ubi maior

Vittorio Bustaffa, dip.

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… ed ecco che lo scribacchino, ancor prima di essere nato e formato, già mi tiene sveglia la notte. E non come in quelle notti in cui mi prendo la libertà di stare sveglia a godermi il silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitio della brace nel camino. No. E neanche come quando il figlio più piccolo sta mettendo i denti e si lamenta, e passi la notte a cercare di distrarlo e consolarlo.  No, nemmeno, è un’altra cosa. Pare il fantasma dello scribacchino che in un certo senso mi chiama e mi pungola.

Dimmi chi sono – mi chiede.

Non fai in tempo a pensare una cosa, anche solo per celia, che questa si materializza, o almeno ci prova. Un po’ come succedeva nel film Ghostbusters, negli anni ’80.
Eh sì, è lui, lo scribacchino, o il suo ectoplasma informe che vuole essere definito; vuole braccia, gambe, un volto, un nome, un’età, un sesso, una storia.

Mentre io non sono sicura che il personaggio meriti di essere precisato. Che invero, ieri pomeriggio stavo già pensando a come farlo morire. Che so, farlo precipitare a sfracellarsi da un dirupo. O affogare in un fiume. Anche se, senza scomodarsi tanto, per affogare basterebbe il fatidico bicchiere d’acqua. Un sorso di traverso che – credetemi – non sarebbe da augurare nemmeno ad uno scribacchino.
Certo è, che se già stavo pensando a come farlo morire, dev’essere che non lo amo abbastanza. Potrei tutt’al più divertirmici un pochetto, o utilizzarlo come antagonista; non certo come eroe. Forse lo guardo già dall’alto, con una lieve vena di disprezzo che pulsa proprio qui, sulla fronte.

Ma lui, niente, persiste. Dimmi chi sono – continua a ripetere, petulante, ossessivo.

Per un attimo ho avuto il dubbio quasi atroce che qualche rarissimo quanto improbabile lettore di queste pagine sia riuscito a cadere nell’errore di immedesimarsi nello scribacchino, o possa aver pensato che io stessi parlando proprio di lui. Naturalmente è più forte il dubbio che qualcuno abbia il coraggio di sprecare il suo tempo a leggere ciò che mi capita di scrivere ma, nel caso, mi spiacerebbe; che sarebbe di sicuro un abbaglio, se non una falsa speranza leggermente vanitosa (la mia, s’intende, claro).

Ma, non potrebbe invece essere,  dico io, nient’altro che lo scribacchino che c’è in me?
Oh sì, è molto probabile. Chi mi conosce anche solo per sentito dire, dovrebbe sapere che ho sempre parlato in questi termini della mia attività, per così dire, scribacchina. Non serve dire che non mi sono mai sentita poeta né artista, ma al massimo un umile artigiano della parola. Uno qualsiasi che tenta di fare necessità virtù.  Senza riuscirci quasi mai.

Se però anche uno o l’altro oltre me avesse uno scribacchino molesto da far fuori, si accomodi o ci faccia un pensierino:  la cosa più semplice sarebbe strozzarlo direttamente con le proprie mani, e morta lì. Crudele ma rapido ed efficace.

In fondo è solo un personaggio inventato. Non esiste realmente. E di un personaggio immaginario possiamo disporre a nostro piacimento, della vita e della morte, senza incorrere in reati né rimorsi di coscienza. È il solo caso che sia dia – quindi perché non approfittarne? Quando ricapiterà di dar sfogo ai propri istinti omicidi? O suicidi, permanendo comunque in vita?

Ci sarebbe da chiedersi, però, che male mi (o ci) ha fatto lo scribacchino. Già. Una sentenza di morte, così sui due piedi, forse non se la merita nemmeno un personaggio immaginario. Chiunque si merita perlomeno un processo passabile, mi sa.  Almeno una farsa per salvare le apparenze. Quindi andremo per gradi.

E intanto, mentre da un po’ bussa lievemente alla porta, continua a chiedermi – Chi sono? Dammi almeno un nome.
E va bene, visto che insisti, l’hai voluto. Potresti essere costretto a ripetere all’infinito Chiamatemi Ismaele.
Pardon, non è possibile. Sarebbe plagio. Dovrai accontentarti di un altro nome. Il primo che ho tra le mani.  Ecco, ad esempio Girolamo, che prendo in prestito dal San Girolamo scrivente di Michelangelo Merisi. Che però, essendo Girolamo un nome un tantino desueto e pretenzioso, decido subito di contrarre nel diminutivo Mino(r) – da Girolamino, Mino – in modo che l’associazione ci conduca lesti  all’Ubi maior minor cessat, e non ci s’inganni sul tuo destino.

