e qui comando io

Frida Kahlo

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Una mia cara amica mi racconta di essersi sentita trascurata dal marito, quando, una domenica mentre stava male a causa di una brutta influenza, senza farsi alcun problema lui se ne era andato a spasso lasciandola a casa febbricitante, senza minimamente preoccuparsi di andare almeno prima in farmacia per procurarle qualche medicina. E che al ritorno, la sera, non si era nemmeno occupato di prepararle qualcosa da mangiare.
Non capita spesso di stare male, ma se capita e ti accorgi che non c’è la benché minima reciprocità, ci stai molto molto più male – mi dice.

E continua …

– Così ho fatto un calcolo. Siamo sposati da quarant’anni, quindi  ho cucinato per lui, oltre che per me e i figli, claro, per due volte al giorno, all’incirca per 350 giorni all’anno; e se la matematica non è un’opinione fanno 28.000 volte; sempre all’incirca, ovviamente. Senza contare le volte in cui l’ho curato quando è stato malato, ed è successo abbastanza di frequente. Non è mai accaduto che lui fosse ammalato e io me ne andassi per i fatti miei. Impensabile per me, una cosa simile. E senza contare tutto il resto.
– Può capitare, succede spesso, che gli uomini restino bambini.
– Ma anche un bambino, se la mamma sta male, magari si preoccupa, qualcosa s’inventa.
– Oppure, è facile che esca a giocare coi suoi amici. Cosa pretendi da un bambino?
– Quindi, mi stai dicendo che mio marito si comporta come un bambino?
– È così. Sai come succede quando gli sposi vanno all’altare?
– Cosa?
– Ricordi? Il padre che consegna la figlia al marito?
– Ah sì, è vero. La patria podestà che passa al marito. Che già questa è una cosa da far girare le balle.
– Ecco, ma quello che non si mostra è il lato più oscuro, ossia che la madre passa in toto le cure materne alla futura moglie. Comprese le pulizie.
– Insomma, mi stai dicendo che la suocera ti consegna il bambinello.
– Certamente. Ti stai prendendo il suo bambino. Ora è tuo. E in genere ti odia anche un po’ per questo. Anche perché non è mai soddisfatta di come te ne prendi cura, e pensa che non sarai brava quanto lei.
– Se per questo te lo dice persino. Ma te lo dice anche lui, il bambino. Non sarai mai come la sua mamma adorata che lo difendeva sempre e gli perdonava tutto. Che anzi, era anche molto soddisfatta quando il suo bambino faceva lo stronzetto prepotente e cattivo.
– Eh certo, i maschi devono essere maschi. E più son maschi, più la mamma è contenta. Ma forse si sente anche un po’ sollevata, perché s’è tolta il peso e ora ce l’hai tu. Sei tu che te lo devi gestire, adesso, d’ora in poi. E son cavoli tuoi.
– Per di più te lo sei voluto, e ora te lo tieni.
– In buona e cattiva sorte, in ricchezza e povertà, nonché in salute e malattia.
– E tu dici sì, lo voglio. E ti pigli il pacco completo. Ma prima di aprirlo non sai cosa contiene.
– Te ne accorgi dopo, però.
– Siamo proprio sceme, noi donne. Non solo facciamo i bambini e abbiamo cura di conservarli bambini, ma ci sposiamo dei bambini e li manteniamo tali e quali.
– Ma se riesci a tenerteli così, va tutto bene. Basta che son contenti loro, va tutto bene. Il problema grosso sorge se per caso non sei contenta tu, se magari vuoi qualcosa di più, o pretendi qualcosa da loro. Non sia mai. Loro hanno tutto l’interesse a restare bambini. Quale vantaggio ci sarebbe per loro, se crescessero? Aumenterebbero le loro responsabilità … Ti pare? E chi glielo fa fare? Sono bambini, ma mica scemi, però.
– Già, ma in questo modo non possono nemmeno essere dei padri. E se io faccio dei figli con un bambino, questi miei figli saranno orfani di padre.
– No, nemmeno orfani: saranno soltanto senza padre … N.N. Padre sconosciuto.
– Mentre tutti gli altri pensano che tu hai un marito, e  un padre per i tuoi figli, accanto.
– Ma lo sai, no? Fra moglie e marito non mettere dito …
– Però occupano il posto del padre, senza esserlo.
– Nient’altro che polverosa nostalgia dei valori tradizionali. Ma ne rimane la vuota forma, il guscio vuoto.
– Ma cosa succede a questi uomini? Perché non crescono?
– Alcuni non sanno più chi sono, o chi vogliono essere. Sono confusi. Hai sentito parlare di crisi d’identità maschile, vero?
– Mhm .. alcuni non sanno più che modello imitare. Il modello tradizionale non funziona più, però non riescono a immaginarne né crearne un altro.
– Certo, qualcuno però prova a resistere, ad esempio prova a riciclare il modello del padre tradizionale autoritario.
– Ma che cavolo di modello era?
