maori e moriori

Maori - Hone Heke  e sua moglie in un'illustrazione del 1845

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Nel dicembre del 1935 i moriori delle isole Chatham, situate 800 chilometri ad est della Nuova Zelanda, persero in modo improvviso e violento la propria indipendenza, che durava da secoli. Il 19 settembre di quell’anno, una nave con 500 maori armati di tutto punto sbarcò sulle coste di una delle isole, seguita il 5 dicembre da un’altra con 400 guerrieri. I maori si presentarono in tutti i villaggi, annunciando senza cerimonie che da quel momento in poi i moriori sarebbero stati loro schiavi; chi osò protestare fu ucciso. I moriori avrebbero potuto organizzare una resistenza, e magari scacciare gli invasori, che numericamente erano la metà di loro. Ma la cultura moriori era tradizionalmente pacifica: essi decisero in consiglio di non combattere, e di offrire agli stranieri pace, amicizia e la spartizione delle risorse. I mariori non ebbero nemmeno il tempo di fare questa offerta ai maori: questi ultimi li attaccarono in massa, e in pochi giorni li uccisero quasi tutti, cibandosi poi dei cadaveri. I pochi risparmiati furono ridotti in schiavitù, solo per essere uccisi in seguito secondo il capriccio degli invasori. Secondo un sopravvissuto, «[i maori] iniziarono a sgozzarci come pecore … noi eravamo terrorizzati, e cercavamo di darci alla macchia o di nasconderci in qualche buco sottoterra. Ma non servì a nulla: ci scoprirono e ci uccisero, uomini, donne e bambini indiscriminatamente». Sentiamo un maori: «Abbiamo preso possesso dell’isola, secondo i nostri costumi, e abbiamo catturato tutti. Nessuno riusciva a scappare. Chi fuggiva l’abbiamo ucciso, e così tutti gli altri. Ma che importa? Questi sono i nostri costumi». [Jared Diamod, Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni  (pgg. 36-37)]

Questo esito brutale avrebbe potuto essere previsto. I moriori erano un popolo di cacciatori-raccoglitori poco numerosi e isolati, dotati solo degli utensili e delle armi più semplici, privi di organizzazione e di capacità militare. Per contro, i maori venivano da una terra densamente popolata (la Nuova Zelanda), erano agricoltori, combattevano in continuazione tra loro, possedevano una tecnologia avanzata e una forte organizzazione sociale. È naturale che quando due popoli così diversi vengono a contatto, è il primo a soccombere, e non viceversa. Questa è parecchio illuminante nella sua crudezza, perchè i due popoli che si scontarono provenivano dallo stesso ceppo, che si era diviso meno di mille anni prima.

La tragedia dei moriori ricorda tante altre tragedie analoghe, antiche e moderne: i forti e numerosi opposti ai deboli e pochi. Tragedie che si sono ripetute senza eccezioni nel corso di tutta la storia dell’umanità. Se può interessare, questa pagina di wikipedia offre un riepilogo dei genocidi che si sono verificati nel corso della storia più recente. Per ovvi motivi sono esclusi tutti quelli che non sono stati registrati perché persi nella notte dei tempi, oppure gli stermini che non rientrano propriamente nella categoria “genocidi”, ossia non strettamente motivati da cause razziali. Del resto cos’è la motivazione “razziale” se non un pretesto per innescare il casus belli?

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Uomo della tribu' Yali nella valle di Papua.

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Qualora si fosse conservato una labile illusione legata al mito del buon selvaggio – ossia che l’uomo delle comunità “primitive” fosse originariamente buono, o più buono dell’uomo cosiddetto civile, e che solo a seguito dello sviluppo delle società complesse si è corrotto – è probabile che la lettura di Armi acciaio, malattie di Jared Diamond, disperderà anche l’ultima speranza. Lasciate ogni speranza, voi che entrate … si sarebbe dovuto leggere, aprendo il libro.

È futile scambiare per un Eden la vita degli aborigeni. La realtà, dice Diamond, è ben diversa e impone loro soluzioni che a noi sembrano disumane, ma che per loro semplicemente non hanno alternativa: ad esempio eliminare i membri deboli e malati, compresi i bambini, per poter meglio provvedere agli altri. Lo stesso atteggiamento romantico aveva spinto molti studiosi a esaltare il presunto pacifismo di questi nativi, quasi a dimostrare l’originaria bontà dell’uomo. Anche questo è un mito da sfatare. Nelle società tradizionali della Nuova Guinea, quando due perfetti sconosciuti si incontravano al di fuori dei loro rispettivi villaggi, iniziavano subito una lunga discussione per cercare di stabilire se avessero qualche parente o amico in comune, e quindi una valida ragione per cui uno non dovesse uccidere l’altro (pag. 214).

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popoli-antichi-della-nuova-guinea - papua nuova guinea, popolo asmat

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È evidente che l’ostilità verso lo straniero, l’estraneo, è un impulso arcaico che sopravvive e si manifesta ancora oggi in quasi tutte le società o gruppi di individui, e probabilmente questo moto istintivo ha origine da una paura atavica, molto spesso rimossa, non cosciente. Se ci pensiamo un attimo, non ci sarà difficile ricordare quando, facendo il nostro ingresso in un luogo pubblico mai frequentato in precedenza, ci sentiamo addosso gli occhi sospettosi e niente affatto cordiali di quasi tutti, soprattutto se i presenti hanno sviluppato una sorta di appartenenza al gruppo. Difficilmente l’estraneo viene accolto senza problemi. È un dato di fatto di cui tutti abbiamo fatto esperienza. L’altro è il nemico, finché non dimostra il contrario; e resta estraneo finché non dimostra di aderire alle dinamiche interne al quel particolare gruppo, che generalmente comportano il rispetto delle regole non scritte (in quel particolare gruppo),  e il rispetto delle gerarchie; e ovviamente l’ultimo arrivato è situato in fondo alla scala gerarchica. Niente di nuovo e di strano sotto il sole. Quando avevo il pollaio, ricordo che se inserivo una gallina “nuova”, le altre galline la beccavano, talvolta fino al punto da farla morire. E questo accadeva tra le galline. Ma gli uomini sono degli animali molto meno mansueti delle galline.

Similmente, si è visto che anche i popoli cosiddetti “primitivi” tendono a regolare il disaccordo con le armi, e Diamond ne fa un paradigma della sua lettura storica: quando il numero degli individui aumenta e la società tribale si fa più complessa, infatti, c’è sempre qualche testa calda che rompe gli accordi e innesca il casus belli. Questo è il motivo per cui, con l’aumento del numero degli individui su uno stesso territorio, s’impose la necessità che ci siano dei leader e dei “capi” – congiuntamente a regole chiare e definite, possibilmente scritte – che mantengano la pace proteggendo i cittadini dalle vendette e dalla giustizia arbitraria dei clan.

Continua  …

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