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Digressione. Domenica pomeriggio, una bella e tiepida giornata di sole con tredici gradi a mezzodì, passeggiavo con un compagno di sventura in una radura, parlando allegramente di letteratura; niente di serio, passavamo soltanto  in rassegna gli incipit che ricordavamo più per sbaglio che per altro.
Cammina cammina in tondo nella radura assolata, abbiamo subito pronunciato il più noto, quel “nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”, che in poche righe descrive esattamente il punto e la condizione da cui parte la Divina. Per inciso, domenica pomeriggio ci siamo guardati bene dall’addentrarci nella selva, almeno non quel giorno, che si stava troppo bene al sole, con gli occhi annegati nell’azzurro. (vedi foto)

Ma subito dopo, come non menzionare, appunto, il “Chiamatemi Ismaele” del Moby Dick? Non certo per far paragoni, inutili e fuori luogo, ammetto di adorare l’incipit del Moby Dick. [1]
Due sole parole, tre in inglese. Call me Ishmael. Un’intuizione geniale. Un concentrato di approssimazione talmente rasente la perfezione da suggerire la mancanza, il non detto, in modo tale che appena pronunciato, si irradiano attorno molteplici cerchi concentrici di allusioni di senso e significato. E non c’è che  l’imbarazzo della scelta.

Per prima cosa – che è anche la prima cosa che si dovrebbe fare per cortesia – dal momento che non c’è nessuno che lo presenti,  Ismaele si presenta da sé. Che però non dice “Mi chiamo Ismaele”, poiché non avrebbe alcun senso chiamarsi da sé, ma, come ben sappiamo, dice “Chiamatemi Ismaele”.
Come a dire – Ho un nome perché voi lo possiate pronunciare, perché voi mi possiate chiamare. Non certo per chiamarmi da me. Se fossi io solo, in fondo non avrei bisogno di alcun nome. Nemmeno di questo nome che sta per “esule, vagabondo”.
Difatti, è noto che nel Genesi Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciati, esuli, a vagabondare  nel deserto.  (fonte Wikipedia).

Trovo poi che in italiano, quel chi-ama-te-mi, da me intenzionalmente (forse arbitrariamente) sillabato, acquisti un senso ulteriore, come se, senza volerlo, portasse in campo l’amore – come un’invocazione, una speranza,  una preghiera.

Amore che resta sempre sullo sfondo anche nella tragica storia del capitano Achab, della lotta col demone che lui stesso ha creato; che sprofonda e poi riemerge infine galleggiando, e sostiene Ismaele come su una bara,  alla deriva su un mare morbido, funereo. […] Finché una vela s’avvicinò e finalmente mi raccolse. Era la bordeggiante «Rachele» che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano. [2]

Nel rileggere poco fa alcuni passi del Moby Dick, leggiucchiato e malamente studiacchiato ai tempi delle medie, all’improvviso sono percorsa da brividi lungo la schiena. Reali brividi, niente affatto letterari.

Siamo tutti orfani, bisognosi d’amore. Naviganti esuli e vagabondi.

E persino quella bara che ha sostenuto Ismaele sul  mare morbido, funereo, oltre che provvidenziale sa tanto di espediente che dice una cosa per suggerire il contrario. Da bara a boa di salvataggio.

Soltanto, ora non ho più il cuore di assassinare Mino, il mio scribacchino. Sto cominciando a guardarlo con rinnovata tenerezza.

E lui, di rimando.

Siamo entrambi graziati.

Incredibile come a volte basti poco.

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Forse continua … poiché a dire il vero, anche il lavoro mi chiama.

Ma il nome – mi chiederete? Oh sì, come figlio di un dio minore, lo trova adeguato.

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Note:

[1] Qui, l’incipit del Moby Dick:
«Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.»

[2] E per finire, l’excipit:
«Liberato per via della molla ingegnosa e per la sua grande leggerezza venendo a galla con gran forza, il gavitello-bara balzò per il lungo, su dal mare, ricadde e mi galleggiò accanto. Sostenuto da quella bara, per quasi un giorno intero e una notte andai alla deriva su un mare morbido, funereo. I pescicani disarmati mi guizzavano accanto come avessero lucchetti alla bocca; i selvaggi falchi marini passavano coi becchi inguainati. Il secondo giorno, una vela s’avvicinò e finalmente mi raccolse. Era la bordeggiante «Rachele» che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.» 

[Herman Melville, Moby Dick, o la Balena, Adelphi, traduzione di Cesare Pavese, Milano, 1990]

 

Immagini:
in alto, 
un dipinto di Vittorio Bustaffa; le foto invece sono mie: una veduta del Brinzio, con le betulle; e il lago davanti a Luino – quest’ultima è un po’ sfocata, ma i cigni sono veri, non di plastica. 

 

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