la cosiddetta accumulazione originaria

 

 

 

All’età di 65 anni muore Karl Marx. È un giovedì e siamo nel 1883. Tre giorni dopo viene sepolto a Londra nel cimitero di Highgate, in quella parte destinata agli indigenti e a fianco della tomba della moglie Jenny von Westphalen, morta 14 mesi prima.
Friedrich Engels con queste parole apre e chiude il discorso di commiato:

«Il 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra. L’avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l’abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre. Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d’Europa e d’America, nonché per la scienza storica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.
Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un’epoca in ogni momento determinato costituiscono la base dalla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte e anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.
Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell’oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti […] Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria […] Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. […] Il suo nome vivrà nei secoli e così la sua opera». **

 

 

Karl Marx

 

« La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi ».
[K. Marx, F Engels, Manifesto del Partito Comunista.]

 

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(Ieri, trascorsi  130 anni dalla morte Karl Marx. Oggi, non solo per non dimenticare, ma per ricominciare a rileggere Marx,  propongo in lettura alcuni brani tratti dal Il Capitale – libro I, cap. 24, La cosiddetta accumulazione originaria – Newton Compton Editori, 1976.)

§

 

 

1. Il segreto dell’accumulazione originaria

       Abbiamo visto come il denaro si converta in capitale, come dal capitale si tragga plusvalore, e come dal plusvalore si faccia più capitale. Ma l’accumulazione del capitale presuppone il plusvalore, il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa presuppone l’esistenza di masse di capitale e di forza lavorativa abbastanza grandi nelle mani di produttori di merci. Tutto questo movimento pare quindi percorra un circolo vizioso dal quale non si potrebbe uscire se non supponendo un’accumulazione «originaria» («previous accumulation» presso Adam Smith) che viene prima dell’accumulazione capitalistica, accumulazione che non è il risultato del modo di produzione capitalistica, bensì il suo punto di partenza.

       Quest’accumulazione originaria ha nell’economia politica una parte pressoché identica a quella del peccato originale nella teologia. […] C’era una volta, in un tempo lontanissimo, da un lato una ‘élite’ intelligente e soprattutto risparmiatrice e dall’altro c’erano dei disgraziati che nell’ozio dissipavano tutte le loro sostanze e anche di più. […] Così accadde che i primi accumularono ricchezze e che gli altri ebbero infine da vendere solo la propria pelle. E da questo peccato originale inizia la povertà della grande massa che, malgrado il loro lavoro, non ha mai altro da vendere che se stessa, e la ricchezza dei pochi, che cresce in continuazione, sebbene da un pezzo essi abbiano smesso di lavorare. Tali sciocche puerilità * vengono tutt’ora somministrate […]  Nella storia effettiva, come ben si sa, la conquista, la tirannia, l’assassinio, il degradamento rappresentano sempre la parte più importante. Nella pacifica economia politica s’è vissuto sempre in un clima idilliaco. In realtà i metodi dell’accumulazione originaria sono tutto fuorché idilliaci.

      Denaro e merce non sono capitale fin dall’inizio, come non lo sono i mezzi di produzione e di sussistenza. Bisogna che essi siano trasformati in capitale. Tuttavia tale trasformazione può verificarsi solo in determinate circostanze, che si riducono a questo: devono trovarsi di fronte ed entrare in contatto due sorte assai diverse di possessori di merce, da un lato proprietari di denaro e di mezzi di produzione e sussistenza, ai quali sta a cuore forza lavorativa altrui per valorizzare con essa la somma di valore che possiedono, dall’altro liberi lavoratori, venditori della propria forza lavorativa e perciò venditori di lavoro. Liberi lavoratori nel duplice senso che essi non fanno direttamente parte dei mezzi di produzione come gli schiavi, i servi della gleba, ecc., né sono proprietari dei mezzi di produzione, come i contadini coltivatori diretti ecc., anzi ne sono liberi e spogli. Con questa polarizzazione del mercato delle merci sono date le condizioni fondamentali per la produzione capitalistica. Il rapporto capitalistico presuppone la separazione tra i lavoratori e la proprietà delle condizione di attuazione del lavoro. Allorché la produzione capitalistica ha attecchito, essa non solo conserva quella separazione, ma la riproduce su scala via via più larga. […]  Perciò la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico della separazione del produttore dai mezzi di produzione. [cit., pagg. 947-949]

