un gran pandemonio

nautilus

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«Ogni cosa è ciò che è perché lo è diventato»
[D’Arcy Thompson, 1917]

Devo riconoscere la mia totale ignoranza sull’autore dell’aforisma in esergo – D’Arcy Thompson. Ad esclusione di quella breve frase che ho trovato nel libro (*) che sto leggendo or ora, non so chi sia o chi sia stato; ma di sicuro anche lui lo è stato perché lo è diventato. Tanto per cominciare ha avuto  un corpo, un luogo e dei genitori che gli hanno dato quel nome e via e via, in un processo evolutivo complesso, avvenuto prima che il fenomeno organico denominato D’Arcy Thompson  si potesse dichiarare concluso.

La mia totale intollerabile ignoranza su D’Arcy Thompson è però almeno superficialmente emendata con un clic, gettando uno sguardo su wikipedia: qui.

Apprendo così che Sir D’Arcy (Wentworth) Thompson (1860 – 1948) era figlio di D’Arcy Thompson (1829-1902) che aveva ricevuto quel nome in onore e memoria di D’Arcy Wentworth (1762-1827) – pare.  La qual cosa si direbbe un ottimo esempio di economia nominale, che offriva il vantaggio di corroborare quel senso di eternità imperitura, soprattutto se anche nipote, bisnipote e trisnipote avessero ricevuto lo stesso nome. Questo però non lo sappiamo, e finché non potrà essere verificato resterà una congettura.

D’Arcy ThompsonMa eccolo, Sir D’Arcy Thompson, nella foto qui a destra, mentre sostiene l’esile scheletro di uno sparviero.
Continuo a leggere e vengo a sapere che D’Arcy Thompson è stato biologo, matematico e studioso di classici – e non c’è dubbio che anche sotto questi aspetti lo è stato perché lo è diventato. Anche se immagino che, ai tempi (come anche adesso, ohibò), per riuscire a diventare biologo, matematico e studioso di classici, sarà stato facilitato dalle circostanze implicite nella sua nascita, ambiente e contesto sociale, appartenenza ad una determinata classe, e non altra, eccetera. Che però ci abbia messo anche del suo, non lo si può dubitare – e tanto di cappello a Sir D’Arcy Thompson – olé.  Immagino inoltre che non sia stato soltanto un biologo, matematico e studioso di classici, ma tante altre cose che non vengono ricordate o riportate. Ma non si può mai sapere tutto – perdinderindina – che se sapessimo già tutto non ci sarebbe più nulla da imparare; non saremmo più attanagliati dalla terribile fame epistemica e ce ne staremmo sazi e appagati a guardarci l’ombelico.

D'Arcy Thompson (with his parrot) Ma torniamo al Nostro. Ad esempio nella foto qui di lato lo vediamo col suo pappagallo (in carne, questa volta, e con tutte le piume). Sembra che gli anziani della città di St Andrews ricordino ancora quando camminava per le strade con quel suo animaletto sulla spalla. Ma guardate anche quel ragazzino che sbircia da dietro la porta con in braccio un pacco di giornali (sembrano giornali). Forse quel ragazzino ora è uno di quegli anziani, se è ancora vivo. O forse era un suo studente, un nipote o un ragazzo di bottega che aveva avuto l’incarico di  portargli le scartoffie. Chissà che anno e che giorno era; se era primavera o autunno; se era nuvolo o splendeva il sole. Dalla luce, la zona sovraesposta in basso sul lato destro, si potrebbe optare per la seconda ipotesi.

In quest’altra istantanea qui sotto,  lo vediamo sdraiato (allongé vers 1925) sull’erba di un campo, tra un gruppo di suoi contemporanei. Come si può sapere cosa stavano facendo, e perché erano lì quel giorno? Suggerimenti in proposito sono ben accolti e graditi. E comunque, lo devo dire, comincia a piacermi quest’uomo.

d-arcy-thompson-allonge-vers-1925

Avrete notato che mentre parlavo di Mr o Sir D’Arcy Thompson sono stata costretta ad abbandonare il tempo presente e utilizzare un più appropriato passato prossimo.   Infatti poco fa ho scritto “lo è stato perché lo è diventato”, e non “lo è” – un  dettaglio minimo, una quisquilia, se il vous plaît.

