la fune a scimmia

Pieter Bruegel the Elder - Two Chained Monkeys (1562) Gemäldegalerie, Berlino

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«Nel tumultuoso lavoro di tagliare una balena e disporne, si crea tra l’equipaggio un grande andirivieni. Ora occorrono braccia da una parte, ora dall’altra. Non c’è modo di fermarsi in un posto qualunque, poiché dappertutto bisogna attendere a tutte le faccende contemporaneamente. Proprio la stessa cosa succede a chi cerca di descrivere la scena. Bisogna che torniamo un poco sui nostri passi. Ho detto che, appena calato sulla schiena della balena, il gancio da grasso viene inserito nel foro originario praticato qui dalle vanghe degli ufficiali. Ma come ha potuto una massa così sgraziata e pesante, com’è questo gancio, venire introdotta in quel foro? Il mio particolare amico Quiqueg ve la inserì, il cui compito, in qualità di ramponiere, era appunto di scendere sulla schiena del mostro a questo speciale scopo. Ma, in molti casi, le circostanze richiedono che il ramponiere rimanga sulla balena finché tutta l’operazione dello spellamento, o spoliazione, non sia finita. La balena, bisogna osservare, è quasi del tutto sommersa, tranne le parti su cui si lavora direttamente. E così laggiù, qualcosa come dodici piedi sotto il livello della coperta, il povero ramponiere si dibatte mezzo sulla balena e mezzo in acqua, mentre la massa enorme gli gira sotto come un mulino di bagno penale.
[…] Essendo io il prodiere del selvaggio, vale a dire quello che nella sua lancia maneggiava il remo di prora (il secondo davanti), era mio lieto dovere accudirlo mentre lui eseguiva quella brancolante rampicata sulla schiena morta. Avete certo veduto dei ragazzini italiani, suonatori di organetto, tenere per una lunga fune una scimmia che balla. Proprio allo stesso modo, dalla banda strapiombante della nave io tenevo Quiqueg giù in mare, per mezzo di quella che, con voce tecnica, si chiama una fune a scimmia, attaccata a una forte cintura di tela che lo serrava alla vita.
Era una faccenda umoristicamente pericolosa per tutti e due. Poiché, prima di procedere, bisogna dire che la fune a scimmia era assicurata da entrambe le parti: assicurata alla larga cintura di tela di Quiqueg e alla mia sottile di cuoio. Cosicché, per il meglio e per il peggio, noi due eravamo adesso sposati; e se il povero Quiqueg fosse affondato per non ricomparire mai più, allora, come l’usanza e l’onore domandavano, io avrei dovuto, invece di tagliar la fune, lasciarmi trascinare nel suo solco. Cosicché ci univa, insomma, un prolungato legamento siamese. Quiqueg era il mio fratello inseparabile, e in nessun modo avrei potuto liberarmi dalle pericolose responsabilità che il vincolo di canapa implicava.
Tanto efficace e metafisico fu il concetto che mi feci allora della mia situazione, che, mentre badavo tutto intento ai movimenti di Quiqueg, mi parve di comprendere chiaramente che la mia individualità era ormai fusa in una società a due, che il mio libero arbitrio aveva ricevuto un colpo mortale, e che l’errore o la sfortuna di un altro potevano trascinare la mia innocenza nella sciagura o nella morte immeritata.
Per cui mi accorsi che ci doveva essere una specie d’interregno della Provvidenza; perché l’equità imparziale di questa non avrebbe mai potuto sanzionare una così grossolana ingiustizia. Eppure, meditando dell’altro (mentre con uno strattone ogni tanto toglievo Quiqueg di tra la balena e la nave, che minacciavano di stritolarlo) meditando dell’altro, ripeto, m’accorsi che questa situazione era la precisa situazione di ogni mortale che respiri; soltanto che, nella maggior parte dei casi, quest’ultimo ha un legamento siamese con una quantità d’altri mortali. Se il vostro banchiere salta, voi schizzate; se il farmacista vi mette per isbaglio veleno nelle pillole, voi morite. È vero, potete dire: con una straordinaria cautela è possibile sfuggire a queste ed alle infinite altre brutte evenienze della vita. Ma maneggiate pure la fune a scimmia di Quiqueg con quanta attenzione potete; qualche volta lui le dava tali strattoni che per poco io non filavo fuoribanda. Né potevo dimenticare che, qualunque cosa facessi, io ero solo padrone di un’estremità della fune.*
Ho accennato che sovente davo strattoni al povero Quiqueg per cavarlo di tra la balena e la nave, dove gli avveniva di cadere di tanto in tanto per l’incessante rollio e barcollio delle due. Ma questo non era il solo pericolo di stritolamento cui fosse esposto. Indisturbati dalla strage che si era menata tra loro nella notte, i pescicani, di nuovo e più irresistibilmente allettati dal sangue che, ormai spillato, cominciava a colare dalla carcassa, sciamavano rabbiosi là intorno come api in un alveare.
E proprio in mezzo a quei pescicani c’era Quiqueg, che sovente li respingeva agitando un piede. Una cosa al tutto incredibile, se non fosse che, attratto da una preda quale una balena morta, lo squalo, altrimenti onnicarnivoro, raramente tocca un uomo.
Nondimeno stiamo persuasi che, siccome essi hanno in pasta mani tanto rapaci, è semplicemente savio far buona guardia. E così, oltre alla fune a scimmia con cui ogni tanto strappavo il poveretto da una troppo stretta vicinanza allo stomaco di quel che mi pareva un pescecane particolarmente feroce, Quiqueg era fornito di un’altra protezione ancora. Sospesi fuoribanda in una delle impalcature, Tashtego e Deggu gli brandivano continuamente sulla testa un paio di vanghe da balena affilatissime, con le quali macellavano quanti più pescicani potevano. Questo loro modo di fare, certo, era del tutto disinteressato e ben intenzionato, ma nello zelo frettoloso di dare una mano a Quiqueg e per il fatto che tanto costui che i pescicani si trovavano a volte seminascosti nell’acqua intorpidita di sangue, quelle loro vanghe indiscrete andavano più sul punto talvolta di amputare una gamba che non una coda. Ma il povero Quiqueg, che faticava e sbuffava con quel gancione di ferro, il povero Quiqueg, m’immagino, pregava soltanto il suo Jogio e rassegnava la sua vita nelle mani degli dèi.
Be’, camerata e fratello gemello carissimo, pensavo io mentre ricuperavo e mollavo la fune a ogni ondata; che cosa importa, dopo tutto? Non sei tu forse l’immagine preziosa di ciascuno e di tutti in questo mondo baleniero? Quest’oceano insondato, dove tu stai ansimando, è la vita; quegli squali, i nemici; quelle vanghe, gli amici; e tra gli squali e le vanghe, sei in un bel pasticcio e in un bel rischio, giovanotto.
Ma coraggio! c’è del buono che ti aspetta, Quiqueg.»

[Herman Melville, Moby Dick, o la Balena, Adelphi, traduzione di Cesare Pavese, Milano, 1994; pagg. 346-349]

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Miniatura tratta dal Breviario di Maria di Savoia - BibliothèqueMunicipale, Chambéry

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* La fune scimmia si trova in tutte le baleniere, ma era soltanto sul «Pequod» che la fune e il reggitore venivano legati insieme. Questa miglioria sull’uso originario venne introdotta nientemeno che da Stubb, allo scopo di offrire al ramponiere pericolante la garanzia più sicura possibile della fedeltà e vigilanza del proprio reggitore.

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