prove di democrazia

 infinito - 2

      «Se la guerra è la soluzione violenta di un conflitto,                 
         la pace non è dunque l’assenza del conflitto,                 
         ma piuttosto la capacità di risolvere                  
         il conflitto senza violenza.»                 
[C.T.Butler]

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È  stata una coincidenza:  avevo intenzione di leggere Debito: i primi 5000 anni, di David_Graeber, ma  siccome non era  disponibile mi sono portata a casa Rivoluzione: istruzioni per l’uso – dello stesso autore, ovviamente.

Non è stata una lettura facile, per me, immergermi nella descrizione di  un universo morale e sociale così lontano e che non conoscevo affatto. Questo libro, scrive David nell’introduzione, nasce da decenni di attivismo. Decenni di idee, tecniche e tattiche affinate al’interno del movimento no global, che per diversi anni ha portato con sé la speranza di poter trasformare completamente il modo in cui si faceva politica. […] Questo libro nasce dall’entusiasmo […] Nessuno sapeva bene se stavamo andando verso una rivoluzione sociale, ma molti erano disposti quantomeno a valutare questa possibilità. […] Eravamo ingenui? Col senno di poi sembrerebbe di sì, almeno fino all’avvento di Occupy_Wall_Street. Certamente non ci siamo mai neppure avvicinati ad una trasformazione rivoluzionaria della società.  È dubbio che si sia trattato anche solo del genere di movimento sociale di massa visto negli anni Sessanta: e tantomeno di una trasformazione sociale vista negli anni Settanta. Il nostro sogno del «contaminazionismo» – l’idea che, siccome la democtrazia è contagiosa, chiunque la sperimenti non vorrà più tornare indietro – non si è mai realizzato.

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Affrontare le dimensioni oceaniche di questo libro di quasi 500 pagine, è un viaggio che implica inizialmente individuare i punti di contatto, il terreno comune, qualcosa che da “lontano” lo renda “vicino”, utilizzabile, praticabile, che abbia delle risonanze «qui e ora».
E «qui e ora», soprattutto a seguito delle ultime votazioni politiche, era appena emersa una bruciante sensazione che qualsiasi mia opinione, pensiero, idea, risultasse del tutto vana, inutile, non importante, inifluente in ogni aspetto della vita personale e sociale, e non avesse alcuna possibilità di cambiare o trasformare alcunché. Tanto vale tacere; evitare il chiacchiericcio diffuso che si avvita su se stesso – in particolare per coloro che si trovano in fondo alle gerarchie, e che di fatto non hanno alcun potere.

Siamo  cresciuti in una cultura che considera la democrazia di stile occidentale un valore supremo, dove il principio di “una testa, un voto” è il solo potere di cui ciascuno ha bisogno. Tuttavia in quelle stesse nazioni che gridano forte le virtù della democrazia occidentale, la democrazia sembra ridursi al compito di eleggere un esecutivo che prenda tutte le decisioni, e a rinominarne uno successivo ogni qualvolta il precedente decade. Ma per  la maggior parte di noi tale delega del nostro potere personale è un gesto non molto differente da quello di lanciare la monetina in aria. Nel voto democratico, di solito, sia in piccoli che grandi gruppi, una minoranza significativa resta profondamente scontenta del risultato. Quindi è un sistema che benché definito “democratico” produce vincitori e perdenti e conferma le diseguaglianze. Per questo, anche se tale minoranza accetta il risultato del voto, dal momento che accetta le regole del gioco, può comunque opporre una resistenza attiva o minare il risultato ottenuto lavorando all’opposizione solo in vista della prossima opportunità di voto. Non sembra che  ci sia altro modo, in una tale democrazia, che seguire il dettato della maggioranza; tranne, eventualmente, giungere ad un compromesso, che è un altro metodo per raggiungere una decisione, solitamente attraverso una negoziazione. Due o più parti annunciano la loro diversa posizione e tentano di avvicinarsi una all’altra con misurate concessioni e passi graduali e reciproci. Questo può spesso portare a una insoddisfazione di entrambe le parti, con il risultato che nessuno ottiene realmente ciò che desiderava.

