l’Énorme Ballon

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Avete sempre creduto che il mondo è fatto a scale?
Talvolta.
E che c’è chi scende e c’è chi sale?
Può darsi.
Ma … guardate meglio: vedrete che il mondo è fatto perlopiù a palle.

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Visto? Che vi dicevo?

Qualcuno avrà già intuito che di mio sarei istintivamente allergica alle palle. E per palle ovviamente intendo menzogne, da qualunque parte provengano, vengano espresse e mantenute, – me compresa, ovviamente. Il guaio è che non è un problema così semplice, che da qualunque parte guardi si vedono palle, ti vengono incontro palle, si allontano palle e ne sopraggiungono di nuove ad un ritmo regolarmente geometrico, in accelerazione o in calo. Pare che attualmente si sia in fase di accelerazione. Sempre che non sia una balla.

Il mondo è fatto a palle, si potrebbe dire.
La materia stessa, sotto la spinta di forze in movimento, sembra avere la tendenza ad assumere forme sferiche. Palloidali. Qualsiasi materia, anche la più dura e aguzza, scivolando agglomerandosi frantumandosi e facendo attrito, tende a smussare gli angoli, sopprimere i picchi e le valli, lisciarsi sulla superficie e assumere una forma sfericotondeggiantepalloidale. Da una semplice goccia d’acqua alla molecola, dai granelli di sabbia fino ai pianeti e su su fino all’universo intero. Ragion per cui  l’universo intero sarebbe il Grande Uno, unico ed indivisibile. Altrimenti detto l’Énorme Ballon.

Quindi, non c’è da stupirsi troppo se ad un certo punto scopriamo che il mondo è fatto a palle. Dovremmo stupirci piuttosto di non essercene accorti prima. Talmente ovvio come la scoperta dell’acqua calda – che anch’essa, porella, non sempre è stata una sostanza così facile da reperire.

Ricordo quando la mia maestra alla scuola elementare già ci incitava a toglierci le fette di salame dagli occhi. Parimenti, anche le fette di salame hanno una forma all’incirca tondeggiante. Più o meno. Come cocomeri, zucche, pomi d’oro e di terra, cipolle, pesche albicocche, acini d’uva, fichi manghi nocciole eccetera. Fra tutti, trovo la cipolla un campione interessante, proprio perché stratificato. A onor del vero dobbiamo constatare che alcune forme vegetali hanno invece la tendenza ad estendesi in lungo più che in largo: zucchine, banane, fagioli, carote eccetera. Anche gli stronzi, senz’altro derivati – che in genere, però, spesso si raggomitolano su se stessi a spirale.

Del resto, la natura non produce nulla a caso o per futili motivi. Ogni cosa è funzionale ad uno scopo ed obbedisce ad una necessità intrinseca ed estrinseca a un tempo. Ma poiché ciò detto risulta impossibile da falsificare, ecco che siamo di fronte o c’imbattiamo repente in una falsa teoria superabile dalla successiva che metterà in moto un’altra falsa teoria e così all’infinito senza soluzione di continuità nel tempo indefinito. E certamente questo può provocare negli animi più ingenui e sensibili un non ben determinato fenomeno di sconforto momentaneo che ha però la tendenza a ripetersi pressoché per sempre, finché non apparirà la parola fine in un bel tondo come nei vecchi film in bianco e nero. Non la vedrete, ma anche la vostra fotografia sulla lapide avrà quella forma tondeggiante che ai viventi mortali non ancora trapassati ricorderà senza dubbio un uovo. Dall’ovocita alla foto sulla lapide l’analogia è evidente quanto il passo breve. Non si sa quanto. E dalla tradizione al trinceramento, anche.

Mmm.. mi sono un po’ persa. Dov’ero rimasta?
Il mondo è fatto a palle. Già.
Per di più la mia allergia alle palle avrebbe una motivazione particolarmente personale. È una constatazione neutrale, niente affatto interessata; un semplice dato di fatto. Immagino però che qualcuno – non necessariamente i più maligni, che sennò sarei maligna pure io (e non ci tengo) – ora obietterà che del personale non bisogna tener conto. Ma attenzione, perché anche in questo caso il mondo si divide in due generi di palle, ovverosia coglioni. Quelli che partono dall’universale per giungere al particolare, e quelli che fanno il percorso inverso, vale a dire partono dal particolare per giungere all’universale. In linea di massima i due a mezzavia si scontrano.

