l’uccello del malaugurio

birdman___manifesto

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«L’ignoranza è una benedizione, ma perché la benedizione sia completa l’ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure di se stessa.»
[Edgar Allan Poe]

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Sono andata al cinematografo ieri sera. Sì, qualche volta capita anche a me.

Non sono una frequentatrice assidua né esperta del genere; e nemmeno, di solito, particolarmente patita, tranne che la scorsa sera, quando ho dovuto patire la proiezione di Birdman – l’uccellaccio del malaugurio.

Va bene, lo ammetto: per prima cosa ho sbagliato io per una serie di erronee valutazioni:
  • farsi trascinare alla proiezione di un film soltanto perché si sapeva che ha vinto molti premi;
  • dar per scontato che siccome i precedenti film di Iñarritu mi erano stati graditi, avrei gradito anche quest’ultimo (speriamo);
  • andarci trascinandosi appresso un amico che personalmente ama poco andare al cinema, non foss’altro per il fatto, come lui sostiene, di non saper dove mettere le gambe e di soffrire per questo durante tutto il tempo – che a suo parere si potrebbe impiegare meglio;
  • decidere per il motivo di cui sopra di sistemarci davanti, nel secondo blocco dei posti a sedere, in modo che lui potesse allungare le sue benedette gambe nel corridoio tra le file – quindi non proprio sotto lo schermo, ma comunque sempre troppo vicino;
  • di certo però non dipende da me se in quel cinematografo credono che gli spettatori siano sordi; o se, in alternativa, intendono farli diventare sordi – tertium non datur. A meno che siano convinti che più il volume è forte, meglio il pubblico riesca a capire; o viceversa, che alzano il volume al massimo in modo che il pubblico smetta di capire del tutto. E anche in questo caso, tertium non datur. C.V.D.

Può darsi che io abbia le membrane sensibili, oppure che sia rimasta un po’ indietro rispetto all’insensibilità media. Qualsiasi cosa sia, non me ne capacito. Appena si sono spente le luci – dopo la sigla in cui appariva a mozzichi e bocconi la citazione di Carver [E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Sì. E cosa volevi? Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra.], e subito dopo l’immobilità ieratica del tizio in mutande e con la nuca rigida nel mezzo di una meditazione trascendentale, ovvero che levitava nell’aria con in sottofondo un’improbabile cavernosa voce di Super-Io – sono stata aggredita da un una moltitudine parossistica di immagini e suoni senza capo né coda, né fine. Mi sono sentita assalire, l’ho sentita come una violenza indicibile, indefinibile. Qualcosa che mi si gettava addosso, e non potevo fuggire.

– Cacchio, mi sono detta, aspetta; è solo un brusco risveglio, fra un po’ inizia qualcosa di ‘normale’.

No, no, questo era il tenore del film. Inchiodata alla poltrona, sembrava non esserci via di scampo. Per fortuna qualcuno dietro di noi ha cominciato a tossire, quindi ho colto la palla al balzo e ho detto all’amico, “Spostiamoci. Andiamo più lontano”. Già, perché non ve l’ho detto, ma oltre ad avere il problema delle gambe troppo lunghe, l’amico ha il terrore di beccarsi qualche virus. E i virus, si sa, girano in giro, soprattutto se scagliati con forza da bei colpi di tosse direttamente sul cuoio capelluto e le meningi – nel caso non aveste appresso e aperto repente l’ombrello.
Pronti via: ci siamo alzati all’unisono e siamo andati a sistemarci in fondo, quasi in cima, lontani per un raggio sufficientemente ampio da tutti i possibili portatori di virus. Da star sereni, si fa per dire, se non fosse stato per le gambe ormai effettivamente accartocciate dell’amico. Che infatti gli ho subito detto, “Devi scegliere, mio caro: o un male o l’altro”. È facile che mi abbia lanciato un’occhiataccia, ma era buio e ho fatto finta di niente.
Tra l’altro, poco prima, dopo aver letto la citazione di Carver mi ero quasi intenerita e gli avevo accarezzato la mano. Credetemi, non l’avevo fatto in modo interessato; ma non so dire se questo fosse bastato a rabbonirlo.
E in effetti c’era poco da rabbonire. Da ‘un po’ più lontano’, la cosa era leggermente più sopportabile, è vero; la differenza di un’inezia, però.