[…]

6. Genesi del capitalista industriale

      […] La scoperta dei giacimenti d’oro e d’argento in Inghilterra, la decimazione e l’assoggettamento della schiavitù della popolazione indigena, il seppellimento di quest’ultima nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una sorta di parco commerciale per il reperimento di pelli nere, tutti questi sono i tratti distintivi dell’alba dell’età capitalistica.
Questi processi idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Dietro di essi viene la guerra commerciale delle nazioni europee, che ha per teatro il mondo intero. […]

      I diversi momenti dell’accumulazione originaria si ripartiscono adesso, più o meno in ordine cronologico, soprattutto fra Spagna,Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Sul finire del secolo XVII essi vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e sistema protezionistico moderni. Si fa uso della violenza più brutale, come accadde p. es. nel sistema coloniale. Ma tutti si avvalgono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per accelerare ad arte il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per abbreviare i periodi di transizione. La violenza è la levatrice di ogni società antica, pregna di una nuova società. Essa stessa è una potenza economica.

      Un uomo famoso per il suo senso cristiano, W. Howitt, afferma sul sistema coloniale cristiano: «Le barbarie e le esecrabili atrocità perpetrate dalle razze che si dicono cristiane in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riuscite a sottomettere, non hanno l’eguale in nessun’altra età della storia del mondo, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e primitiva, violenta e impudente che sia.»

      […] Il parlamento inglese dichiarò che i cani feroci (1) e lo scotennamento erano «mezzi concessi loro da Dio e dalla natura ».   Il sistema coloniale diede enorme sviluppo al commercio e alla navigazione. Le « società Monopolia » (Lutero) (2) furono le potenti leve dell’accumulazione del capitale. La colonia garantiva alle manifatture che sorgevano il mercato di smercio di un’accumulazione che trovava incentivo nel monopolio del mercato. Il tesoro procurato fuori dall’Europa tramite il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madrepatria convertendosi in capitale. L’Olanda, che per prima ha dato completo sviluppo al sistema coloniale, già nel 1648 era all’apice del suo splendore commerciale. Aveva «nelle sue mani quasi tutto il commercio delle Indie Orientali e il traffico tra l’Europa sud-occidentale e l’Europa nord-orientale. I suoi affari di pesca, la sua flotta, le sue manifatture erano più avanti di quelli di ogni altro paese. I capitali della repubblica superavano forse in importanza tutti quelli di tutta la rimanente Europa». Gülice dimentica di aggiungere: le masse olandesi erano già nel 1648 più sfibrate dal lavoro, più immiserite e più atrocemente soggiogate di quelle di tutta la rimanente Europa.

       Al giorno d’oggi il predominio industriale comporta il predominio commerciale. Nel periodo della manifattura vera e propria, invece, fu il predominio commerciale che portò al predominio industriale. Donde il ruolo di primo piano che assunse a quei tempi il sistema coloniale. Esso divenne il « il dio straniero » che fu posto sull’altare vicino ai vecchi idoli dell’Europa e che un certo giorno, dando un colpo improvviso, li fece precipitare tutti insieme e proclamò che il plusvalore è il fine supremo ed esclusivo dell’umanità. (3)