C’è però un altro genere, i più sgamati o furbetti, se vogliamo, che invece di buttare l’una o l’altra mantengono entrambe le opzioni. E chi non vorrebbe tenere in serbo la palla di riserva? Chiamali stupidi. Tra l’altro la cosa non è difficile, che avendo due mani due, chiunque potrebbe tenersi in mano sia l’una che l’altra palla. L’unico inconveniente è che, avendo le mani così occupate, da quel momento in poi quelli che son bravi a tenersi le palle in mano non fanno più un cazzo. Non possono, oggettivamente, sia chiaro; ed ovviamente trovano il modo di far fare ad altri quello che dovrebbero fare loro.
Ma scherziamo? Se per di più le palle sono auree, o di piombo, gli stessi acquisiscono il potere per farsi servire dai poveracci che non hanno le palle in mano, ed ecco che il gioco è fatto.

L’origine personale della mia allergia alle palle, vi dicevo – anzi, no, ve lo dico ora –  dipende dall’aver avuto fin dalla tenera età un fratello cacciapalle.
Casciaball, si dice dalle mie parti. Non l’ho detto io, beninteso; l’ho sentito dire a furor di popolo fin dal principio – principio che non è affatto perso nella notte dei tempi di sicuro. E fin dal principio, se ero tenera io, lui era più tenero di me di quattro anni. Per ciò ho potuto assistere alle sue evoluzioni e circonvoluzioni e rivoluzioni. Appena ha imparato a parlare, ossia a metter insieme sostantivi verbi e complementi – senza tralasciare la copula, claro – ha preso a spararle fin da subito belle grosse, così grosse da lasciar tutti a bocca aperta. Basiti.

La cosa curiosa, ora come allora, è che non se ne capiva la motivazione, lo scopo. A posteriori vien da pensare che l’unico movente plausibile fosse un onesto e sincero divertissement. Gli dava piacere. Ma cosa?
Poniamo che alla prima palla sparata qualcuno avesse riso di gusto, alla seconda qualcun altro o lo stesso lo abbia approvato, alla terza idem e così via. Non pare di vederlo? Il bimbetto che caccia una palla e tutti ridono; e la risata della platea mette in moto la sua che si riverbera nel pubblico e via e via? Ecco come può essersi messa in moto l’escalation di soddisfacimento del piacere grazie all’approvazione generale che lo poneva al centro dell’attenzione in quel modo perversamente ingenuo di metter in  mostra le palle.

Non gliene faccio una colpa, parbleu! Cerco solo di capire.
E so bene come questa spiegazione psicologica, come tutta la psicologia del resto – anch’essa impossibile da falsificare – sia del tutto insoddisfacente e lacunosa. Fa acqua da tutte le parti, da qualunque parti la guardi o la giri. Un colabrodo, è vero. Certo, che se non altro ci rimane in mano il colabrodo, dico io. Che se butti via anche quello, poi come scoli la pasta?
Quindi mettiamo per adesso da parte il colabrodo – che può sempre venir buono. E andiamo avanti.

Che poi, siamo onesti, cosa c’è di più bello di una grassa risata liberatoria? E lo stupore, la meraviglia dei presenti-assenti, con quel tipico movimento del mento che cade giù, in basso, a sfiorare quasi lo sterno, e tutti i muscoli del viso che si rilassano finalmente. Del tutto superfluo osservare che saper cacciar le palle è un’arte sopraffina: è saper smuovere le cose al punto da lasciar tutti senza parole. Che ad inventar palle dal nulla bisogna essere bravi. Davvero.
Sì, insomma, potrebbe persino essere un talento innato. Un tratto genetico derivante da un cromosoma cacciapalle. Non potrebbe essere? Una carattere recessivo che al momento opportuno è riuscito ad averla vinta. Chi può dire?
In questo caso, però, come nel caso fossero in parte vere entrambe le ipotesi – innatisti ed esperienzalisti non potranno mai mettere fine alla diatriba se non in via tombale o lapidaria (vd. sopra) – il fattore responsabilità personale rasenterebbe praticamente lo zero, ma con indice negativo. Meno uno o meno due, per intenderci. Comunque sottozero.

A guardar meglio, non si può nemmeno dire che sia una caratteristica troppo rara. Chi più chi meno, probabilmente è un attributo abbastanza diffuso. Ma è chiaro che c’è sempre chi eccelle e chi riesce a raggiungere soltanto un livello medio, basso o infimo. Non siamo tutti uguali, ma tutti diversamente uguali. Certo.
Se poi la meritrocazia premia i migliori, dobbiamo farcene una ragione, dato che da che mondo è mondo anche la natura seleziona i migliori.
Facciamoci caso: se i migliori cacciapalle vengono eletti dal popolo degli sfigati, ciò non succede per caso, ma per una ragione ben precisa – benché, di nuovo, difficilmente dimostrabile. Nulla capita a caso in natura come in ambito sociale. Il popolo degli sfigati adora i cacciapalle perché vorrebbero poter essere cacciapalle anche loro. Ma, ahiloro, non sono così bravi. Vorrebbero quel potere arcano, che non hanno, di ingannare e lasciar tutti inebetiti – e tutti zitti e mosca -, ma appena lo riconoscono si prostrano in venerazione, devoti, presagendo spesso erroneamente di poterne ricavare qualche vantaggio.