– Autoritario, appunto. Vale a dire, che ogni cosa che lui dice e fa non deve essere messo in discussione.
E qui comando io …
– Come quella canzonetta ancient regime
– E qui comando io, e qui comando io, e ogni dì devo sapere chi viene e chi va …
– È così?
– È triste.
– È più facile.
– Per loro, però … solo per loro.
– Il problema però sei tu, ossia la donna-madre … nel caso tu non voglia più continuare a ricalcare il modello della donna-madre.
– Ma, anche una donna-madre vorrebbe essere madre dei suoi figli, e avere un uomo-padre accanto a lei. E poi, scusa, perché non dovrebbe esserci reciprocità e solidarietà, fra un uomo e una donna che vivono insieme da anni?
– Se ci fosse reciprocità e solidarietà, non ci sarebbero problemi, e quindi non saremmo qui a parlarne, dei problemi. Ma temo sarebbe troppo bello. Infatti devi essere donna-madre-sola, vale a dire per tutti i maschi della famiglia. Ma non solo. Tutti si aspettano che tu ti comporti da donna-madre in ogni caso e in ogni occasione. E se non riesci o non vuoi essere in quel modo, cercano di colpevolizzarti, se già non lo fai tu per prima.
– Ah sì, siamo brave a farci carico di tutto, quindi anche delle colpe.
– Le figlie femmine invece devono imparare presto ad arrangiarsi da sole. Ad essere a loro volta donne-madri.
– Ma cosa significa essere donna-madre?
– Significa che non devi pretendere di dedicarti o lottare per ottenere qualcosa per te stessa. Significa che la tua unica soddisfazione dev’essere quella di fare felici gli altri. Significa che ti devi dedicare agli altri e nulla più.  Non devi essere felice per te stessa. No. Devi occuparti degli altri, e solo dopo di te stessa. Ma quel dopo non arriva quasi mai. Ti abitui a restare indietro, a rinunciare. In realtà tu non esisti quasi. Esisti solo in funzione del ruolo che altri hanno deciso per te.
– Chi sono questi altri che vogliono decidere per me?
– È una storia vecchia. È la civiltà che l’ha deciso.
– Bella civiltà!
– È un’eredità storica. La civiltà che abbiamo ereditato ha visto un sesso prevalere sull’altro, imporre un dominio del tutto singolare, soprattutto perché passa attraverso la vita intima, sessualità e sentimenti.
– È una brutta storia. Non mi piace questa eredità, non la voglio!
– Il problema è che non può dissolversi per incanto o per magia. Sotto ogni cosa che facciamo ci sono incrostazioni di teorie che si sono depositate in migliaia di anni di pratiche di vita.
– No, non magia, sotto sotto ci vorrebbe un bell’anti-calcare.
– Un anti-calcare molto speciale.
– Che non c’è.
– No, non c’è.
– Che fare, allora?
– Subire?
– O continuare a farsi annientare?
– Anche ammazzare, se è per questo …
– Anche ieri ne hanno ammazzate due, e un’altra il giorno prima.
– Ed era l’8 marzo. Mimose rosse di sangue.
– Ogni volta che uccidono un’altra donna, sento che hanno ammazzato un po’ anche me. Ogni due o tre giorni ne uccidono una. E mi sento morire ogni giorno di più.
– Si muore in ogni caso, prima o poi…
– Penso però che in fondo, di che mi lamento io? I miei sono problemucci, rispetto a quelli di tante altre donne che se la passano davvero male. Devo solo far finta di niente.
– Beh, certo, se quelle donne si fossero sottomesse, magari qualcuna di loro se la sarebbe cavata. Qualcuna di loro sarebbe ancora viva.
– No, sarebbe morta dentro. Morta in ogni caso. Ma meglio essere morte, sai, che vivere in quel modo.
– No, questo non è giusto. Se ognuna di quelle donne potesse ancora parlare, ti direbbe che non è giusto parlare così.
– No, certo. Ognuna di loro avrebbe voluto vivere. E alcune di loro erano giovanissime.
– Ma a parte l’età, il problema è trasversale. E non c’è età, ceto sociale o ubicazione geografica che sia al riparo dalla violenza che il dominio maschile cerca di esercitare sulle donne. Che anzi, è proprio quando si accorge di stare per perdere la presa, che la violenza diventa l’ultima razio.
– Razio?
– Razio … si fa per dire.
– È l’istinto bestiale.
– Istinto bestiale, sì.
– E come si fa?
– …
– E l’umanità, allora?
– Ah, l’umanità … se volessimo catalogare l’umanità in classi, le donne fanno parte di una sottoclasse. Di ogni classe esistente, le donne sono la sottoclasse di quella classe. Una sottoclasse a sé stante. Un mondo separato.
– Tanto varrebbe essere separati a tutti gli effetti, allora.
–  È quando le piccole volpi vengono prese nella tagliola, che si staccano a morsi una zampa pur di tornare ad essere libere …
– … se però non muoiono comunque …
– … dissanguate …
– …

