dei confini e delle ragioni

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Scena prima: la nascita dei confini e delle ragioni.

In principio non c’erano ragioni; c’erano solo cause. Nulla aveva uno scopo, nulla aveva qualcosa che assomigliasse sia pur lontanamente ad una funzione; il mondo era del tutto privo di teleologia. È facile comprendere il perché: non esisteva nulla che avesse interessi. Ma dopo svariati millenni emersero dei semplici replicatori.

Benché essi non avessero la più pallida idea dei loro interessi, e forse propriamente parlando non avessero interessi, noi, scrutando quei giorni dal nostro vantaggioso e divino punto di osservazione, possiamo assegnare loro in modo non arbitrario determinati interessi – generati dal loro interesse per l’autoriproduzione (ricavabile dalla loro definizione). Cioè, se essi riuscissero o no a replicarsi forse non faceva nessuna differenza, non era importante, non importava a nessuno o a nessuna cosa (benché sembra proprio che dovremmo essere grati del fatto che ci riuscirono), ma perlomeno possiamo assegnare loro degli interessi in modo condizionale. Se questi semplici replicatori devono sopravvivere e replicarsi, cioè conservarsi di fronte ad una crescente entropia, il loro ambiente deve offrire certe condizioni: condizioni favorevoli alla replicazione devono essere favorevoli o perlomeno frequenti.

Volendoci esprimere in termini più antropomorfici, se questi semplici replicatori vogliono continuare a replicarsi, devono sperare in, e tendere a, varie cose; devono evitare le cose «cattive» e perseguire quelle «buone». Quando arriva sulla scena una entità capace di un comportamento che allontana, se pur molto primitivamente, la propria decomposizione e dissoluzione, essa porta con sé nel mondo il proprio «bene». Crea, cioè, un punto di vista dal quale è possibile dividere gli effetti del mondo in favorevoli, sfavorevoli e indifferenti. E la propria inclinazione innata a cercare la prima, evitare la seconda e ignorare la terza contribuisce in modo essenziale alla definizione delle tre classi. Non appena una creatura arriva quindi ad avere degli interessi, il mondo e i suoi eventi iniziano a creare delle ragioni per essa – indipendentemente dal fatto che la creatura le possa riconoscere pienamente. Le prime ragioni precedono il loro riconoscimento. In effetti, il primo problema da risolvere per i primi risolutori di problemi, era quello di imparare a riconoscere le ragioni che la loro stessa esistenza ha portato ad esistere, e quindi ad agire di conseguenza.

Non appena qualcuno si assume l’incombenza della propria conservazione, i confini cominciano ad essere importanti, giacché se ti accingi a conservarti, non puoi sprecare le energie per tentare di conservare il mondo intero: tracci una linea. Diventi, in una parola, egoista. Questa forma primordiale di egoismo (che essendo primordiale è priva degli aspetti principali del nostro tipo di egoismo) costituisce uno dei contrassegni della vita. È difficile stabilire dove un blocco di granito finisce e un altro comincia; la frattura che genera il confine può essere abbastanza reale, ma non c’è nulla a difesa del territorio, nessuno che fa indietreggiare la frontiera o si ritiri.

«Io contro il mondo» – questa distinzione tra ogni cosa all’interno di un confine chiuso e ogni cosa nel mondo esterno – sta al cuore di tutti i processi biologici, non solo dell’ingestione e dell’escrezione, della respirazione e della traspirazione. Si consideri, per esempio, il sistema immunitario, con i suoi milioni di anticorpi differenti schierati in difesa del corpo contro milioni di differenti intrusi stranieri. Questo esercito deve risolvere il problema fondamentale del riconoscimento: distinguere il proprio io (e i suoi amici) da tutto il resto. Il problema è stato risolto in modo molto simile a quello in cui le nazioni umane, e i loro eserciti, hanno risolto il loro: attraverso delle procedure standardizzate e meccanizzate di identificazione – a livello macroscopico, i passaporti e gli uffici doganali; a livello microscopico, le forme molecolari e i rivelatori di forma.

[…] siamo ora in grado di spiegare i seguenti fatti primordiali:

  1. Ci sono ragioni da riconoscere.
  2. dove ci sono ragioni, ci sono punti di vista da cui riconoscerle e valutarle.
  3. Ogni agente deve riconoscere un «qui dentro» da un «mondo esterno».
  4. Tutti i riconoscimenti devono essere svolti in ultima analisi da procedure «cieche, meccaniche».
  5. Dentro il territorio difeso non deve esserci sempre un Dirigente Capo o un Quartier Generale.
  6. In natura il valore conta più del blasone: l’origine non conta.
  7. In natura gli elementi spesso giocano funzioni multiple all’interno dell’economia del singolo individuo.

Abbiamo già visto degli echi di questi fatti primordiali nella ricerca del definitivo «punto di vista dell’osservatore cosciente» […]

Ma, anche se «il punto di vista dell’osservatore cosciente» non è identico ai punti di vista primordiali dei primi replicatori che divisero il loro mondo in bene e male, ne è comunque un sofisticato discendente. (Dopo tutto anche le piante hanno punti di vista in questo senso primordiale.)

Danien Dennet, L’evoluzione della coscienza, in Coscienza. Che cosa è – Ed. Laterza, 2009  (cap. 7, § 2, pagg. 197-200)

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