Sebbene imprescindibile approfondire questo aspetto sociologico, mi limito per ora a questi brevi cenni, in modo che la pasta resti al dente (fra due minuti è pronta; e il colabrodo, come prevedevo tornerà buono).  Su quanto poi gli istinti biologici di base possano avere influenza sull’evoluzione sociale, o, viceversa, quanto l’evoluzione sociale interagisca con gli istinti di base, non si ha alcuna certezza. È un colabrodo anche questo. E con questo fanno due. O tre? (contateli voi, per favore che non son brava a contar le palle)

Ma se a questo punto provassimo ad interpellare anche la fisica quantistica, non ne verremo mai più a capo. Al punto che vien da chiedersi, sinceramente, perché non sia stata ancora istituita una bella Facoltà del Colabrodo. In essa potrebbero confluire tutte le altre facoltà, studi teorici e pratici compresi, in modo tale che filtrando il tutto si possa ricavare un residuo secco in percentuale variabile di palle al metro cubo – analizzate le quali si potrebbe finalmente stabilire di che sostanza son fatte. Ad esempio: la stessa sostanza di cui son fatti i sogni? Oppure: oro, argento, mirra? O birra? O piombo?
Per inciso, le palle di piombo sono terrificanti, che quando le sparano fanno dei buchi così.
Già. Perché, ok che son tutte palle, ma di certo non è indifferente la sostanza di cui son fatte, nonché densità e misura, e come vengono sparate.

Qualcuno qui mi sta già contraddicendo, avanzando l’ipotesi che il mondo è fatto a pallet. Mmm… dev’essere un’evoluzione successiva o laterale. Non divaghiamo troppo. La cosa però curiosa è che il mio fratellino da cacciapalle in erba qual’era, ora che è adulto (si fa per dire), non ci crederete ma si è messo davvero a vender pallet. E su questo niente da ridire, che non fa male a nessuno. Sarebbe assurdo mettersi a cavillare anche su questo. Non vi pare?

Veniamo al dunque. Se è vero che il mondo è fatto a palle – anche se di certo non è Vero, poiché in un mondo di palle non ci possono essere che balle, anche se non lo possiamo sapere con assoluta certezza, anche se la palla fosse il principio occulto che regge questo mondo di palle, che però, essendo esso stesso il principio fondante sarebbe impossibile da dimostrare in quanto fondamento – non possiamo vivere in assenza di palle.

Inoltre, cosa non secondaria, umanamente parlando qualcuno più di qualcun altro non può proprio farne a meno, non può davvero vivere senza qualche palla consolatoria. Alzi la mano, se ne ha una libera, chi non ha avuto bisogno di quando in quando di qualche palla consolatoria. È un eroe o un santo! O uno nell’altro?

Quindi, ragazzi, bisogna farsene una ragione. Insisto. Sforziamoci.
Soltanto, dico soltanto che bisogna per lo meno saper scegliere le palle che fanno meno male. Piccole palle innocue. Palline. Perline. Bollicine. Sassolini. Biglie. Cose da bricolage e fai da te. Che ne dite?
Ma non solo. Proporrei che la capacità nonché la possibilità di cacciar palle venga distribuita più equamente. Invece di lasciare grossissime palle in mano ai soliti megacacciapalle, che tra l’altro si ingrossano vieppiù, andrebbero triturate, sminuzzate e redistribuite. Contemporaneamente, il sistema contributivo dovrebbe essere direttamente proporzionale alla quantità e misura di palle possedute ed emesse. Ovvio. Purché il sistema contributivo non sia una palla tambien. O la madre di tutte le palle.

Improbabile confidare almeno in un pizzico d’inversione di tendenza, a breve. A tal proposito, il dubbio atroce è se sia più facile credere ai miracoli che alle palle.
Senza speranza e con malinconia, penso all’astratta possibilità che i maggiori cacciapalle contribuiscano di propria sponte in ragione delle palle possedute ed emesse; ovvero sacrifichino parte cospicua dei loro attributi eccessivi ed eccedenti sull’ara pacis, in una sorta di Potlatch rivisto e corretto. Allora sì, sarebbe un mondo di palle perfetto. Il migliore dei mondi a palla.

So che non ve ne importa un fico, ma in quel caso prevedo che persino la mia allergia alle palle andrebbe in remissione.

Sono stata abbastanza pallosa?
Bene. Se è così, prendete nota: è cominciata la riappropriazione.

sunyata

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