minima animalia

Marc Chagall - Vacca con parasole, 1946

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Credo ch’io potrei vivere tra gli animali,
che sono così placidi e pieni di decoro.
Io li ho osservati tante volte e a lungo;
Non s’affannano, non gemono sulle loro condizioni,
Non stanno svegli al buio per piangere sopra i
loro peccati,
Non s’indignano discutendo i loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno ha la mania
infausta di possedere cose,
Nessuno si inginocchia innanzi all’altro, né ai suoi
simili vissuti migliaia di anni fa,
Nessuno è rispettabile tra loro, od infelice,
sulla terra intiera.

[Walt Whitman]

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Gli animali, fintanto che godono buona salute e hanno di che nutrirsi sufficientemente, gli animali sono felici. Gli esseri umani dovrebbero esserlo, parrebbe, ma nel mondo odierno non lo sono, per lo meno nella grande maggioranza dei casi. (*)

Sappiamo bene che in realtà noi esseri umani, non solo viviamo con e tra gli animali – e siamo animali noi stessi, ovviamente –  ma è stato proprio l’aver sviluppato tecniche per sfruttare gli altri animali, insieme alla tecnica agricola, uno dei fattori determinanti l’accrescimento  della nostra specie e delle nostre civiltà.  Non intendo però affrontare questo problema ora, ma  la domanda …

Che cosa ci rende infelici?

La poesia di Walt Whitman che ho letto stamane, non so voi, a me rinnova un senso di nostalgia per quell’innocenza che noi esseri umani abbiamo perso nel corso della storia evolutiva, e  che forse non abbiamo mai conosciuto, nati e vissuti come siamo nelle nostre attuali società complesse, cosiddette civili, ma che civili non lo sono ancora abbastanza.

Nonostante la nostalgia, è evidente l’impossibilità di tornare indietro, allo stato puramente animale, a quella felicità e innocenza. Non abbiamo altra possibilità che proseguire e cercare di eliminare gli ostacoli che ci separano da un’esistenza e una convivenza civile, via via più civile. Questo è l’unico progresso che si possa chiamare tale.

Sono molte cose che si potrebbero e dovrebbero fare per migliorare le condizioni dell’esistenza, abolire la guerra, lo sfruttamento economico, impedire la povertà e l’educazione alla crudeltà e alla paura, ma nessun tentativo ha alcuna possibilità di successo fintanto che gli uomini sono così infelici da considerare lo sterminio reciproco meno orrendo della continua rassegnazione alla luce del giorno.

Ma, come possono persone che sono ancora infelici e schiavi delle passioni, riuscire a cambiare qualcosa, o anche solo impartire un’educazione diversa alle generazioni future?

Per questo, dal momento che nessuno di noi vive sulla luna o su marte, ma ognuno è parte della società, la direzione verso cui procedere non risiede soltanto nel tentativo di migliorare il mondo esterno, che spesso è  refrattario e non si lascia cambiare facilmente, ma nel migliorare se stessi e  il proprio approccio al mondo esterno.

Tra l’altro, ho un lontano ricordo che Kant considerasse la felicità come un dovere.
La felicità un dovere e non un piacere? – dirà qualcuno? Entrambe le cose: il dovere sta nel ricercarla, farsene carico in modo attivo;  il piacere nel trarne beneficio – considerando inoltre che non solo noi stessi, ma anche coloro coi quali conviviamo ne avranno beneficio.

Non si può negare che se in questo mondo le persone fossero più felici, circolerebbe maggior felicità (invece che sempre e soltanto danaro) e che quindi ne saremmo tutti un po’ contagiati. Provate a immaginare un contagio di felicità universale: un contagio che riuscisse a sconfiggere forse persino le malattie, la povertà, lo sfruttamento e la guerra. Se le persone fossero felici, o via via più felici, a nessuno verrebbe in mente di sfruttare gli altri – a che scopo? – o far la guerra – perché? Anche le malattie – la maggior parte sono psicosomatiche – diminuirebbero.  E quando una persona è felice, di certo non ha alcuna necessità di provare invidia,  di essere crudele o di avere paura in modo indifferenziato o senza motivo.

