all’ombra dell’ultimo sole

 

 

 bluff

 

“È un bel colpo dare un significato a una parola – disse Alice pensierosa.
“Quando faccio fare così tanto lavoro a una parola – disse Humpty Dumpty – poi le pago sempre lo straordinario”.
“Ma… un nome deve significare qualcosa?” chiese Alice dubbiosa.
“Quando io uso una parola – disse Humpty Dumpty sdegnoso – essa significa solo ciò che io voglio che significhi”.
“Il problema è – soggiunse Alice – se sia possibile far sì che le parole abbiano significati diversi”.
“Il problema è – concluse Humpty Dumpty – chi è che comanda”.(*)

 

È un problema così pesante che non riesco più  a digerire – letteralmente a digerire. 
Si è manifestato con le ultime elezioni e non passa. No, non passa. Ormai è appurato,  da un certo punto in poi s’è cominciato a somatizzare.
A meno che sia proprio così, che le cose non possono cambiare ma solo peggiorare.
Ci eravamo detti,  aspettiamo, vediamo cosa succede, prima di esprimere opinioni, giudizi.
Che poi, davvero, le opinioni non mancano di certo. A iosa. Anche se il peggio è vedere i cosiddetti giornalisti gongolare  opinioni politiche colte o arzigogolate. A che pro? Ah già, produce reddito.
Dunque, non ho da dire nulla di nuovo; sarà soltanto un ennesimo tentativo di cercare di dare forma alla confusione;  di tentare di contenere il caos delle parole che sfuggono, che è come cercare di trattenere l’acqua con le mani. Nulla, note sparse. Parole che perdono il loro significato a furia di passare di mano in mano; di bocca in bocca. Orecchie e cuore? mah …
Gli interessi comuni, assunzione di responsabilità, il “bene del paese”… e poi c’è la famosa frase “siamo tutti sulla stessa barca”. Però i lavoratori sono ai remi e i padroni al timone, dico io.

Non vorrei sentirmi così, ma ho un’amarezza senza limiti, amarezza e anche nervosismo per ciò che sta succedendo, per quei poveracci che si suicidano perché non ce la fanno più. Quanta pena, tanta rabbia. Vedo intorno a me fabbriche e officine che chiudono, ordini che non arrivano oppure in forte calo, problemi di liquidità e quindi difficoltà nei pagamenti. Il disastro si sta espandendo a macchia d’olio. Non è assolutamente vero che i ristoranti sono pieni, anche s’è vero che quelli di lusso non se la passano male. Ciò significa che si sta divaricando sempre più la forbice tra l’agio e la povertà, la quale sempre più sfocia in miseria e disperazione estrema. Non serve aver letto il libro di Joseph Stiglitz o di Zygmunt Bauman per capire che l’aumento delle differenze sociali e di reddito è un prodotto della crisi e delle politiche demenziali che ne sono seguite.

Intanto la politica continua a perdere tempo. Tutto un giro di valzer di settimane per passare a Enrico Letta, tanto per rimanere alle piccole miserie di questo paese. Ma chi dirige questa danza macabra non è un centro di potere all’interno del Paese: sono vent’anni che ci sentiamo dire “ce lo chiede l’Europa”, e vent’anni che perdiamo dignità e diritti.

Si sapeva già,  era stato detto chiaro, anzi scritto nero su bianco, ossia che Roma deve proseguire sulla linea dettata da Berlino e Francoforte, cioè sul “tipo di decisioni politiche credibili che sono la precondizione per ottenere l’accesso all’assistenza della Bce”.
Perciò la questione chiave era ed è garantire la continuità della linea europea. Per tale ragione il tentativo di Bersani, ancor prima di fallire per l’irriducibile insulsaggine di Grillo&C., è stato minato in ogni modo dall’interno del Pd e con l’appoggio attivo di Berlusconi e Monti. Far fuori Bersani e il suo programma di “cambiamento” – di “andare a dire in Europa quel che c’è da dire” – era a quel punto diventata una questione prioritaria.

È un fatto: che i vigenti trattati europei siano la cornice che definisce qualsiasi programma, dovrebbe essere ormai arcinoto.
Ergo: niente da fare, tentativo fallito – o riuscito, a seconda dei punti di vista.
L’esito:  Ecco a voi il nuovo che avanza:

 

Habemus, Elio Copetti

 

Ma è questo il prezzo che dobbiamo pagare per allinearci ai più avanzati paesi europei. Avevate dei dubbi? Ora non più.