      Il sistema del credito pubblico, ossia dei debiti dello Stato, le cui origini possono essere rintracciate sin nel Medioevo a Genova e a Venezia, s’estese nel periodo della manifattura in tutta l’Europa, e trovò nel sistema coloniale e col suo commercio pei mari e con le sue guerre commerciali, la propria serra calda. In questa maniera attecchì soprattutto in Olanda. Il debito pubblico, vale a dire l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano – imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che entri realmente nel possesso collettivo dei popoli moderni è – il loro debito pubblico. Donde, assolutamente consequenziaria, la moderna dottrina che un popolo diviene tanto più ricco quanto più s’empie di debiti. Il credito pubblico diviene il ‘credo’ (4) del capitale. È sorto l’indebitamento dello Stato, il peccato contro lo spirito santo, imperdonabile, cede il posto alla mancanza di fede verso il debito pubblico.

       Il debito pubblico si trasforma in una delle più possenti leve dell’accumulazione originaria. Come per magia, essa dona al denaro, improduttivo, la capacità di procreare, e così lo converte in capitale, senza che esso debba andare incontro alla fatica e al rischio che comportano necessariamente l’investimento industriale e quello usuraio. In effetti i creditori dello Stato non danno nulla, giacché la somma prestata viene convertita in obbligazioni che possono essere cedute senza difficoltà, e che nelle loro mani funzionano ancora come altrettanta moneta sonante. Tuttavia, pur non tenendo conto della classe di persone oziose, che vivono di rendita e che vengono generate in questa maniera, e della ricchezza improvvisata dei finanzieri, che fungono da mediatori fra governo e nazione – come pure non tenendo conto della ricchezza degli appaltatori di imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali ogni prestito dello Stato appare per buona parte come caduto dal cielo – il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio d’ogni genere di effetti negoziabili, l’aggiotaggio, insomma ha creato il gioco di Borsa e la moderna bancocrazia.

      Sin dal loro sorgere le grandi banche, mascherate da pompose denominazioni nazionali, sono state solo società di speculatori privati che appoggiavano i governi e tramite i privilegi loro concessi potevano anticipare ad essi del denaro. (5) Perciò l’accrescersi del debito pubblico trova una misura estremamente precisa nel progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo data dalla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò a prestare denaro al governo al tasso dell’8%; allo stesso tempo aveva avuto dal parlamento l’autorizzazione ad emettere moneta sotto forma di capitale, prestandolo nuovamente al pubblico sotto forma di banconote. Con queste essa poteva scontare gli effetti, fare anticipi su merci e acquistare metalli pregiati. Né passò molto tempo che una tale moneta di credito fabbricata da essa stessa si trasformasse nella moneta con cui la Banca effettuava prestiti allo Stato e liquidava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Essa non solo dava con una mano per ricevere di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo sborsato. Mano a mano che essa si trasformò per forza di cose nella riserva dei tesori metallici del paese, e nel centro attorno al quale gravitava tutto il credito commerciale. Mentre appunto si cessava di mandare al rogo le streghe, in Inghilterra si cominciò a mandare alla forca i falsificatori di banconote. Gli scritti del tempo, p. es. quelli di Bolingbroke, fanno vedere quali conseguenze ebbe sui contemporanei l’improvvisa nascita di quella schiatta di ancorati, finanzieri, ‘rentiers’ (6), intermediari, agenti di cambio e lupi di Borsa.
      

      Insieme ai debiti pubblici è sorto il sistema del credito internazionale che nasconde spesso una delle sorgenti dell’accumulazione originaria di questo o quel popolo. […] Molti capitali che oggi compaiono negli Stati Uniti senza l’atto di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.

