la signora Dalloway

La signora Dalloway - 1925

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«Quei ruffiani, gli dèi, non l’avranno sempre vinta!
Questi dèi che non rinunciano mai all’occasione di ferire, di ostacolare e di rovinare la vita degli esseri umani, rimangono sconcertati se malgrado tutto una donna continua a comportarsi da signora.
Naturalmente io non credo all’esistenza degli dèi, non è colpa di nessuno …
È così pericoloso vivere guardando a un solo aspetto della vita».*

 

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Con queste parole entra in scena Mrs. Dalloway.¹
Questo è il film, e quelli i  pensieri che affiorano davanti allo specchio,  mentre guarda l’immagine della sua figura, sistema il cappellino con le piume gialle e  scende le scale, prima di tuffarsi nell’aria aperta di una splendida giornata di giugno  che «pare fatta apposta per dei bimbi su una spiaggia. Che voglia matta di saltare…».

Il  romanzo    si apre invece con  la celebre frase, «La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei» e si concluderà con il bagliore dell’ultima «Perché, eccola, era lì»: nella tensione fra queste due frasi, nell’arco temporale che le congiunge, c’è sempre direttamene o indirettamente Clarissa,  in un arco di senso che la porterà dal sentire, guardare e vedere, all’essere finalmente sentita, guardata e vista per quello che è, che lei sola sa essere.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei.

Clarissa Dalloway, una signora dell’alta società londinese, di cinquantadue anni, sposata e con una figlia, che, dopo un malanno che le ha un po’ imbiancato i capelli, vuole dare una festa.  Tutto qui. La fabula è ben presto raccontata, e tutto sta come sempre nell’intreccio, costituito dai nodi della diversa temporalità incarnata da ciascun personaggio, inserita in un tempo lineare scandito per l’intera giornata dai rintocchi del Big Ben.

Percorriamo con lei  un tratto della sua vita, quel solo giorno, attraverso un’ordinaria giornata di preparativi per una festa,  fin da quando  esce per comprare dei fiori nel suo soprabito verde-azzurro e  con l’ombrellino per proteggersi dal sole; ed ecco che nell’attimo in cui la vediamo uscire di casa, contemporaneamente dentro di lei si spalanca una finestra e siamo a Bourton, la casa della sua giovinezza, siamo con lei, lei che non ricorda ma è anche la diciottenne che si tuffa nell’aria aperta «come il palpito di un’onda, il bacio di un’onda gelida e pungente, eppure solenne. Presagio di qualcosa di terribile che era lì lì per accadere»; e che sente al presente la rinnovata emozione di allora: «Che gioia! Che terrore!».

Mai per Clarissa il passato  è un ricordo volontario –  lei non vive nel passato – il suo tempo interiore è sempre un’irruzione del passato nel presente e un farsi presente del suo passato in ciò che sta vivendo in quel preciso momento.

Clarissa cammina, si ferma, viene osservata da un conoscente, e solo attraverso lo sguardo di lui possiamo vederla anche noi,  «una donna affascinante […] somigliava a un uccello, a una gazza verde azzurra, esile, vivace, malgrado avesse più di cinquantadue anni». «Dritta sulla vita, come appollaiata sopra un ramo», in quell’attimo sospeso che sempre precede i rintocchi del Big Ben – «l’ora irrevocabile. I cerchi di piombo si dissolvevano nell’aria».

BIG BEN - 2

Il tempo che rimbomba è l’altro tempo,  quello cronologico, quello che tiene in un abbraccio il tempo di tutti; e solo quando il rintocco è finito e i suoi cerchi si dissolvono, l’ora si scioglie e per ognuno sarà possibile avere la propria, fino allo sbocciare della festa, senza che di fatto sia avvenuto niente di straordinario – nemmeno il suicidio di Septimius² è un’azione in senso proprio, ma irruzione nella quotidianità di un patire che diviene racconto di morte e insieme amore per la vita.

Cammina Clarissa, attraversa la strada, si muove in una città affollata e chiassosa che le appartiene e di cui si sente parte, avanza sentendo la pura gioia del suo vivere, sa che «ciò che ella amava era: la vita, Londra, e quell’attimo di giugno».

Clarissa Dalloway

Si muove Clarissa, guarda tutto, pensa, sente, immagina la sua festa, le finestre della sua casa illuminate per la serata, chiacchiera con le persone che incontra, la mente addensata da figure amate.

Amate come la figlia Elisabeth, o detestate, come la signorina Kilman:  questa signorina che si proietta nel mondo con la decisione volenterosa e volontaria di amare il giusto e il vero, di agire secondo giustizia e verità, nel suo essere fuori di sé, lontana da sé in ragione di un bene superiore e di un dover essere mai integrato, spasima soprattutto dell’incapacità di amare se stessa, e non può amare nessuno.  Né può amare la bellezza, l’armonia dell’esserci. Ama di un amore arido, geloso e colmo di quell’invidia che arriva a contrarre il corpo, una volta che l’anima non sa più divincolarsi da quel torto, la povertà e l’ingiustizia, che l’hanno ormai  «tutta arrugginita». Un pensiero insopportabile.

Clarissa odia la sola «idea di lei», che con la sua durezza, la rabbia verso il mondo e la società, è tutto quanto lei non vuole diventare – diventare insensibile alla bellezza della vita, incrinando la verità profonda del suo mondo, compreso il fastidio di un sentimento negativo come l’odio, che lo sporca inutilmente.