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Note:

In uno dei suoi saggi più famosi, Il disagio della civiltà, Freud descrive con
straordinaria lucidità le forme in cui si è manifestata storicamente la “guerra tra i sessi”:

«Le donne rappresentano gli interessi della famiglia e della vita sessuale. Il lavoro civile è diventato sempre più cosa di pertinenza maschile (…) la civiltà si comporta verso la sessualità come una stirpe o uno strato di popolazione che ne abbia assoggettato un altro per sfruttarlo. Il timore dell’insurrezione di ciò che è stato represso spinge a severe misure cautelative.»

E ancora: «L’uomo non è una creatura mansueta, vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il loro consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo, a ucciderlo.»

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2 risposte a e qui comando io

  1. LexMat ha detto:

    Bisogna pensarci bene prima di maritarsi.
    Chi se le voluto prendere un simile uomo-bambino, maschio-primitivo, sculturato-maleducato, saccente-antipatico, senza contare sicuramente i genitori altrettanto uguali a lui?
    Voluta la bicicletta, si deve pedalare o scendere.
    Alle volte si idealizza troppo il proprio uomo o donna.

    E per i figli purtroppo si continua a tenere unito il legame.
    E l’importante è che proprio i figli non debbano scontare per questo.

    Te lo dico con cognizione di causa, ho vissuto con i miei genitori le stesse problematiche.
    Mio padre bambino e mia madre sempre a correre.
    Senza contare che comunque, anche mia madre per lo stesso fatto di esserselo preso, essa stessa aveva una mentalità da bambina.
    Purtroppo mancano sempre i valori essenziali del legame, quelli a cui potersi tenere forti e da cui poter eventualmente anche ricominciare.

    Purtroppo si cresce alle volte da soli, è come essere un pò padri e madri di stessi, e per questo si piange, si diventa cinici e ci si deve rimboccare le maniche:
    http://lexmat.blogspot.it/2013/08/genitore-di-me-stesso.html

    Ciao e grazie.

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  2. rozmilla ha detto:

    “Purtroppo mancano sempre i valori essenziali del legame, quelli a cui potersi tenere forti e da cui poter eventualmente anche ricominciare.” : verissimo!
    grazie per la tua testimonianza, LexMat.

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