insegniamo loro a lavarsi i calzini

Mauro Biani

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La giornata della donna è ormai alle spalle.
Mi è capitato di leggere i contributi di molte e molti, in occasione di questa giornata.
Mi pare sia ormai fuori discussione che questa giornata non è una festa. Non deve essere una festa, ma piuttosto una giornata alla memoria, per ricordare le lotte, il sangue, le difficoltà e gli impedimenti che si sono dovuti superare per ottenere quei sacrosanti non ancora sufficienti diritti di uguaglianza e parità che avrebbero dovuto essere scontati, ovvi, indiscutibili; che però restano tali molto spesso solo sulla carta.

E per ricordare la dura strada per ottenere leggi in difesa delle donne.
Questo è il paese in cui la cassazione nel 1956 confermava lo jus corrigendi, cioè il diritto del marito di “correggere” la moglie anche con la “vis modica“, cioè la moderata violenza. Il paese che solo nel 1981 abrogava il delitto d’onore, cioè l’articolo 587 del codice penale che dava come massima pena all’uxoricida 7 anni di galera – il paese che solo nel 1996 definiva lo stupro come delitto contro la persona invece che contro la morale. (*)
Non dimentichiamolo.

E poi c’è stato il discorso di Mattarella.
Il capo dello Stato per l’occasione ha tenuto un discorso a tema, Donne per la Terra, o Donne giù per terra (non ho ben capito quale dei due).

«Donne, siete milioni di professioniste, di docenti, di casalinghe, di lavoratrici dipendenti, di imprenditrici, di disoccupate, di madri, di nonne e di ragazze. Donne consapevoli che badano all'essenziale. Su di voi grava il peso maggiore della crisi economica. A voi una società non bene organizzata affida il compito delicato e fondamentale, di provvedere in maniera prevalente all'educazione dei figli e alla cura degli anziani e ai portatori di invalidità. Lo fate silenziosamente, a volte faticosamente. Senza le donne, senza di voi, l'Italia sarebbe più povera e più ingiusta. Siete il volto prevalente della solidarietà. Il volto della coesione sociale. Dovremmo ricordarlo costantemente e non dovremmo smettere mai di ringraziarvi».

Come al solito, mi arrivano le frasi quasi per caso, dai media, mentre sto facendo altre cose. Così le prime parole che mi hanno colpito, sono state quel “Senza le donne, senza di voi”. Al punto che è stato istintivo pensare il contrario, a un ipotetico “Senza gli uomini” – come sarebbe? Non sarebbe allora forse più ricca e più giusta?  Mah …

Chiaramente è un’ipotesi assurda. Come anche, però, è assurdo ammettere e accettare come un dato di fatto inevitabile che soprattutto sulle donne gravi il peso della crisi. Per poi disciogliersi in ringraziamenti ed elogi sulle qualità ideali o reali della donna, alle quali sono necessariamente obbligate per diritto di nascita – pare – per il solo fatto di essere nate donne.

E nonostante sia un artificio retorico, immaginarsi un mondo senza donne (e chissà, forse a qualcuno non dispiacerebbe neppure), ricorda quel genere di individui che al discorso premettono “io non sono razzista” per poi procedere nell’affondo; similmente a quelli che prima di ogni cosa si premurano di affermare “io non sono misogino”, come se la misoginia sia il dato di fatto “naturale” sommerso indiscutibilmente e assolutamente diffuso – cosa per cui ho sempre pensato che se in fondo non lo fossero un pochino non sentirebbero il bisogno di dirlo.
O come a dire, Sì, insomma, non sono misogino, ma è “naturale” che preferisco gli uomini. Ma certo, immaginarsi  un mondo in cui le donne smettessero di accudirci, servirci, prendersi cura, lavare e cucinare per noi? – è questo che voleva dire? – oh, ma è un pensiero terribile! 

Il capo dello stato di fatto continua:

«Recenti ricerche ci dicono che più della metà della produzione del cibo mondiale passa attraverso le mani sapienti delle donne. Nei Paesi in via di sviluppo questa percentuale arriva anche all'80 per cento. Le donne conoscono l'importanza del cibo per la vita dell'uomo. Le donne sono più capaci di produrre senza distruggere, sanno costruire e innovare, tutelando e salvaguardando».