– Eccheccacchio, mi son detta: questo è proprio farsi del male!

– Star lì fino alla fine e accettare che ti sia fatto del male. È questo che facciamo?

Ma anche questa non è una storia nuova. Si ripete. Sembra la storia della mia vita. Non che creda che la vita degli altri sia meglio, soltanto mi piace sperarlo – se non per tutti, almeno per qualcuno baciato dalla fortuna – ah, i miti …
Qualche volta ho persino riso, e ridevo forte fortissimo, una risata isterica, inverosimile, che tanto in tutto quel frastuono nessuno se ne sarebbe accorto; mentre se per caso se ne fosse accorto, avrebbe almeno sentito qualcosa di umano – provenire da me (che sarei io, modestamente).
E se per caso all’uscita mi si fosse avvicinato qualcuno con in mano un microfono ‘gelato’ per chiedermi ad esempio un parere, domandando magari “Le è piaciuto?”, “Cosa pensa?”, non so, forse avrei dovuto ammettere che ‘durante’ la proiezione non ero riuscita a pensare proprio un bel niente. Zeroassoluto.

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Cervello... in vistaMa non era questo l’intento?
ossia dimostrare il potere del mezzo cinematografico, del martellamento mediatico a tutti i livelli intrecciati tra loro, in modo tale da provocare un cortocircuito dell’analisi razionale e del senso critico; aprire con il tono emotivo la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare nella corteccia cerebrale idee, desideri, paure, timori, compulsioni, o indurre comportamenti … e spellarci vivi.

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Già, comportamenti … non so, ma se qualcuno mi avesse avvicinato con un microfono ‘gelato’, a quel punto c’è da temere che avrei potuto persino dargli una leccata. Perché no? Non si può far tutto?

Si può lievitare come un fachiro indiano, si può distruggere tutto ciò che ti passa tra le mani, si può mostrarsi in palcoscenico col cazzo duro, si può credere di volare come un uccello senza pagare il taxi che ti ha portato a destinazione, si può spararsi nel naso e rifarselo nuovo, non avere più fiuto e non sentire più niente ma continuare a volare come un fringuello, o un tacchino. Si può, si può, si può tutto. Si può essere piccoli miserabili omuncoli angosciati dal nulla, in balia del terrore di non esistere, e ambire di apparire in milioni di copie per diventare come immortali.

Ah, il sogno dell’uomo di volare …
Cos’hanno questi maschi in corpo, lo sa domineddio – o loro stessi, che sono come dio. Perciò non lasciamoci ingannare dal Super-Io interpretato da Birdman che pare un fastidioso intruso. Poiché non c’è ‘altro’, c’è solo Lui: quello! I maschi hanno una sola soggettività, quella che loro chiamano IO: hanno i ‘loro’ sogni, i ‘loro’ progetti, le ‘loro’ aspirazioni: in genere sono interamente dominati dal loro IO – un IO a tutto tondo nonché potenzialmente aguzzo se non molliccio.
Anche le donne, al pari dei maschi dicono Io, hanno aspirazioni, sogni e progetti, ma poi hanno un’altra soggettività, completamente sconosciuta ai maschi, che è quella di sentirsi funzionali alla specie: e quello che la specie, la generazione richiede loro, confligge con la loro autorealizzazione. E questo conflitto tra le due soggettività della donna è del tutto ignoto ai maschi, il cui contributo fisiologico alla generazione si risolve nell’atto sessuale, punto a capo.

Nonostante tutto quel pandemonio, il soggetto emergente indubbiamente più tenero e onesto era interpretato da Sam, la dolce figlia invisibile dai grandi occhi indaco. Su un rotolo di carta igienica disegnava milioni e milioni di trattini: ogni trattino rappresentava mille anni della storia della vita su questa terra. Solo nell’ultimo foglietto del rotolo è comparso l’uomo: un quasi nulla.

Ma ovviamente questo l’ho messo insieme dopo, a posteriori, come quando si mettono assieme i pezzi di un puzzle. E soltanto adesso, molto più a posteriori, sto pensando: a volte le medicine sono amare. Sì, certo: purché non siano peggiori del male.