Ad ogni modo, anche la sua opera più famosa, quella cosa che è stata ed ancor oggi porta il titolo Crescita e forma, lo è perché lo è diventata. In primis è diventata un’opera, per la quale il Nostro si è adoperato; in seguito è diventata famosa. Non so dire quale grado di rilevanza abbia ancora, se non sia stata o sia stata già superata da pubblicazioni scientifiche più recenti basate su studi sperimentali, eccetera, eccetera; ma certamente deve la sua (r)esistenza a coloro che ancora la leggono, che vi trovano ancora qualcosa d’interessante da scoprire, nonché agli editori che la ristampano contando sulla domanda del mercato.  Se non accadesse questo, in breve resterebbe ignorata su qualche polveroso scaffale di una tal o tal altra biblioteca. Di per sé sarebbe lettera morta. Diventerebbe lettera morta. E anche in quel caso dovremmo dire che lo è perché lo è diventata (lettera morta), e in breve sprofonderebbero nel sottosuolo e se ne perderebbero le tracce.

Giusto per farci un’idea, sempre in wikipedia ho trovato una frase che sembra essere autenticamente di D’Arcy Thompson, e la riporto volentieri.

«An organism is so complex a thing, and growth so complex a phenomenon, that for growth to be so uniform and constant in all the parts as to keep the whole shape unchanged would indeed be an unlikely and an unusual circumstance. Rates vary, proportions change, and the whole configuration alters accordingly.»

Vale a dire (tradotto a spanne): Un organismo è una cosa così complessa, e la crescita un fenomeno così complesso, che una crescita uniforme e costante in tutte le sue parti da mantenere invariata l’intera forma sarebbe una circostanza improbabile ed insolita. Le misure variano, le proporzioni cambiano, e l’intera configurazione si altera di conseguenza.

Faccio qualche altra ricerca e trovo che D’Arcy Thompson, nel già citato libro Crescita e forma descrive come la forma di organismi viventi abbia un’equazione matematica generale di “percorso”, che può essere deformata per formare varianti dello stesso “tipo” per l’azione di varie forze esterne. Il suo metodo corrobora anche l’esistenza parallela di diversi “tipo s “. Egli sostiene inoltre che, proprio come la forma esterna è deformata, anche gli organi interni rispondono a questa deformazione generale di forma. Evidentemente questo suggerisce un arborescente sistema top-down – ossia che procede dal generale al particolare.

Sembra interessante. Del resto, da che mondo è mondo gli uomini si sono sempre arrovellati nel tentativo di scoprire le leggi che governano il mondo – sia il mondo qua dentro che il mondo là fuori (talora credendo erroneamente di poter tracciare una linea netta tra ogni cosa all’interno di un confine chiuso e ogni cosa all’esterno).

Tra le altre cose, pare che la sua opera abbia influenzato alcuni  artisti del 20° secolo, come Henry Moore, Victor Pasmore, William Turnbull e Wilhelmina Barns-Graham, Richard Hamilton e Jackson Pollock, la cui arte ha poi influenzato altri ancora, e via dicendo. Vedi, ad esempio, l’immagine qui sotto, di Andy Lomas, Aggregazione 24, 2005.

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Andy Lomas, Aggregazione 24, 2005

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Ora, tutto questo allucinante preambolo avrei potuto evitarlo, è vero, se solo fossi riuscita ad esprimere immediatamente quello che credevo di voler dire – se solo lo avessi saputo.

Mi consola che persino Mr D’Arcy Thompson affermi della sua opera: “Questo mio libro ha poco bisogno di prefazione, per anzi è ‘tutto prefazione’ dall’inizio alla fine.” Difatti, Thompson non ha articolato le sue intuizioni in forma di ipotesi sperimentali che possono essere testate: trattasi di un lavoro nella tradizione “descrittiva”. 

Se ci soffermiamo un attimo sulla parola prefazione, appare chiaro che sta a indicare qualcosa che viene prima, prima che qualcosa diventi un fatto definitivo, come un risultato di un processo conclusivo o finale: qualcosa che è o che è già stato, e che non può più essere cambiato – anche se non c’è dubbio che lo sia diventato.

Questo ci suggerisce come il divagare nelle lussureggianti e tortuose attività di una mente cosciente,  il descrivere e l’analizzare, o il «far disegni» con «l’occhio della propria mente», siano pratiche inveterate, fondate su una radicata e consolidata tradizione – funzioni integrate nell’organizzazione cognitiva, in parte innate e in parte apprese e specifiche dell’individuo, che però può sviluppare «uno stile personale con particolari pregi e difetti. Alcuni persone sono più brave di altre ed alcune non imparano mai trucchi, ma molto è dovuto alla condivisione e all’insegnamento». (**)

Ma veniamo al dunque: quando qualche giorno fa lessi la frase in esergo – nel già citato mastodontico libro che sto faticosamente tentando di leggere (*) – quella frase non mi giunse nuova; non so dire come o dove l’avessi già captata, ma è una formula che utilizzo da un certo tempo in forme leggermente dissimili. Ad esempio:

Se avesse potuto essere qualcosa d’altro, lo sarebbe diventato.

Se avesse potuto essere diverso da ciò che è, lo sarebbe stato.

