una buona notizia

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Ieri ho trovato una lettera nella buca della posta. Una piccola busta senza francobollo, con un piccolo foglio scritto a mano. Per un attimo è stata una piccola gioia che mi ha strappato un sorriso di stupore. In parte perché ormai non capita decisamente mai di ricevere lettere scritte a mano – tutti presi come siamo a battere sui tasti di questi marchingegni super-tecnologici di quarta generazione. Cosa vi devo dire, anche soltanto vedere una calligrafia, questo segno umano così desueto, mi ha dato un piccolo brivido. L’avevo già detto, sono sensibile a queste genere di cose. E in parte perché ho sorriso del mio stesso sorriso, dato che capita così di rado anche di sorridere.

Dopo aver appurato la provenienza, ovvero dalla Sala dei Testimoni di Geova da parte di una certa Olga L., l’amico che stava accanto a me sbotta, “Non vorrai mica leggerla!”. “E perché no?” gli rispondo io. Cosa che ho subito fatto. Oltre al fatto che era così breve e non c’è voluto tanto.

I Testimoni di Geova. Ammetto che sono anni che per evitare di dover dare spiegazioni non vado nemmeno ad aprire quando mi suonano al campanello. Cosa che in questa zona capita piuttosto spesso. A parte il cattivo gusto, a mio parere, di tentare di vendere Dio porta a porta come si trattasse di un aspirapolvere, e a parte che non apro nemmeno ai venditori di aspirapolveri, è sempre sgradevole dover dire “no grazie, non mi interessa”, oppure, “mi spiace, ma non ho tempo, davvero”, o “sto per uscire”. Nel migliore dei casi mi costringono a dire una piccola bugia, nel peggiore ad esprimere un netto rifiuto. E anche questo, non è bello. Del resto non si può sempre dire “sì” a tutto. In sintesi, mi sovviene che basterebbe dire “preferisco di no”. Ma anche questa piccola frase significherebbe intrattenere una benché minima interrelazione. Che però sarebbe così irrilevante, così insignificante che, se avesse luogo come se non lo avesse, sarebbe pareil.

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Questo non significa che non abbia tentato o che non ci abbia mai parlato. Una volta, molti anni fa, li ho persino fatti accomodare nel salotto buono – quando era ancora buono, ora un po’ meno – e abbiamo intavolato una conversazione. In qualche modo ognuno ha tentato di versare qualcosa nel vaso dell’altro, per accorgersi ben presto che i contenuti di ognuno non stavano a loro agio nel vaso altrui. Dopo una buona mezzora, senza più a lungo tergiversare, ognuno se n’è andato per la sua strada portandosi appresso il proprio vaso tale e quale era stato fin dall’inizio, quasi esattamente nello stesso stato.

La cosa curiosa è che si aggirano sempre in coppia. Un* e l’altr* – quando li vedo li riconosco da lontano. Mi fanno tenerezza. Questo mi fa pensare che in fondo sono già completi così, che non avrebbero bisogno di nient’altro. Di me men che meno. Nello stesso tempo non ho nulla contro di loro, ma nemmeno me ne interesso. Non mi sfiora nemmeno l’idea, e non mi riguarda affatto. Il mondo è abbastanza grande perché ci sia spazio per tutti, purché non vengano a pestarmi i piedi, e purché per evitarli io non sia costretta a pestarli a loro. Ma loro no, loro non lo fanno. Loro si limitano a suonare il campanello, e io mi limito a non aprire. Quindi fra me e loro va tutto bene, a meraviglia. Ah, se anche tanti altri rapporti umani potessero avere quest’esito semplice e beato!

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Ma ora, torniamo alla lettera: in apertura dichiara di voler condividere con me un messaggio importante. Lo riporto per intero, perché mi sembra giusto – questo: “Oggi molti sono seriamente preoccupati per le tristi condizioni che si stanno verificando attorno a noi. Sempre più spesso si sentono notizie di malattie, violenze, criminalità. È quindi naturale chiedersi se tutto questo avrà mai fine”. E naturalmente prosegue affermando apoditticamente che “la Bibbia ci dà motivo di sperare. Infatti contiene una buona notizia, e cioè che presto Dio agirà per dare un futuro migliore a persone di tutto il mondo. Libererà il genere umano da ciò che lo fa soffrire”.

