alle porte dell’indicibile

Caravaggio, Michelangelo Merisi , San Girolamo scrivente, (1605-1606) 112 cm × 157 cm - Galleria Borghese, Roma

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« Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo»
« Se non posso muovere i celesti, smuoverò gl’Inferi»
[Eneide,  VII, 312]

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« C’era una volta uno scribacchino, un semplice ed umile scribacchino, che un giorno cominciò a sentirsi a disagio; non perché non si accontentasse di essere un semplice ed umile scribacchino – che mai aveva avuto velleità o pretese in tal senso – ma perché, cammina cammina, un giorno giunse alle porte dell’indicibile.

Capitò così che, esclusa la possibilità di poter aprire quelle porte – che d’altronde non si vollero aprire – si trovò nella necessità di scoprire  un nuovo modo, perlomeno un nuovo linguaggio, attraverso il quale non giovasse il dire, il solito ormai esausto dire rimasticato e riversato di bocca in bocca.

Sebbene non sia la cosa peggiore che possa capitare ad un essere umano, per uno scribacchino giungere alle porte dell’indicibile avrebbe potuto rivelarsi un piccola disastrosa sciagura; e in breve materializzarsi in una paralisi, se così si può dire, articolare. O forse è solo ciò che, ad un’osservazione superficiale, qualcuno avrebbe  potuto credere fosse accaduto.
Niente di tutto questo.

È vero che, espresse tutte le parole che dovette esprimere per giungere fin lì, lo scribacchino tutto ad un tratto si sentì a terra, vuoto, come un citron pressé, un limone spremuto. Così come forse occorreranno mesi e mesi di riabilitazione, su quei suoi poveri arti inanimati. Forse dovrà ricominciare dall’inizio, daccapo, come dai primi stentati e timidi passi di un bambino; e nel farlo, la memoria non gli sarà d’aiuto ma d’intralcio; così che gli sarà più utile dimenticare che ricordare, per non rimettere i piedi sulle stesse orme – inarticolate frasi che si ripetono come un’eco. Non so se osare sperarlo, ma forse altri passi, passi di una danza che ancora non sa danzare, già lo attendono. Forse sta già ricominciando a sognare.

È qui che inizia la vera storia del nostro scribacchino (ma attenzione, che il genere maschile che gli ho affibbiato è solo una convenzione in mancanza di un più appropriato genere neutro; la stessa ragione per cui non oso ancora dargli un nome, pur se inventato).
Beninteso, un più attento osservatore avrebbe potuto accorgersi che la perdita di fiducia nella parola, soprattutto della sua propria, non sarà stata nemmeno per lui un gran danno. È noto, quanto di frequente le parole somiglino alle incrostazioni calcaree sulle cozze. In generale – e non solo sulle cozze – ditemi se non se ne potrebbe beatamente farne a meno. Superfluo aggiungere che la maggior parte non è necessaria né essenziale, ma ridondante ed eccessiva. Come queste mie, anche se queste mie non sono in questione, ora.

Parole, parole, parole. In principio era il Verbo. Nacque così la più grande illusione, quella di poter irretire la vita, imbrigliarla nelle parole – quando si è raggiunto, perlopiù, il terrificante risultato di reprimerla e soffocarla.

Il problema principale di uno scribacchino, ahinoi, è che ancora non conosce la poesia – cosa che del resto non si può sapere; poiché la poesia nasce da sé di vita propria e si libra lieve o grave che sia.
Evidentemente i suoi studi pregressi si basavano sulla ragioneria; può darsi che fino ad allora avesse usato le parole come i bambini usano i mattoncini del Lego. Può darsi che li abbia messi insieme costruendo sì qualcosa di reale, ma reale come può esserlo – avete presente?- una costruzione giocattolo di mattoncini di Lego legati gli uni agli altri da incastri precostituiti, geometricamente prefabbricati. Mattoncino su mattoncino, ha eretto edifici che non hanno potuto, però, essere la dimora di un uomo né di una donna né di un bambino. Né lo saranno mai. Né alcun albero vi metterà radici.

Cammina cammina, alle porte dell’indicibile, mentre vede se stesso appoggiare la mano su quella stessa porta, anche per uno scribacchino non ha più senso dire “io dico”, “io penso”, “io scrivo”.
Nemmeno per uno scribacchino – non fa eccezione – ha più senso dire “io”. Insignificante.

È comprensibile che, se fino ad allora ha avuto bisogno di questo misero espediente, di questa stampella egoica, ancora non sa come proseguire senza. Ora però in qualche modo misterioso ha inteso che quella stampella era solo una finzione, una meschina illusione. E che solo come finzione o illusione potrà eventualmente continuare a servirsene.
Ma come?
Per certi versi utilissima – è fuor di discussione – , per altri  diviene l’impaccio che impedisce di spiccare il volo o correre spediti. Del resto è risaputo che gettare la stampella è il presupposto nonché regola aurea per riuscire a fare una qualsiasi cosa.

Alle porte dell’indicibile perde di senso la categoria dell’essere proprio, mentre ha inizio a quella del darsi, darsi come umile strumento, come passaggio, transito, attraversamento.

Alle porte dell’indicibile, avere qualcosa da dire diviene più importante del voler dire qualcosa. Se quel qualcosa deve valere più del silenzio.

Lo so, è un cambio di paradigma – inaudito – per le schiere dei sostenitori di Fromm, per i quali conta essenzialmente l’essere contro l’avere. Che però, ad esempio,  inciampano nella pietra dello scandalo della contraddizione nonché punto di fusione tra l’essere in vita e avere una vita.

Da quel giorno, innumerevoli esercizi di silenzio, di parole taciute e lasciate a marinare nell’esitazione estenuante prima di poterne estrarre un distillato, hanno occupato le sue ore.
Che non sia stato il periodo più entusiasmante e spensierato che ha trascorso dacché ha camminato in questa vita, lo si intuisce.

Questo passaggio è  inevitabilmente accompagnato da una certa dose di tristezza. Tristezza che però è solo tristezza in senso lato. Solo il limite del nostro linguaggio ce la fa definire tale.
Qualcuno la chiama malinconia, si dice, ma il nostro scribacchino non osa nemmeno trascrivere questa parola così alla moda, così abusata. Si accontenta di una più umile parola, come mestizia, senza soffermarvisi troppo. E via.

Ovviamente questa storia è solo all’inizio. Preventivamente, l’unica cosa che mi sento di osservare, è che non vorrei trovarmi nei suoi panni. E non potrei nemmeno, visto che ho già dei bei problemi ad infilarmi nei miei. E starci. Ma, dal momento che di certo io non sono in tali condizioni – che di fatti io posso dire tutto ciò che mi passa per la mente e non solo, a casaccio o a spada tratta – se avrò notizie dei suoi progressi vi terrò informati. Certo, se ci saranno. Non è sicuro.

Che poi, a pensarci bene, che importanza potrebbe avere, e per chi, se un uomo qualsiasi, nella fattispecie un semplice e umile scribacchino, ad un certo punto del suo cammino decidesse di tacere per sempre, ovverosia di non scrivere più?
Ammettiamolo, non sarebbe una grande perdita. Sopravviveremmo, sia noi che lui, indifferentemente, per lo meno per il tempo che ci è concesso come mortali in transito. Verso dove. »

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Francis Bacon, Study for the human body,  (1949)

 

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«O dearth / Of human words! roughness of mortal speech!»
«O miseria delle parole umane! inadeguatezza del racconto dei mortali!»
[John Keats, Endymion, libro II]

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(continua qui: ubi-maior)

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