qual è il problema?

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In una scena di Break up, il nervoso Vince Vaughn rimprovera aspramente Jennifer Aniston: “Volevi che io lavassi i piatti e laverò i piatti – qual è il problema?”
Lei risponde “ Non voglio che tu lavi i piatti – quello che voglio è che tu voglia lavare i piatti!”

Questa è la riflessività del desiderio, la sua richiesta “terroristica”: io non voglio che tu faccia soltanto quello che voglio, ma anche che tu lo desideri. La cosa peggiore che tu possa fare, anche peggiore di non fare quello che voglio che tu faccia, è fare ciò che voglio senza volerlo… [Slavoj Zizek, In difesa delle cause perse, Ponte alle Grazie, p.30]

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immagine: opera di Ilaria Del Monte

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9 risposte a qual è il problema?

  1. md ha detto:

    Chissà, forse la miglior risposta resta quella di Bartleby, quel “preferirei di no”, che equivale ad un irritante (per chi lo receve) “non ti dico nemmeno perché non voglio farlo”…

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  2. rozmilla ha detto:

    immagino che entrambi preferiscano di no – per questo gli uomini hanno inventato il (o la) lavastoviglie.
    poi però si sono accorti (spero) che è più faticoso costruire macchine lavastoviglie …
    ma possono sempre ripiegare sui piatti di carta (ecologici), o mangiare con le mani, volendo 🙂

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  3. selciato ha detto:

    Eh, Rozmilla qui sopra, forse senza volerlo, dà uno spunto molto carino per collegare questo tipo di riflessione ad una genealogia del capitalismo. Proprio perché entrambi gli esseri umani naufragano a livello erotico, hanno bisogno di far levitare il lavoro (sotto la scusa puramente “fenomenica” del fatto che all’apparenza la macchina fa risparmiare tempo) per sfuggire al loro proprio desiderio. Il desiderio come problema irrisolto dall’uomo, che si tramuta nel cancro della moneta…
    In ogni caso io mi sono imbattuto nel buon Slavoj solo recentemente, ma spero di aver presto il tempo di leggere il suo libro che ho comprato.

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    • rozmilla ha detto:

      Grazie, Selciato. Anche senza volerlo, spero sia abbastanza voluto … da giovine ero artigiana e creativa, e ricordo ancora come il lavoro può essere appagante, al di là della perversione di essere costretti a procurasi danaro per sopravvivere o tirare a campare – anche se il problema della sopravvivenza è sempre stato in cima ai problemi dei nostri antenati, già prima dell’invenzione della moneta, mi pare.
      Non sono molto esperta in psicoanalisi, però mi sembra di ricordare che alcuni soggetti restano fissati alla fase anale. All’origine del capitalismo temo ci sia, tra le altre cose, il desiderio più potente: quello di sottomettere gli altri. L’uomo è l’unico animale che progetta sistemanticamente l’assoggettazione sia di propri simili che di altri animali, su larga scala.
      Anche per me è il primo libro di Zizek, forse avrei dovuto iniziare con qualche testo di più facile interpretazione, perciò ne avrò ancora per un po’. Buona lettura anche a te.

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      • selciato ha detto:

        Prima di tutto mi scuso per il “forse senza volerlo”; l’ho messo lì perché non volevo imputarti i miei deliri. ^_^

        Poi, sai, anche se tradizionalmente i miei interessi sono più proiettati su altri lidi, ultimamente la questione del capitalismo mi è tornata interessante per via di un’analisi piuttosto illuminante della nostra situazione che mi è capitato di leggere. Il tuo menzionare che la sopravvivenza è sempre stata un problema potrebbe con gran semplicità essere il prodromo ad una critica di quanto ho letto, ma certo rimane il fatto che, in quelle medesime epoche, la sopravvivenza stessa era messa in questione dal rapporto umano con la natura, non dal rapporto sociale stesso fra uomo e uomo.
        Peraltro personalmente non credo (e a naso penso nemmeno Freud lo credesse) che il nostro desiderio più potente sia l’assoggettamento degli altri. Sebbene per me tu abbia ragione nel vedere in quel fenomeno una delle radici del capitalismo, io credo che la questione debba ricercarsi in un complesso psicoantropologico alla base dell’archetipo del “borghese”, che per varie ragioni si è trovato ad ereditare la storia dopo il collasso del mondo tradizionale. Io credo che al fondo ci sia sempre, come dicevo prima, una più o meno estesa incapacità di reggere la sfida del proprio desiderio (sullo sfondo instabile e terribilmente prepotente delle forze social-culturali).