C’è un altro metodo, non molto conosciuto: il consenso. Un processo in cui non può essere raggiunta alcuna decisione a meno che tutti i presenti non abbiano la deliberata volontà di accettarla. A differenza del voto di maggioranza – dove resta sempre una minoranza alienata che ha votato contro la proposta ma deve convincersi lo stesso -ciascuno ha voce in capitolo, ciascuno può suggerire modifiche. Il consenso, in teoria, è il prodotto del miglior sforzo di pensiero creativo compiuto da tutti, e pone priorità sulla coesione e la stabilità del gruppo, piuttosto che sull’ansia di arrivare a delle veloci soluzioni e risposte. La condizione preliminare, in ogni caso, è che tutti i partecipanti condividano i principi fondanti di questo metodo.

Per gruppi che si occupano di azione diretta nonviolenta o che vogliono sviluppare un maggior senso di comunità, il processo decisionale consensuale  non è solo un metodo per prendere decisioni, ma anche una maniera di costruire relazioni comunitarie, fiducia, un senso di sicurezza e di mutuo aiuto. Ciò richiede impegno, pazienza, e la volontà di riconoscere il primato del bene-comune del gruppo sul proprio interesse personale.
Una parte del movimento pacifista ha tradizionalmente adottato tale metodo, principalmente perchè rappresenta un deliberato tentativo di abbinare i propri metodi di azione con i propri fini. Se vogliamo un mondo in pace dove ciascuno possa vivere avendo garanzia di giustizia ed equità, dovremmo praticare quello stesso stile di vita nel qui ed ora, con la caparbia insistenza ad agire come se fossimo già liberi.

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In Rivoluzione: istruzioni per l’uso, nel capitolo Prove di rivoluzione, David Graeber documenta e descrive il processo decisionale partecipativo basato sul consenso, di cui ha fatto esperienza in gruppi di attivisti e pacifisti anarchici.

La democrazia, si sente sempre ripetere, significa che le persone hanno il diritto di scegliere. Scelgono di votare tra diversi partiti o candidati, o di votare sì o no a un referendum. Quasi sempre però, quelle persone non hanno contribuito a selezionare le opzioni tra cui scelgono. È questa concezione della scelta, naturalmente, che permette di considerare equivalenti la democrazia e il mercato: anche la scelta del consumatore consiste nel vagliare una gamma di opzioni progettate da qualcun altro. [David Graeber, Rivoluzione: istruzioni per l’uso (Bur) pag. 171]

Le concezioni popolari della democrazia appaiono centrate su due concetti: «scelta» e «opinione». Eppure, sembra che il concetto di «opinione» – le opinioni personali, l’opinione pubblica – derivi dall’assenza di qualsiasi esperienza concreta di un processo decisionale partecipativo. La frase, “ciascuno ha diritto alla sua opinione” è solitamente usata per liquidare la questione: tutti hanno diritto allo loro opinione perché le opinioni non importano, sono ininfluenti.  Le persone che hanno il potere non hanno opinioni: agiscono.

Il processo (o metodo) del consenso è un processo decisionale di gruppo che mira a pervenire a una decisione consensuale che soddisfi tutti i partecipanti alla scelta. Il metodo è diffuso nelle organizzazioni anarchiche (una tradizione sorta dalla confluenza di femminismo, anarchismo e tradizioni spirituali come quella dei quaccheri [^1]). È l’unico processo decisionale che possa operare senza coercizione: poichè se una maggioranza non ha i mezzi per obbligare una minoranza a obbedire ai suoi dettati, tutte le decisioni dovranno essere prese, necessariamente, di comune accordo.

Quasi tutte le persone coinvolte nel movimento di azione diretta ritengono che una qualche versione del processo decisionale basato sul consenso sia l’unico metodo interamente rispettoso di una società libera dalla sistematica coercizione fisica. Ci sono buoni motivi di credere che abbiano ragione. Tra i non anarchici, o le persone non coinvolte nell’azione diretta, sono in pochi ad avere esperienza del consenso o dei processi decisionali partecipativi. Di conseguenza devono imparare tutto da zero: nuove abitudini, usanze, atteggiamenti.

L’idea trascinante – o sogno  del «contaminazionismo» – è che una  catena di piccole assemblee può portare a convergenze di massa e le convergenze di massa possono portare ad azioni di massa. Queste assemblee sono importanti. In un certo senso sono più importanti delle azioni stesse, perché sono zone nitide di esperimento sociale, spazi in cui gli attivisti possono comportarsi tra loro nel modo in cui vorrebbero che le persone si trattassero a vicenda, e iniziare a costruire una parte della società che vorrebbero offrire agli altri.

