una stanza tutta per sé

 

Virginia Woolf, portrait-watercolor by Marta Spendowska

 

Siamo alla fine degli anni ‘20 – nel 1929 per l’esattezza, a ridosso della grande depressione – e Virginia Woolf viene invitata a tenere due conferenze su “le donne e il romanzo”. Questo diventa lo spunto per avviare una lunga riflessione, che in seguito riverserà in un libro, un piccolo libro a metà strada fra il saggio e il romanzo, nella forma di un viaggio spazio-temporale nella storia della donna nei secoli; e leggendolo non è difficile capire perché l’opera fu presa negli anni ’70 come modello dal movimento femminista.

Un piccolo libro  che non arriva alle cento pagine, settanta al massimo se stampato in caratteri minuscoli; ma è densissimo, e infonde grande coraggio – a chiunque, non solo alle donne. È come una polla d’acqua limpida brulicante di pesci rossi. Si può scegliere se pescarli ad uno ad uno o tuffarsi dentro,  nuotarci in mezzo.
Sulle prime forse sarete un po’ restii, non ne dubito – è successo anche a me -come quando si tentenna prima di tuffarsi nel mare, in un fiume, in un lago di montagna, e si tasta l’acqua con un piede per valutarne la temperatura. Ma basta prendere un po’ di coraggio e ve lo restituirà centuplicato, con gli interessi.

Per invogliarvi, sentite un po’, appena dopo i primi preamboli, come inizia  – do già quasi per certo che ve ne innamorerete:

«Eccomi dunque (chiamatemi Mary Beton, Mary Seton, Mary Carmichael o come meglio credete – non ha importanza) seduta sulla riva di un fiume, una settimana o due fa, in un bel giorno di ottobre, assorta nei miei pensieri. Questo collare di cui ho parlato, le donne e il romanzo, il bisogno di giungere a qualche conclusione, su un argomento che suscita ogni sorta di pregiudizi e di passioni, mi piegava la testa fino a terra. […] Si sarebbe potuto rimanere lì a pensare per l’intero giorno. Il mio pensiero – per chiamarlo con un nome più altisonante di quanto meritasse – aveva gettato la lenza nella corrente. Ondeggiava, di minuto in minuto, qua e là, tra i riflessi e le erbe, lasciandosi sollevare e riaffondare nell’acqua, finché – conoscete quel piccolo strappo, quell’improvviso conglomerarsi di un’idea all’estremità della lenza; e poi la cauta manovra per raccoglierla, per estrarla? Ahimé, una volta sull’erba, come pareva piccolo e insignificante questo mio pensiero; quel tipo di pesce che il buon pescatore getta di nuovo in acqua perché possa crescere e meriti un giorno d’essere cotto e mangiato. […]
Ma benché fosse piccolo, possedeva tuttavia quella misteriosa qualità propria della sua specie: appena immerso nella mente, diventava subito molto eccitante e importante; e, mentre dardeggiava e affondava scintillante, sollevava un tale turbine tumultuoso di idee, che era impossibile starsene seduti. »

Ecco, lo sapevo;  ne siete già innamortai e già lo desiderate. Ora non potete fare a meno di leggerlo – subito, adesso – forse vi siete già alzat* e state per uscire, per andare in biblioteca o a cercarlo nella prima libreria sotto casa, o dietro l’angolo.

Se è così, poco male, potrete seguire Mary Seton, o Mary Beton o Mary Carmichael , mentre si “scontrava con un bidello, faceva colazione qua, pranzava là, disegnava scarabocchi nel British Museum, prendeva libri nello scaffale, guardava fuori dalla finestra”, e così via.
Intanto io continuo a parlarvene, riportare bocconi di frasi qua e là.  E quando tornate, se vi va, date un’occhiata a quello che sto seguitando a scrivere. Del resto anche l’occhiata è un pesce, per chi non lo sapesse, ve lo assicuro.

