quisquilie e pinzillacchere

uni-ball

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-Abbiamo perso il piacere della scrittura… – stavo dicendo.
– “Abbiamo”… esattamente chi? – mi chiede la stessa con la quale parlo assiduamente da tempo indefinito.
– Immemore – mi corregge lei.
– Esatto.
– Non sarà un plurale maiestatis?
– Ma no, intendo dire semplicemente io e te.
– Eh no, mia cara, parla per te. Sei tu che hai perso il piacere della scrittura, non io, che non ho nemmeno le mani.
– Comunque, l’altro ieri mi sono ricomprata la mitica Uni-ball, è un fatto.
– Mitsubishi, UB-150 Black, made in Japan?
– Yes, eccola qui.
– Wow, un tempo avevi anche la rossa, la verde e la blu.
– È vero, ma mediamente la nera non teme paragoni…
– … per quantità di pagine e pagine ricoperte …
– … di scarabocchi…
– È bello essere d’accordo su quasi tutto. Ma quale piacere può esserci in questa tua ossessione scribacchina, non saprei.
– Niente di che, solo un tentativo di fermare i pensieri proiettandoli sulla carta, credo, per non lasciarli fuggire troppo in fretta.
– Ci sei riuscita, qualche volta, quando lo facevi?
– Ci provavo, ma andavano sempre più veloci della mia mano.
– Un tentativo di onanismo mal riuscito.
– Quasi un simil-coitus-interruptus, tutt’al più.
– E dimmi, adesso dond’è, e cosa n’è, del frutto di quel piacere?
– È tutto là, nello scaffale, nella pila di quaderni che devo buttare.
– Spazzatura?
– Spazzatura, sì. Decisamente spazzatura.
– Ma, secondo la legge di Sturgeon forse potreste tentare di salvarne il 10 per cento.
– Ho provato a sfogliarli, qualche giorno fa, e devo dire che non ho la minima voglia di perderci tempo a rileggerli. È tutta roba passata, superata. Non serve più.
– E allora, per quale motivo vorresti ricominciare a scrivere? A che scopo? Per continuare ad aumentare la quantità di spazzatura da lasciare ai posteri?
– No, no, ci mancherebbe. Domani prendo i quaderni e li infilo nel bidone della carta, e morta lì.
– Capitolo chiuso.
– Sì, capitolo chiuso. Ogni tot di anni bisogna decidersi a ricominciare, e la prima cosa da fare è buttare un bel mucchio di vecchiume alle spalle.
– È un modo come un altro per invecchiare…
– …svecchiandosi, però. Ossia facendo pulizia almeno ogni sette anni, al massimo.
Si pulisce, e il giorno dopo si ammucchia da capo. (*)
– Grazie mille, sei incoraggiante.
– A ben vedere, nel giro di sette anni anche le cellule del nostro corpo si rinnovano completamente. Dopo sette anni è un po’ come essere qualcun altro.
– Si dice…
– Pare. Ma allora cosa rimane?
– Non chiedermelo. Non saprei.
– Io e te ci siamo…
– … noi? Yes, finché dura…
– … e ricomincerai a scrivere, però.
– Può darsi, di tanto in tanto.
– Con l’Uni-ball.
– Certo, una sola (ball) può bastare. Anche per non perdere l’abitudine. Lo sai che da quando scrivo direttamente con la tastiera, mi sono accorta che non so quasi più tenere una penna in mano?
– Oh, sarebbe tragico perdere anche la calligrafia…
– … oltre a tutto il resto.
– Quindi scarabocchierai altri quaderni, d’ora in poi.
– No, scriverò sul retro dei fogli stampati, sul lato bianco, in casa se ne accumulano a bizzeffe.
– Ok, ricicliamo. Ottima idea.
– Voglio anche tenermi l’occorrente sul comodino, per poter registrare il contenuto di quei sogni che mi svegliano, certe notti, senza dover scendere di sotto prima che scompaiano del tutto. Come quel sogno che mi ha svegliato poco fa.
– Che ci ha svegliato – corregge lei – intorno alle quattro di mattina. Anche se non capisco neanche questa tua fissa di registrare non solo i sogni, in genere, ma pure quelli brutti.
– Già. È così che va. Non mi faccio mancare nulla. Mi becco il buono e il brutto.
– Uff… te lo ripeto da sempre, inutilmente, di non mangiare il cioccolato prima di andare a dormire. Che se poi fai brutti sogni, dopo non lamentarti, però.
– Non è per il sogno che mi lamento, ma per quel grassone che si stava portando via tutti i rotolini di pelle colorata, che avevo arrotolato ben bene e legato con un bel fiocchetto. Oltre al fatto che mi aveva detto delle brutte cose, che ora non ricordo più. E mi guardava con un sorrisetto strafottente. Quel maleducato, mi ha fatto proprio infuriare…
– …e tu l’hai lasciato fare.
– Infatti. L’ho lasciato andar via senza dirgli niente. Per di più, c’ho pensato solo dopo, che potevo se non altro chiedergli, Hai chiesto il permesso di prenderli, almeno?
– Infuriata doppia. Infuriata col grassone e in furiata con te stessa, che l’hai lasciato fare. E non so quale sia peggio.
– Mm..
– La pelle, poi, la pelle, è una faccenda molto delicata.
– Non ridere. Non prendermi in giro. Che ci posso fare se ho la pelle delicata?
– Ah, sei tu che hai una pelle da proteggere. Io non so nemmeno cosa sia la pelle.
– Beata te. Che poi, dopo, quando sono tornata indietro a cercare quell’altro stronzo che mi ha fatto sparire una pelle intera da sotto il naso, come un gioco di prestigio, a quel punto c’era un mucchio di gente dappertutto; e mentre lo cercavo tra tutti quegli estranei, ecco che nel mezzo della folla spuntano fuori due facce di tolla, letteralmente di tolla.
– Veramente, a me sembravano di più due maschere di acciaio satinato.
– Acciaio satinato?
– Acciaio satinato. Sicuro.
– Eppure qua e là mi sembrava di udire quella sua voce, ma non potevo più riconoscerlo.
– Fra l’uno e l’altro si era nascosto bene.
– È lì che mi sono svegliata…
– Che ci siamo svegliate – mi corregge lei.
– Già.
– Poco male. Un’occasione per alzarci, farsi una tazza di cioccolata calda e accoccolarsi sul divano a provare l’Uni-ball. Io e te, come ai vecchi tempi.
– E il risultato, ecco qui, tre paginette di nuovi scarabocchi.
– Tre, ma solo perché sono scarabocchi scritti in larghetto.
– E ora si sono svegliati anche gli usignoli…
– Bon. Anche questo capitolo è chiuso, allora.
– Passiamo ad altro.
– Certo, che con tutto quello che succede nel mondo, occuparsi di queste quisquilie e pinzillacchere non mi pare molto edificante.
– Tanto meglio. Che qualsiasi cosa tenti di costruire, crollerebbe tutto in ogni caso. Quindi tanto vale dedicarsi all’assolutamente inutile,  sorto desolato, sconnesso e in sé logorante…
– Contenta te…
– Bontà Sua.

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(*) cit. Ivan Aleksandrovič Gončarov, Oblomov.

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 Una noche en que non me sentia muy bien…

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