libere associazioni in difesa delle Cause perse

Ilaria Del Monte with the show titled, Out of This World. Antonio Colombo Arte Contemporanea.

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Nemmeno per l’anticamera del cervello mi era passata l’idea di acquistarlo, l’avevo prenotato in biblio – aggratiss.
E, sorpresa, me lo trovo  pressoché intonso (anche se ad essere precisi “intonsi” sarebbero quei libri di una volta, quelli con le pagine che bisognava separare col tagliacarte), con ancora la striscia con la foto di Zizek insieme a Fazio, e con la dicitura “due edizioni in una settimana”. Che in questo caso non posso che essere lieta se (non esclusivamente per le mutande di Dolce e Gabbana o i libri di Vespa e D’Alema) la pubblicità funziona. Basta che funzioni, si diceva.

Dire enorme è poco. Pantagruelico rende meglio: 573 pagine escluse le note e gli indici.
Molto complicato – non so per voi, ma per me di sicuro – anche solo pensare di leggermi il poderoso volume (leggi mappazzone) per intero. Già temo sarà una grande abbuffata. E dunque, da che parte cominciare?

Non è importante. Se siete metodici cominciate pure dall’introduzione. Può darsi che fin dall’inizio vi accorgerete – come me ne sono accorta io – che leggere questo libro è un po’ come andare sull’otto volante o, se preferite il genere esotico, sulle montagne russe. O, di nuovo, su una piattaforma girevole. Non quella di Habermas, certamente. Ma per andare dove? Se devo essere sincera, sincera sincera, non l’ho ancora capito.
Però attenzione: mai come in questo caso «spetta al lettore risolvere il rebus che giace di fronte a lui”. [Slavoj Zizek, In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie, I° ed. aprile 2009; p.18]

(Che se però ora state pensando che sarò io a risolvere il rebus, cascate male. Quindi non fatevi illusioni; e in cambio, non me ne farò nemmeno io. Un cambio equo.)

Qui giace, in effetti, tutta questa lettera morta in una piccola bara di carta – dimensioni 20,5 X 14 X 3,6 cm. ; peso hg. 5,30 -, e solo al lettore spetterà il compito di resuscitarla.
Come d’altronde qualcuno vorrebbe far resuscitare la sinistra. Sarà possibile? Accadrà? Ne saremo capaci? (noi, loro, chi?)
Non per niente «Questo libro è dedicato senza vergogna al punto di vista “messianico” della lotta per l’emancipazione universale.” [idem, p.16]
Bene. E dunque, «La posta in gioco è un nuovo condiviso campo di battaglia politico-teorico.” [ibidem, p.18]  (Meglio ancora, non se ne vede l’ora)

Evviva: si parte.

È il primo libro, quasi il mio primo approccio a Zizek (tranne un minimo antecedente qui), e subito mi rendo conto che non riesco a separare la sua persona, per quello che appare e percepisco di lui, da quello che sostiene e scrive. Persino la sua voce, i suoi modi, i suoi gesti, sono l’inseparabile corollario delle parole scritte. La prima cosa che sento, e che in qualche modo mi contagia, è una schietta e sana incazzatura. Un’esuberanza controllata.

Credo funzioni come uno specchio (i famosi neuroni, sapete), cosicché in questo modo la sua ira si riflette e rianima la mia, che forse si era un po’ assopita, o messa in disparte, in un angolino – che, tanto, dove vuoi andare? Lo sai che i papaveri son alti alti alti e tu sei piccolina! E se sei piccolina, e lo sai, devi appena cercare di sopravvivere, adattarti al mondo là fuori, così com’è,  non certo osare di immaginare che possa essere cambiato, che possa essere diverso – magari più “umano”?

È troppo umano Lei“, una vocina mi suggerisce, prima ancora di andare di corsa all'”Umano troppo umano” di Nietzsche.

Come non convenire che  “umano” sia una parola ambigua? Non per niente «Chesterton inizia il Napoleone di Notting Hill con la frase: “Il genere umano a cui tanti miei lettori appartengono ...”, che non significa che alcuni di noi non siano umani, ma che c’è un nucleo inumano in ciascuno di noi o che non siamo del tutto umani.» [p. 29]

Niente, nemmeno la categoria dell'”umano” può essere usata come una leva per sollevare il mondo. Non regge. E del resto è risaputo. Dopo Nietzsche che ci ha svelato e predetto la morte di Dio, è svanito definitivamente il fondamento ordinatore di tutte le cose del mondo, etica compresa, ovviamente.  Che non tiene, non si sa più come giustificarla. O, al limite, potremo farle giusto una giustificazione per malattia. È indisposta, non si sente troppo bene. Pur sempre assente benché giustificata, direbbe qualcuno.