Dove eravamo rimasti? Sì, immagino che, durante le conferenze al Newnham e del Girton Cambridge, in quelle studentesse Virginia rivedesse se stessa e le proprie incertezze giovanili. Del resto, immedesimarsi negli altri per qualcuno può essere un atto istintivo, spontaneo, talora involontario, come l’onda è inseparabile dal mare – ciascuno di noi, unico ma inseparabile dal resto dell’umanità.  
Oh, “umanità”, umanità  è un termine fin troppo ampio;  ma appena  proviamo a ridurlo ai minimi termini, nei componenti minimi di questa umanità –  uomini e donne – allora bisognerà ammettere che spesso  alle donne non piacciono le donne. Non per Virginia, però, che aveva maturato una sensibilità femminista già negli anni ’10 e ’20, età classica delle suffragette a Londra, a causa dei contatti con donne di varia estrazione sociale impegnate nella battaglia del voto politico alle donne; e che proprio in occasione di queste  conferenze aveva intrapreso questo voyage-out, al termine del quale,  a dirla tutta fuor dai denti, forse aveva anche un po’ le tasche piene persino della parola “donne”; senza però scalfire la verità “che le donne spesso mi piacciono. Mi piace la loro mancanza di convenzioni. Mi piace la loro completezza.  Mi piace la loro anominità”.  Accadde  così che, a filo degli anni Trenta e col fascismo dilagante in Europa, era praticamente nata la Woolf scrittrice femminista, tanto da essere oggi giustamente considerata  la “madre spirituale” dell’odierno movimento delle donne colte.  

Ma torniamo un po’ indietro a leggere cosa annotò a caldo nel suo «Diario di una scrittrice»:

«grazie a Dio, la mia lunga fatica per la conferenza alle donne è finita in questo momento. Torno ora da Girton, dove sono andata a parlare sotto una pioggia torrenziale. Giovani affamate ma coraggiose; questa la mia impressione. Intelligenti, avide, povere, destinate a diventare nugoli di maestre. Ho detto loro pacatamente di bere vino e di procurarsi una stanza tutta per sé.»

Bere vino? E come mai? Ah già, ai tempi le donne bevevano l’acqua e gli uomini il vino. Anche se, ad essere schietta come una saetta, a rigor di logica non c’è alcun motivo di bere vino solo perché lo bevono gli uomini. Sarebbe come dire che siccome gli uomini vanno in guerra, per eguagliarli dovremmo fare la guerra anche noi. No, non c’è alcun buon motivo di fare tutto ciò che fanno gli uomini – vi pare? Ma certo, se vi piace il vino, bevetelo e à la santé! (ma non esagerate, neh)

Mentre, la stanza tutta per sè, quella è tutta un’altra faccenda. Una stanza che, prima di tutto e soprattutto, è un vero spazio fisico, forse con un bel divano o con una scrivania antica e piena di cassetti. Uno spazio che, per secoli, è stato appannaggio solo degli uomini, solo un sogno per le donne desiderose di avere uno spazio e un tempo da dedicare a se stesse, dove poter dimenticare le faccende domestiche, l’ago e il filo e, perché no, anche la famiglia. Ma è anche una stanza metaforica, uno spazio della mente possibile solo quando si conquista la propria libertà intellettuale, la quale, nuovamente, si ricollega a fattori materiali, all’indipendenza economica. Indipendenza economica, e quindi libertà intellettuale, che è mancata per secoli al genere femminile.
Una stanza tutta per sé è il luogo di cui si possiedono le chiavi, per poter entrare e uscire, andare e venire, dove la serratura alla porta significa la possibilità di “pensare per proprio conto”; dove la posta  per l’indipendenza e l’autonomia, posta a sua volta per l’indipendenza del pensiero.

«Finché scrivete quello che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo. Ma sacrificare un capello della testa della la vostra visione,  una sfumatura di colore, in ossequio a qualche Direttore scolastico, con una coppa d’argento in mano, o a qualche professore con il suo righello nella manica, è il tradimento più abbietto, e la perdita della fortuna e della castità, che a quanto si diceva era il più grande dei disastri umani, in confronto non è che un morso di pulce.»