Pensa, Clarissa, guarda dei libri, un gioiello, dei guanti, e si perde nel flusso dei passanti – «Ah, se avesse potuto ricominciare daccapo la propria vita. E se avesse potuto avere una faccia diversa. E invece aveva una figurina magra come una pertica da fagioli, e una faccia ridicola, con un nasino a becco d’uccello». Al punto che  «spesso le pareva che quel corpo ch’ella abitava, quel corpo fosse ben poca cosa, per non dire nulla affatto», soprattutto ora, che  «non era più una donna sposata, non aveva più figli».

aveva la perpetua sensazione che ...

In quella «processione» con tutti gli altri – in cui perde il suo corpo, si sente «invisibile, non vista, non conosciuta», e finisce col perdere anche il nome proprio, per diventare «la signora Dalloway, neanche più Clarissa, solo la moglie del signor Richard Dalloway» – c’è un sottile piacere che non proviene solo dall’anonimato della grande città, ma proprio dal lasciar cadere, come un vestito di cui ci si può spogliare, il suo io, e vivere solo del riverbero di quel che di lei appare agli altri.

Il suo apparire, la sua mondanità non è un ruolo sociale, continuità formale di nuove o antiche convenzioni, ma la capacità di stare al mondo, al centro del suo mondo, e fare mondo intorno a sé, legando e cucendo ogni relazione, con gli altri e con le cose, con un lavoro minuto, costante, perché «vivere, anche un solo giorno» è «molto, molto pericoloso».*

Una mondanità profonda, sapiente, e consapevole del proprio talento,  la capacità d’amare ogni piccola cosa – «quello che lei amava era qui, ora, di fronte a lei, quella grassa signora in taxi» – e insieme di essere libera del peso di quel mondo che comunque sarebbe continuato senza di lei ma l’avrebbe fatta sopravvivere, però, perché parte di un tutto – «la sua vita, e lei» che «si stendevano così lontano».

Nessun dolore per la fine, quel finire che non ha fine perché si è sempre (stati) nel mondo – l’essere è inseparabile dal non-essere, la presenza dall’assenza.

Clarissa

Rientra in casa, Clarissa, in una casa che ora, lasciato alla spalle il rumore confuso della città, le sembra fresca e silenziosa come una cripta, in un’atmosfera sospesa,  non porta più con sé le possibilità infinite della giovinezza, la pienezza della vita, ma la percezione del suo «diminuire».

«Non temer più l’ardor del sole/ né del furioso inverno le tempeste»³, pensa Clarissa, appoggiando il cappello con le piume gialle sul letto.
E ancora … «è tutto finito per me; le lenzuola sono ben tese e il letto è stretto».

E di nuovo, davanti allo specchio della toeletta, si tuffa nel proprio istante di giugno su cui preme tutto il futuro e vede tutto  «come fosse la prima volta», vede se stessa  «tesa, acuta, precisa».  Era lei quando un qualche sforzo, un richiamo a essere se stessa, la obbligava a costringere tutte insieme le sue parti, lei sola sapeva quanto diverse, quanto incompatibili tra loro, e soltanto per il mondo così  ricomposte attorno ad un centro, un diamante, una donna che seduta in salotto, costituisce un punto fermo, un centro di luce, non c’è dubbio, per alcune vite, un rifugio in cui ripararsi per i solitari, forse.

Un diamante è lei, allora. Questo suo tenersi insieme cela dietro un volto uniforme, privo di contrasti, quel sé multiplo che come il diamante si mostra uno nel suo essere fatto di mille sfaccettature, di mille luci.

Virginia Woolf - calligrafia

La realtà quotidiana si fa verità poetica nella capacità di Clarissa di annullare quanto, alla luce di una ragione che non sa bucare la superficie dei fenomeni, si dispone secondo modalità di ripetitiva opposizione, sanità/follia, memoria/oblio, passione/matrimonio, amore/amicizia, vita /morte. La forza tenace e sottile di Clarissa non cerca il superamento o la sintesi felice di queste coppie,  si fa carne di un tenere insieme, di un legare che è la sua suprema sapienza mondana.

Questa «competenza dell’esserci» sarà capace di trasformare il tempo proprio e il tempo di tutti in un senso per sé e per tutti perfettamente composto nell’emozione assoluta di quel finale: «Perché, eccola, era lì», con cui non si chiude una storia ma si è narrato lo splendore di una vita nella sua inappariscente semplicità.

Il suo segreto più profondo e nascosto,  il suo desiderio di essere lasciata vivere, semplicemente e misteriosamente, secondo quel suo dono tipico di «ricrearsi il proprio mondo ovunque le capitasse di trovarsi», sempre, di esserci, senza bisogno di essere intelligente, di competere per qualche riconoscimento. Quando c’era, «c’era, era lì». Questo il suo genio.

La signora Dalloway.

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Note:

[*] Nella versione italiana del film quest’ultima frase dell’incipit la signora Dalloway  dice «È così pericoloso vivere guardando a un solo aspetto della vita», mentre nella versione inglese la sentiamo dire «vivere, anche un solo giorno è molto, molto pericoloso».

[¹] Mrs. Dalloway è interpretrata da Vanessa Redgrave, nel film (1997) diretto da Marleen Gorris, tratto dall’omonimo romanzo (1925),  di Virginia Woolf .

[²] Sul personaggio e la vicenda di Septimius, che si conclude con il suicidio, non intendo qui soffermarmi, anche perché bisognerebbe scriverne a parte.  Basti dire che con questo personaggio la Woolf  pone “fianco a fianco il mondo del sano  e del pazzo”,  come scrisse nel suo diario (14 ottobre 1922), e   che la sua storia si intreccia a tratti con quella di Clarissa e degli altri personaggi.

[³] Fear no more the heat o’ the sun/Nor the furious winter’s rages: «Sono i due  versi iniziali di una canzone funebre del Cymbeline di Shakespeare. Fine  nota».

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