sulla frontiera

 

 

 

 

Elio Copetti, A tree, 2013 

 

L’altro è qui, mi sta di fronte, e rimane in gran parte lo sconosciuto che mi sta di fronte.
Lo spazio che c’è fra me e lui potrebbe essere una frontiera.*
La frontiera è il territorio che sta tra l’uno e l’altro. Tra io e l’altro. Il luogo dove anch’io sono l’altro per l’altro.

 

(*)                    Riprendendo l’importante distinzione tra frontiera e confine fatta da Piero Zanini, La Cecla afferma che “il confine indicherebbe più un limite interno o esterno da non valicare, mentre invece la frontiera richiamerebbe l’idea che c’è un luogo, dove ‘si fanno fronte’ due diversità”.  Se questo è vero, “se le frontiere sono il ‘faccia a faccia’ tra due compagini, due culture, due paesi, allora è fondamentale che esse ‘abbiano luogo’ perché siano davvero filtro e palcoscenico della differenza”.
[F. La Cecla, Il malinteso. Antropologia dell’incontro, Laterza, seconda ed., 1998]

 

*

 

Ancora una volta bisognerà tornare a discorrere della difficoltà di interpretare ciò che dicono, esprimono e sentono gli altri – ma perché non persino di ciò che diciamo di sentire o pensare noi stessi? – a partire dal linguaggio, anche quello scritto, che non è materia che come la matematica dà sempre risultati indiscutibili, dove 2×2 fa sempre quattro.
Non a caso si dice che la matematica non è un’opinione, mentre è probabile che tutto il resto invece lo sia.
Di solito siamo consapevoli che se l’altro parla una lingua a noi straniera bisognerà tradurla, e nella traduzione andranno perse alcune sfumature che la lingua originale poteva avere. Inevitabile che con la  traduzione ci sarà anche un più o meno piccolo o grande tradimento.  Sappiamo, ad esempio,  che l’inglese ha due modi per dire ‘casa’, house e home, che in italiano traduciamo in entrambi i casi con la parola ‘casa’; e per quanto potremmo scegliere tra vari sinonimi, come abitazione o residenza,  e anche se possiamo comprendere il significato e descriverlo con svariate perifrasi, home resta intraducibile. 
Quando invece l’altro parla la nostra stessa lingua diamo  quasi sempre per scontato di poterci intendere perfettamente sui significati di ogni parola, ma non è così. Sarebbe troppo semplice. Ogni parola può avere in sé una stratificazione di significati ai quali non abbiamo acceso tutti allo stesso modo, per cui è difficile che i messaggi transitino dall’uno all’altro senza subire deformazioni di sorta, ancor più allorché cerchiamo di comunicare agli altri i nostri sentimenti, cosa sentiamo, proviamo.
Possiamo cercare di spiegare un ragionamento, ma un sentimento si può solo esprimere. Posso comunicare il mio sentimento lungo la via maestra del linguaggio, ma posso farlo davvero “conoscere”? Ciò che io sento, lo puoi davvero sentire tu? Tramite le parole può essere trasferita una sensazione, una percezione? Temo di no, ma se ne può parlare e descriverla girandoci attorno con circonlocuzioni e giri di parole.  E gira e gira, anche se riuscissimo a fare il giro della terra in 90 giorni,  forse potremmo vincere un premio, ma sarebbe arduo affermare di averla conosciuta, tutt’al più percorsa o visitata.
Inoltre non si può mancare  di osservare che  l’espressione dei nostri sentimenti non riesce ad essere  del tutto esente da teorie, come la spiegazione dei nostri ragionamenti di rado può essere epurata da ogni sentimento. Ma che soprattutto, nel transito dall’uno all’altro, sia spiegazioni che espressioni si possono colorare diversamente e lasciar  emergere il loro lato nascosto.
Per questo, anche quando ognuno di noi è convinto di aver espresso ciò che prova, sente o pensa nel modo più preciso possibile, è evidente che il ricevente potrebbe leggerlo e interpretarlo diversamente. Anzi, sicuramente lo farà. Perché il linguaggio non è quel medio col quale condividere ogni esperienza possibile.
L’interpretazione è infinitamente oscillante. Le nostre stesse  interpretazioni del mondo sono infinitamente oscillanti e mai date una volta per tutte. Il mondo también. Per questo mi sono rassegnata da tempo a non pretendere che la mia interpretazione coincida con quella di un altro, o che sia l’unica possibile, o la migliore.

