quattro passi fra due dipinti e un libro

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… il clima giusto per fare una colazione sull’erba, sulla riva di un fiume, di un lago, o di una qualsiasi polla d’acqua dolce – rimuginavo ieri pomeriggio, rinchiusa nella scatola di metallo in coda sull’asfalto arroventato. Un prato tutto verde, e l’erba trema al soffio dell’ombra. Di là, nel sole, cantano … più lontano, compagni seduti nell’ombra umida sotto gli alberi, spogliati dagli abiti stretti – ah, che meravigliosa frescura,  quale ristoro per l’anima riarsa. Un battito di ciglia e in un balzo sono lì – mentre le gomme continuano a strisciare lente sull’asfalto …

Manet, Le Dejeuner sur l'herbe (1862-63)

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… prima, molto prima, un libro mi torna tra le mani. Era un libro di letteratura forse, o latino o filosofia. L’avevo rivestito con una copia di un dipinto antico, ben protetto da un film di plastica perché non si sciupasse. E ogni volta  che lo prendevo in mano per leggerlo o per infilarlo nella cartella, la prima cosa che vedevo era quella. Per questo è il dipinto che si è impresso nella mia mente più e meglio di ogni altro. Solo dopo anni ho saputo che era La tempesta del Giorgione. Ma la tempesta è lontano, in alto, nel cielo carico di nubi scure attraversate da un lampo. Per il resto è un’immagine serena. La donna nell’angolo a destra continua ad allattare il bambino. L’uomo sulla sinistra sta aspettando, attento e tranquillo.

Giorgione, La tempesta

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E ora una lettura dalla Critica del giudizio [Sez. I, Libro II, B, § 28] – claramente … di Kant:

[…] Le rocce che sporgono in alto audaci e quasi minacciose, le nubi di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni, i vulcani che scatenano tutta la loro potenza distruttrice, e gli uragani che si lascian dietro la devastazione, l’immenso oceano sconvolto dalla tempesta, la cataratta d’un gran fiume, etc., riducono ad una piccolezza insignificante il nostro potere di resistenza, paragonato con la loro potenza. Ma il loro aspetto diventa tanto più attraente per quanto più è spaventevole, se ci troviamo al sicuro; e queste cose le chiamiamo volentieri sublimi, perché esse elevano le forze dell’anima al di sopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una forza di resistere interamente diversa, la quale ci dà il coraggio di misurarci con l’apparente onnipotenza della natura.

[…] così l’impossibilità di resistere alla potenza naturale ci fa conoscere la nostra debolezza in quanto esseri della natura, cioè la nostra debolezza fisica, ma ci scopre contemporaneamente una facoltà di giudicarci indipendenti dalla natura, ed una superiorità che abbiamo su di essa, da cui deriva una facoltà di conservarci ben diversa da quella che può essere attaccata e messa in pericolo dalla natura esterna, perché in virtù di essa l’umanità della nostra persona resta intatta, quand’anche dovessimo soggiacere all’impero della natura. In tal modo la natura, nel nostro giudizio estetico, non è giudicata sublime in quanto è spaventevole, ma perché essa incita quella forza che è in noi (e che non è natura) a considerare come insignificanti quelle cose che ci preoccupano (i beni, la salute e la vita), e perciò a non riconoscere nella potenza naturale (a cui siam sempre sottoposti relativamente a tali cose) un duro impero su di noi e sulla nostra personalità, al quale dovremmo piegarci, quando si trattasse dei nostri principi supremi, della loro affermazione o del loro abbandono. La natura qui non è dunque chiamata sublime se non perché eleva l’immaginazione a rappresentare quei casi in cui l’animo può sentire la sublimità della propria destinazione, anche al di sopra della natura.

Questa stima di se stesso non perde nulla pel fatto che dobbiamo sentirci al sicuro per provare quel piacere entusiasmante; non perché non vi è serietà nel pericolo, non vi potrà essere serietà (come potrebbe sembrare) nella sublimità della nostra facoltà spirituale. Perché qui il piacere riguarda solo la scoperta della destinazione della nostra facoltà, in quanto la disposizione ad essa si trova nella nostra natura, mentre lo sviluppo e l’esercizio di essa sono a noi affidati e sono compito nostro. Ed è la verità, per quanto l’uomo, allorché spinge la sua riflessione fin là, possa aver coscienza della sua presente e reale debolezza.

Senza dimenticare,  che ancor prima Kant aveva scritto …

Colui che teme non può giudicare del sublime della natura, come non può giudicare del bello chi è dominato dall’inclinazione e dall’appetito. Egli fugge la vista dell’oggetto, che gli incute timore; ed è impossibile provare piacere in uno spavento, che è seriamente sentito. Perciò quel piacere, che sentiamo al cessare di qualcosa che ci opprime, è una gioia. Ma è la gioia per la liberazione da un pericolo, accompagnata dal proposito di non esporvisi mai più; ben lungi dal cercare l’occasione di ripensare alla sensazione provata, non possiamo neppure ricordarla senza fastidio.

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