moralische gesetz im mir

Zoanthus blu
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«Kant riteneva che esistesse un assoluto, il dovere dell’imperativo categorico, posto sopra gli uomini, decisivo in tutte le questioni umane e che non può essere trasgredito nemmeno per amore dell’umanità in qualunque senso la si intenda. I critici dell’etica kantiana hanno spesso denunciato questa tesi come disumana e implacabile. In realtà, la disumanità non è relativa all’istanza dell’imperativo categorico che oltrepasserebbe le possibilità di una natura umana troppo debole, ma semplicemente al fatto di essere postulato come un assoluto e di introdurre pertanto, nell’ambito umano – che per essenza consiste di relazioni – qualcosa che contrasta con la sua fondamentale relatività. La disumanità, legata al concetto di un’unica verità, emerge con particolare chiarezza nell’opera di Kant proprio perché egli ha tentato di fondare la verità sulla ragion pratica; come se Kant, che tanto inesorabilmente aveva fissati i limiti cognitivi dell’uomo, non avesse potuto evitare di pensare che nell’azione l’uomo può comportarsi come un dio».[1]

[1] da Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui.  Riflessioni su Lessing, Raffaello Cortina Editore (2006) pagg. 90-91.

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Immanuel Kant - Afasia del logos

 

«Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me»*

(Epitaffio sulla tomba di Immanuel Kant)

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*  La citazione è tratta dalla conclusione della Critica della ragion pratica: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo, a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io invisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria. Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di natura animale che deve restituire nuovamente al pianeta (un semplice punto nell’universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può inferire dalla determinazione conforme a fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito.» (Critica della ragion pratica, Bari, Laterza, 1966, pp. 201-202)

 

– immagine di Kant kulturista nerboruto: Humachina.

– immagine in alto: zoanthus blu.

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E ora, per non farci mancare proprio nulla – nemmeno in fase di afasia del logos – allego un ulteriore spunto di riflessione:

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«L’idea della conoscenza etica come qualcosa di semplice e di facilmente disponibile per tutte le persone di buona volontà non è più sufficiente. A dispetto dell’affermazione di Kant in base a cui saggezza e virtù sono tutto ciò di cui si ha bisogno per attuare una scelta morale, la deliberazione morale deve essere accompagnata da una conoscenza adeguata a permetterci di comprendere approfonditamente vari problemi e situazioni. La conoscenza utilizzata non deve essere solo scientifica, ma anche umana e sociale, e opportunamente incorporata nelle tradizioni culturali. La “neighbour ethics” della giustizia, della carità e dell’onestà non è più adeguata ai bisogni attuali poiché tale tipo di azione locale è soppiantata dalle azioni collettive i cui effetti non si collocano a un livello di prossimità ma si manifestano a grandi distanze spaziali e/o dopo molto tempo. Per commisurarsi con la nuova scala causale delle azioni individuali e collettive deve essere costruita un’etica della responsabilità a largo raggio, che sia in grado di avere a che fare con la nuova condizione globale della vita umana.

Nel mentre i rischi globali si accrescono, la conoscenza diventa un d o v e r e molto più che in passato e deve essere usata per creare una nuova etica e nuovi comportamenti sia in riferimento alle politiche pubbliche, sia riguardo la condotta privata. Ciò significa che gli attuali regimi di intelligenza e conoscenza in etica non sono più adeguati; oggi il comportamento etico richiede l’assunzione di una responsabilità ad ampio spettro in grado di avere a che fare con l’enorme potere degli esseri umani, aumentato esponenzialmente nel corso degli ultimi decenni». [2]

[2] da “Conoscenza come Dovere“, di Lorenzo Magnani (Università di Pavia), 2005 Associated international academic publishers, pag. 88.

Inge Lehmann

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3 risposte a moralische gesetz im mir

  1. Grazie per aver adottato l’immagine come complemento al tuo bel post. Un saluto.

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    • rozmila ha detto:

      Humani Instrumenta Victus: grazie a te.
      ripensando a Kant, non ho potuto fare a meno di ricordarmi di questa tua creatura – per questo direi che il piatto forte del post è l’Immagine, mentre il resto è soltanto il contorno:-))
      un caro saluto

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  2. Francesco ha detto:

    WOW … Che copertina!

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