare. Non esisterebbe nemmeno. A che scopo?
      Ho anche trovato un esempio interessante che cerca di spiegare come la mente non sarebbe una attività o facoltà esclusivamente interna al cervello fisico. Dice:
      “Prendiamo in considerazione il volo, inteso come la capacità di alzarsi da terra. Se ritenessimo che le piume abbiano la capacità di fare «emergere» una forza antigravitazionale, saremmo fuori strada. Le piume sono necessarie, ma non sufficienti. È necessaria la presenza di un mezzo come l’aria che possa essere spostato dall’ala per una quantità il cui peso sia paragonabile a quello dell’animale. Il volo non è spiegabile all’interno dell’animale. Una volta che si è compreso che il volo è frutto delle proprietà dell’aria e di altri fattori esterni al corpo, esso diventa un fenomeno fisico che non ha più nulla di misterioso.”
      Ecco, forse la mente procede nello stesso modo. Il cervello fisico sarebbe le piume e la mente il volo. Perciò senza l’aria (inteso come mondo esterno variegato), le piume (inteso come cervello fisico) da sole non riuscirebbero a metterci in moto e riuscire a farci volare.
      Non so se sono riuscita a rendere l’idea, ma è un’idea anche poetica – non trovi?
      Buona giornata 🙂

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  3. Carlo ha detto:

    Cara Rozmilla,
    Grazie per il benvenuto! Qui da te avverto un’atmosera coinvolgente, che non so spiegare; comunque, assai piacevole. Preludio ad un discorrere che si fa più quieto, assonante con i pensieri in libertà e poco incline al filosofare accademico. So che qui posso parlare senza che mi venga imputato, ad ogni piè sospinto, che la mia narrazione è ineluttabilmente una teoria e che anche quando manifesto il mio “sentire” (dolore, piacere, solletico..), in realtà sto esprimendo una visione “concettuale” del mondo. Evidentemente per i filosofi di professione il “lasciarsi andare” al flusso delle proprie emozioni/percezioni è qualcosa di in-naturale,.L’ontologia dell’uomo viene da loro recintata nella “dimensione razionale pura”. Il biologico è un residuo primordiale dell’esser-donna, da cui scappare a gambe levate.
    Accenno sul tema da te proposto. Tornerò sull’argomento in futuro se vorrai ascoltarmi ancora. Potrei dire che “ogni cosa” è frutto della realazione tra enti distinti e che il cervello co-evolve con il corpo in funzione degli obiettivi che il soggetto, interagendo con l’ambiente, si pone.
    Insomma: si formano le piume se tu “sogni” di volare”, ti sboccia un sorriso se ti proponi di avere cura del tuo vicino di tenda.
    Buona serata.

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    • rozmilla ha detto:

      Ciao Carlo.
      Sono stata un po’ presa a spalare la neve e a rifinire il post che avevo iniziato a scrivere la scorsa settimana (un post teoricissimo).
      E mentre spalavo la neve stavo riflettendo sulla faccenda dei filosofi teorici e poco inclini a lasciarsi andare. In effetti a volte sono un po’ pesanti, almeno a giudicare da quello che a volte scrivono e da alcuni loro interventi. Così ho pensato che bisognerebbe imparare a prenderli un po’ in giro, invece di prenderli troppo sul serio. Perché c’è il rischio che tutti noi ci prendiamo troppo sul serio.
      Trovo che la cosa buffissima è che la maggior parte delle teorie sono indimostrabili. Quindi forse aveva ragione Severino, per lo meno quando diceva che tutti noi siamo dei credenti, ossia che crediamo a questa o quell’altra teoria. Per questo forse ognuno lotta perché la teoria in cui crede possa vincere, affermarsi. Ma, se non esiste nulla di assoluto, allora la pecca di ogni teorico “forte” è di cercare di correre appresso ad una verità “oggettiva”. Le cose stanno così o cosà? Talvolta potrebbero essere in entrambi i modi. Perché no?
      Perciò forse ci sono ci sono altre vie percorribili, ad esempio quella della verità riguardo alla posizione da cui si parla – ad esempio io mi potrei accontentare. 😀
      Però mi spiacerebbe di non trovarti più ad esprimere le tue opinioni anche sul Blog di Md. Tra l’altro ha appena pubblicato un post … non so come dire – un po’ difficile?
      Ciao, e buona serata

