la sciarpa, il bicchiere, il vasetto, il fiore

Giorgio Morandi, natura morta (vaso blu)
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«Io vedo ciò che ho di fronte, – disse Jinny. – Questa sciarpa a pallini colore del vino. Il bicchiere. Il vasetto della mostarda. Il fiore. Mi piace quel che si tocca, si assaggia. Mi piace la pioggia quando diventa neve e si fa palpabile. Ed essendo impulsiva e più coraggiosa di voi, non tempero, perché non mi scotti, la bellezza con la grettezza. La ingoio tutta intera».
[Virginia Woolf, “Le onde”]

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La sciarpa a pallini colore del vino. Il bicchiere. Il vasetto della mostarda. Il fiore – ognuno di questi oggetti è unico; e nessuno di noi si potrà mai trovare nella stessa identica condizione e vedere le stesse cose nello stesso modo e nello stesso tempo.
Tuttavia, quando leggiamo il brano della Woolf ci sembra di comprenderlo senza troppi problemi, soprattutto quando le parole indicano oggetti semplici.

La sciarpa, il bicchiere, il vasetto e il fiore, anche se il fiore che immagina ognuno di noi non ha lo stesso colore né lo stesso profumo di quello che la Woolf aveva di fronte, oltre al fatto che ognuno di noi non è la Woolf, per cui nemmeno le proprietà interpretative sarebbero state perfettamente identiche, neppure se avessimo avuto di fronte lo stesso fiore approssimativamente nello stesso momento.

Ogni parola già distingue un oggetto da un altro; per riconoscerlo e ricordarlo disponiamo di miliardi di etichettine per contraddistinguere ogni cosa rispetto a una miriade di variabili. Quando elaboriamo un pensiero, però, non possiamo enumerare ogni volta tutte le relative e corrispondenti etichettine, per cui siamo costretti a sintetizzare, un po’come quando si semplificano le equazioni matematiche.

Tutti noi facciamo distinzioni  e classificazioni di continuo. Il linguaggio, insieme alla logica, è lo strumento per definire, distinguere, separare le cose le une dalle altre. A livello elementare serve per non fare confusione: per mettersi d’accordo che se una cosa è nera, è pressapoco nera; se è bianca, è bianca – più o meno.  Che se è una tazza non è un bicchiere e se è carne non è pesce e via dicendo. E che nessuna cosa può essere identica al suo contrario; e a meno di voler sfidare il principio di non-contraddizione non potremmo scendere una scala per andare verso l’alto, o accendere un fuoco per fare il ghiaccio.   In poesia forse è concesso, nella realtà sarebbe da verificare.

Ma è chiaro che nel fare distinzioni fra una cosa e l’altra, siamo costretti a generalizzare, fare astrazioni, pensare per categorie. Se dico e penso, ad esempio, alla categoria “donne”, è impossibile che la mia mente possa contenere tutte le donne, ognuna diversa dall’altra, esistite e esistenti; quindi probabilmente farò un’operazione estraendo un ipotetico denominatore comune, ma soltanto rispetto a ciò che credo di sapere, limitatamente alla mia esperienza personale approssimativa – beninteso sarebbe altrettanto impossibile esulare dalla propria esperienza personale.

Il vantaggio, nel fare un’operazione di questo tipo, è di  avere a disposizione un comodo luogo comune in cui rinchiudere ad esempio tutte le donne, e di placare così l’irritazione del dubbio (1), che consiste nel catalogare e incasellare tutto ciò che appare nel mondo, donne comprese. In questo modo forse crediamo di averle comprese, mentre le abbiamo tutt’al più  racchiuse.

Idem per tutte le categorie di cui facciamo uso. Le categorie, e i significati che attribuiamo loro, hanno però l’abitudine di fissarsi – non solo in ogni mente individuale, bensì, attraverso il linguaggio comune, nella mente collettiva – e una volta dimentiche del processo dal quale sono emerse, divengono talora comode convenzioni linguistiche,  altre volte un  vero e proprio “cimitero dello spirito”.

Provate a pensare alle conseguenze che possono derivare nell’applicare questo  metodo a delle categorie di individui, come ad esempio “gli ebrei,  “i neri,  “gli zingari”, o “i gay”. La storia ci ha già mostrato le aberrazioni a cui si può giungere, a partire dall’accumulo di credenze negative su una categoria di persone. Ma pensiamo anche solo al concetto ameno e curioso come “il carattere degli italiani. (vedi divagazione al punto 2)

Perciò bisogna rendersi conto che il modo in cui si formano le “credenze” è potenzialmente  rischioso. Il rischio è di sacrificare il particolare per l’universale, e di credere di essere in possesso di un’idea universale, da cui i particolari parrebbero discendere, ma che in realtà è solo una comoda un’astrazione.