È così: nel  mondo postmoderno  «la sospensione del Significante Maestro lascia come unica azione al richiamo ideologico l’abisso “innominabile” della  jouissance: l’ingiunzione finale che regola le nostre vite nella postmodernità è «Godi!». [p.45]

Godi! Mica male come imperativo categorico – non so cosa ne penserebbe Kant, ma  che ne dite, non ci ricorda qualcosa?
Tant’è che  verrebbe piuttosto da dire: “popolo degli incazzati, unitevi!” Indignatevi! Rivoltatevi! Ne avete tutte le buone ragioni! (anche se non sapete dire quali in bella forma politically corret)
Ma cominciate! Tirate una buona volta fuori l’ira dal bozzolo in cui si era andata a nascondere. È primavera, Svegliatevi bambini!
Ora non so esattamente a cosa servirà, ma risvegliarsi dall’atonia può essere un buon inizio, una sferzata d’energia. Una botta de vita – come dicono a Roma o su e giù di lì.

Non so ancora se sia giusto, e perché. Ma via. Torniamo alle cose serie. Le grandi Cause perse. Ecco qui qualche saggio:

«Per le grandi Cause le cose sembrano essersi messe male, oggi, in un’era “postmoderna” in cui, per quanto la scena ideologica sia frammentata in una panoplia di posizioni che lottano per l’egemonia, esiste un consenso di fondo: l’era delle grandi narrazioni è finita, abbiamo bisogno di un “pensiero debole” contrapposto ad ogni fondazionalismo, un pensiero attento alla tessitura rizomatica della realtà; anche in politica non dobbiamo più aspirare a sistemi omnicomprensivi e a progetti di emancipazione globale; l’imposizione violenta delle grandi soluzioni deve cedere il passo a forme specifiche di resistenza e intervento … Se il lettore avverte una pur minima simpatia per queste affermazioni, smetta di leggere e metta da parte questo libro. [p.9]

E così, pare che grandi Cause perse siano il rimosso collettivo di una sinistra che ha perso l’ago della bussola, o il “punto di capitone” [1]. Di una sinistra contagiata da un individualismo liberista che l’ha trasformata alla radice, in modo tale da non riuscire neppure più ad avvertire le cause della sua crisi.

Come  Cornelius Castoriadis e Christopher Lasch  già sostenevano nel marzo 1986, «la sinistra ha perso l’ideale, sostituendo la lotta di classe con una ideologia dei diritti umani di evi­dente impronta libe­rale [2] non certo marxiana. Invece che affian­carsi alla lotta di classe, la lotta con­tro le discri­mi­na­zioni ha sosti­tuito la lotta di classe, segnando in que­sto modo la fine della sinistra.»

Così, mentre si allarga a macchia d’olio l’ideologia della fine delle ideologie, l’unico a riportare un’indiscussa vittoria sull’esistente, ovviamente è il capitale. [3]

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Elio Copetti,  Dopo di me vien colui che è piú forte di me; al quale io non son degno di chinarmi a sciogliere il legaccio de’ calzari.

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«Sul piano del senso comune, il punto più lontano a cui si può arrivare è un liberismo conservatore illuminato: ovviamente non ci sono alternative praticabili al capitalismo; allo stesso tempo, lasciata a se stessa la dinamica capitalistica minaccia di minare le proprie fondamenta. » [p.10] (sobh, ma che peccato)

«Questo è il limite del senso comune. Ciò che sta dietro di esso implica un Salto di Fede, una fede nelle cause perse, cause che, all’interno della saggezza scettica, non possono che apparire folli.
Ma perché? Il problema, ovviamente, è che in un tempo di crisi e di rotture, la stessa saggezza empirica scettica, costretta nell’orizzonte della forma dominante del senso comune, non può fornire delle risposte, e dunque si deve rischiare un Salto di Fede. [4]» [p. 11]

«Ma in che modo? Non correndo appresso ad una verità “oggettiva”, ma basandosi sulla verità riguardo alla posizione da cui si parla.» [idem come sopra]

Come vedete, ho già cominciato, esattamente dalla verità dalla posizione in cui sto parlando (meschinella verità, questa mia),  anche se non so bene ancora quali rischi corro, o corriate voi. Ma devo dire che dopo decenni di dubbi e mezze misure a-tonali, fare un Salto di Fede non mi turba più di tanto  – purché non sia un saltare di palo in frasca. Che a dirla tutta, anche il metodo utilizzato da Zizek per scrivere questo libro, sembra proprio essere quello delle libere associazioni. Cosa che con i salti di palo in frasca c’azzecca mica male.