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      • Carlo ha detto:

        @rozmilla
        Carissima,
        tu dici:”bisognerebbe imparare a prenderli un po’ in giro”. Certamente. Infatti non sembrano praticare con convinzione l’auto-ironia. Anche a noi a volte capita. Però poi ci stufiamo e allora ribaltiamo il tavolo delle teorie “oggettive” e ci perdiamo tra le nuvole dei sentimenti. I nostri amici accademici sono però ondivaghi, perché in certi momenti ammettono che bisogna ripartire da zero, in altri ti trafiggono con la spada della razionalità “senza se e senza ma”. Considerano il linguaggio, che ci serve banalmente per comunicare (altrimenti saremmo a-fononi), un campo di battaglia filosofico; per cui cercano sempre di prenderti in castagna: hai detto questo, allora… , hai detto quello, allora …. Sei contradditorio!!! E via cantando.
        Ma soprattutto sono prolissi. Nel senso che ti investono, a volte, (ad esempio, “Il punto in 18 punti di Md) con vagonate di postulati, controdeduzioni e quant’altro, su temi strutturati su più capitoli, che tu “povero cristo” a stento riesci a leggere. E pretendono pure, amabilmente, che tu dia un contributo “forse esaustivo”. Altrimenti ti imputano di essere un superficiale pressappochista, impreparato alla bisogna. Insomma è un delirio. E il mal di testa (di cui (ovviamente la tua ) mettono in dubbio l’esistenza/consistenza) è praticamente assicurato.
        Quando finalmente ti prospettano un aforisma, allora riesci a respirare e abbozzi un sorriso. Ma la cosa dura poco perché immantinente (nel post successivo) segue un diluvio di nuove proposizioni, predicati e amenità varie, certo sostanziose (Spinosa), ma poco maneggevoli.
        Infine sul “biologico” inciampano inesorabilmente, perché ritengono che il corpo sia per loro solo un’ impaccio miserevole di cui liberarsi, perché di ben altra “stoffa” sono fatti.
        Io che, al contrario, ritengo che quella (stoffa) sia l’unica di cui posso disporre, mi trovo spesso messo alla porta sbrigativamente.
        Però, poi, coinvolto, per fortuna, da una subitanea aurora, mi trovo dolcemente a naufragare nel primo raggio di sole.
        Scusa lo sfogo umano, troppo umano.
        Un caro saluto.

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        • rozmilla ha detto:

          Ciao Carlo. Giornata campale anche oggi, per questo mi metto al computer solo sul tardi.
          Eh sì, è divertente il tuo racconto, e si può benissimo interpretare anche così; ma avresti potuto, e potresti comunque scriverlo anche nella Botte.
          Comunque nel Blog di Md è anche scontato che molto spesso si stia su un piano molto razionale e teorico, e sappiamo che lì in gran parte il gioco è quello, anche se non è sempre stato così. Dipende dagli ospiti che intervengono, quindi dal contesto. Ma io ho sempre scritto di tutto quello di cui sentivo il bisogno di parlare, a ruota libera, senza farmi mai troppi problemi. E nemmeno Md, ha mai tentato di mettermi le briglie al collo o darmi dei limiti, tranne una volta. Poi ho cominciato a darmi dei limiti da me, ma ho perso la spontaneità che avevo all’inizio. Ora ragiono anche fin troppo prima di scrivere qualcosa. Senza che per altro l’esito sia migliore di prima.
          Ad esempio la prima cosa che avevo pensato leggendo i 18 punti è stata, Caspita hai alzato la posta… Passo! 😉 Ma non l’ho scritto.
          Ripensando però a quello che è successo la scorsa settimana, io stessa avevo avvertito soprattutto l’intervento di Luca un po’ troppo spinoso, oltre che inutile. Una goccia di acido muriatico non necessaria.
          Quella frase, che terminava con “consegnati al silenzio”, certo non era molto carina né amichevole. Se l’avesse indirizzata a me, gli avrei risposto sostanzialmente “vai a quel paese”, ma solo per non essere volgare. Non so dire cosa gli sia passato per la mente, quali istinti lo abbiano mosso. Ma so di non potermi mettere né nei suoi panni né nella sua testa. Che se poi andiamo a vedere l’evolversi delle cose, è stato lui a doversi consegnare al silenzio, e dal mio punto di vista non ci ha fatto una bella figura. Ma probabilmente è anche giovane, credo abbia 40 anni, o poco più. E forse avrebbe bisogno di trovare dei modi, che oltre ad essere soltanto “cortesi”, siano un po’ più umani e tengano conto che dall’altra parte, ossia chi riceve il messaggio, c’è un essere umano, altrettanto. Credo che la comunicazione sui Blog sia comunque difficile, basata com’è solo sull’alfabeto. Si crede che poiché si ha modo di riflettere prima di scrivere, possiamo riuscire ad essere più accorti, ma non è così. E forse scopriamo che il modo in cui ci relazioniamo con gli altri è quasi lo stesso che nella vita “reale”, e spesso non sono dei modi gentili.
          È vero che dovremmo giudicare solo il testo, ma il testo allude anche ad altro, e il modo in cui è scritto non è mai neutro. Ad esempio quella stessa frase poteva essere scritta in un altro modo e sarebbe stata meno urticante. Allora mi chiedo se Luca voleva essere urticante, o se invece non ha potuto scegliere perché non conosce altri modi? Sono andata a rileggermi gli interventi, e ho pensato solo che è facile lanciare una parola, ma che poi è difficile riprenderla.
          Si racconta che Kant avesse dei modi molto gentili e raffinati. Mentre Hegel, mi pare fosse un personaggio piuttosto sanguigno. Ma non sono sicura.
          Però ad esempio non mi risulta che per Md, il corpo sia un impaccio di cui liberarsi, anzi, la sua visione delle cose tiene conto di più variabili. Poi ricordo anche uno dei tuoi primi commenti molto belli, in cui parlavi di paideia. O forse non sei lo stesso Carlo?
          Ma devo dire che dopo anni passati a cercare di trovare una giustificazione razionale a tutto, da qualche tempo sono un po’ stanchina, e non credo più che tutto possa essere risolto con la razionalità.
          Visto l’ora, ti auguro una buona giornata, quella di domani … 🙂

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          • Carlo ha detto:

            @Rozmilla

            Luca ha quarantenni, ma questo è solo un fatto anagrafico. La mia ipotesi è che chi va alla ricerca dell’assoluto, con piglio sicuro e tanta baldanza (come in guerra), è certamente molto carico di testosterone e di voglia di affermarsi “a prescindere”. E’ l’atteggiamento mentale meno proficuo per dialogare efficacemente.
            La visione delle cose di Md tiene certamente conto di più variabili, ma poi inclina sull’ “essere in sé” (trascendenza, rispetto alla “Φύσις”). E considera l’io-corpo una riduzione (deminutio), una valutazione inadeguata dell’esser-uomo (statuto ontologico). Scalcia metaforicamente quando si predica che le nostre facoltà cognitive, emerse nei processi evolutivi dell’essere, sono “solo” un attributo della “sostanza biologica”.
            Infine: la sua produzione filosofica dovrebbe essere più “ponderata” (misurata), consegnata in pillole all’interlocutore (un capitolo per volta e non 18). La filosofia non è assimilabile alla cronaca giornalistica. L’analisi (meditata) porta via molto tempo. Il Blog poco si presta alla bisogna.
            Sulla “παιδεία”: è la madre di tutte le discipline, l’arma decisiva per far diventare “popolo” un’accozzaglia di persone (quale è attualmente l’Italia).
            Non mi accodo alle lodi per il tuo Post. Certamente impegnato, complesso, variegato. esaustivo. Ti sono, comunque, dovute. Bella la poesia che proponi. La questione che sollevavo con Quasimodo era quella della solitudine. Quando ogni confronto fallisce, quando al fronte parlano i cannoni accade questo: la resa in-condizionata del “buon-senso”. A livello individuale se trionfa l’isolamento, non ti resta che un «buen retiro» da cui contemplare le macerie, con un distacco necessariamente realistico.
            Ti auguro una degustazione centellinata dei sensi/sentimenti per “quel che resta del giorno”.
            Ciao

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  4. Francesco ha detto:

    Ciao Carlo,
    ti do anch’io il benvenuto, anche se questo non è il mio blog. Sento però di poterlo fare, dato che frequento questo spazio già da un po’, e poi anche perché, pensa, la nostra cara amica mi propose, or non è molto, di scrivere qualcosa qui, insieme a lei. Declinai l’offerta perché, le dissi, la gestione di un blog comporta una manutenzione che io non potevo e non posso assicurare, e poi anche perché mi sembrava che la conduzione a due di un blog fosse un ibrido di cui “viaggio nel blu” non aveva alcun bisogno. Spero non le sia troppo dispiaciuto..
    Ho letto i tuoi interventi su “la botte”. Li ho molto apprezzati e mi son detto: “questo Carlo è da tenere d’occhio”. Sono molto contento quindi che anche tu abbia lasciato da queste parti il tuo pensiero, e non sarà pertanto improbabile che qui ci si incontri di nuovo per scambiare qualche punto di vista sulle questioni che più ci stanno a cuore, o che più ci fanno riflettere.
    Complimenti di nuovo, e a presto
    Francesco

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  5. Carlo ha detto:

    @Francesco
    Grazie per il benvenuto.
    A presto

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  6. rozmilla ha detto:

    @Carlo:
    ….. la solitudine, io amo molto la solitudine, assorta in me stessa e lontano dalla confusione e dalle chiacchiere del mondo. Ma poi sento il bisogno di tornare a dialogare con gli altri, ed è tramite la strada della scrittura che talvolta trovo il modo meno avventato per farlo.
    ‘Baldanza’ è la parola che non trovavo. Ma devo ammettere che non molto tempo fa anche a me capitava di tanto in tanto di manifestare una certa baldanza. E senza nemmeno essere quarantenne, e senza l’aiuto del testosterone, credo. Poi, capisco la metafora, ma non dovremmo nemmeno scambiare mortaretti per cannonate. Quindi, se (e sottolineo ‘se’), dopo tanto errare, forse ora sono un tantino più consapevole, è allora che sento il dovere di manifestare, sperimentare, nuovi modi di interagire. Anche questo è un piccolo modo per cambiare il mondo.

    Md ha sempre sostenuto la tesi di natura&cultura.
    Ma ad essere sincera non comprendo totalmente quando dici che le ‘nostre facoltà cognitive, emerse nei processi evolutivi dell’essere, sono “solo” un attributo della “sostanza biologica”’.
    Quel “solo” mi sembra troppo esclusivo. Più che di trascendenza, è possibile esistano più piani d’immanenza.
    Un esempio. Domanda. A cosa è dovuto il fatto che il cervello umano è più sviluppato di quello degli altri animali? Per quale motivo è accaduto? A che scopo? È stata solo una evoluzione biologica determinata da condizioni contingenti che l’hanno favorita, oppure la necessità di far fronte ai bisogni sociali ha fatto in modo che sopravvivesse il tipo più adatto, ossia quello che ha sviluppato il cervello più grande per far fronte alle necessità sociali? Ecco, a me sembra ovvio le cose siano andate di pari passo, ossia che fin dalle origini le cose non si possono spiegare in un solo modo. Non solo quello biologico.
    Mi pare che ci troviamo di fronte a quel genere di bivio, del tipo “è nato prima l’uovo o la gallina?”. La vita stessa è fatta di pro e contro, antinomie, contrari. Siamo sempre di fronte a un bivio, ma qualsiasi strada prendi, non si farà che girare in tondo e ritrovarsi al punto di partenza. Daccapo. Piccolo e grande. Microcosmo e macrocosmo. Guerra e pace.
    Chissà perché a volte sembra che le parole feriscano più della spada – ma se fossimo solo bios, a quale scopo sanguinare?

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  7. Carlo ha detto:

    @Rozmilla
    E’ vero esistono più piani. Ma questo è dovuto al fatto che i processi evolutivi, nel “biologico”, hanno determinato il consolidarsi di strutture complesse, intrecciate con la dimensione sociale e quella psicologica. In conclusione dalla scatola “bios” è uscito di tutto.
    Buona serata.

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  8. I piu grandi evasori , quelli milionari non li prendono mai , perché loro danno le bustarelle!

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