Ma bisogna chiarire anche che:

«non si può non generalizzare. Fa parte del processo che genera la mappa cognitiva ed emotiva sulla base della quale funzioniamo e comunichiamo. Senza (anche) generalizzare, ogni mappa coinciderebbe col territorio, e vivremmo in un racconto di Borges .

Il guaio sorge quando chi generalizza ignora – nel senso di ‘non sa’ e/o ‘trascura’ – che lo sta facendo, e scambia le proprie affermazioni per caratteristiche della realtà anziché della propria ‘epistemic bubble‘. In altri termini, chi generalizza fa danni se scorda che un commento sul mondo è anche e contemporaneamente un commento su di sé, sui propri processi di punteggiatura dell’esperienza. In termini ancora più astratti:  l’osservatore non può non essere incluso nell’osservazione.» [F.Q.]

Un altro rischio della generalizzazione? prendere per buono il sentito dire che gira in giro, metterlo insieme e fare tutto un polpettone o di tutt’erba un fascio. Anche questo facciamo, è certo. Le informazioni che ci giungono non sono mai neutre, e ogni nuova informazione su uno specifico argomento va ad aggiungersi a quelle che abbiamo già accumulato; e anche se ci giungono informazioni contraddittorie tra loro, di solito scegliamo quelle che riescono a rinforzare la credenza che  abbiamo già costruito o che si va formando. E se lo facciamo è perché è più facile, meno dispendioso, più economico del dubbio sistematico, che ci imporrebbe di rivedere le nostre acquisizioni  e affermazioni di continuo. (3)

Mentre, più ci si avvicina alle cose, qualsiasi cosa reale, più ci si accorge di non poterla conoscere né de-finire una volta per tutte: la possiamo analizzare, goderne e annusare, sfiorare, ingoiare e persino distruggere, e resta pur sempre e per lo più inaccessibile. Senza contare che sarebbe praticamente impossibile isolare una “cosa” da tutto il resto, nel molteplice divenire dei rapporti fra cose  e cose.

Quindi, almeno in via precauzionale, è meglio mantenere una certa distanza anche da ciò che crediamo di sapere.

La questione principale risiede nel fatto che un agente cognitivo tende a considerare ogni credenza quale conoscenza. Ovviamente l’assunto filosofico di base è che conoscenza e credenza non condividono il medesimo status epistemico: anche una credenza vera differisce dalla conoscenza in quanto la conoscenza presuppone la possibilità di corredare le proprie affermazioni con ragioni sufficienti e rilevanti.(4)

Ragioni sufficienti e rilevanti, già. Più ci penso e più mi rendo conto che – apparentemente – non dovrei aver quasi alcuna ragione sufficiente e rilevante per poter affermare di conoscere qualcosa.

A volte mi chiedo se non sarebbe prima di tutto più giusto lasciar parlare le cose, ascoltare cosa hanno da dirci. Ah, se però tutte le cose avessero una voce … sarebbe un rumore assordante, indescrivibile. Forse è per questo che alcune se ne stanno mute?

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bubble

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 Divagazioni:
(1) Già il filosofo americano Charles Sanders Peirce (Cambridge, 1839 – Milford, 1914) aveva sottolineato come la formazione di una credenza (intesa in senso neutro) poggi su un fattore emotivo che non può essere ignorato: l’irritazione del dubbio. Tale irritazione si presenta ogni qualvolta noi necessitiamo di conoscere qualcosa non ancora nota o cerchiamo di dare un senso a segni ancora privi di significato. Essa ci induce ad avanzare ipotesi nonché credere ad esse in un ampio spettro di situazioni, dalla sorpresa nel sentire un fruscio nel cespuglio al cercare di indovinare cosa abbia causato i lividi sul volto del vicino di casa. Secondo Peirce si tratta di un’attività inferenziale, operante attraverso segni, il cui esito, la credenza, ha come scopo essenziale quello di placare l’irritazione di cui sopra.
(2) Supponiamo che un ricercatore vi chieda di scrivere l’elenco delle caratteristiche peculiari degli “italiani”. Credete che lo guardereste con aria perplessa esclamando “che cosa intende? Ogni persona è un individuo unico, complesso, a volte persino contraddittorio: in ognuno c’è una varietà straordinaria di tratti di personalità che si incrociano anche con il contesto, la classe sociale, l’età, l’esperienza, il livello di istruzione, la sessualità e il profilo etnico, dunque sarebbe inutile e insensato cercare di catalogare una complessità e una variabilità così ricche usando semplici stereotipi” ? No…invece prendereste in mano la matita e comincereste a scrivere. Perché no? dal momento che siamo italiani e  circondati da italiani, non sarebbe troppo difficile estrapolare qualche caratteristica dalla massa multiforme, farne una lista e credere in tutta onestà che sia corrispondente alla realtà, anche se è soltanto una credenza ingenua. Anche il ricercatore, estraendo in seguito una media da un più o meno vasto campione di dati che ha accumulato, otterrebbe solo le caratteristiche che mediamente gli italiani attribuiscono a se stessi; e non di certo le caratteristiche peculiari “vere” degli italiani. Al punto che verrebbe quasi da credere che gli “italiani” non esistano. Ma non facciamoci illusioni: volenti o nolenti, essere italiani concerne anzitutto lo status giuridico e ciò che ne deriva.
(3John Woods sottolinea come questa sia una limitazione tipica degli esseri umani e non una questione di essere più o meno intelligenti. La cognitive bubble è chiaramente una conseguenza del fatto che il nostro sistema cognitivo si trova ad operare con informazioni limitate, mancanza di tempo e limitate capacità logiche. Un’altra conseguenza di tali limitazioni è rappresentata da quella che Simon chiama docility, vale a dire la tendenza a dipendere da consigli, suggerimenti e informazione ottenuta attraverso i canali sociali come base prevalente per la scelta.
(4) tratto da Immunizzazione cognitiva, dal sito Fallacie Logiche.   Si veda anche (nello stesso sito, in Esperienza e logica)  … come sostiene la filosofa Franca D’Agostini, (…) occorre la coscienza antidogmatica della fragilità delle conoscenze, accanto alla precisa consapevolezza di ciò che fa di un argomento un buon argomento. (da“Verità Avvelenata”, F.D.A.)