Votare è soltanto un modo di prendere decisioni, il fatto che si concludano le cose con una votazione non dice alcunché a proposito del processo che conduce alla votazione. Il consenso non è solo un modo per giungere a una decisione, e neppure in prima istanza un modo per giungere ad una decisione. È un processo. Un modo per interagire che pone l’enfasi sul rispetto reciproco e sulla creatività, e che cerca di accertarsi che nessuno sia in grado di imporre la sua volontà agli altri e che tutte le voci possano essere ascoltate. Non è neppure necessariamente il modo più efficace per giungere ad una decisione. È più importante raggiungere la decisione attraverso un processo realmente egualitario che non individuare ogni volta il corso dell’azione ottimale.

Si parte dall’assunto che tutti i presenti abbiano punti di vista diversi e che una molteplicità di punti di vista sia una ricchezza di per sé; che nessuno possa davvero convertire completamente un’altra persona al suo punto di vista e che probabilmente non è il caso di provarci. Quindi  non si cerca di cambiarli, ma solo di cercare un terreno comune.

Il processo decisionale consensuale richiede anzitutto un’estrema generosità di spirito nell’interagire con persone che si ritiene appartengano al circolo democratico. Un corollario problematico, però, è il rifiuto totale di ogni possibilità di collaborazione costruttiva con chi si situa chiaramente al di fuori di quel circolo, o che non aderisce ai principi fondanti, agli obiettivi o alla ragione d’essere del gruppo.

Il processo di formazione del consenso opera in base a una generosità di spirito istituzionalizzata. In un’assemblea con altri attivisti, si ha la responsabilità di concedere agli altri il beneficio del dubbio riguardo alla sincerità e alle buone intenzioni.
Nella maggior parte dei casi questo principio riesce effettivamente a creare comportamenti sinceri e ben intenzionati. Dove fallisce, è precisamente là dove incontra quelle che gli attivisti chiamerebbero «forme profondamente introiettate di oppressione». Razzismo, sessismo, pregiudizi di classe, omofobia: tutte forme di violenza viste come mali assoluti, ma al contempo così introiettate che non si può chiedere (pretendere) alle persone di monitorarsi da sole. Quel che è peggio, i pregiudizi tendono a sovrapporsi tra loro rendendo molto difficile combatterli tutti allo stesso tempo, e a volte a diffondersi a macchia d’olio per una sorta di risonanza.

Ma, lo «spirito del consenso» evidentemente non riguarda solo i processi decisionali e neppure il comportamento durante le assemblee. È un tentativo di iniziare a reinventare il modo in cui le persone possono vivere insieme, di iniziare – per quanto lentamente, per quanto faticosamente – a costruire uno stile di vita realmente democratico. [^2]

Una mappa delle caratteristiche salienti del processo decisionale basato sul consenso.

Il processo decisionale consensuale è stato a lungo identificato col pacifismo. È un modo per arrivare a decisioni coerenti in una società che non impiega la violenza sistematica per imporre le scelte. È un tentativo di trovare una formula morale che promuova allo stesso tempo l’autonomia individuale e l’impegno per la comunità.

Si può iniziare sostenendo che il consenso è un approccio che rimpiazza l’ideologia, la «conoscenza a proposito di», con forme di conoscenza immanenti alla prassi. A differenza dei gruppi settari, i gruppi basati sul consenso tendono ad evitare i dibattiti sulle definizioni, e tanto più evitano di basare su di esse la propria identità. [^3]

1. Qualsiasi gruppo di consenso – che sia un minuscolo gruppo di affinità o una vasta rete – si basa su principi fondanti.  Questi principi tendono a riferirsi a ciò che il gruppo fa o spera di ottenere (i suoi «obiettivi o ragion d’essere» ) e al modo in cui si organizza per ottenerlo. In altri termini, il gruppo stesso è un progetto d’azione. Ogni volta che sembra esserci un problema irrisolvibile o una differenza di opinioni irriconciliabile, l’approccio migliore è sempre rammentare ai membri la ragion d’essere del gruppo.

«Di qualsiasi genere di progetto comune si tratti, anche solo cinque studenti che vivono nella stessa casa, bisogna iniziare sempre mettendo tutti d’accordo su qualcosa che vogliono realizzare insieme. Perché quando si comincia a litigare sui piatti sporchi, il modo migliore per evitare che tutti si azzannino alla gola sarà sempre quello di ritornare ai punti che si hanno in comune.»