Perché scrivere  è un atto di libertà e la libertà richiede coraggio, poiché né libertà né coraggio si possono avere senza indipendenza e autonomia – e non solo scrivere, ovviamente, ma per poter fare ogni cosa che si vuole fare. Difatti il coraggio è stato per millenni una virtù eroica e virile: c’era certamente un coraggio femminile, ma suo requisito fondamentale non era la libertà bensì la pazienza, una infinita capacità di sopportare e resistere.

«In un modo o nell’altro spero che avrete denaro sufficiente per viaggiare e oziare, per contemplare il futuro e il passato del mondo. Perchè non vi confino in nessun modo al romanzo»

Forse già lo sapete, o forse no …  sebbene Virginia provenisse di una famiglia dell’alta borghesia londinese, doveva la sua indipendenza economica all’eredità che nel 1919 aveva ricevuto da una zia, che le consentì una rendita di 500 sterline l’anno: evento che considerava  una delle migliori  fortune  della sua vita. Ricordo anche che (da qualche parte nel suo Diario) aveva annotato, in modo forse un po’ crudo ma molto onesto,  che “la mia vita sarebbe stata molto diversa, e non avrei potuto fare quello che ho fatto se mio padre non fosse morto“. Detto questo, spero non venga in mente a qualche anima candida la strampalata idea di svaligiare una banca,  assassinare un padre o strangolare una zia.

«È un fatto che mi lascia ancora senza fiato, il potere che ha la mia borsa di generare automaticamente biglietti da dieci scellini. La apro ed eccoli là. La società mi dà pollo e caffé, letto e alloggio, in quanto di una certa quantità di pezzi di carta lasciatami da una zia, per il solo fatto di condividere il suo nome»

E benché possa suonare snob detto da una delle “figlie degli uomini colti”,   l’importanza del denaro – ahinoi –  resta  un fatto indubitativamente sacrosanto per chiunque, donne e non solo donne – è chiaro.

«Mia zia Mary Beton, questo lo devo proprio raccontare, morì per una caduta da cavallo un giorno in cui, a Bombay, era uscita a fare una cavalcata all’aperto. La notizia dell’eredità mi raggiunse una sera più o meno alla stessa ora, in cui veniva approvata la legge che concedeva il voto alle donne. Delle due cose – il diritto di voto e il denaro – il denaro, devo ammetterlo, mi sembrò di gran lunga la più importante. »

Qualcuno potrebbe obbiettare che Virginia  ha forse esagerato l’importanza delle circostanze materiali, perché la mente potrebbe sollevarsi al di sopra di queste cose, e che i poeti sono stati spesso poveri. Orbene, non facciamoci illusioni …

«il poeta povero non ha in questi tempi,  né ha avuto negli ultimi duecento anni uno straccio di opportunità … Un ragazzo povero in Inghilterra ha poca più speranza di quanta ne avesse un figlio di uno schiavo ateniese di emanciparsi e di giungere a quella libertà intellettuale da cui nascono le grandi opere»

… e questo non lo dice Virginia, ma il professore di letteratura Sir Arthur Quiller-Couch, che sa bene cosa ci vuole a fare un poeta. Nessuno avrebbe potuto esprimere più chiaramente un concetto. Così è, continua Virginia,

«la libertà intellettuale dipende da cose materiali.  La poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono state sempre povere, non solo in questi ultimi duecento anni, ma dall’inizio dei tempi. Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale dei figli degli schiavi ateniesi. Perciò le donne non hanno avuto uno straccio di opportunità di scrivere poesia. Per questo ho insistito tanto sul denaro e su una stanza tutta per sé.»

Non c’è dubbio che questo discorso, e non solo ai giorni nostri e alle nostre latitudini, resti  valido per chiunque, e non soltanto per i poeti. Possiamo blaterare di democrazia, ma qualsiasi individuo, in qualsiasi parte del mondo, ha poca più speranza di emanciparsi di quanta ne possedeva uno schiavo ateniese, se fin dall’inizio non si dispongono dei mezzi per procurarsi una buona educazione, e se la società non mette a disposizione le risorse necessarie all’educazione dei giovani. Tutti i giovani, non solo gli uomini o le donne, entrambi. E se, terminata il periodo dedicato all’educazione, non si ha la possibilità di conquistarsi l’indipendenza economica; se diviene un’impresa difficile, quasi impossibile,  che sovrasta le proprie forze; e se  non viene favorita ma ostacolata sempre più, in un crescendo che oggigiorno si sta stabilizando in una sorta di “normalità”.