Inge Lehmann

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4 risposte a la sciarpa, il bicchiere, il vasetto, il fiore

  1. Francesco ha detto:

    Pare che il linguaggio scientifico, per essere credibile, debba avere bisogno di una sua forma ben riconoscibile, lontana dal parlare comune. Questo modo di parlare (il modo di parlare del linguaggio scientifico) intende lanciare un duplice messaggio. Il primo è rivolto a chi è al di fuori della comunità scientifica, ed è teso a confermare la distanza che separa quest’ultima da chi non ne fa parte. Il secondo intende rassicurare i membri della comunità scientifica sullo status che detengono all’interno della società, e quindi è autoreferenziale.
    Ora io non capisco (in realtà lo capisco benissimo, ma mi disgusta) perché nell’ultimo corsivo è scritto “agente cognitivo” invece di “persona”. La D’Agostini ha pensato che usare “persona” invece di “agente cognitivo” avrebbe diminuito o addirittura sminuito la portata epistemologica delle sue argomentazioni? Io non credo proprio. Anzi..
    Questo fatto che la scienza debba rendere tutto asettico, che debba sottoporre a progressiva sterilizzazione e sfrondamento (soprattutto emotivo) tutto ciò che è oggetto della sua ricerca comincio a trovarlo veramente intollerabile. Sembra quasi che “scientifico” voglia dire “muto”. Non nel senso delle cose che se ne stanno mute perché farebbero un rumore assordante qualora parlassero tutte insieme. Ma nel senso che le cose non parlano più perché noi le abbiamo azzittite. Noi dobbiamo spiegare alle cose cosa sono e chi sono. Meglio, molto meglio sarebbe recuperare la capacità di ascoltare anche le cose, dato che le cose a loro modo parlano, purché ci sia qualcuno disposto a sentirle. Non c’è nulla da fare. Comincio a pensare che il linguaggio sia stato creato non solo per comunicare, ma soprattutto per comandare. Per assegnare ad ogni cosa, bestie e uomini compresi, il loro posto nel mondo.

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    • rozmilla ha detto:

      sono dispiaciuta per il malinteso, sono io che ho fatto confusione aggiungendo e mescolando troppe divagazioni al tema da cui ero partita. Via via l’ho integrato, appunto con divagazioni, che a me sembravano e tutt’ora mi sembrano pertinenti, anche se restano divagazioni.
      Una di queste, la frase in corsivo in cui si parla di “agente conoscitivo”, preciso che non è una frase della D’Agostini, ma una citazione tratta da un articolo nel sito di Fallacie Logiche (che si può leggere cliccando su epistemic bubble, o Fallacie Logiche) e di cui non era indicato l’autore. Ora ho sistemato meglio la nota a piè pagina. Comunque, la filosofa Franca D’Agostini sostiene che quelle prerogative (quali la coscienza antidogmatica della fragilità delle conoscenze, ecc.) possono essere acquisite da tutti.
      Mi spiace che a te disgusti il linguaggio scientifico. Per me è un linguaggio come un altro, basta fare un po’ di pratica. Anzi, a me piace e mi diverto a mescolare tanti linguaggi. Magari il risultato è un po’ cacofonico … ma in ogni caso piace o dispiace.
      Però non credere che la scienza non si occupi delle emozioni, tutt’altro; ma non potevo affrontare anche quell’aspetto, in questo post che è già piuttosto saturo.
      Dell’importanza delle emozioni tratterò a parte. Ma avendo la pazienza di leggere i rimandi ipertestuali che ho citato, non mancano spunti interessanti sulle emozioni.
      Da parte mia, trovo molto interessanti queste nuove informazioni scientifiche, di cui cerco di appropriarmi anche traducendole nel mio linguaggio, come ne sono capace. Poi, se qualcuno lo trova interessante, se riesce a cavarne qualcosa di utile, bene, altrimenti non muore nessuno. Almeno non per questo.
      In particolare l’epistemic bubble, per me è stata molto istruttiva, come la teoria dei memi di Dennet, come prima ancora la teoria dei virus di Burroughs. Quindi è un percorso che sto seguendo da parecchio. Ma di sicuro bisogna almeno disporre di un certo tempo da dedicare a questi studi. Personalmente non credo nelle illuminazioni.
      Buona serata, Francesco