2. L’assunto della diversità. Una volta che la focalizzazione si sposta sull’azione comune, anziché cercare l’accordo sulla natura di una Verità più elevata o una serie di definizioni o un’analisi corretta, diventa più facile vedere come una diversità di prospettive possa rappresentare un punto di forza anziché una debolezza. Il fatto che gli esseri umani vivano in mondi incommensurabili ha raramente impedito loro di perseguire con efficacia progetti comuni. Può sembrare contraddittorio – un filosofo direbbe che se le persone vivono in mondi incommensurabili non possono perseguire gli stessi fini – ma questo è il genere di obiezioni che emerge da un mondo che inizia con forme platoniche e cerca, a partire da quelle e attraverso il ragionamento, di arrivare a spiegare la realtà empirica.

La prassi anarchica – in particolare la pratica del processo decisionale consensuale – tende a trasformare in un vero imperativo morale l’esigenza di integrare prospettive incommensurabili. Ciò non vuol dire che un’assemblea di anarchici comprenda sempre lunghi esercizi per imparare a vedere le cose dal punto di vista altrui, ma presuppone il rispetto per le prospettive incommensurabili.

Con il metodo della maggioranza, si cerca sempre di far passare per sbagliata l’idea dell’avversario, quindi l’incentivo è di far sembrare gli argomenti degli altri più stupidi di quanto non siano. Nel consenso, invece, si cerca sempre un compromesso, o una sintesi, quindi l’incentivo è cercare sempre la parte migliore degli argomenti altrui.

Nel processo deliberativo tutti cambiano idea in continuazione, venendo a conoscenza di nuove informazioni, identificandosi con diverse prospettive, reinquadrando i problemi, misurando e soppesando le considerazioni in modi diversi: tutti sperimentano cercando di immaginare punti di vista insoliti; e  percepiscono, non solo il diritto, ma l’immediata esigenza pratica di ricreare e reimmaginare tutto intorno a sé.

Adottare un approccio basato sul consenso tende a fare di ogni cosa un compromesso, e promuove una particolare visione della verità che non è pienamente relativistica, forse, ma che semmai rispecchia la consapevolezza che la verità è una sorta di mosaico [^4].

3. L’etica della solidarietà unisce l’enfasi sull’autonomia individuale e l’impegno per gli altri. L’assunto qui è che la libertà individuale non è l’assenza di impegni e obblighi, ma piuttosto la libertà di decidere da sé in quali progetti e comunità impegnarsi.

Questo è, perlomeno, il modo in cui ci si potrebbe avvicinare all’idea dal punto di vista dell’individuo. Dal punto di vista del gruppo, si può sostenere che l’etica della solidarietà nasca da un principio centrale dell’anarchismo: che come coloro che sono trattati da bambini tenderanno a comportarsi da bambini, così il modo migliore per limitare i comportamenti egoistici, meschini, ipocriti e sleali sia sfidare le persone a comportarsi in modo maturo. I principi dell’autonomia del gruppo e dell’autonomia morale dell’individuo si rafforzano a vicenda.

Dando ad ogni membro il diritto di blocco [^5], si obbliga ciascuno di loro alla consapevolezza di poter gettare il gruppo intero nel caos in ogni momento. Questo, unito al rifiuto di applicare pressione morale, rende estremamente difficile per chiunque interpretare il ruolo della vittima o dirsi che sta solo facendo quel che è necessario per vincere un gioco politico predeterminato.  È un po’ come consegnare una bomba a mano a tutti quelli che entrano nella stanza, solo per dimostrare loro che sappiamo che non la useranno.

Insistere nel trattare tutti come adulti responsabili non garantirà sempre un comportamento maturo: gli esseri umani sanno essere infinitamente creativi, e se una persona è fermamente decisa a interpretare la situazione mettendo se stessa nei panni della vittima, troverà sempre il modo per farlo.

4. Alcune problematiche. C’è tuttavia un corollario problematico. Se la generosità di spirito è uno dei principi essenziali del processo decisionale consensuale, ha però l’effetto di richiedere a questi gruppi, pur con tutta l’apertura delle loro reti, di tracciare una demarcazione netta tra una cerchia ristretta e tutti gli altri.