      […] Dato che il debito pubblico è basato sulle entrate dello Stato, che ne deve pagare gli interessi annui, ecc., il moderno sistema delle imposte è divenuto l’indispensabile complemento del sistema dei perstiti nazionali. I prestiti danno ai governi la possibilità di sostenere spese eccezionali senza che i contribuenti ne risentano direttamente, sebbene comportano un successivo aumento delle tasse. Del resto lo stesso aumento delle tasse causato dall’ingrandirsi del debito pubblico spinge il governo a nuovi prestiti allorché si presentino nuove spese eccezionali. Il fiscalismo moderno, di cui le tasse sui mezzi di sussistenza di prima necessità (e perciò il loro rincaro) costituiscono il punto d’appoggio, racchiude quindi in sé il germe della progressione automatica. Per questo l’aumento delle tasse non è un incidente, ma il principio.
      […] Sistema coloniale, debito pubblico, esazioni fiscali, protezionismo, guerre commerciali, ecc., tutti questi rampolli del periodi manifatturiero propriamente detto crescono come giganti nell’età giovanile della grande industria. La nascita di quest’ultima viene celebrata con la grande strage erodiana degli innocenti.

      […]  Con lo sviluppo della produzione capitalistica durante il periodo della manifattura la pubblica opinione dell’Europa aveva smarrito le ultime tracce di pudore e di coscienza morale. Le Nazioni cominciarono a mostrarsi cinicamente orgogliose di ogni infamia che fosse un mezzo per l’accumulazione del capitale.

        […]  Nello stesso tempo che l’industria del cotone introduceva in Inghilterra la schiavitù dei bambini, negli Stati Uniti essa accelerava la trasformazione dell’economia schiavistica, prima più o meno patriarcale, in un sistema di sfruttamento commerciale. In definitiva alla dissimulata degli operai salariati in Europa occorreva il piedistallo della schiavitù ‘sans phrase’ nel nuovo mondo.
       Tantae molis erat (7) il partorire le « eterne leggi di natura » del modo di produzione capitalistico, il condurre a termine il processo di separazione dei lavoratori dalle condizioni di lavoro, il trasformare a un polo i mezzi di produzione e di sostentamento sociale in capitale e al polo opposto il trasformare le masse in operai salariati, in liberi « poveri industriosi », questo capolavoro d’arte della storia moderna.
Se il denaro, come afferma Augier, « viene al mondo con una naturale voglia di sangue sul volto », il capitale, dalla testa ai piedi, vi viene grondando sangue e sudiciume da tutti i pori. (8)  [cit., pagg. 999-1013]

 

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Note:

* Goethe, irritato da queste sciocchezze, le burla nelle seguente « catechizzazione»:
Maestro: Rifletti, bambino, fa dove vengono tutti questi doni?
Bambino: Ho tutto da papà.
Maestro: E lui, dove le prende lui?
Bambino: Da nonno.
Maestro: Ma no! E da chi li ha avuti nonno?
Bambino: Li ha presi.

**Per il testo completo del discorso di commiato di Engels, vedi link

1) di cui si faceva abitualmente uso per la caccia ai coloni.
2) Lutero definisce simili istituti « la società Monopolia».
3) grassetto mio.
4) in italiano nel testo.
5) un esempio clamoroso ci è offerto dall’indebitamento di Carlo V nei confronti della banca Fugger, che tramite l’esborso di colossali somme di denaro riuscirono a farlo eleggere imperatore (1519)
6) rentier è colui che vive di rendita.
7) Così difficile impresa era. È un’espressione virgiliana.
8) « Il capitale », dice un giornalista della Quaterly Review, « rifugge dal tumulto e dalla lite ed è timido per natura. Questo è senz‘altro vero, ma non è tutto. Il capitale non sopporta la mancanza di guadagno o un guadagno troppo piccolo, come la natura non sopporta il vuoto. Allorché il guadagno è abbastanza, il capitale si fa ardito. Se gli potete assicurare il dieci per cento lo potete investire ovunque, col 20 per cento diviene vivace, col 50 per cento si fa proprio temerario; per il 100 per cento calpesta ogni legge umana; quando poi gli offri il 300 per cento, non s‘arresta di fronte a nessun crimine,dovesse costargli pure la forca. Se il tumulto e le liti arrecano guadagni, egli fomenta sia l‘uno che le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi ». (P. J. Dunning, Trades’ Unions etc., p. 36)

 

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