il giorno dopo

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Detail of the face of John, The Last supper, Leonardo da VinciNei giorni in cui mi dedico a scrivere aspetto quell’ora del pomeriggio, quando finalmente un po’ di luce entra in questa stanza. Avevo smesso di scrivere, per un certo tempo; avevo smesso anche di pensare – pensare stanca. E non si può nemmeno dire che prima fossi soddisfatta dei pensieri che mi giravano in testa. Chi sono questi intrusi – mi chiedevo? In breve, con un po’ d’applicazione e d’abitudine in tal senso, ho scoperto che si possono diminuire di molto i pensieri che si affollano nella mente. Basta chiudere le aperture, tenerli fuori, non lasciarli entrare. Le mie azioni scorrevano più rapide e precise, non più distratte dal flusso dei pensieri. La prova del nove di questo stato differente lo toccavo quasi con mano mentre lavavo i piatti. Durante quest’azione così semplice e meccanica, sullo specchio della mia mente c’erano quasi solo le immagini che avevo davanti, insieme alle sensazioni delle mie mani e del mio corpo dritto davanti al lavello; il suono dell’acqua che scorre e l’odore del detersivo. Poco d’altro. Il respiro, certo, il respiro. Per il resto, avevo perso gran parte dell’interesse. E forse per certi aspetti era meglio. Quale scopo avrebbe il pensare, se non ci sentissimo in pericolo? se non fossimo costretti a cercare una via d’uscita? un modo per sopravvivere?
Forse che pensare, o comprendere, cambia le cose? Le cose ci precedono almeno di un passo. O se ne stanno lì, inerti, non tutte, ma la maggior parte; e anche quando si muovono non fanno che rispondere e reagire alle leggi della fisica. Io non avevo risposte e non intendevo reagire. Ma l’avrei fatto comunque, come una qualsiasi cosa.

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Poi è successo quel che è successo il 7 di gennaio. Stavo attraversando il soggiorno, ricordo, quando ho captato una frase emessa dalla radio che è sempre accesa quasi sempre fin dal mattino; da un po’ non l’ascoltavo più nemmeno, era solo il rumore di sottofondo. Era appena accaduto, e il giornalista non sapeva ancora dire cosa, di preciso. Qualcosa di grave, aveva solo detto, un attentato a Parigi.

Di cosa gravi ne accadono in ogni momento, soltanto di una minima parte di esse veniamo a conoscenza. Una conoscenza vaga, nebulosa, filtrata dai mezzi d’informazione. Qualcuno decide per noi su cosa dobbiamo essere informati, quali immagini vedere, cosa ne dobbiamo pensare. Al limite, ci offrono la scelta su una modesta serie di interpretazioni; ma in fondo non sappiamo niente, le cose accadono altrove. Il più delle volte ci stanchiamo persino di ascoltarle, diventiamo impermeabili, indifferenti.

Sui fatti più gravi talora abbiamo l’opzione di reagire. Ma non è nemmeno un’opzione: ci capita e basta. È l’istinto, ossia la cosa più facile che riusciamo a fare. Per quale motivo dovremmo fare qualcosa di difficile, se è così comodo prendere la via più facile? Reagire è facile: non serve altro che lasciarsi andare alle leggi della fisica e della meccanica. Parole, pensieri, immagini e colori, che non appena sfiorano i tasti dei nostri sensi, mettono in moto meccanismi ben collaudati. Automatici.

Quindi anch’io ho reagito, non lo nego. Finché non ho udito mio figlio pronunciare la frase “muSSulmani di merda”. È stato lì che ho sentito un campanello d’allarme, senza riuscire a comprenderne la causa. Per quale motivo mi sarei dovuta allarmare? allarmare più di quanto non fossi già, intendo dire. Qual era il problema? Il nuovo problema che ancora non riuscivo a mettere bene a fuoco? Visto che in fondo in fondo stavo cercando di non pensarlo anch’io?

È chiaro che sono piuttosto lenta. Mi ci vuole un po’ di tempo, un po’ più di altri, intendo dire. Ma questo ho e mi dovrà bastare. E come tutti, credo, bisogna che ci arrivi da sola. Anche se un aiutino non si rifiuta; che, anzi, ho cominciato a guardarmi attorno con fame insaziabile. Cosa devo credere? Cosa è giusto? Cosa è bene? E non solo il mio bene, s’intende, ma il bene di tutti?