Quando parliamo di felicità, o più esattamente di ricerca della felicità, come non ricordare che nella costituzione americana viene sancita come un diritto? «Noi riteniamo che queste verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della felicità.» Purtroppo, la ricerca della felicità è a tal punto un elemento chiave del “sogno” (ideologico) americano, che si tende a dimenticarne l’origine.  Ma qual è l’origine di questa “ricerca della felicità” che venne aggiunta in modo un po’ goffo a questo famoso passaggio di apertura della Dichiarazione di  Indipendenza degli Stati Uniti? L’origine è John Locke, che aveva affermato che tutti gli uomini hanno i diritti naturali della vita, della libertà e della proprietà; quest’ultimo diritto fu sostituito dalla “ricerca della felicità” in sede di negoziazione sulle bozze della Dichiarazione, come un modo per negare agli schiavi neri il diritto alla proprietà. Una triste pagina di storia, che ha segnato i secoli successivi: forse non è un caso che la nazione che ha avuto la supremazia sul pianeta soprattutto nello scorso secolo, celasse una tale ambiguità a fondamento della propria costituzione. Questo dà da pensare.

Ma oggi non pensiamo troppo a cose troppo tristi. Almeno non oggi. Ho appena scoperto che oggi, 23 marzo, è la giornata mondiale della felicità.  È vero che di felicità non ne circola molta, e forse sempre un po’ meno. Proprio per questo bisognerà fare in modo di incrementarla. La felicità è contagiosa e di sicuro fa crescere gli alberi.

Dunque, che cosa può fare un uomo, o una donna, qui e al momento attuale, nella nostra nostalgica società, per conquistarsi la felicità?

Per farla breve, ad esempio potete ritrovare la poesia in esergo anche in apertura del saggio “La conquista della felicità” di Bertrand Russel,  facilmente scaricabile  in formato PDF [qui].

Per ora ne ho letto soltanto alcune pagine, e mi sembra un testo accessibile a tutti e di gradevole lettura; offre alcune spunti di riflessione, ed evita di addentrarsi in psicologismi eccessivi.

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Bertrand Russel, La Conquista Della Felicità - indice

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Come si può vedere dalla traccia dell’indice, il saggio si divide in due parti: la prima è dedicata all’analisi delle “cause di infelicità”; la seconda mira appunto a individuare le “cause di felicità”.

Russell parte dalla constatazione che “nella grande maggioranza dei casi” gli uomini sono infelici, ed afferma che le cause di tale infelicità sono da ricercarsi in parte nel sistema sociale, in parte nella psicologia individuale, la quale, naturalmente, è essa stessa in misura considerevole un prodotto del sistema sociale. […]

Premette di rivolgere la propria attenzione… a coloro che non sono soggetti ad alcuna grave causa di infelicità proveniente dall’esterno. Presuppongo un reddito sufficiente a garantire il cibo e un tetto, e uno stato di salute che permetta le attività fisiche normali. Non prendo in considerazione le grandi sciagure, quali la perdita di tutti i propri figli o una calamità pubblica. Vi è molto da dire su questi argomenti, e tutte cose importanti, ma appartengono a un ordine di cose diverse da quelle che desidero dire. Il mio intento è quello di suggerire un rimedio contro quel quotidiano, comune scontento del quale soffre la maggior parte della gente nei paesi civili e che è tanto più insopportabile in quanto, non avendo alcuna causa esterna evidente, sembra inesorabile.

Io credo che tale scontento sia dovuto in gran parte a un modo errato di considerare il mondo, a un’etica sbagliata, ad abitudini sbagliate, che portano alla distruzione di quel gusto e di quell’appetito naturali per le cose possibili dai quali alla fine dipende tutta la felicità. […]

Gli interessi esterni, è vero, possono essere causa di sofferenza, il mondo può precipitare nella guerra, la conoscenza di questa o di quella branca del sapere può essere difficile da acquisire, gli amici possono morire. Ma questi dolori non distruggono la qualità essenziale della vita, come fanno quelli che hanno origine dal disgusto di noi stessi. Ed ogni interessamento esterno spinge a qualche attività la quale, fintanto che l’interesse si conserva vivo, è un sicuro preventivo contro l’ennui (noia). L’interesse per il proprio io, al contrario, non spinge ad alcuna attività di carattere costruttivo. […]