Tutti noi abbiamo l’inalienabile diritto di esprimere i nostri pensieri migliori. Decidiamo da soli cosa è giusto e cosa è sbagliato. Dal momento che il consenso è un processo di sintesi, non di competizione, tutti i commenti sinceri sono importanti e di valore.
Sfortunatamente, la società occidentale è satura di competizione. Quando prevalere nelle discussioni diventa più importante che non raggiungere gli scopi del gruppo, la cooperazione diventa difficile, se non impossibile.  Se le idee sono esposte come proprietà privata di colui che parla e gli individui sono fortemente attaccati alle loro opinioni, il consenso sarà estremamente difficile. La testardaggine, la ristrettezza mentale, e la possessività portano a un comportamento difensivo e polemico che disturba il processo. [^6] Ma ancora, perché si ottenga una partecipazione attiva, bisogna promuovere la fiducia creando un’atmosfera nella quale ogni contributo sia considerato di valore. Con incoraggiamento, ogni persona può sviluppare conoscenza ed esperienza, senso di responsabilità e competenza, e la capacità di partecipare.

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Note

[^1] Ci sono molte comunità di nativi americani che prendono decisioni in maniera consensuale da migliaia di anni; negli Stati Uniti il processo di consenso risale di fatto ai quaccheri, ed è stato adottato dagli attivisti solo con il movimento pacifista e antinucleare degli anni Settanta, in cui erano coinvolti molti quaccheri. Negli anni Settanta le femministe hanno trasformato e sviluppato l’idea: molti gruppi femministi hanno adottato il consenso come antidoto agli stili di  leadership più fastidiosamente machisti degli anni Settanta, ed è allora che ha preso forma il proceso consensuale che viene usato oggi. E, non si direbbe, ma pare venga utilizzato in qualche modo anche nel consiglio Europeo. Inoltre,  sembra che non esista un solo esempio documentato di una società senza Stato che prendesse decisioni attraverso un siostema di votazione a maggioranza. Le comunità piccole e autonome impiegano quasi sempre una variante del metodo del consenso. Graeber porta ad esempio le assemblee locali dei villaggi rurali cinesi, che si opposero quando Mao cercò di rimpiazzare il consenso con il voto a maggioranza,  e le comunità rurali del Madagascar. Anche se non non c’era una parola per indicare il «processo del consenso», semplicemente era così che si prendevano le decisioni e così si erano sempre prese.

[^2] Il divario che separa le concezioni della democrazia e della prassi anarchica è così vasto che alcuni anarchici rifiutano la parola «democrazia», preferendo  limitarne l’uso al governo rappresentativo e al sistema della maggioranza.

[^3] Non è una coincidenza che il il teorico marxista più ammirato dagli anarchici americani di oggi non sia Antonio Negri ma John Holloway, quasi sconosciuto nei circoli accademici americani ma le cui opere – in particolare  Cambiare il mondo senza prenderne il potere (2002) – si trovano in tutti gli infoshop anarchici del Nordamerica. Holloway sostiene che l’idea stessa che un partito politico possa disporre dell’interpretazione corretta e «scientifica» del mondo, fa violenza a tutto ciò che di  veramente rivoluzionario c’era nelle idee di Marx. Adottando una distinzione tra il potere di agire o di creare, e il potere di costringere e subordinare gli altri – spesso espressa come la distinzione tra «potere di» e «potere su» – Holloway distingue due forme di conoscenza. Una è la conoscenza immanente alla prassi, in un progetto attivo di creazione o trasformazione sociale; l’altra, che l’autore chiama «conoscenza a proposito di», pretende di elevarsi sopra quelle forme di soggettive di conoscenza per attingere alla vera obiettività scientifica. Nella sua funzione di dominio e trascendenza, la sua tendenza a ridurre un mondo di processi a oggetti fissi e identici a se stessi che possono poi diventare argomento di conoscenza estesa,  la «conoscenza a proposito di» è il complemento perfetto del «potere su». Come Marx ha efficacemente dimostrato, i potenti cercano sempre di ridurre processi articolati di azione e creazione a oggetti fissi di cui rivendicare la proprietà. Il capitale stesso ne è l’esempio ultimo. La loro «scienza» diventa il mezzo con cui compiere quest’impresa.

[^4] La teoria di Jean Piaget sullo sviluppo dell’intelligenza dei bambini definisce l’intelligenza la capacità di coordinare diversi punti di vista. I bambini piccoli faticano a comprendere che, ad esempio, una casa apparirebbe diversa se vista da un’altra angolazione, o che se io ho un fratello di nome George allora anche George ha un fratello che sono io.  Lo sviluppo intellettuale dipende quindi dal saper dare conto di ogni punto di vista possibile su una situazione. L’intelligenza morale è ovviamente un’altra versione della stessa cosa. In questo senso, imporre un singolo punto di vista autoritario e poi minacciare di picchiare con un bastone nodoso chiunque proponga un’alternativa, è la definizione perfetta di stupidità.