Le cose sfuggono al controllo, un po’ dappertutto. Anche i mezzi d’informazione, la televisione, i giornalisti in quei giorni non sapevano più che pesci pigliare. Siamo stati bombardati da informazioni a più non posso – tra istigatori dell’odio a confronto. I pesci venivano a galla, strabordanti, alcuni già morti altri boccheggianti; sarebbe stato facile fare un caciucco, e avevo finalmente l’occasione di usare la parola “basito”.

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Siamo rimasti tutti basiti, credo si possa dire. L’enormità di quell’atto, rispetto ai futili motivi che l’hanno provocato, delle stupide vignette alle quali quasi nessuno faceva più caso. Non so dire quanto fossero note in Francia, ma qui da noi immagino che la percentuale fosse molto bassa, di mio non ne avevo mai vista una. Ma ci vuol poco e  metti insieme i pezzi, ti ricordi di altri fatti, di un incendio e un regista ucciso, che persino il Calderoli nostrano era stato minacciato di morte, e fatti più recenti e atroci. E mentre stavano giungendo le prime notizie, anche qui nella tranquilla casetta di periferia dove abito, ho iniziato a chiedermi: cosa passava per la mente di quei ragazzi. Cosa avevano in mente prima, durante, dopo.

Nella nostra breve vita siamo stati spettatori di attentati terribili, ben più terribili di questo, se si può dire, se anche solo teniamo il conto delle morti che hanno provocato, soprattutto se alla lista aggiungiamo stragi e genocidi di ogni genere e colore. Forse un numero, però, è solo un numero: difficile rendersi effettivamente, concretamente conto della dimensione dell’orrore se non sei lì, se non sei vicino, se non ti cade addosso come un macigno. Qualcuno dice che col tempo ci si fa l’abitudine – da lontano. Ma quanta sofferenza possiamo sopportare in un giorno? in una settimana? in un anno?

E anche se ogni nuovo evento mostruoso va ad ingrossare la mole delle mostruosità e tracima dal vaso ormai troppo pieno, quest’ultimo era in qualche modo più “nuovo”. Come si è potuto giungere a tanto? Spingersi fino a questo? Quali sono le “ragioni” addotte? Poiché sono proprio le “ragioni” sottese a quest’evento, a risultare o sembrare incomprensibili per quello che crediamo essere la “nostra” cultura “occidentale”.

Mi chiedevo anche in quale stato si trovavano quella mattina, in che modo hanno trovato il coraggio di armarsi e andare a fare quella carneficina per vendicare le offese al Profeta. Se così è. Se è come hanno detto. Con la forza delle convinzioni si può arrivare a tanto, pare, e non è una storia nuova.

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staino

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Poco fa ho dovuto mettere molte virgolette in una frase, e non è un buon segno. Significa che non ho ben chiaro cosa intendere per “ragioni”, “nostra” e “occidentale”. Quindi bisognerà pensare più a fondo.

In tutti gli eventi di questo tipo il denominatore comune è l’odio – lo sappiamo: l’odio razionalizzato. Vale a dire che a partire da un qualche, magari anche legittimo, sentimento di odio e rancore, qualcuno costruisce un sistema “razionale” che riesce a giustificare la violenza estrema. Sempre che sia una razionalizzazione, e non sia un semplice istinto distruttivo che prevarica ogni razionalizzazione. A quel punto però gli estremi si congiungono, non esistono più distinzioni interne, ma solo esterne, fra “noi e loro”. Esistono solo le “nostre ragioni”, e quando questo accade il pericolo di giungere a tanto può diventare tale per chiunque. Non per tutti, certo, non per tutti. Però se a questo si aggiungono le dinamiche di gruppo, nelle quali la volontà del singolo viene abdicata, sacrificata per la causa comune, condite con  le precarie disperate circostanze personali e pungenti sentimenti di umiliazione, la frittata è quasi pronta. E non sarà troppo difficile, per un manipolo di fanatici ben organizzati metterla sul fuoco.