Forse è una coincidenza che  Una stanza tutta per sé venne scritto a ridosso della Grande depressione del ’29, e che dopo circa un secolo siamo di nuovo nel bel mezzo di una grande crisi economica?   

Ma, oltre a procurasi una indipendenza economica – le cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé, in modo da poter scrivere con la concentrazione necessaria – Virginia le esortò ad allontanarsi dalla stanza di soggiorno comune, la stanza-grembo nella quale le donne per secoli sono state rinchiuse.

«Le stanze sono così diverse; sono tranquille o tempestose; aperte sul mare, o al contrario, sul cortile di un carcere; c’è il bucato steso, oppure splendono di opali e sete: sono dure come il crine o soffici come piume … basta entrare in una stanza qualunque di una qualunque strada perché ci salti agli occhi quella forza estremamente complessa della femminilità. Come potrebbe essere altrimenti? Le donne sono state sedute in queste stanze per milioni di anni, cosicché ormai perfino le pareti sono pervase dalla loro forza creativa, che infatti soverchia talmente la capacità dei mattoni e della malta, che deve per forza attaccarsi alle penne, ai pennelli, agli affari e alla politica. Ma questa forza creativa è molto diversa dalla forza creativa degli uomini. »

 

Superfluo sottolineare come la forza creativa femminile si sia raramente adoperata per produrre letteratura poesia. E quando nonostante tutto è stato fatto, nessuna di quelle donne straordinarie si è mai avvicinata, nè per valore nè per fama, a William Shakespeare, perché la condizione di una donna era tale, allora, da impedire anche ad un talento straordinario, addirittura simile a quello di Shakespeare, di svilupparsi e avere successo. “Immaginiamo, giacché ci riesce così difficile conoscere la realtà, che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, diciamo.”  [1] Ma cosa ne è stato di lei? È molto probabile che Judith, e con lei molte “vite infinitamente oscure”,  stiano ancora aspettando di trovare il tempo e il modo di manifestare la grandezza della propria arte – quale che sia.

Dopo aver passato in rassegna le opere femminili  del passato, Virginia osserva anche come sia  “fatale per una donna mettere l’accento, anche minimo, sulle sue lagnanze“.   Per questo le incita a scrivere in quanto donne, orgogliose di esserlo, ma uscendo dal personale,  evitando di dare albergo a  sentimenti di odio e amore, rabbia e risentimento a causa della propria condizione femminile.  

«ogni desiderio di protestare, di predicare, di divulgare ingiuria, di ripagare un’offesa, di far testimone il mondo di quanta difficoltà o risentimento, il suo [di Shakespeare] fuoco li aveva già consumati. Perciò la poesia scorre da lui libera e senza ostacoli »

Dovevano scrivere, sì, da donne – “scrivere come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini” – non dimenticando però che la mente dell’artista è androgina, come aveva sostenuto Coleridge. Androgina come la mente di Shakespeare.

«Dobbiamo ritornare a Shakespeare, perchè Shakespeare era androgino; così come lo erano Keats, Sterne, Cowper, Lamb e Coleridge. Shelley forse era asessuato, Milton e Ben Jonson avevano un pizzico di troppo di mascolinità. E anche Wordsworth e Tolstoj.  Al tempo nostro Proust era totalmente androgino, fors’anche un po’ troppo donna. Ma questo difetto è troppo raro perché si possa lamentarsene, dato che, dove manca una mescolanza di questo genere, l’intelletto sembra predominare e le altre facoltà mentali  indurirsi e isterilirsi. »