[^5] In teoria si può bloccare una proposta solo quando viola i principi fondanti del gruppo, ossia la ragion d’essere e gli obiettivi del gruppo, e non per motivi velleitari o personali.

[^6]  Negli addestramenti alla facilitazione si parla spesso del problema dei «wingnut»: cosa fare quando, in un’assemblea aperta, arriva un agente di disturbo chiaramente pazzo? Di solito si cerca di farlo uscire. Se un individuo agisce disturbando, il facilitatore può affrontare quel comportamento. Domandate alla persona il motivo del suo modo d’agire, come questo può essere di aiuto al gruppo, che relazione ha con gli obiettivi del gruppo, che attinenza ha con gli scopi e i principi. Se la persona non sa rispondere a queste domande, o se le risposte indicano disaccordo con il proposito comune, il facilitatore può chiedere alla persona di allontanarsi dalla riunione.

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4 risposte a prove di democrazia

  1. md ha detto:

    “Debito” ce l’ho sul mio scrittoio, consigliatomi da un utente della biblioteca…

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    • rozmilla ha detto:

      ah, ecco chi ce l’aveva! ma anche Rivoluzione non è male, molti spunti interessanti…
      non so se avrai tempo di leggerti tutto il post, però non perderti la nota n. 3
      (a prop. di ieri sera, non so cosa è successo, forse mi son persa qualche passaggio, ma condivido che l’utente B. sia stata bannata: se l’è proprio cercato! 😉 (quando ce vo’ ce vo’) … e ora godiamoci un po’ di sereno dopo la bufera)

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  2. Mauro Poggi ha detto:

    Molto interessante, Roz.
    Un’osservazione sulla frase “…non si direbbe, ma pare [che il processo consensuale] venga utilizzato in qualche modo anche nel consiglio Europeo”.
    Il processo consensuale quale si dà nelConsiglio europeo, o in contesti analoghi, mi sembra abbastanza lontano dallo spirito di quello che descrivi nel post. E’ vero che il Consiglio europeo decide (formalmente) per consenso (cfr http://europa.eu/about-eu/institutions-bodies/european-council/index_it.htm) ma il processo è di tipo coercitivo, perché lì sì esiste “una maggioranza CHE HA i mezzi per obbligare una minoranza a obbedire ai suoi dettati”, anche se non si tratta di maggioranza ma di peso specifico (economico e quindi politico). Più che di consenso, quindi, in questo caso parlerei di “assenso obtorto collo”.
    Scusa la pedanteria, ma sai quanto sono critico nei confronti delle istituzioni europee, che considero profondamente opache e poco democratiche.

    A proposito del processo maggioritario, quello per cui “di solito, sia in piccoli che grandi gruppi, una minoranza significativa resta profondamente scontenta del risultato”, ricordo aver letto da qualche parte l’ovvia ma trascurata considerazione che la ricerca isterica di alchimie istituzionali atte a garantire la “governabilità” si traduce di fatto nel tentativo di consentire a una minoranza la possibilità di governare come se fosse maggioranza. Di fatto, allargando la platea delle significative minoranze scontente, fino a farne vere e proprie maggioranze.
    In pratica, se riconosciamo che la formula meno prevaricante sarebbe quella del processo consensuale, dobbiamo costatare che ci stiamo muovendo nella direzione opposta.

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    • rozmilla ha detto:

      Caro Mauro, sono d’accordo. Avevo trovato quell’informazione su Wikipedia, ma mi pareva strano; e infatti avevo scritto “non si direbbe”, ma in effetti non avevo approfondito. Del resto anche Graeber spiega che il metodo del consenso viene usato anche in molte aziende, ad esempio. Questo però non significa che lo “spirito del consenso”, come lo descrive lui, venga rispettato. Certo è un’altra cosa. Una cosa è giungere ad un consenso rispettando le istanze delle minoranze, altra cosa è essere costretti ad acconsentire perché non si ha alcun potere economico, e quindi politico.
      Il problema, come sempre, è che chi ha il potere economico non ha alcun interesse a riconoscere metodi democratici meno prevaricanti come il processo consensuale. Perché mai dovrebbero farlo, visto che hanno il coltello dalla parte del manico?

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