Le donne sarebbero migliori, insomma. Non ci sorprendiamo affatto se tra le loro mani passa il cibo che sfama il mondo – comprese tagliatelle, lasagne ragù e cappelletti. Ma è chiaro che tutto questo discorso è sufficientemente ipocrita, e difatti trattasi di un monologo. E del resto non c’era nemmeno da aspettarsi qualcosa di meglio di un monologo tronfio di retorica. Che altro?

Ma mi è anche chiaro che non dobbiamo nemmeno aspettarci che ogni cambiamento possa arrivare come una concessione dall’alto. Credo, infatti, che per certe cose è soprattutto dal basso, dove ogni donna vive e lavora, ama e combatte la sua battaglia quotidiana, che si debba introdurre il cambiamento,  sempre, ogni benedetto giorno.

Ad esempio.  Se è vero, ed è vero, che alle donne è affidata l’educazione dei figli, come mai – mi chiedo – troppo spesso i figli “maschi” restano “maschi” come lo erano stati i loro padri e i padri dei loro padri?
Una risposta ovvia, ma non l’unica, è che probabilmente anche le donne troppo spesso sono rimaste le donne come lo erano state le loro madri e le madri delle loro madri, direi.
Nel qual caso mi parrebbe inutile e del tutto irrilevante continuare a mettersi nei panni della vittima che subisce una condizione dalla quale non può uscire, soprattutto quando non vuole o non fa nulla per uscirne o per cambiare le condizioni.

E qui non sto parlando di “grandi schemi”, o “grandi idee” per cui lottare; né dei problemi di lavoro e trattamento economico che non dovrebbero essere affrontati facendo distinzione in categorie sessuate, anche se la disparità sussiste ancora e in tempo di crisi si accresce in negativo.  Né del problema dell’accudimento degli anziani e dei disabili, che ancor più in periodi di crisi ricade in gran parte sulla categoria femminile. Che a questi dati di fatto non mi è ancora chiaro se e come s’intenda porre rimedio.

Parlo delle piccole cose. Delle piccole cose invisibili e pressoché ignorate che stanno alla base del modo di intendere la divisione del lavoro fra uomini e donne.

Per questo, dal momento che “una società non organizzata affida il compito delicato e fondamentale, di provvedere in maniera prevalente all'educazione dei figli”, allora perlomeno insegnamo ai nostri figli a lavarsi i calzini!

Non sto scherzando. Ogni giorno, giorno dopo giorno, a partire dalle piccole cose, insegniamo loro a non dipendere da noi nelle attività in cui possono cavarsela da soli.

Poiché non si tratta solo e unicamente della “nostra” dipendenza alla condizione femminile, ma della dipendenza dei figli maschi (che saranno gli uomini di domani) alla dipendenza maschile: dipendenza a quei privilegi di cui si sentono in possesso come per diritto di nascita, e che poi, da adulti, avranno la tendenza a riscuotere e a pretendere come fosse una cosa “naturale”.

Quindi, al di là delle retoriche, cominciamo davvero a pretendere che si lavino i calzini!
È una cosa che va insegnata presto, finché son piccoli. Cominciamo da lì. Facciamolo con tutto l’affetto e la generosità di cui eravamo capaci quando ce ne occupavamo noi, ma facciamolo.

Ovviamente “i calzini” sono solo un esempio. Tornano dalla partita di calcio e buttano la borsa in un angolo, aspettandosi, com’è ovvio, che noi gliela svuotiamo lavandone il contenuto, che sarà lindo e stirato il giorno dopo? Offriamo loro generosamente la delusione di ritrovare la borsa come l’avevano lasciata, con il contenuto tutto bell’ammuffito. Che se ci tengono tanto ad andare alla partita di calcio, non devono pretendere e ottenere il piacere lasciando ad altri l’onere di provvedere alle incombenze derivate ulteriori o pregresse.

Smettiamola di essere “buone” e generose “silenziosamente e faticosamente”. Non è questo genere di bontà e di generosità che renderà i nostri figli migliori né il mondo più giusto.

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Il capo dello stato di fatto chiude quindi il suo discorso con un detto dei nativi americani Ojibwej.

«La donna è la radice sulla quale le nazioni sono costruite. Essa è il cuore della sua nazione. Se il suo cuore è debole, il popolo sarà debole. Se il suo cuore è forte e la sua mente limpida, allora la nazione sarà forte e determinata. La donna è il centro di ogni cosa».