 

Da una parte, il Potere ha mostrato il suo vero volto ed è osceno e schifoso e pure spaventoso. O forse no, solo tremulo e desolante. Eppur respira ancora e resiste. Resiste! – un’altra parola usata a sproposito, un altro esempio di come è possibile far sì che le parole abbiano significati diversi, come timidamente osserva Alice nel paese delle meraviglie.

Dall’altra, uno stuolo di bimbiminkia, animati dal fuoco nascosto sotto le ceneri –  la moltitudine dei figli della Gabanelli, che non a caso l’avrebbero eletta presidente. Mamma Gabanelli e papà Grillo. Ma no, nessuna paura, era solo un’ectoplasma, una favola abortita che s’è aggirata in Eurolandia per un po’.

Da una parte, se si voleva cambiare lo status quo,  bastava lasciare tutto come prima. Dall’altra,  la linea di demarcazione con il passato è già tracciata, non c’è più ritorno. La sinistra italiana, dalla fine della storia comunista nei paesi del socialismo di stato, è stata dilaniata da una mancanza che l’ha fagocitata: quella di un fuoco di consistenza ontologica in grado di costituirne l’identità. Sparito il socialismo di stato, sorto il senso di colpa per la morte del padre, è venuta meno la ragion d’essere della sinistra: la difesa dell’eguaglianza sociale. 

La sinistra, dissolta in rivoli, rigagnoli e correnti, non esiste più da decenni;  e come la destra è solo un grumo di squallidi interessi. Entrambe sono chiamate a gestire il fallimento di un sistema determinato da meccanismi economici esogeni. Ciò che tiene ancora in vita questi partiti che fingono di essere sulla linea dello scontro,  è dunque la paura di perdere ciò che resta del loro potere.

“Larghe intese per una sinistra moderna”, questo lo slogan che ha contraddistinto la storia recente degli eredi del PCI, questa la via maestra per la definitiva dismissione politica di un partito che «non serve più a niente» se non a garantire il godimento sparso delle sue componenti.

Per quanto riguarda i movimenti, essi, senza una coscienza di classe, una teoria e un’organizzazione politica di lotta, sono come onde impetuose in mare, in balia dei venti. Tramontana, per lo più.

 

§

 

C’è stato un momento in cui ho avuto la scemenza di credere che la nostra italietta stava perdendo un’occasione per l’ingenuità politica di Grillo.  È stato solo un guizzo, un fuoco fatuo. Mentre  in molti della cosiddetta sinistra radicale ci hanno puntato sopra molto di più. Ma no, siamo in Italia. Era inutile e stupido sperare.

Grillo, aveva colto – il trapassato prossimo è d’obbligo – aveva colto il cambio d’epoca, l’urgenza del cambiamento, il bisogno d’un linguaggio nuovo, di nuovi comportamenti e stili di vita. Ma li ha colti dal punto di vista di Casaleggio e di quello stesso genere di derive, il bric-à-brac dei decrescisti, intrecciato all’incubo del nuovo mondo di Gaia.
E se anche  Grillo in fondo – molto in fondo, neh –  fosse una brava persona armata di buone intenzioni,  con le sue azioni grull’ottuse ha lastricato in breve la strada più rapida per l’inferno.   È così. La sua critica sfonda pure porte aperte e va bene nei comizi,  ma resta tuttavia superficiale perché non scava a fondo sulle cause dei fenomeni, del resto incomunicabili a masse sottomesse a un pensiero deficiente. Perciò la sua proposta è conseguente. Vuole fare la rivoluzione con idee bislacche, dal e nel parlamento, senza un’organizzazione vera, privo di un gruppo dirigente strutturato e ben consapevole.

Ormai,  sulla puntualità delle sciocchezze di Grillo anche gli svizzeri regolano l’orologio. Un mix di paraocchi, ronzii nelle orecchie, sirene di Ulisse, supercazzole alla Tognazzi e bau bau. È la commedia italiana infinita.

Ma no, nessuna illusione. La sua non era – non è né sarà – strategia e nemmeno tattica. È il non aver capito quello che avrebbe potuto fare o non fare con il 25 per cento dei voti nella palude romana e italiana. A uno come Grillo un’occasione del genere forse non capiterà più. Nelle scorse settimane si è giocato tutte le fiches rimaste e il  bluff ormai è scoperto. Ma la vita, come la politica, non è una partita a poker, anche se a volte le assomigliano.