Il segno del femminile doveva essere dunque invertito: da qualifica (letteraria) degradante diventava quello «specifico femminile» che soddisfatto di sé, distingue alla pari le creazioni della donna da quelle dell’uomo.
Lo «specifico femminile» deriva in primo luogo dalla constatazione che a causa della millenaria esclusione femminile, esiste una cultura delle donne letteralmente «estraniata» da quella maschile, «estranea» sia al potere patriarcale sia alla cultura della violenza, della dittatura, della guerra da lui generata; che tale estraneità vada dichiarata e diffusa; che esista, dunque, una cultura diversa e separata delle donne. In secondo luogo dall’idea che questa diversità debba essere dalle donna trasformata da negativa a positiva, da condanna in rivalsa, da subita ad agita. Le donne devono adottare “parole” loro e “metodi” loro. Idee,  queste, in cui si intrecciano  i principi fondamentali di pacifismo e femminismo.

Il tema woolfiano dell’androgino psichico e artistico – che verrà poi celebrato nell’Orlando – viene rappresentato nelle ultime pagine (lo splendido VI capitolo)  da una giovane coppia che si allontana nel taxi osservato dall’io narrante con un senso di felice completezza finalmente ritrovata al termine del lungo lavoro-viaggio analitico di distinzione e contrapposizione dei due sessi, e di rivendicazione delle specificità femminili.

«Il giorno dopo, la luce del mattino d’ottobre cadeva in raggi polverosi attraverso le finestre senza tende; saliva dalla strada il ronzio del traffico. Londra si ricaricava; la fabbrica era in moto; le macchine pulsavano. Era una tentazione, dopo tanto leggere, guardare dalla finestra e e vedere cosa stava facendo Londra quel mattino del 26 ottobre 1928. E cosa stava facendo Londra? […]
A questo punto, come a Londra capita spesso, sopravvenne una calma completa; il traffico cessò. Nulla scendeva per strada; non passava nessuno. Una foglia si staccò dal platano alla fine della strada, e cadde in mezzo a quella pausa, a quella sospensione. Era come un segnale che cadeva, un segnale che indicava nelle cose una forza inavvertita. Pareva segnalare una fiume che scorreva via invisibile lungo la strada, girava l’angolo e sollevava le persone in un turbine, così come a Oxbridge la corrente si era portato via lo studente sulla sua barca, e le foglie morte. Ora portava dal lato all’altro della strada, diagonalmente, una ragazza dagli stivaletti lucidi; e poi un giovane dal cappotto marrone; e anche un taxi; tutti e tre si incontravano in un punto proprio sotto la mia finestra; lì il taxi si fermò; si fermarono la ragazza e il giovane; entrarono nel taxi; e poi la macchina scivolò via, come trascinata altrove dalla corrente.
Ma la vista di quelle due persone che salivano sul taxi, e la soddisfazione che questo mi dava, mi conducevano a chiedermi se la mente abbia due sessi che corrispondono ai due sessi del corpo, e se anch’essi debbano unirsi per giungere alla completa soddisfazione e alla felicità. E dilettantescamente mi misi ad abbozzare uno schema dell’anima, secondo il quale in ognuno di noi dominano due forze, una maschile e una femminile, e nel cervello dell’uomo l’uomo predomina sulla donna, e nel cervello della donna la donna predomina sull’uomo. Lo stato più normale ed appagante si ha quando le due forze vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente. Nell’uomo la parte femminile del cervello deve comunque agire; e anche la donna deve avere rapporto con l’uomo che c’è in lei.
Forse Coleridge voleve dire questo, quando affermava che una grande mente è androgina. Forse voleva dire che la mente androgina è risonante e porosa; che trasmette l’emozione senza ostacoli; che è naturalmente creatrice, incandescente e indivisa. »

 

È il tema del felice «matrimonio dei contrari» nella mente cratrice dell’artista, che Virginia propone alle sue giovani ascoltatrici come meta, come presupposto e insieme frutto dell’«essere il relazione col mondo della realtà [in sé] e non solo col mondo degli uomini e delle donne».  
Un voyage-out, questo, il cui senso è quella di un’uscita illuminante dall’illusione, che è meglio reso nell’espressione francese « traversée des apparences»: una traversata o viaggio spazio-temporale alla ricerca della realtà che dà senso all’integrità della scrittura – ma non solo.