La disciplina esteriore è la sola via che conduca alla felicità per quegli infelici, troppo dediti all’introspezione per poter essere curati in altro modo.
La concentrazione in se stessi è di varie specie. Possiamo citare, quali tipi comunissimi, il narcisista e il megalomane. […]
È chiaro che le cause psicologiche dell’infelicità sono molte e varie. Ma tutte hanno qualche cosa in comune. L’uomo tipicamente infelice è colui che, essendo stato privato in gioventù di qualche normale soddisfazione, è giunto ad apprezzare quella particolare soddisfazione più di qualsiasi altra, e ha quindi dato alla sua vita una direzione unilaterale. […]

Nel capitolo dedicato all’infelicità byroniana (una passione  triste e curiosa, i cui sintomi si manifestano di frequente in persone molto colte e sensibili), mi ha fatto sorridere quando dice:

L’uomo saggio sarà felice nella misura in cui le circostanze glielo permettono, e se egli, oltre un certo limite, trova penosa la contemplazione dell’universo, contemplerà invece qualche altra cosa.

e così via …
buona lettura

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Marc Chagall, Il circo blu (1950-52)

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Note:

(*): in corsivo, l’incipit del saggio “La conquista della felicità” di Bertrand Russel, che potete scaricare in formato PDF, (qui).

La fonte sull’origine del diritto alla “ricerca della felicita”, proviene da una nota liberamente tratta da “In difesa delle cause perse” di Slavoy Zizek, pag. 578.

Il titolo “minima animalia”, è una rielaborazione scherzosa del Minima moralia di Adorno.

Immagini: Marc Chagall,  Vacca con parasole, 1946; e Il circo blu (1950-52).

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2 risposte a minima animalia

  1. Pensierodud ha detto:

    Cara Roz, come stai? Mi rifaccio vivo ogni tanto e ti vengo a trovare, come si fa tra amici. Vorrei aggiungere un piccolo contributo al tuo bel post sulla felicità. La prima cosa che vorrei dire è una specie di “mantra” per me: non ce la insegnano, la felicità. Naturalmente molti pensano che la felicità non si possa insegnare ma io non sono d’accordo. A volte ti rendi conto di non avere poi molti problemi materiali, di stare tutto sommato bene, di avere amici e così via e tuttavia se ti chiedessero in quel momento: “Sei felice?” la risposta, quasi sempre, sarebbe no. E i volti e le continue inquietudini delle persone intorno mi gettano in faccia questa verità. Che è anche mia. Qualche giorno fa la mia anziana madre mi ha guardato e mi ha detto: “Io non so, non capisco; non sono mai riuscita ad essere felice”. E Borges dice la stessa cosa in una sua celebre frase. Se non c’è nulla fuori che contrasta la mia felicità e la rende impossibile o così fugace, allora vuol dire che il principale ostacolo è dentro. Nascosto tra vene, arterie, organi, tessuti connettivi, pensieri… Oppure è un codice che l’uomo ha scritto e sviluppato per sollecitare la propria coscienza. Quella stessa coscienza che ci rende così diversi dagli animali di cui parli. Un corso di felicità. L’unica materia cui vale la pena di dedicare ogni sforzo. L’unico insegnamento veramente universale, trasversale e democratico. Dovrebbe partire da come sondare le nostre oscurità alla ricerca del nostro nemico interiore per poi concludere il suo tragitto regalando un lieve, persistente sorriso di beatitudine.
    Ciao Roz, un abbraccio
    Dud

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  2. rozmilla ha detto:

    carissimo Dud, sto abbastanza bene, grazie; e lietissima della tua gentilezza, del tuo contributo e della tua visita. E tu come stai?
    Il nostro nemico interiore, è vero, ne parli spesso anche nel tuo blog.
    Sulla felicità, mi sembra esistano gradazioni diverse della felicità; ad esempio, non sarebbe vero se dicessi che non sono mai riuscita ad essere felice, che soltanto col ricordo della mia infanzia potrei vivere di rendita; ma , in effetti, un po’ per il passare degli anni, un po’ per la situazione generale, i momenti di felicità sembrano farsi più rari.
    La nostra felicità è legata a quella degli altri; cosa per cui sto pensando che bisognerà accontentarci di qualcosa di meno, dal momento che è impossibile essere sinceramente felici finché per alcuni e tanti altri è impossibile esserlo almeno un po’. Non so bene come dire, ma forse ci sarebbe da sentirsi quasi in colpa, nel sentirsi troppo felici felici. Quindi non è il genere di felicità che potrei desiderare. Mentre, per quanto riguarda me, grazie a Dio mi sento serena.
    Un abbraccio, carissimo Dud …
    Milena

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