Dunque è lampante che il movimento vale e raccoglie la protesta, ma non va oltre, non così com’è. Se non che, è stato invece utilissimo a indirizzare la protesta su un binario morto. Acme di goduria  per i soliti noti. Anche sul piano dell’iniziativa parlamentare si è rivelato un fallimento completo.

Un esempio. Buona cosa quella della mozione predisposta dai parlamentari di M5S e di Sel per il ritiro accelerato delle truppe italiane dall’Afghanistan, laddove continuano i crimini infami della Nato (11 bambini, tra gli uno e i dodici anni, uccisi nella provincia orientale del Kunar, sul confine pakistano). Tuttavia, una mozione è aria fritta se da essa non scaturisce un provvedimento governativo. Qui non si tratta di essere grillisti o anti-grillisti, ma di capire cos’è la politica in ambito parlamentare. Se ai punti bersaniani si fosse aggiunto, tra gli ulteriori, anche quello per il ritiro immediato delle truppe italiane di occupazione dall’Afghanistan, oltre alla mozione di principio si sarebbe potuto ottenere un risultato concreto. Purtroppo Grillo e Casaleggio non hanno figli in Afghanistan, né in divisa e tantomeno senza, così come non sono essi stessi degli esodati o dei lavoratori cassaintegrati o in “mobilità”.

E tuttavia questi discorsi non valgono più nulla, acqua passata.

Ma sì, forse metteranno assieme un governo ombra – anzi due. All’ombra dell’ultimo sole.

 

 §

Ulteriore nota triste (tra parentesi)

(Parlare di democrazia in presenza di questo stato di cose significa non comprendere i meccanismi attraverso i quali l’economia e la finanza comandano il mondo. Pensare che sia la politica a determinare le scelte decisive è pura velleità. Un esempio: alcuni gruppi di trading, una dozzina dei più grandi gruppi, sono dotati di magazzini, flotte e stabilimenti sparsi per il mondo: Glencore controlla il 55% dello zinco e il 36% del rame mondiale; nel 2010, Vitol e Trafigura – due trading house con sede in Svizzera – hanno venduto mediamente 8 milioni di barili di petrolio al giorno, più delle esportazioni dell’Arabia Saudita; le cosiddette ABCD – ovvero le americane Adm, Bunge, Cargill e la francese Dreyfus – tengono in pugno le commodity alimentari: controllano fra il 75 e il 90% dei cereali mondiali.

Ecco chi decide il prezzo dei cereali con i quali si sfama il pianeta, il prezzo del petrolio con cui batte il cuore del mondo. 787 grandi corporation controllano l’80 per cento delle più importanti imprese del mondo e un gruppo ancora più ristretto composto da 147 gruppi controlla il 40 per cento delle più importanti multinazionali del pianeta. Alcune decine di banche e di hedge fund fanno il bello e il cattivo tempo sui mercati finanziari, compresi quelli in tempo reale nelle dark pools che nessun governo riuscirà mai a controllare. Nelle sedi importanti in cui si prendono decisioni vincolanti per miliardi di persone, la parola democrazia non viene mai pronunciata perché essa non ha semplicemente senso.)

§

 

Insomma ragazzi, abbiamo scherzato, è stato tutto e solo  un bluff.
Siamo in Italia. Era inutile e stupido sperare.
Il popolo si attacchi ai gratta e vinci.

 

§

Ultima nota (e poi il silenzio)

 

« -Si deve dire che uso una parola di cui non conosco il significato, e che quindi parlo insensatamente?
– Di’ quello che vuoi, basta che ciò non t’impedisca di vedere come stanno le cose. (E quando l’avrai visto, ci saranno alcune cose che non dirai più.) »
[Ludwig Josef Johann Wittgenstein,  Richerche filosofiche]

 

§

 

 (*) [Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewiss Carrol]

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8 risposte a all’ombra dell’ultimo sole

