su le soglie del bosco


Orpheus Leading Eurydice from the Underworld

Lo scorso 21 marzo, in occasione della giornata mondiale della poesia, un amico ha messo in moto un evento molto bello nella biblioteca dove lavora; e che gli ha dato, detto con parole sue,
per una volta l’opportunità di “poetizzare” il mio tempo di lavoro: dagli anfratti della memoria e dagli scaffali della biblioteca (più quelli di casa in verità), ho ripescato una cinquantina di poesie dei poeti e delle poetesse che più ho amato, e che spesso abbiamo cercato di far risuonare qui in biblioteca.
Di ciascuna ho poi scelto e stampato alcuni versi, li ho arrotolati e messi in un cesto. Per i viandanti alla ricerca della loro dose quotidiana modica di bellezza.

Ha inoltre offerto la possibilità, a coloro che non avrebbero potuto passare in biblioteca a pescarla di persona, di ricevere una “perla di poesia”, tramite messaggio o mail (o anche con un piccione viaggiatore) – diceva.

Come rifiutare? a me è capitata in sorte la Pioggia nel pineto di D’Annunzio, l’inizio:

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole, sparse.

Subito è riaffiorato il ricordo di quando alle elementari l’avevo imparata a memoria. Sapete quelle cose che forse adesso non s’usano più, come “compito a casa, imparare la poesia a memoria, che vi interrogo fra due settimane”? Proprio così. Per questo è forse l’unica poesia che mi è rimasta impressa, almeno qualcosa, che infatti ho potuto aggiungere se non altro “dalle tamerici salmastre ed aspre”, non di più. Però so che ai tempi, dopo l’immane fatica per tenerla a mente, un lavorio di giorni e giorni, ero riuscita a recitarla dall’inizio alla fine. Anche se poi si dimentica. Ed è un bene, dimenticare.

Per di più, la cosa curiosa è che da poco ho scoperto che il mio nome, Mila, che è come mi chiama mia madre fin da piccola, in greco significa “parla”, quindi esattamente il contrario della poesia che m’è toccata in sorte e che in qualche modo mi suggerisce di tacere. Devo ammettere che sul momento ero rimasta un po’ confusa. Parla o taci? Taci o parla? Mm.. vedremo…

Però poi ho anche pensato che se ci sono cose che ci toccano in sorte, ci sono cose che invece scegliamo – qualcuna, magari non troppe, ora non facciamo gli esosi. E comunque sarebbe assurdo immaginare che sia tutto predeterminato. Non l’ho mai pensato. Se può consolarvi, nemmeno Dennet – che immagina la mente come una macchina di Turing (un computer calcolatore) – nemmeno lui lo crede, anche se non sa bene come dimostrarlo.

Difatti, m’è sbocciato all’istante, senza nemmeno pensarci, il desiderio di dare un seguito a quell’evento, di provarci a casa mia e nell’ambiente in cui lavoro. Non è difficile.
Qualche piccolo intralcio, nel cominciare; ad esempio, scoprire che i file nei quali avevo raccolto tutte le poesie che ho amato negli ultimi cinque anni (un lustro!) e conservavo in un hard disk separato, sono del tutto indecifrabili dal sistema operativo del nuovo computer. L’incompatibilità regna sovrana.

Di scartabellare nei libri, sì, va bene, ma ci vuole troppo, e non ho tutto quel tempo. Ho qualche file più recente e conosco molti siti dove si possono trovare poesie attuali; ma durante la ricerca mi sono accorta che non era così facile trovare le poesie che andavo cercando. Cercavo poesie lievi, delicate, adatte a quest’inizio di primavera. Inoltre, sto organizzando questa cosa insieme a mia figlia che mi ha tassativamente proibito di mettere nella lista poesie depressive, o “depresse”, come le chiama lei.

Édouard Manet, 'Nel Parco'

Non ho contato quante sono riuscita a raccoglierne, finora; ma nel frattempo in questi ultimi giorni ho letto una fiumana di poesie e ho scoperto che c’è modo e modo anche per leggere  poesia.

È inevitabile che ognuno abbia un suo gusto personale che in parte col tempo muta; ma ci capita anche di leggere poesie che magari ci irritano, ci disturbano, pensieri e parole che non desideriamo ascoltare. Come in ogni cosa. Come nemmeno tutti i romanzi vanno bene per tutti.

Talvolta, leggere una poesia è come scartare un regalo; ma anche in quel caso la parola non è donata per essere intesa, ma per farci intendere – sempre che ci riusciamo, se siamo sulla stessa lunghezza d’onda.  Ma intendere cosa?