Detto in altro modo, dubito abbia molto senso supporre non solo che l’altro (viceversa io per l’altro) abbia il mio stesso grado di informazione, ma anche che l’altro debba trarre dalle informazioni ricevute da me (o da un altro o un altro ancora) le stesse conclusioni.
Spesso molte incomprensioni intrattabili sono dovute alla convinzione saldamente radicata e di solito indiscussa che esista solo una realtà – il mondo come lo vedo io – e che ogni opinione diversa dalla mia dipenda dalla irrazionalità dell’altro. Ciò che per me/noi potrebbe risultare insensato, o non aver senso, può darsi che per l’altro un senso ce l’abbia eccome. Anzi, credo proprio che ce l’abbia in ogni caso, anche se io non lo capisco e anche se l’altro non riesce ad esprimerlo in modo che io riesca a capirlo. Persino se l’altro non riesce a capirlo lui stesso, o non ancora. Persino se il senso è apertamente un non-senso.   E persino quando, dopo averlo sommariamente compreso, potrei non condividere il senso che mi viene proposto.

 

Ma è lì, nel territorio di frontiera che “individui apparteneti a culture diverse partendo dalla messa in scena dei rispettivi stereotipi possono fare esperienza di traduzione, dando inizio ad un processo di con-fronto e reciproca trasformazione, che se da solo non risolve tutti i possibili conflitti tra le culture, è di sicuro l’unica strada per tentare di ridurli. […] Bisogna domandarsi – scrive La Cecla – se c’è un modo di fare le frontiere invece dei confini che faccia di questi un luogo e non un’assurda linea. […] La frontiera è la zona neutra, quel terrain-vague dove le identità, e le identità reciproche si possono attestare.”(*)

 

Di fronte alle inevitabili problematiche che possono emergere nella comunicazione, ho verificato che  ci sono buoni motivi per cercare di evitare di dare ospitalità almeno ad alcune pretese.
Ad esempio che ogni cosa che accade nel mondo, in ognuno di noi e nelle relazioni con gli altri, sia totalmente razionalizzabile o facilmente esprimibile e comunicabile.
E che ogni cosa debba aver a tutti i costi un senso e uno solo, ovvero il senso che possa andar bene a me, perché questo non avrebbe molto senso o sarebbe un senso per lo meno limitato. Di sensi ce ne sono molti, molti più di quelli che possiamo immaginare o riusciamo ad ammettere. Nel territorio di frontiera si potrebbe osservare come i sensi di marcia siano almeno due: quello che da me va all’altro, e quello che dall’altro viene a me. Nel territorio di frontiera nessuno è per sé solo, ma ognuno è anche per l’altro.
Ed infine non pretendere che l’altro smetta di essere altro, così come nessuno di noi desidererebbe smettere di essere se stesso, o altro per l’altro. Anche se è inevitabile, oltre che desiderabile, direi,  che attraverso interazioni  dinamiche sia l’uno che l’altro ne escano trasformati.  
Se riuscissimo ad evitare di avanzare queste e altre varie pretese, il passaggio della frontiera potrebbe essere quello “spazio in cui l’uno e l’altro si spiegano e si confrontano, scoprendosi diversi”, e dove potrebbero aver luogo incontri duraturi e fecondi.