      Ps: un anno fa mi sono iscritta al gruppo Fallacie Logiche (in Facebook), dove ho conosciuto (virtualmente, s’intende) alcune persone molto preparate in campo scientifico e non solo, ed inoltre ti assicuro che anche dal punto di vista umano sono aperte e sensibili; tra l’altro molti di loro sono insegnati. Ed è vero che all’inizio era difficile capire alcune cose che scrivevano, ma col tempo sto imparando. Lo scopo e la preoccupazione di persone come quelle di cui ti parlo, non è di certo quello di confermare la distanza che le separa dal resto della società, ma quello di riuscire a comprendere, ad esempio, il modo di ragionare degli esseri umani, e scoprire, semmai, se c’è un modo di uscire dall’impasse attuale. E se, magari con un’educazione appropriata, l’uomo possa riuscire ad appropriarsi degli strumenti per pensare in un modo che non sia foriero di inutili estenuanti conflitti, e violenze. Capisco che in un mondo ridotto a tal punto forse è poca cosa, ma per un educatore è comunque importante.

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  2. Francesco ha detto:

    Ok, Milena. Sono io che devo chiedere scusa a te.
    Mi sono lasciato prendere la mano dall’emotività e un gran casino l’ho fatto io. Ho fatto un intervento scarsamente organico, ho messo sotto i riflettori aspetti che andavano inquadrati in modo diverso, ed infine, lo ammetto, non ho affatto letto le note a piè di pagina. Insomma ho mancato di pazienza e attenzione, e cercherò di rimediare.
    Sono contento per queste tue nuove conoscenze. E sono sicuro che il mondo è pieno di brave persone che cercano di dare un contributo per il miglioramento della situazione attuale. Il fatto è che il lavoro di ricerca scientifica richiede molta pazienza, e non sempre i risultati arrivano quando uno spera che arrivino. Mi fanno ridere quelli che dicono.. nel 2025 avremo scoperto la cura per.. oppure, tra dieci anni avremo capito come funziona il meccanismo di.. Hanno per caso la sfera di cristallo? Ma come si fa essere così superficiali e contemporaneamente ad avere così poco rispetto per il prossimo?
    Per quanto riguarda l’illuminazione, poi, non prendere alla lettera quello che ho scritto nel post dedicato alla verità. Pensa che prima di pubblicare quello che hai letto avevo scritto, sulla verità, tutt’altra cosa. Poi non so perché il pensiero ha preso un’altra strada ed è venuto fuori quello che è venuto fuori. Non che rinneghi del tutto l’idea dell’illuminazione, ma forse andrebbe spiegata meglio.

    Bon.. comunque adesso è tardi ed è ora di andare a nanna.

    Spero non mancheranno altre occasioni di approfondimento e di chiarimento.

    Buona notte cara, e a presto..
    Francesco

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    • rozmilla ha detto:

      scusa Francesco, ma quando ho scritto la parola “illuminazione”, non pensavo affatto al tuo commento nell’altro post, volevo solo dire che credo di più allo studio, ma è vero che anche lo studio può essere illuminante, non c’è dubbio. Alcuni parlano anche di “rivelazioni” o “svelamenti”. Ma non è nemmeno detto che solo lo studio possa provocare ciò. Qualche volta. Qualche volta può persino appesantire con nozioni inutili e superflue. Credo che ognuno di noi possa giudicare da sé, se qualcosa è stata un vantaggio, un miglioramento, o se invece un intralcio. Poi il tempo passa e alcune cose vanno buttate via, altre rimangono; oppure altre vengono approfondite, o ampliate.
      Ora scappo, ho da lavorà …
      Buona giornata anche a te
      (ps: ho fatto delle piccole modifiche al post)

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