Peccato che i nativi americani e la loro cultura siano stati spazzati via dalla faccia della Terra dal mondo degli uomini che si sono insediati con la forza e la violenza al loro posto. Quindi non è certo su quei principi, né per “merito” delle donne, che si sono formate le “nostre” nazioni.

E mi fermo qui, che soltanto a leggere la parola “nazione” mi viene l’orticaria.

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(*) Ancora negli anni Ottanta, a classificare i reati di violenza sessuale era niente di meno che il codice Rocco d’epoca fascista, che li considerava “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, dividendoli in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al pudore e all’onore sessuale”. Solo nel 1996 la legge italiana contro la violenza sessuale classifica come crimine contro la persona il reato di violenza sessuale.

Inge Lehmann

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19 risposte a insegniamo loro a lavarsi i calzini

  1. Francesco ha detto:

    Siamo un po’ tutti vittime del sistema. Banale, un po’ stantio, ma vero.
    Poiché il sistema, inteso come il contesto socio-culturale in cui siamo nati e cresciuti, è appunto un sistema, e in quanto tale non può non assegnare a ciascuno dei suoi membri un ruolo. Alla donna ha assegnato certi ruoli e all’uomo altri. Ovviamente questo sistema non si è formato da un giorno all’altro. Ci sono voluti migliaia e migliaia di secoli perché assumesse la conformazione che ha. Quindi possiamo dire che è un prodotto dell’evoluzione (o involuzione, o movimento, se volessimo essere più neutri) storica. Se questo è vero, allora non si può dare la responsabilità della situazione da te segnalata esclusivamente agli uomini, intesi come genere maschile. La responsabilità, ripeto, è del sistema. Il sistema forma gli uomini (uomini e donne), e gli uomini (uomini e donne) trasformano il sistema che hanno ricevuto in eredità. Ora tu potrai dire che gli uomini, nel senso di genere maschile, possono trasformarlo di più perché da sempre hanno avuto più potere, e che questo potere è partito dalla forza e quindi dalla violenza. Può darsi.. Ma quello che io vedo oggi è una tendenza al ribaltamento delle forze in campo. La donna sta assumendo sempre più potere e l’uomo ne sta perdendo sempre di più. E allora mi chiedo: qual’è il sistema che vogliamo? Vogliamo un sistema che preveda la prevalenza di un genere sull’altro, o vogliamo un sistema in cui i generi si aiutino vicendevolmente, prendendosi cura l’uno dell’altro, possibilmente, in modo amorevole? Possibile che l’unico motore dell’umanità sia sempre e solo la guerra? Possibile che l’uomo non riesca ad elaborare un sistema diverso da quello che è riuscito a costruire dalla notte dei tempi fino ad oggi? Che non riesca cioè a sottrarsi alla sue radici biologiche, che lo vedono impegnato, come tutti gli esseri viventi di questo pianeta, nella lotta per la sopravvivenza? Se è così, se non ci sono alternative a questo modello, non illudiamoci. L’uomo sarà misogino e la donna misandrica (e lo sta diventando sempre di più). E se è questo lo scenario la guerra sarà totale. E si combatterà con tutte le armi che ogni genere ha dalla sua. Lecite e illecite (quelle illecite si cercherà di camuffarle ben bene). Ricordi quanto detto a proposito della necessità di saltar fuori dal sistema, nel tuo post sulle controversie? Ebbene, non ci troviamo forse nella stessa situazione? Esiste da qualche parte una catenella che ci consentirà di uscire da questa infernale situazione, e di tornare a riveder le stelle?

    Ma per parlare del concreto, e tornare un po’ di più con i piedi (con o senza calzini) sulla terra, sono anni che sostengo la necessità, per gli uomini, di imparare a lavarsi i calzini (immagine simbolica che ovviamente allude a tutte le altre operazioni domestiche tradizionalmente svolte dalla donne – ora un po’ meno – quali spazzare, stirare, etc.). Non tanto per liberare le donne dal compito di accudire gli uomini (che tanto le donne, se vogliono, se ne liberano in un secondo), quanto per rendere gli uomini maggiormente indipendenti. Più cose si sanno fare, più si è indipendenti, meglio è. La situazione comunque è più intricata di quel che potrebbe sembrare ad un primo sguardo (tanto per cambiare). Conosco situazioni in cui le donne non permettono ai propri figli (sia maschi che femmine), di occuparsi di faccende domestiche. E il motivo è semplice: mantenimento e manutenzione del potere. E’ un mondo brutto, cara roz, molto brutto.. Cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò? Mah..
    Comunque, per concludere, direi che se anche l’indipendenza è una delle mete più belle cui l’uomo e la donna possano aspirare, non dobbiamo far sì che la stessa sia incompatibile con un’altra grande possibilità, quella di cooperare.
    Perché se è vero che l’indipendenza è bella, la cooperazione, forse, lo è di più.