 

“Il concetto di ospitalità linguistica e, potremmo dire, culturale in senso lato, sta ad indicare che lo straniero, l’ospite (lo xénos) mantiene la sua estraneità alla cultura che lo ospita, così come la cultura ospitante, attraverso il rapporto con lo straniero scopre se stessa “bisognosa di ospitalità”. A tal proposito Massimo Cacciari, sulla scorta di Benveniste, ha affermato che l’ospitalità non “dà origine ad alcun processo assimilativo: lo hostis, lo xénos, è sacro proprio nella sua identità ed individualità altra rispetto a quella dell’ospite. E l’ospite, a sua volta, è sempre anche hostis, è sempre anche nella condizione di divenire a sua volta straniero, viandante bisognoso d’ospitalità. Nello hospes vive anche lo hostis, e nello hostis lo hospes”. Insomma, l’ospitalità può condurre ad incontri fecondi, ma può anche capovolgersi in conflitto.”(*)

 

Se la realtà fosse una sola e semplice, avremmo risolto tutti i nostri problemi e saremmo sempre tutti d’accordo.  Purtroppo, ma si potrebbe dire a volte anche per fortuna – poiché una sola semplice realtà potrebbe alla lunga rivelarsi anche noiosa – la realtà non è una sola e semplice.
Dunque sapere che le cose stanno in questo modo, ossia che la realtà può, ed effettivamente viene descritta, sentita, letta, tradotta e interpretata in vari modi (più o meno tanti quanti sono gli esseri senzienti dotati di un linguaggio che anche apparentemente li accomuna), almeno questo dovrebbe metterci al riparo dal pretendere che di realtà ce ne sia una sola (anche se sulle cose molto semplici e basilari di solito non si hanno troppe difficoltà a convenire); ma anche dallo stupirci e animarci troppo se capita di non comprendersi allorché le nostre visioni del mondo si rivelano diverse. Perché non possono che essere diverse. Più o meno diverse, ovviamente. Può darsi che una lingua e una cultura più prossima tendano a diminuire le diversità, ma sappiamo dall’esperienza che niente e nessuno ce lo possono garantire.

 

“Per capire se stesso l’uomo ha bisogno di essere capito dall’altro. Per essere capito dall’altro, ha bisogno di capire l’altro”. (Thomas Hora)

 

Riuscire a capirsi è una bella cosa, ma non so perché ad esempio io mi stupisco quando qualcuno dice “ci siamo spiegati” o “ci siamo capiti”.
– Così presto? – mi chiedo – Era così facile?
Chiaramente è un modo di dire e lo usiamo tutti, ma mi chiedo se sia davvero possibile “spiegarci”, o capirci e fino a che punto. Di ogni altro, compreso quello che ogni altro dice di pensare, possiamo farci un’idea, che però non potrà essere né definitiva né ultimativa. Sarebbe come se io pretendessi di cogliere (ad esempio) un quadro nella sua interezza quando ne scorgo soltanto alcuni particolari, alcune pennellate di colore, che sicuramente possono suggerirmi qualcosa, ma non l’intero.
Per questo non ho la pretesa di aver già capito o conosciuto nessuno. Ma non solo, perché supporre di conoscere definitivamente l’altro, vorrebbe dire non lasciare all’altro lo spazio per essere, per divenire e trasformarsi. Significa lederlo della sua libertà di essere altro e altro ancora. Soprattutto altro da ciò che io credo che egli sia.
Inoltre, siccome non sempre è facilissimo persino capire noi stessi fino in fondo, figuriamoci se possiamo pretendere di aver “capito” definitivamente qualcun altro. Ma lo facciamo sempre, anche se ad esempio dell’altro conosciamo solo un decimo o un centesimo, o un infinitesimo. Quello che non sappiamo dell’altro semplicemente ce lo mettiamo noi, a volte in modo del tutto arbitrario. Così che molto più spesso di quanto non si creda, non vediamo, percepiamo e comprendiamo l’altro ma soltanto alcuni particolari di noi stessi, o semplicemente ciò che noi sentiamo in relazione all’altro. Ogni  esperienza dell’alterità non può che portarci a comprendere di non poterci impossessare dello sguardo altrui,  e nello stesso tempo di averne bisogno  per poter definire il proprio. 
Infatti, è proprio nel tentativo  di comprendere l’altro che si ha la possibilità  di conoscere, definire e ri-definire se stessi. Ogni relazione può rivelarsi quel ponte che può condurre sia a  se  stessi che all’altro, proprio attraverso il ponte lanciato tra noi. Tra io e l’altro.
Ognuno di noi esiste come io solo nella differenza con l’altro. Oppure nella differenza dall‘altro. Il ponte tra l’uno e l’altro si può percorrere nei due sensi, sia per avvicinarsi che per allontanarsi. Per andare al di là o per tornare indietro, sui propri passi.
Ma se ci si facciamo caso,  se sulla frontiera anch’io sono altro, in fondo entrambi possiamo essere liberi di essere entrambi altro. Al di là degli stereotipi, di ciò che crediamo di essere e di pensare sia di noi stessi che dell’altro.
Né questo né quello, ma altro.
La libertà di essere altro. La libertà di essere ognuno altro per l’altro.
Non assolutamente altro, ma altro per sé e per l’altro.  