  1. Pensierodud ha detto:

    Ciao Roz, ecco che mi riaffaccio dopo un po’. Non ho commenti da fare sulla politica ma 2 cose volevo fare. La prima -più importante- è salutarti e chiederti come stai. La seconda è constatare un po’ tristemente come alla fine certi “motori” del mondo siano sempre gli stessi da sempre. Ora possiamo vedere cosa c’è su Marte ma per il resto, a livello umano, non siamo andati molto avanti. Quello che hai scritto in un tuo post circa il debito è ancora tranquillamente in “vigore” in Asia. In Nepal, nei malcelati bordelli per camionisti ai lati delle strade principali, non si contano le ragazzine vendute per ripagare debiti non ripagabili. Sguardi tristi di esseri perduti, destinati alla sifilide o all’Aids entro i 18 anni. Pino Arlacchi anni fa scriveva che nel mondo il numero degli schiavi è cresciuto in modo esponenziale dal 700 ad oggi. I sistemi politici non sono riusciti a risolvere questi problemi perché -dirlo non è demagogico, credo- erano troppo occupati nel tentativo di garantire la propria sopravvivenza. Si è così perversamente ribaltato il rapporto: non era più la politica al servizio dei cittadini, ma questi al servizio della politica. Un bacio. Dud

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    • rozmilla ha detto:

      Carissimo Dud, avevo un po’ di arretrato nel rispondere ai commenti. Spero che anche tu stia bene e ti ringrazio. Che sì, in effetti ho avuto qualche problemino di salute, non grave ma c’è voluto un po’ di tempo. Dieta rigorosamente in bianco per due mesi, da quando ho avuto una intolleranza causata da medicinali che mi erano stati prescritti per superare l’influenza. Ma ieri finalmente sono riuscita anche a mangiare un pezzetto di cioccolato senza riempirmi di bolle, quindi forse è passata. Però anche la situazione generale deludente ha contribuito ad intristirmi, e non solo me, lo so bene. Qualche giorno fa, dal libro che sto leggendo, ho scoperto che questa cosa ha un nome: affaticamento da compassione, viene chiamato. Certo, non è lo stesso problema, questo, di quello di coloro che l’oppressione la subiscono in prima persona in modo drammatico e tragico sulla loro pelle. Anche se in vari gradi, più o meno gravi, sembra che siamo tutti schiavi del “profitto”, che fa girare il mercato; e coloro che non possiedono niente, il proprio corpo è l’unica cosa che hanno da vendere, e in molti paesi il corpo dei propri familiari, donne e bambini, soprattutto. È una pratica ancora molto diffusa, purtroppo. Lo scorso autunno avevo fatto qualche ricerca in occasione del giorno delle bambine; e sono rimasta sconvolta per video come quello che riporto sotto (ma non so se si vede).
      Comunque anche qui bisogna ricominciare a darsi da fare, in un modo o l’altro. Non stancarsi di ricostruire e diffondere una nuova la cultura, è l’unica possibilità che abbiamo perché qualcosa possa cambiare.
      Ti abbraccio forte.

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  2. RobySan ha detto:

    Pare che la politica sia morta. Ho l’incubo di un mondo in cui lo Stato – comunque lo si voglia intendere – non esisterà più. E non nel senso sognato dai vecchi anarchici. La fusione di tutte le nazioni sotto un impero finanziario. Dominio sotterraneo e sempre in qualche modo mascherato da finti Stati, finto-governati da finti statisti. E tutto questo senza che ci sia bisogno di un “complotto” eterodiretto da Bilderberg o dalla Trilaterale o quel che si vuole. Il Nuovo Ordine Mondiale appare una necessità fisiologica e naturale, così come fisiologico e naturale è fare una gran pisciata dopo una gran bevuta: uno magari desidera solo la gran bevuta, ma poi la gran pisciata è inevitabile. La forza delle grandi corporation è enorme, immanente. Chi o cosa ne conterrà la pisciata?

    Scusa se ho aggiunto un po’ del mio malumore al tuo.