A parte questi primi appunti, ammetto di avvertire una lieve difficoltà a confrontarmi con alcuni contenuti filosofici e psicoanalitici. Concetti quali il Significante Maestro, ad esempio, o il grande Altro, scritto con la maiuscola, ovviamente, e per i quali rimando al prossimo post (forse).  Non scoraggiatevi. Ne vedremo delle belle – prima della scadenza del prestito, s’intende;  sempre se ce la faremo, e ne dubito fortemente.   Ma di quale prestito parli? – qualcuno mi sta chiedendo. Eh suvvia, indovina! Due soli indizi: se il debito è inestinguibile, parimenti è inesigibile.

Soltanto, all’improvviso sorge spontanea una domanda. Non c’è dubbio che nel frattempo siamo diventati sempre più colti e abbiamo imparato molte cose, ma – mi chiedo – quanti tomi di questo tipo dovremo ancora sorbirci, e quanto ancora dovremo studiare  prima di iniziare la rivoluzione?

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Note:

[1] Il “punto di capitone” è il punto, o meglio il nodo in cui converge, formandone il nerbo e il sostegno, l’ordito di un’imbottitura (per esempio gli spessi punti di cucitura che formano le losanghe di un materasso o di un divano). Nella topografia che sostiene la prima articolazione del primo discorso di Lacan, il “punto di capitone” è la cellula germinale, o la matrice, di un complesso grafo chiamato “grafo del desiderio”. Senza entrare minimamente nella sua complessa articolazione, limitiamoci qui a dire che la metafora è impiegata da Lacan per descrivere il punto in cui la catena dei significanti e la catena dei significati della lingua, altrimenti separate, si intersecano, formando un nodo che struttura il soggetto, che gli dà senso.

[2] vale a dire i diritti del capitale.

[3] « La vittoria in questa fase storica dell’economia finanziaria sul diritto ha tolto centralità e sovranità alla politica, riversandole sul governo della moneta. Intorno al denaro ruotano gli Stati, le democrazie e le autocrazie, sicché è proprio questo governo della moneta a determinare in larga misura il destino dei popoli nella nuova globalizzazione. È così che le Banche centrali, che di quel governo hanno la leadership, costituiscono ormai il vero e indiscusso potere delle nazioni e mai come in questo periodo le loro decisioni ne hanno condizionato la vita. La rapidità con cui le Banche centrali possono agire sull’andamento delle economie globalizzate, in continua variabilità, è superiore a qualunque politica di Stati democratici o autocratici in ogni caso allentati dalle difficoltà procedurali e burocratiche sconosciute alle istituzioni monetarie nazionali e internazionali, come è avvenuto finora con l’imposizione di politiche rigorose di bilancio di austerità, rischiosamente deflattive. » da Il Sole 24 Ore – http://24o.it/FjD5Q

[4] «Cosa significa questo Salto di Fede rispetto al prendere posizione riguardo a posizione politiche specifiche? Non si è ridotti a sostenere gli atteggiamenti abituali della sinistra liberale, con la clausola “non siamo ancora la Cosa reale”, che il Grande salto rimane davanti a noi? Si tratta di una questione chiave: no, non è così.  Anche se qui, all’interno del contesto esistente, sembrano non esserci spazi per spazi radicali di emancipazione, il Salto di Fede ci rende liberi per un atteggiamento assolutamente privo di scrupoli e aperto rispetto a tutte le possibili alleanze strategiche: ci permette di spezzare il circolo vizioso del ricatto della sinistra liberale (“se non voti per noi, la destra limiterà l’aborto, porterà avanti leggi razziste …”), e di trarre profitto dalla vecchia intuizione di Marx sul fatto che i conservatori intelligenti spesso vedono in maniera più acuta (e sono più consapevoli degli antagonismi dell’ordine esistente) dei liberali progressisti. » nota di Zizek sul Salto di Fede [p. 574].

Immagini:

Ilaria Del Monte, “Out of This World“;
Elio Copetti, “Dopo di me vien colui che è piú forte di me; al quale io non son degno di chinarmi a sciogliere il legaccio de’ calzari“.

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