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    • rozmilla ha detto:

      Caspita, Francesco, vedo che ti ha preso molto questo argomento …
      Condivido abbastanza tutto quello che scrivi.
      Forse non troppo quando dici “La donna sta assumendo sempre più potere e l’uomo ne sta perdendo sempre di più” … perché questo a me non risulta. Non riesco a vederlo il potere che la donna assume sempre di più. Dovresti spiegarmelo.
      Forse significa che rispetto al passato la donna può finalmente (se e quando ci riesce e sistema permettendo) decidere di se stessa? E per questo motivo ha tolto all’uomo il potere che lui aveva su di lei?
      Ad ogni modo credo che siano problemi delicati, poiché quando ci confrontiamo con essi partiamo anzitutto dalla nostra esperienza personale.
      Al di là di tutto, sarebbe bello non esistessero differenze, e potessimo presentarci soltanto come individui, indipendentemente dal genere di appartenenza. Cosa che comunque a me sembra già facciamo, se non quando ci imbattiamo in qualche limite imposto (esterno o interno) che non possiamo accettare.
      Il tema della cooperazione ovviamente è molto bello e importante. Una cosa che però mi sento di osservare, è che la tendenza dominante di solito fa in modo che le donne cooperino con gli uomini a favore di obbiettivi che gli uomini ritengono prioritari. Il contrario, invece, mi sembra accada più di rado.
      Ma oltre alle differenze di genere, certo rimane la necessità di lavorare insieme su obbiettivi comuni. Mai pensato il contrario.

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      • Francesco ha detto:

        Si cara roz, sono problemi molto delicati..
        Comunque, la percezione del fatto che la donna stia assumendo sempre più potere e l’uomo ne stia perdendo sempre di più, è una percezione che si è formata nel mio animo piuttosto spontaneamente, dovuta soprattutto alla constatazione che un numero sempre maggiore di donne occupa posti di comando, e che un numero crescente di uomini si ritrova sempre più spesso, soprattutto a seguito di separazioni coniugali, in situazioni di seria difficoltà. Senza andare troppo lontano ti potrei citare, ad esempio, la situazione della struttura nella quale lavoro, dove il ruolo di capoufficio è ricoperto da una donna, il ruolo di capo settore pure, e potrei continuare.. Mentre se volessimo andare un po’ più in là, basterebbe forse dare uno sguardo ad alcune singolarità del nostro Governo, tra le quali non può passare inosservata la presenza di una donna, a capo del Ministero della Difesa. E dove si era mai sentita una cosa del genere???
        Le mie percezioni sono distorte? Mah.. può darsi, tutto è possibile. Ma la percezione è forte, e continua a permanere..

        Buona serata cara roz..
        Francesco

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        • rozmilla ha detto:

          Non posso giudicare le tue percezioni. Se tu hai queste percezioni avrai dei motivi e delle ragioni. Oppure, forse metti in evidenza alcuni fatti più di altri.
          Non di persona, ma so del problema di alcuni uomini che si trovano in difficoltà a causa della separazione. La separazione è comunque problematica per tutte le persone coinvolte, soprattutto per i figli. Se si hanno maggiori disponibilità economiche molti problemi pesano meno o si risolvono più facilmente. Altrimenti, oltre al dramma della separazione … Ma ci sono persone che per questi motivi non si separano e continuano a vivere insieme una vita che non è neppure una vita. Incarcerati a vita con un altr*. Quindi si fanno o non si fanno delle scelte, e in ogni caso si “pagano” le conseguenze.
          Nota le virgolette: non trovi curioso come il nostro linguaggio sia totalmente contaminato da concetti economici?
          In realtà tutto il sistema in cui viviamo è avvelenato da rappresentazioni e riferimenti economici. Siamo tutti schiavi di questo sistema. Anche le dirigenti di cui parli, anche loro.
          Tu dici, il potere. Ma se quelle dirigenti prendessero lo stesso stipendio di un loro sottoposto, quale motivo avrebbe il sottoposto d’irritarsi? Solo perché la dirigente ha maggiori responsabilità? O soltanto per il potere?
          Ad esempio io non ho alcun potere, e più passa il tempo meno potere voglio avere. Almeno non di quel genere. Ma non mi piace neppure che qualcuno abbia potere su di me.
          Inoltre, credo che il potere non debba essere una cosa individuale. Individualmente possiamo avere forza. Mentre il potere è qualcosa che ha senso solo per un gruppo di persone, la cui forza messa insieme, unita, crea un potere. Il potere è un concetto politico, pubblico. Nessun uomo, nessuna donna, nessun individuo isolato dovrebbe avere o far leva sul potere. Il potere distrugge. Fa male. Solo che siamo abituati a credere che sia necessario, ma non è così.
          Ciao Francesco, buona giornata

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          • Francesco ha detto:

            Io non credo di aver detto che bisogna rincorrere il potere, ho solo detto che vedo una tendenza al ribaltamento delle forze in campo. Tu mi hai chiesto di spiegarlo e così ho cercato di farlo, ponendo l’accento su situazioni che mi sembravano e mi sembrano emblematiche. Tutto qui. Ti chiedo invece scusa per aver solo accennato ai problemi che derivano dalle separazioni, senza dar seguito ad almeno un abbozzo di approfondimento. Per fortuna l’hai fatto tu, anche se sarei tentato di aggiungere qualche altra sfaccettatura, cosa che magari farò in un’altra occasione..

            Sul concetto di potere, in ogni caso, non basterebbero fiumi di parole..
            Mi limito (per il momento) a segnalarti un aforisma di Josè Arguelles, che spiega secondo me alla grande perché un uomo o una donna a volte decidono di intraprendere la via del potere.

            “Quando un uomo è privato della capacità di espressione, si esprimerà nella brama di potere”

            Buon pomeriggio Milena

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  2. Gabriella Giudici ha detto:

    Sono tante le cose a cui l’8 marzo, intenta a lavare calzini, non ho pensato e che mi hai fatto ricordare. Mentre leggevo però mi sono salite alla mente anche Carfagna, Mogherini, Thatcher e Condoleeza Rice: un’intera galleria degli orrori a ricordarmi che se esiste una superiorità morale delle donne, non è legata a una presunta essenza o a qualità innate, ma ad una scelta o a una condizione. Per questo, se gli uomini non ci fossero, a condizioni invariate avremmo un “pianeta delle scimmie”, violento e brutale quanto purtroppo perfettamente rosa.

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    • Francesco ha detto:

      Chapeau!

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    • rozmilla ha detto:

      A condizioni invariate, sì, è probabile. Ma davvero faccio fatica ad immaginare un pianeta rosa, e non sarebbe desiderabile, a mio parere – e poi, personalmente adoro il blu, che si accosta bene con tutti gli altri colori.
      Le donne che hai portato ad esempio sono del tutto integrate nel sistema di valori dominanti del capitalismo e del liberismo. Idem con patate il cliché della buona samaritana del discorso del presidente. Sembrano due facce della stessa medaglia. Non ti pare?
      Il punto che avrei dovuto sottolineare, ma che non ho sviluppato abbastanza in questo post, è che oltre alla questione femminile, esiste una questione maschile, ossia la dipendenza dei maschietti agli stereotipi e cliché maschili. Come sappiamo negli anni passati le donne hanno lavorato molto nell’analisi… e non solo della loro condizione. Mentre gli uomini non sempre altrettanto. E spesso hanno vissuto i “cambiamenti” come imposti dalle donne. Quasi come un sopruso alla loro condizione di uomini. Come se perdessero qualcosa quando le donne crescono o migliorano la loro condizione.

      E difatti non credo che le donne possano cambiare alcuna condizione se gli uomini non cambiano insieme a loro, in concerto. Certo, nella storia del femminismo le donne hanno spinto per ottenere i diritti sacrosanti, e la loro consapevolezza è stata determinante nel sfondare la resistenza del sistema dominante maschile. Ma oltre ai diritti indubitabili, è anche nel campo della mentalità spicciola e delle pratiche di vita che non bisogna smettere di agire, anche nelle piccole cose, serenamente ma con costanza.
      Quindi il fatto che l’educazione dei figli è prevalentemente affidata a noi, oltre ad essere una responsabilità e una fatica, è anche una splendida opportunità.