Le ragioni addotte per la strage di Parigi, sono spiegazioni o “giustificazioni” soltanto apparenti.  Non lasciamoci ingannare. Anche perché, se dovessimo crederci, verremmo facilmente indotti a rispondere all’odio con l’odio. La “nostra” mente “occidentale” si arrovella per comprendere quelle ragioni, ma prova e riprova, giunge ogni volta davanti a un muro, un abisso, una voragine di incomprensione. È da lì che ci si  può buttare a capofitto, con la vista annebbiata dall’odio e dal rancore. E l’abbiamo già visto fare.

Quando questo succede, se succede, significa che l’evento terroristico ha avuto ragione anche di te, della tua ragione e dei tuoi sentimenti, e ti ha trascinato con sé, in quell’odio. È riuscita nel compito di distruggere la tua compassione. Ha portato l’odio nel tuo cuore, sei suo ostaggio.  In due parole: ha vinto.

Lo so, lo sappiamo, che prima ancora c’è la mostruosa semplificazione dell’azione terroristica che ha già marcato una linea divisoria, l’ha incisa nella tua mente. Il terribile è già accaduto, diceva un tale – e continua ad accadere.

Ma, non possiamo restare impietriti, bisogna cercare, persino provare a mettersi nei panni dei terroristi. Demonizzarli non sarà utile a nessuno: demonizzandoli, disumanizzandoli, non faremmo che giocare il loro gioco.

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Elio Copetti, pietra nella pietra

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Quel giorno, immediatamente è cominciata la caccia all’uomo, mentre le notizie proseguivano a fiumi, contraddittorie. Il giorno seguente in diretta TV i giornalisti parlavano di cinque ostaggi che sembrava fossero trattenuti nella tipografia, e si temeva il peggio per quelle persone; una notizia tra le altre che però si è rivelata falsa.

Eravamo tutti in attesa:  con somma soddisfazione generale sono stati giustiziati.

Nei tragici fatti di Parigi sono morte 20 persone, 20 esseri umani. Tre di loro sono gli assassini. Ma non erano anche loro esseri umani? Se no, se non lo erano, quando hanno smesso di esserlo? – mi chiedo.

Se ho pianto per i morti innocenti, per le persone uccise mentre facevano il loro lavoro, per i giornalisti che con una leggerezza perlomeno imprudente continuavano a disegnare quelle vignette cretine, ho piango anche per quei tre giovani che da un giorno all’altro sono diventati dei terribili assassini.

Si sarebbe dovuto far in modo che rimanessero vivi. La polizia avrebbe dovuto almeno provarci, pensavo. Ma, come i media hanno ripetuto fin da subito, loro stessi avevano già dichiarato di essere votati al martirio. Lo riesco a capire: è più facile morire.  Credo, però, che se si fosse voluto, non sarebbe stato impossibile catturarli vivi.  Ma no, a quanto pare la macchina della vendetta in buon stile western si era messa in moto, non era possibile fermarla. Occhio per occhio, dente per dente: abbiamo perso tutti.

Il giorno dopo, quando ormai era tutto finito e io continuavo a chiedermi cosa passava nella mente di quei giovani, hanno intervistano il tipografo – che è stato l’unico, a quanto si sappia, che dopo la tragedia ha avuto modo di entrare in contatto ravvicinato con i fratelli K.

Uno dei due era ferito, e l’ho medicato” diceva. “Dopo ho offerto loro un caffè, e mi hanno lasciato andare.” Mi sono rimaste impresse quelle sue parole. Devo anche averle scritte da qualche parte, per pensarci dopo, più tardi. Mi sembravano strane. A volte anche le notizie non sono del tutto sotto controllo, qualcosa sfugge, ma basta riuscire a coglierle gli indizi al momento giusto, come per  coincidenza.

Il tipografo l’hanno lasciato andare. Bisogna ammetterlo, è strano. Strano comportamento per dei terroristi assassini che avevano ucciso a sangue freddo solo il giorno prima 12 persone inermi e disarmate. Forse il loro “compito” era concluso, quindi sarebbe stato superfluo uccidere ancora. Forse. O forse, il peso di quelle morti nemmeno per loro era così lieve da sopportare, il giorno dopo.

Shozo Ozaki, peace

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