io tu egli noi voi loro

[Foto di Dèsirée Dolron]

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       « Era in quell’età in cui ancora non si conoscono le divisioni; finora c’erano state tutt’al più somme, per cui la rappresentazione del mondo era costituita da parti che sommate tra loro davano approssimativamente l’idea del tutto, dal quale nessuna parte poteva restare esclusa. Non c’erano resti, insomma, o parti da scartare, da mettere o tenere fuori. E questo non dipendeva certo da lui; era così e basta, perché quello era il mondo per come lo percepiva da un interno che non contemplava alcun fuori, perché tutto ciò che era fuori era anche dentro nello stesso tempo, e gli apparteneva come l’acqua appartiene al mare, ai fiumi, ai ruscelli, ai laghi, all’oceano, ed è indistintamente acqua in ogni dove.
      In seguito, per molto tempo non seppe dire come questo stato di cose fosse cambiato, e perché; mentre avrebbe potuto dire il momento in cui era accaduto con una certa oscura precisione, che diventava via via più buia col trascorrere dei giorni, mesi, anni, e che si raggrumava, più che altro, senza potersi dissolvere.
        Il cambiamento di stato aveva coinciso con l’aver perso i diritti sulla propria vita nel mondo. Scherzando avrebbe detto che gli erano rimasti soltanto i rovesci. Ma il cambiamento vero, sostanziale, sarebbe stato non appartenere più al mondo di prima senza poter appartenere nemmeno a quello nuovo in cui era apparentemente entrato, del quale non era parte.
        Inevitabilmente, fece esperienza del fatto che non era lui a poter decidere la sua appartenenza a quel mondo, ma che questa facoltà era esclusivamente  in potere di quel nuovo mondo, in particolare in potere di coloro che lo possedevano tra loro, dal quale era escluso per qualche attributo che non poteva avere, che non aveva mai avuto, dal principio. Qualcosa che somigliava a una sorta di parentela, simile alla fraternità umana.
      La fraternità, si sa, è data all’origine, e non c’è modo di poterla ottenere in altro modo che con la nascita. Oppure, in quel particolare caso derivava da un’inclinazione fraterna tra esseri umani che era sgorgata dall’odio comune per un mondo, là fuori, in cui erano stati trattati in modo disumano; che corrispondeva, d’altro canto, all’amore, la comprensione e la solidarietà umana che nutrivano tra loro nel chiuso del loro mondo. Perciò era solo tra loro, tra coloro che condividevano quei sentimenti e quello stesso mondo, che si sviluppava e poteva mantenersi quella forma di calore dalla quale qualsiasi ente del mondo là fuori rimaneva escluso.
      Era come un cerchio, serrato, nel quale avrebbe potuto entrare a far parte, forse, ma solo a certe condizioni imprevedibili e praticamente impossibili. Mentre egli restava sospetto, persino il suo odore era diverso, poiché non emanava quel particolare rancore, scaturito cresciuto e maturato in odio in anni e anni di condivise umiliazioni. Che però era la cosa solida che li univa e insieme li proteggeva dal mondo, ciò su cui potevano contare. E in parte li ammirava persino, per quella cosa che avevano in comune, per quel calore che scorreva tra loro, motivo per cui potevano dire noi.
       Nondimeno, a onor del vero, avevano cercato di istruirlo sulle regole intrinseche dell’accolito. C’avevano tentato, più o meno o con una certa riluttanza. Ma egli era refrattario a qualsiasi apprendimento di quel tipo; e se ne ristava lì, in disparte, apparentemente come se non fosse; o come cosa inutile, che se non fosse stata sarebbe stato meglio, come un fastidio.
        Desiderava essere altrove, ma non poteva. Era perso al mondo di prima, e non poteva appartenere a quest’altro; che del resto non era un vero e proprio mondo, bensì quasi più simile a un rifugio, buio e caldo, come per coloro che non appartengono all’aperto.» [D.G.]

 

Moses Harris, colori prismatici da 'Il sistema naturale di colori', 1766.

 

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Goldfrapp, Annabelle (Tales of Us, 2013)

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