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      • Gabriella Giudici ha detto:

        Infatti. Volevo appunto riflettere con te sull’ipotesi “mondo al femminile”, non tanto per criticare l’argomento in sé (sorta di riedizione del dibattito seicentesco sullo stato di natura), ma il doppio vicolo cieco imboccato (a mio avviso) dal femminismo.

        Da un lato, si è andati verso un improbabile sostanzialismo (le donne sarebbero migliori per natura, perchè darebbero la vita e sarebbero dunque pacifiche ..), dall’altro, verso il formalismo del “femminismo della crusca”, curioso neologismo coniato da una giornalista scandalizzata dalle preoccupazioni della presidente della Camera per l’uso sessista del maschile inclusivo (http://gabriellagiudici.it/elisabetta-santori-pensiero-de-genere-e-femminismo-della-crusca/).
        E’ anche perché avevo bene in mente questi errori e banalizzazioni che ho apprezzato il tuo sacrosanto invito a “insegnare loro a lavarsi i calzini” 🙂

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        • rozmilla ha detto:

          Qualche anno fa avevo letto alcuni libri della Irigaray, e ho un vago ricordo che la diceva che il linguaggio che utilizziamo non è neutro ma costruito al maschile, che deriva dall’immaginario maschile, compresi i significati che poi permeano anche il modo di pensare delle donne. Lei sosteneva la differenza, mi pare, e che le donne non dovrebbero omologarsi al pensiero maschile, ma riscoprire il loro modo di essere, di pensare, di parlare, ecc., e rivalutarlo.
          Ovviamente non so dire se … ma forse non ha tutti i torti. Una volta, nell’antichità, ma ancora quando ero bambina, le donne avevano un loro mondo separato da quello degli uomini. E credo ci fosse maggiore solidarietà, erano più coese fra loro per motivi pratici. Ora, in questo nostro mondo in frantumi, esistono solo individui, e sono più o meno tutti abbastanza isolati. Però ci hanno dato internet, e prima ancora la televisione. Proprio ieri sera ho guardato dieci minuti di servizio pubblico, e ho fatto caso che gli ospiti erano quasi tutti uomini. Anzi, c’era solo una donna, una giornalista, Myrta Merlino, che tra l’altro ha espresso un punto di vista che ho condiviso, sul linguaggio volgare e irrispettoso di certi personaggi pubblici nei confronti delle donne; e chiedeva, cosa avrebbero imparato i suoi figli, quale influenza negativa avrebbero ricevuto. Ma ricordo altre volte che al centro della scena c’era solo la Santanché che certo non era un bel sentire. Comunque, se va bene ce n’è una. Questo per dire la par condicion.

          Sul femminismo della crusca, credo che iniziative di quel tipo, anche se in buonafede, attirino abbastanza il ridicolo, che tanto il linguaggio non lo si cambia per imposizione. Piuttosto sarebbe più utile che le donne riuscissero ad ottenere di parlare di più in televisione. Quali che siano. Ma qui si torna al problema delle quote rosa, sulle quali anche molte donne non concordano.
          D’altronde i cambiamenti sono lenti, in Italia più che altrove. E in questo momento, nonostante l’apparente aumento delle figure femminili al governo, non è solo un’impressione che si vada indietro, purtroppo.

          Sono lieta che ti sia piaciuta l’idea di insegnare ai figli a lavarsi i calzini, anche se non è poi così nuova. Quando avevo i bambini piccoli, ricordo un’amica francese che già riusciva ad ottenerlo dal figlio di quattro anni, e non solo i calzini, ovviamente. Mentre a me questa cosa allora pareva strana. Ah le mammone italiane dedite ai figli, soprattutto maschi, è una cliché difficile da modificare, per le donne in primis. Al di là del femminismo, insegnare ai figli ad essere autonomi fin da piccoli, è importante soprattutto per loro. Forse una difficoltà nella diffusione del femminismo sorge quando diventa una pratica troppo intellettuale che non riesce ad attecchire nella vita quotidiana. E forse ci sono stati anche dei risvolti negativi.
          Un caro saluto