 

*

 

Nota: quasi sicuramente dev’essere un altro che in certi giorni freddi di febbraio si aggroviglia in questo tipo di ‘elucubrazioni cognitive’ apparentemente insensate. Perciò, nel caso non sia di vostro gradimento, prendetevela con un altro, non con me. 😀

A dire il vero, se volete credermi, questo post è un collage di vari elementi: alcuni commenti che sono diventati troppo lunghi per essere proposti, il bel disegno di Elio Copetti che mi ha fatto pensare proprio al faccia a faccia fra l’uno e l’altro, e i brani in corsivo tratti da un articolo  che avevo scorso tempo fa sulla rivista on-line kainos, che sono andati  ad integrare quello che andavo pensando. Il tutto ovviamente a partire da problematiche di vita e  interessi concreti che cerco di comprendere.  Per finire,  un’ultima postilla (qui sotto) che ho trovato ieri sera in fb e che mi piace molto.

 

 

 K. Haring

“Voglio essere un cuore pensante.” [E. Hillesum]

 

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7 risposte a sulla frontiera

  1. md ha detto:

    post magnifico, rozmilla!

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  2. Francesco ha detto:

    Condivido praticamente tutto. L’unica cosa che mi sento di aggiungere, e che mi pare indispensabile perché possa esserci comunicazione tra le parti (con tanto di comprensione ed eventuale trasformazione al seguito), è che perché i due si possano capire, devono volersi capire. Altrimenti il gioco non può assolutamente essere avviato e tantomeno concluso. Tenendo sempre a mente, ovviamente, che sempre di conclusione provvisoria si tratta..

    A questo punto.. anzi, a quest’ora.. non mi rimane che augurarti buon pranzo..
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      grazie Francesco …. (anche se a quest’ora ormai si è fatta quasi notte :-))

      Il volere, tu dici. Ed è vero, volere è potere.
      Ma, se qualcuno non ce l’ha quel potere?

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      • Francesco ha detto:

        Sottile, come sempre..
        Se qualcuno non ce l’ha, tutto rimane com’è, almeno finché non giungerà qualcosa che inevitabilmente interverrà per rimuovere lo stallo. Perché nella vita, lo si sa, nulla rimane a lungo uguale a se stesso.
        Poi che dirti..
        L’argomento mi pare sia stato sufficientemente sviscerato, quindi, perchè aggiungere altro?

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  3. Carlo ha detto:

    « Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera. » di Salvatore Quasimodo

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    • rozmilla ha detto:

      Alle cinque della sera
      Quando il chiarore si attenua
      E il giardino si immerge nell’ultima dorata luce del giorno
      Sento il gruppetto di bambini
      Che va a caccia di lucciole.
      Correndo sul prato
      Si disperdono tra gli alberi
      Gridano la loro eccitazione
      Poi in gruppo corrono vicino alla bimba più piccola
      Che esibisce la luminosa concavità delle mani giunte
      Tremando.
      Ti ricordi dell’ultima volta nella quale abbiamo creduto
      Di poter illuminare la notte?
      Il tempo ci ha svuotati di ogni brillio.
      Ma l’oscurità
      Continua ad essere popolata di lucciole.

      Gioconda Belli

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