Anche se, dopo aver ben verificato (o falsificato) il dato di fatto, subito dopo si apre come una voragine la Grande Domanda:

Perché è diventato ciò che è?

Quali sono le cause che hanno fatto diventare una cosa, una qualsiasi cosa, ciò che è? Quali sono le concatenazioni di cause ed effetti?

Non facciamoci prendere dal terrore: quasi mai è possibile trovare risposte alle Grandi Domande, e non sempre è possibile scoprire tutte le concatenazioni. Qualcuna, forse: perciò, non montiamoci la testa come col frullatore la panna montata. A volte è anche piacevole, ammettiamolo;  come quando qualcuno scopre che strofinandosi in una certa maniera può produrre determinati effetti collaterali desiderabili che sono controllabili solo parzialmente e indirettamente. Ma alla lunga si rischia di diventare ciechi – si sa.

Qualcun altro dirà (ed è una cosa molto facile da dire, però) che innanzitutto non è così semplice definire una cosa per quello che è. Perché qualsiasi cosa noi diciamo su qualsiasi cosa, è soltanto un’interpretazione. Soltanto? Di sicuro non può essere la cosa stessa, e su questo non ci piove. Senza dimenticare che ogni parola e ogni l’interpretazione è anch’essa una cosa qualsiasi da interpretare. Ma se non si fa attenzione si finisce impantanati nell’interpretazione dell’interpretazione dell’interpretazione, e non è una bella cosa.

Certo che è un gran pandemonio!

Ora, sembrerebbe quasi opportuno di quando in quando accantonare  questo Pandemonio, (per quanto anch’esso lo è diventato). Alcuni propongono di metterci una pietra sopra, altri di nasconderlo sotto il tappeto. Mentre io direi che qualsiasi cosa si tenti di fare non se ne verrà mai a Capo, perché questo Pandemonio è parte costitutiva della vita – nonché della nostra mente, che deve destreggiarsi tra varie teorie in competizione. Che sarebbe già una bella cosa riuscire ad evitare quelle mortifere e nocive.

Il Pandemonio a me ricorda molto: «una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano e s’ignorano per secoli, comprende tutte le possibilità.» «Si creano, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.» (Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano).

Nello stesso modo, nella nostra mente – un variegato guazzabuglio di immagini, decisioni, ricordi, impressioni, eccetera – tutti i tempi coesistono contemporaneamente, compresi i tempi di cui non abbiamo coscienza; e mentre viviamo (camminiamo, mangiamo, parliamo, pensiamo o dormiamo) tras-portano con sé tutte le cose che sono in relazione approssimativa con ogni tempo, circostanza, situazione, immagine, ricordo, emozione, eccetera. Senonché le cose e i tempi si confondono tra loro, come quando si mescolano le carte da gioco e poi si sparpagliano in giro.

Non credo di essere riuscita ad esprimere quello che credevo di voler dire, ma tant’é. Quindi, poiché sono già arrivata a 1900 parole e oltre, per oggi mi fermo qui. Ma abbiate pazienza: se teniamo presente che il 90%  di tutto è spazzatura (vedi legge di Sturgeon) un 10% di parole azzeccate, consecutivamente o qua e là, sarebbe una media ottimista. Basterebbe riuscire a scovare quelle 190 (circa) che non lo sono. Se ci sono. Buona fortuna.

L’impresa sembra immane, lo so: come trovare un ago in un pagliaio; e non un ago qualsiasi ma quello della bussola.

Nel caso, se lo scovate, fatemelo sapere:  sarei curiosa.

In caso contrario, non scoraggiamoci: non sempre le parole hanno lo scopo di indicare o descrivere qualcosa, ma di nasconderla.

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lauren-gentry

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note:

(*) Daniel C. Dennet,  L’evoluzione della coscienza, in  La Coscienza. Che cosa è?, ed Laterza (2009) pag. 195.

(**) idem come sopra, pag. 224.

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5 risposte a un gran pandemonio

  1. rozmilla ha detto:

    Avvertenze: poco fa mi sono accorta che in questo post non sì dà la possibilità ad eventuali lettori di lasciare commenti.
    Poiché sul momento non c’ho voja di ripostarlo, nel caso desideriate lasciare un commento scrivetelo pure nel post precedente.
    quindi cercerò di re-inserirlo in questo. un saluto, e grazie.

    questo inghippo sembra proprio in sintonia con il tenore del post:
    farsi le domande e rispondersi da soli 😉

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  2. Francesco ha detto:

    Ho letto tutto d’un fiato. Anzi no, ho letto attentamente e con molto piacere. Bello! Ho ritrovato la tua splendida prosa, il ritmo della tua scrittura, la musica al di là delle parole. Ben tornata!

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