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  3. Gabriella Giudici ha detto:

    Personalmente, trovo ridicolo il “femminismo della crusca” proprio perché ritengo necessarie le “affirmative actions”, tra cui le quote rosa. Si tratta, appunto, di modificare con precise misure una condizione di svantaggio, creando le condizioni culturali per l’effettiva eguaglianza. Puntare sulle parole, oltre all’impossibilità, come giustamente osservavi, di modificare i costumi per decreto, impedisce che le politiche pubbliche affrontino i nodi concreti della soggezione, il che spiega il forte desiderio di tirare pomodori alla signora Presidente..

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    • rozmilla ha detto:

      Condivido in pieno quanto dici.
      Soprattutto è un peccato che sprechi le opportunità che potrebbe avere, dato il posto che occupa (o il ruolo che copre?)
      Ma bisognerebbe capire se la signora President“a” è interessata ad affrontare i nodi concreti della soggezione, o se non è soltanto un’ancella degli uomini di potere che gli hanno permesso di mettersi lì, a far la damina, considerata anche la classe a cui appartiene.
      Pomodori magari no, ma qualche bella letterina istruttiva … chissà mai che raggiunga l’illuminazione in questa vita 😉

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  4. arsomnia ha detto:

    Mah… Quoto per la cooperazione di cui parlava Francesco.
    Per i calzini: in quanto madre di figlio maschio ho, fin da piccolo, fatto in modo che lavasse i suoi calzini e aiutasse nei lavori domestici. A distanza di anni la cooperazione si é ridotta alla sua stanza e ad apparecchiare/sparecchiare (non sempre e mai di sua sponte) … E non molto tempo fa, l’ho sentito dire, alla sua morosa, “le donne devono stare a casa a cucinare e fare la calza”.
    24 anni di educazione buttata è uno sconforto infinito. Ovviamente sono intervenuta…e alla morosa ho detto che é un pensiero retrogrado e che lei deve studiare, lavorare, farsi una posizione che le permetta di essere una donna indipendente. Mi ha rassicurato dicendo “sisi”. Ma poi ha aggiunto: “ma anche stare a casa e farsi mantenere non é male”
    A nulla é valso spiegare che farsi mantenere é anche rinunciare alla propria indipendenza.
    Sono giovani, hanno avuto come
    modello famiglie cooperanti. Hanno contribuito, almeno per un certo periodo. Perché il risultato è questo?

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    • rozmilla ha detto:

      non so che dire, forse è una reazione al sistema di valori genitoriali, come noi ci siamo opposti a quello dei nostri genitori. O forse stava solo scherzando.
      La ragazza invece, se è innamorata, può darsi sia amore cieco. 😉
      Scherzi a parte, non so quali siano le condizioni dei tuoi ragazzi, ma in generale le condizioni del lavoro, soprattutto per le nuove generazioni, potrebbero indurli a domandarsi “ma chi me lo fa fare, se posso farne a meno?” soprattutto se la donna che lavora è costretta a svolgere un doppio lavoro, e le opportunità di lavoro sono scarse, precarie e mal retribuite. In certi casi, tolte le spese di viaggio, l’abbigliamento e il pranzo, rimane così poco che sembra quasi più vantaggioso (come diceva mia nonna) “stare a casa a lucidare i sassi”.
      Non è una novità che molte donne già adesso decidano di ritirarsi dal lavoro. Oppure, quanta fatica se non possono farlo, se sono costrette ad andare a lavorare per sbarcare il lunario facendo magari un lavoro che non piace nemmeno, lasciando i figli non si sa dove e come.
      Questo scenario a me ricorda tanto quella pubblicità, non so se hai presente, quella in cui lui e lei si dicono “dobbiamo tornare indietro” – sotto-intendendo “quindi preparatevi” (noi, non “loro”, quelli che ci tengono per le palle). E non è nemmeno un messaggio subliminale, ma bello chiaro.
      Il mondo che credevamo di conoscere sta cambiando veloce.
      Mi spiace non poterti dire qualcosa di più allegro, ma tant’è.

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    • Francesco ha detto:

      Le cause che portano a determinati effetti sono talmente numerose e intrecciate, che è assurdo pensare che quegli effetti dipendano esclusivamente dalle nostre azioni.

      Un caro saluto

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