Più o meno esattamente, credo anch’io, come diceva Pavese, che «leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi». (Il Mestiere di vivere, 1938)

Anche se “leggere in generale”, è una cosa che facciamo tutti a ogni ora, nel ribollire di parole, frasi, periodi, notizie, informazioni, conoscenze sempre più vaste e contorte, da cui siamo travolti. Un simil diluvio.  Mentre, quando riconosciamo una poesia è come entrare nel luogo del cuore. È un altro ambiente, dove cuore e ragione e volontà vengono a patti e si congiungono; e sulla soglia del cuore in qualche modo bisogna arrendersi, abbandonare come un abito frusto tutto l’intrico delle conoscenze, ansie, preoccupazioni. Per ascoltare anche la (sua) verità. Talvolta per riconoscere la perfezione assoluta, come in quell’‘amor che ne la mente mi ragiona’. Altre volte senza presumere che sia perfettamente della misura giusta o sbagliata, bella o brutta, secondo uno schematismo binario che taglia in due la realtà. Per non giudicare, ossia per esporsi alla realtà nella sua evidenza integrale.

La poesia è forse l’unico autentico sprazzo di libertà che ci rimane. Come usare la parola, come leggerla, come amarla. Come tacere e ascoltare.

In fondo, credo che se riuscissimo a mantenere un atteggiamento poetico, la stessa postura di fronte ad ogni cosa ed aspetto della vita, faremmo anzitutto un gran favore a noi stessi, e anche il vasto mondo ne sarebbe avvantaggiato.
Del resto, almeno da un certo punto in poi, ho sempre saputo che se non si è in grado di cambiare le cose del mondo, e certe cose sono davvero quasi impossibili da cambiare, tanto vale impegnarsi a cambiare il nostro proprio sguardo sul mondo, una libertà che nessuno ci può negare.

Kunito Imai, Forest Green Tree Frog

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8 risposte a su le soglie del bosco

  1. Ampy ha detto:

    🙂

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  2. Mauro Poggi ha detto:

    Alle elementari la Pioggia nel Pineto? La mia generazione è stata meno precoce, mi pare di ricordare che il massimo fu la cavallina del Pascoli. 🙂

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    • rozmila ha detto:

      In effetti, rileggendo il testo integrale anche a me pare strano. Dici che mi sbaglio? potrei aver sovrapposto dei ricordi. Però, se non erro, le poesie si imparavano “a memoria” alle elementari, non alle medie o alle superiori; così mi sembra che dopo la Cavallina storna e il dolce melograno, c’è stata la Pioggia nel pineto, può darsi in quinta elementare. Magari la maestra pensava che tanto non avremmo capito granché, o forse era lei che ci capiva poco; a meno che fosse una versione “ridotta”. Che poi, allora la priorità non era la comprensione del testo ma la tecnica mnemonica, imparare a pappagallo. Ora che mi ci fai pensare, chissà quali funeste influenze potrebbe aver provocato … sorbole 🙂

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  3. Mauro Poggi ha detto:

    Ma no, non mi pare che il risultato sia stato poi così disastroso 🙂
    E poi io nell’esercizio mnemonico credo ancora. Oggi la sovrabbondanza di mezzi meccanici a disposizione porta a credere che il trucco non sta tanto nel possedere le informazioni (in senso generale) quanto nel sapere dove e come andare a cercarle. Il che, IMHO, significa privilegiare solo una delle tre componenti di ciò che si potrebbe chiamare “cultura”: la seconda – assimilarle, è fondamentale per la terza componente, cioè la capacità di creare informazioni originali. Mi pare pacifico che la fase di assimilazione non può darsi senza un corretto processo mnemonico, e l’apprendimento par coeur di brani e poesie mi sembra ancora un valido sistema, o dei più divertenti – se non altro.
    Io purtroppo sto ancora cercando di impratichirmi con la prima componente, e stante il livello ancora insufficiente per le altre due confido nella metempsicosi 😦

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    • rozmila ha detto:

      ma c’è anche un altro aspetto, che credo importante: riuscire a individuare, nel gran mucchio delle conoscenze e informazioni disponibili, quali sono “per noi” rilevanti; soprattutto perché nel fare una scelta, ci accorgiamo che siamo costretti a partire dalle nostre proprie emozioni, desideri e bisogni. La cosiddetta “cultura” per essere viva e vitale, non può essere posticcia, ma dovrebbe (credo) rispondere ai nostri bisogni, avere origine ed essere collegata ai nostri desideri. Mentre temo che in generale la nostra “cultura”, quindi anche la formazione e l’educazione, stia andando sempre più verso la competenza tecnica a scapito di una conoscenza più ampia, trascurando quasi del tutto lo sviluppo dell’intelligenza emotiva. Sotto quest’aspetto temo ci sia più di qualcosa che non funziona.
      Pardon, forse sono andata un po’ fuori tema, è un discorso lungo … eh sì, servirà più di una vita.
      buona giornata, Mauro

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  4. Carla Bariffi ha detto:

    la poesia è come un bel bosco …quando lo visiti, ti ci immergi …e RESPIRI!
    ciao Mila 🙂

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    • rozmila ha detto:

      e con le piogge odierne sarebbe stato il giorno adatto, per udire gocciole e foglie lontane..
      per oggi mi sono immersa nella pittura, chissà se ho respirato con gli occhi 😉
      e anche se sono solo riproduzioni, è un gran bel vedere. che meraviglie!
      ciao Carla

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