Al termine della finzione letteraria, Virginia esce dalla sua stanza e le esorta  a dare inizio ad una nuova fase della loro, seppur ancora lunga e faticosa, carriera, ad alzarsi in piedi per cercare il proprio posto nel mondo, guardando in faccia al fatto …

«… poiché si tratta di un fatto, che non c’è un solo braccio al quale appoggiarsi, ma che dobbiamo fare la nostra strada da sole e che dobbiamo essere in relazione con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà finalmente l’opportunità, e quella poetessa morta, che era la sorella di Shakespeare[2], ritornerà al corpo dal quale tante volte ormai ha dovuto spogliarsi. Attingendo la sua vita dalla vita di quelle sconosciute che l’hanno preceduta, come prima di lei fece suo fratello, nascerà la poetessa. [3]  E offrirle questa opportunità, a me sembra comincia a dipendere da voi … Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà o nell’oscurità, vale certamente la pena. »

 

§

 

note:

[1] «Ad ogni modo non potevo non pensare, mentre guardavo le opere di Shakespeare nello scaffale, che almeno in questo il vescovo aveva avuto ragione; sarebbe stato impossibile, completamente e interamente impossibile che una donna scrivesse nell’epoca di Shakespeare le opere di Shakespeare. Immaginiamo, giacché ci riesce così difficile conoscere la realtà, che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, diciamo.
Molto probabilmente Shakespeare studiò – poiché sua madre era ricca – alla “grammar school”; gli avranno insegnato il latino –Ovidio, Virgilio e Orazio – e qualche elemento di grammatica e di logica. Era, come si sa un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli , e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto avrebbe voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po’ più presto del solito.

Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra
Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l’ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava al sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina.
Intanto sua sorella, così dotata, supponiamo, rimaneva in casa. Ella non era meno avventurosa, immaginativa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, e non diciamo leggere Orazio e Virgilio. A volte prendeva un libro, magari un libro di suo fratello, e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i suoi genitori e le dicevano di rammendare le calze o di fare attenzione all’umido in cucina e di non perdere tempo tra libri e carte. Questi ammonimenti saranno stati netti, benché affettuosi, poiché si trattava di persone agiate , che sapevano come debbono vivere le donne, e amavano la loro figlia; anzi, è molto probabile che ella fosse la figlia diletta di suo padre. Forse riusciva a riempire di nascosto qualche pagina, su nell’attico; ma poi aveva cura di nasconderle o di bruciarle. A ogni modo, non appena arrivata alla pubertà, ella era stata promessa al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza protestò che il matrimonio era per lei una cosa abominevole; sicché suo padre la picchiò con violenza. Poi, cambiando tono, la pregò di non fargli questo danno, questa vergogna di rifiutare il matrimonio. Le avrebbe regalato una bella collana, oppure una bella gonna, diceva, con le lacrime agli occhi. Poteva forse disubbidirgli? Poteva forse spezzargli il cuore? Eppure la forza del suo talento la spinse al gesto inconsueto. Una sera d’estate Judith fece fagotto con le sue cose, scese dalla finestra e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano sulle siepi non erano più musicali di lei. Ella possedeva, come suo fratello, la più viva fantasia, il più vivo senso della musica delle parole. Come lui, si sentiva attratta dal teatro. Bussò alla porta degli attori;voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia. L’amministratore, – un uomo grasso, dalle labbra spesse – proruppe in una gran risata. Disse qualcosa sui cani ballerini e sulle donne che volevano recitare; nessuna donna, disse, poteva essere attrice. Egli accennò invece … ve lo potete immaginare. Nessuno le avrebbe insegnato a recitare. D’altronde non poteva mangiare nelle taverne, né girare per le strade a mezzanotte. Eppure il genio di Judith la spingeva verso la letteratura; ella desiderava cibarsi abbondantemente della vita degli uomini e delle donne studiare i loro costumi. Infine (poiché era molto giovane, e di viso assomigliava molto a Shakespeare, con gli stessi occhi grigi e la fronte curva) Nick Greene, l’attore-regista, ebbe pietà di lei; Judith si trovò incinta di questo signore, e pertanto – chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero e intrappolato nel corpo di una donna? – si uccise, una notte d’inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle.