        PS Non mi ero reso conto che tu eri l’autrice stessa del blog. Complimenti per quanto hai realizzato! ^_^

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  4. rozmilla ha detto:

    sì, probabilmente non è il desiderio “più” potente, ma forse solo un modus operandi. Nel disagio della civiltà, Freud descrive l’uomo come una creatura non mansueta che “vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il loro consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo, a ucciderlo”; e purtroppo bisogna ammettere che i sintomi ci sono tutti, abbondanti e vistosi nel corso della storia, così come nella crisi che stiamo attraversando.
    Per il resto, concordo che l’origine del capitalismo vada individuato nelle rivoluzioni borghesi. E in fin dei conti sono sempre stati solo borghesi ad avere successo nelle rivoluzioni, compreso quest’ultima rivoluzione liberista (o neoliberista che dir si voglia) all’insegna del darvinismo sociale sfrenato.
    Cosa posso dire, anch’io ho letto e sto leggendo molte cose, e sono molto molto indignata.
    Credo che molti di noi, se riuscissero davvero a reggere la sfida del proprio desiderio, dovrebbero fare come Bartebly: incrociare le braccia, sedersi nelle piazze e rifiutarsi di essere consumatori o forza lavoro.
    Ma in quanti sarebbero disposti a farlo? E quale organizzazione? Alla fine ci si accontenta del quieto vivere (si far per dire), costretti come siamo a guadagnarci la pagnotta quotidiana. Rendere la sopravvivenza più dura e difficile è parte integrante del loro gioco: così oberati, sarà molto improbabile riuscire ad organizzarci e fare qualcosa. Se non addirittura non ci guarderemo fra noi con astio e sospetto, fomentando una rinnovata lotta fra poveri.
    Buona serata, Selciato …

    ps: grazie per i complimenti, ma non ne vado eccessivamente fiera – in fondo anche questo è un modo come un altro per paralizzare le nostre energie, soffocarle, tenerle buone buone. Anche questo “svago” è offerto dal mercato…
    pardon, se sono stata un poco moderata 😉

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    • selciato ha detto:

      Non essere così pessimista su ciò che scrivi e condividi… io credo che abbia un valore. Tutta la vita dello spirito, in qualche modo, ce l’ha. E’ forse vero che con un blog non risolveremo il problema del capitalismo, ma è ciò forse qualcosa che un singolo individuo potrebbe comunque risolvere? Io credo che sia già molto che persone come te si sforzino di mantenere viva la fiamma della consapevolezza e della critica in un’epoca caotica e psicologicamente povera come questa. Forse non sarai tu a fare la rivoluzione, ma magari qualcuno che ha letto qualcosa che hai scritto!

      (E poi, del resto, forse che la rivoluzione porrebbe fine ad ogni problema umano? No, direi che sarebbe semplicemente il sancire, a tempo debito, la fine dell’era borghese-capitalista. A volte penso che ci sia più valore in una poesia sincera, ben scritta, mossa dal cuore, che in una qualsiasi rivoluzione. La storia è importante, ma voglio credere che il desiderio profondo e l’amore delle singole persone lo siano di più)

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      • rozmilla ha detto:

        Come io ho letto quello che hanno scritto altri … ovviamente serve anche un po’ di fiuto per scegliere cosa leggere, e perché, e qualche volta siamo anche sovraccarichi di informazioni – come scriveva md. nel suo post sulla stanchezza, (ho letto i tuoi interessanti commenti nella botte).

        Va bene, cercherò di essere un po’ meno pessimista. Mi hai fatto ricordare che già la mia maestra, chissà perché, diceva che ero pessimista, anche se adesso è probabile sia il pessimismo della ragione, che per quanto possa avere ragione, so che può essere un atteggiamento pericoloso che bisogna imparare a tenere a bada, sia per sé che per gli altri.

        Si sa che è impossibile per un solo uomo risolvere alcunché, ed è anche vero che l’insofferenza non aiuta. Forse, credere di avere il dovere di fare qualcosa, crea una specie di rete di sicurezza contro il sentirsi inutili: purché si faccia qualcosa. Diversamente, ci si sente ancora più inutili, si ha la sensazione di girare a vuoto.

        Le tue ottime osservazioni sul valore della poesia, l’amore, e i più profondi desideri, sì, le condivido. Proprio per questo temo che in sempre più precarie condizioni d’esistenza ci sarà sempre meno spazio per tante belle cose. E non tanto per me stessa, che in fondo la mia parte l’ho già avuta, ma per le giovani generazioni e quelle che verranno. Nonostante le previsioni non siano certo rosee, spero proprio non ci sia nessuna rivoluzione a tutti i costi, col rischio di cadere dalla padella alla brace.

        ti ringrazio, Selciato. Buona giornata.

        ps: ieri leggevo per caso un aforisma che in qualche modo mi ha ricordato questa dimensione virtuale (internet, la rete), quando osservavo che anche questo ci viene offerto dal mercato …
        ebbene, anche qui nonostante tutto, “la saggezza è il bisbiglio del solitario a se stesso in pieno mercato. [F. Nietzsche, Umano troppo umano, § 386]

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