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    • rozmilla ha detto:

      Ah, non chiederlo a me. È inutile preoccuparsi se non non si può far nulla. Idem se si può.
      Il politico fa il suo spettacolino d’intrattenimento per farci stare buoni e bravi a berci tutta la pinta; mai stata complottista ma sappiamo bene che non tutto è come sembra. Le multinazionali sono ciniche, si sa, e quindi pisceranno su tutto l’esistente. Se almeno fossero machiavelliche, ci sarebbe da sperare in un guizzo d’intelligenza e limiterebbero i danni per sopravvivere anche loro. Il problema è che per definizione le multinazionali non hanno una testa, ma multiple, come l’idra e non vengono mai a capo di nulla.
      L’idra: ecco quest’immagine rende l’idea: servirebbe un domatore multiplo per sottomettere la bestia.
      Direi che le possibilità che potremmo avere sono almeno due (le prime che mi vengono in mente a bruciapelo)
      a) far qualcosa per impedire che le multinazionali sbevazzino a dismisura, magari vinacci pessimi che danno alla testa (teste);
      b) proteggersi almeno con l’ombrello quando pisciano e indirizzare le pisciate verso i canaletti di scolo e le fogne.
      E comunque non la metterei giù così dura.
      Ci sono sempre spazi di autonomia, comunità provvisorie e poesia.
      Al momento, non sono troppo di malumore: cerco di occuparmi di politica a giorni alterni. Quindi non posso nemmeno dirti “mal comune mezzo gaudio” – che se anche così fosse ho il sospetto che non sia vero.
      Ma se vuoi tornare anche quando sei più contento (e in ogni caso) sei benvenuto, RobySan

      intanto, grazie per la visita

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  3. RobySan ha detto:

    Be’, oggi non sono così di malumore: questa mattina alle 7:30, mentre andavo (cioè: venivo) al lavoro, ho visto due cicogne in un prato. Si sa che la cicogna è un uccello beneaugurante.

    Grazie del benvenuto.

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    • rozmilla ha detto:

      grazie a te, RobySan per la bella immagine che hai portato. Mi par di vederle, le due cicogne, anche se non ricordo di averle mai viste dal vivo.
      Devi vivere in un bel posto 🙂 Bello!

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      • RobySan ha detto:

        C’è un’oasi-parco ornitologico a Racconigi. Lì stazionano intere famiglie di cicogne e altri volatili. Quando a Maggio si fa il primo fieno, le cicogne di transito dall’Africa (e dirette a quel parco, che è diventato la loro casa italiana) si fermano per un paio di giorni nei prati appena tosati, anche se sono a una cinquantina di chilometri dall’oasi, perché è facile trovare da mangiare. E’ normale a fine Maggio vedere le cicogne in giro per qui, tra il Canavese e le Valli di Lanzo e Susa. Sono dei begli uccellacci, si muovono sempre in coppia e flirtano sbatacchiando il loro becco in un caratteristico cla-clac cla-clac; indice di desideri amorosi (i desideri amorosi di fine Maggio sono i migliori!). La stessa coppia di cicogne sceglie un prato e lo frequenta per due o tre anni, poi cambia. Io ne ho avuta una coppia appunto per tre anni nel prato avanti casa (sto in campagna, quasi fuori del comune, oltre la ferrovia), sempre nello stesso periodo: il primo taglio del fieno (il maggengo).

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        • rozmilla ha detto:

          Ciao, RobySan.
          Mi ero accorta del taglio del fieno la scorsa domenica in una gita al Brinzio. Nei campi più grandi, grossi cilindri compressi meccanicamente erano in attesa di essere rimossi, non so come. Mentre in un piccolo campo c’erano degli uomini che caricavano su un motocarro dei mattoncini di fieno a misura un po’ più umana. L’odore del fieno mi riporta all’infanzia; mio nonno era un contadino fittavolo. Ricordo ancora bene quando tagliava il fieno con la ranza dopo aver accuratamente affilato la lama battendola col martello. Il taglio, il movimento secco e morbido delle braccia in sintonia con la spina dorsale e il bacino, i piedi che si spostano a ritmo di danza. Ogni tanto faceva una pausa, si toglieva il cappello e s’asciugava il sudore dalla fronte; seduta all’ombra di un albero non mi stancavo di starlo a guardare. Di tanto in tanto mi lanciava un’occhiata per vedere se ero sempre lì e i nostri sguardi s’incontravano; forse un sorriso, e riprendeva il suo lavoro.
          Più avanti, sono arrivate quelle macchine mostruose – non so come si chiamano: trebbiatrici, forse. Facevano risparmiare un sacco di lavoro, ma non ci siamo resi conto subito cosa stavamo perdendo.
          Qualche anno fa ho provato ad usare la ranza, ma non è facile, bisogna imparare l’arte da piccoli.
          Ho un po’ divagato: è stato l’odore del fieno a risvegliarmi questi ricordi infantili, lieti.
          A presto RobySan

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