Così più o meno, sarebbe andata la storia, immagino, se ai tempi di Shakespeare una donna avesse avuto il genio di Shakespeare.»  Brano estratto dal Cap. III

[2] Judith, la sorella immaginaria di Shakespeare, «che aveva un talento straordinario, era avventurosa, creativa e desiderosa di vedere il mondo tanto quanto il fratello, ma non fu mandata a scuola» e finì tristemente suicida, perché era rimasta incinta e tutte le sue aspirazioni erano state soffocate, è il simbolo di tutte le donne che la storia ha reso prigioniere del loro stesso silenzio.

[3]  «Lei morì giovane e non scrisse nemmeno una parola … Ora è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei è viva. Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne e ossa.»

 

 

 

 

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7 risposte a una stanza tutta per sé

  1. Milagros Riggs ha detto:

    Proprio così: siamo nel 1928 e Virgina Woolf si arrovella e si appassiona alla questione del ruolo infimo che da sempre è riservato alle donne, specialmente se si parla di donne artiste, scrittrici, senza rendersi conto (o forse sì, vista poi la fine che si è riservata), che lei stessa, sebbene goda di un vitalizio mensile (ereditato dalla zia) e di una stanza tutta per sé per scrivere e riflettere, è vittima di pregiudizi e limitata dalle regole del mondo creato e impostato da e per gli uomini.

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  2. Ho semplicemente aggiunto il tuo feed RSS Reader. Grazie!

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  3. Wilmer O. Rowe ha detto:

    Nel romanzo di Alicia Giménez, le pagine del diario di Nelly e quelle del diario di Virginia diventano tasselli di una narrazione affascinante, una trama tessuta con un lucido sguardo femminile di fine Novecento, capace di assumere come proprie “antenate” entrambe queste donne, e di rivelarcele in pieno sole ma anche nella luce sbieca che filtra sotto le porte chiuse. Per scrivere tranquille in una stanza tutta per sé, sembra dirci Alicia Giménez, bisogna chiudere fuori qualcuno, e spesso quel qualcuno è un’altra donna, che pure sa scrivere, e sa ascoltare. Facendo rispecchiare le parole di Virginia in quelle di Nelly e viceversa, Giménez ricostruisce un quadro intero sofferto, talora forse sgradevole, come sempre quando s’incrina un mito, ma di grande interesse, sia narrativo che psicologico e sociale.

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  4. domenico ha detto:

    Molto bello il blog… per aspetto nuovi post, da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabb, intanto mi sono iscritto ai feed RSS, continuo a seguirvi!

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    • rozmilla ha detto:

      grazie Domenico!
      non so per quale motivo, ma probabilmente il feed RSS non funziona: dopo questo post ne sono stati pubblicati altri 5.
      se sei sempre interessato, forse sarebbe più semplice se ti iscrivessi al Blog: basta cliccare su “iscriviti” (nel blogroll sulla destra) e riceveresti le notifiche di nuovi articoli via Email.
      a presto

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  5. ….sara’ perche sono troppo malizioso,ma secondo me questi altro che vivere alla giornata…sanno fin troppo bene come “ridiventare attraenti” verso i capitali che contano facendo poi da volano per l’economia….c’e’ dell’altro e forse non solo le solite creste da centinaia di milioni di dollari….ma bensi determinate velleita’ di tipo politico.Vado a ruota libera ….come spesso mi accade ,sperando di sbagliare clamorosamente.

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    • rozmilla ha detto:

      ehmm … forse forse volevi scrivere questo commento nel post “Usurati dal debito”?
      beh, sì, insomma, là era più idoneo al tema …
      ma va bene lo stesso: est le même!!! 🙂
      ciao Jackson S. Santiago.
      Hasta la vista 😉

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