Sempre a posteriori, ora potrei continuare a sfiancarvi con profonderie; e mi asterrei volentieri, per non scocciare ulteriormente e per non rovinarvi il piacere della scoperta dei paradossi insiti nella visione.  Quindi solo due tre cose: ad esempio che attualmente negli USA questo scherzetto ha rastrellato un numero pari a oltre 40 milioni di dollari, finora. Qui da noi, invece, solo 3,5 milioni di Euro; ma siamo soltanto all’inizio. E del resto la tendenza dell’uomo a sopravvivere in qualsiasi modo è abbastanza diffusa, e questo modo non è nemmeno tra i peggiori, a ben vedere.

Piuttosto mi chiedo ‘cosa’ di tutto questo passerà al grande pubblico. Al grande pubblico mutevole e variegato, che non sempre è in possesso degli strumenti per filtrare il tutto. Difficile azzardare statistiche, ma è probabile, e quasi me lo auguro, che provocherà un immediato ed istintivo moto di repulsione. Dopodiché qualcuno riuscirà in seguito a rielaborare i dati, mentre la maggioranza lo destinerà semplicemente alla spazzatura e fine della storia.  Ed è un peccato, perché gli indizi ci sono, e belli evidenti, a partire dal titolo in cartellone.

Birdman, o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza, dichiara il sottotitolo: sottotitolo che è una dichiarazione d’intenti, ossia la tesi che s’intende dimostrare.

Che poi il film di Iñarritu sia riuscito a dimostrare quella tesi, o che noi siamo riusciti a comprenderla o meno,  e in che modo, sono entrambi tutt’altro problema.

L’ultimo indizio che mi sento di rilevare, è come nel corso della storia della vita su questa terra, l’evoluzione non abbia avuto alcun bisogno di utilizzare l’intelligenza né la coscienza; come, a quanto pare, intelligenza e coscienza non hanno avuto un gran peso nemmeno nella breve storia di homo sapiens. ‘Purtroppo’, si sarebbe tentati di aggiungere, ma così è.

Birdman: ovvero il mostruoso problema di come accettare di dare un premio alla stupidità e alla violenza – violenza visiva e ancor più sonora, in questo caso – nonché all’imbecillità dell’uomo. Che poi è quello che facciamo tutti, anche senza volerlo, quasi sempre. E sprofondarci in elogi. E un bel premio a quelli che ce la fanno, anche se sono stronzi, anche se ci fanno del male. Poiché l’importante è sopravvivere. Non come vivere.

Così, alla fine dello spettacolo, forse l’unico dato degno di nota che abbiamo registrato a primo acchito nel fuggi fuggi generale, è quando siamo usciti nell’aria fresca della sera. Non c’era nessuno ad aspettarci ed eravamo soli.

È stata una liberazione. Sentirsi vivi. Sopravvissuti persino.

Morale della storia: esistere non è vivere!

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(… ma con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di pensare?)

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3 risposte a l’uccello del malaugurio

  1. Francesco ha detto:

    E che vuoi farci cara roz, nonostante i continui tentativi di capire il mondo, di scoprirne le regole per evitarne i gorghi, niente può metterci definitivamente al riparo da errori o ricadute.

    Buona serata..
    ________

    N.B.
    ‘profonderie’: splendido neologismo!

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  2. rozmilla ha detto:

    sì, anche a me piace molto: è stato inventato da una bambina, lo racconta Dennet in uno dei libri che avevo citato.
    ——————-
    mentre, sul film, non so se l’hai visto, ma, questo è un caso un cui potrei usare la parola “inquietante”, e a quanto mi ricordi, è il peggior film che abbia visto. una brutta visione davvero.
    purtroppo non ero andata alla prima uscita al cineforum, dove alla fine viene offerto un commento da un esperto cinematografico che stimo abbastanza. quindi mi sono trovata allo sbaraglio, e anche le recensioni che avevo letto prima non mi avevano aiutata affatto.
    ieri sera pensavo se quell’uccellaccio non rappresenti un avvoltoio. ricordi la canzone “dove vola l’avvoltoio”? mi pare fosse di Calvino; e non è un bel segno, considerata la situazione globale …
    non è un bel segno. ma forse esagero…
    ciao, buona serata a te
    milena

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  3. Francesco ha detto:

    Allora.. tanto di cappello alla bambina!

    No, non è un bel segno. Ma a volte, a quello che ci sembra un annuncio, non segue un bel nulla! E speriamo sia così..

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