La prima parte è ineccepibile: per un motivo o un altro, o per un cumulo di motivi, è verosimile che molti di noi siano quantomeno preoccupati. Azzeccare una previsione simile è come pescare alla pesca sportiva, in trenta secondi un pesce abbocca. Ma  se anche non fosse una preoccupazione cosciente, si potrebbe parlare di uno stato d’animo di fondo diffuso. Siamo tutti immersi in questa sorta di “realtà” di cui percepiamo alcuni particolari a tratti e intermittenze, che però, messi insieme, anche se disparati, senza dubbio possono formare un quadro preoccupante. Magari i nostri rispettivi quadri particolari non saranno del tutto simili, ma si intersecano con un quadro di sfondo generale comune. Tutto poi sta in cosa ognuno di noi crede di ciò che percepisce a tratti ed intermittenze, nella nebbia fitta che ci circonda e che respiriamo. E quanto di ciò sia vero. E quanto vero. Sapete, no, a cosa mi riferisco: i fatti, ossia le cose che accadono. Compreso le parole, le immagini, numeri e colori, suoni e rumori e odori, compreso le frasi fatte, le retoriche di fatto, le falsità e le finzioni, le bugie e le menzogne spudorate, che si infilano attraverso gli organi di senso e ci invadono, saturando pian piano e forte forte tutto lo spazio. Strati e strati di sedimenti, accumuli, ammassi, detriti, ricordi echi reminiscenze, morchie, avanzi.

Il mondo non pare un bel luogo in cui vivere, no, né salutare. Ognuno cerca di difendersi come può, e di sopravvivere. Alcuni enti si specializzano nelle strategie d’attacco, altri nella difesa. Altre volte l’unica possibilità di salvezza sembra essere la fuga. E talvolta lo è. Può darsi che ci sia un altrove un po’ meno peggio del qui e ora, da qualche altra parte. Può darsi. Benché sembri che su questa terra non valga granché la pena di nutrire effimere speranze. Sia sulle terre emerse, sui continenti ad oriente e a occidente, come in fondo agli oceani. Del resto l’aria che circonda il pianeta blu, è una, la stessa aria che circola dappertutto e permea ogni cosa. Come una è l’acqua. Dolce o salata, dirà qualcuno. E in effetti, non sono esattamente la stessa cosa.

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Orbene, qualche volta fa piacere ricevere una buona notizia; per  questo motivo verrebbe quasi voglia da condividerla, ossia credere che verrà un Dio (ma perché uno solo?) a liberare il genere umano da ciò che lo fa soffrire. Pensate: non vi sembra la cosa più semplice e facile? Non bisogna far nulla, non c’è nulla da fare, basta solo aspettare.
A questo punto però aggiungerei che se davvero ci fosse un Dio – che anzi, se ci fosse un Dio potremmo suggerirglielo persino, sempre che non ci avesse già pensato da sé – per liberare il genere umano dovrebbe anzitutto liberarlo da se stesso, dallo stesso genere umano, intendo dire. Anche se poi, in definitiva, come vediamo il genere umano è capacissimo di farlo per conto proprio, e sembra che lo stia già facendo senza l’ausilio di alcun Dio. E benché di certo non speri nemmeno questo, può darsi che dopo svariati tentativi il genere umano troverà il modo di autodistruggersi; quindi forse il problema non è tanto chiedersi se tutto ciò avrà mai fine, e come, se con Dio o senza Dio, ma quando.

La tesi che sto sostenendo è che il problema primario del genere umano, ossia dell’uomo, non è nient’altro che se stesso. Nell’uomo stesso è insita la scaturigine del suo stesso dolore, nonché della sofferenza che prova in sé medesimo e che altrettanto generosamente infligge ai suoi simili.
(Non è una tesi tanto nuova. Remember il male radicale di Kant.)

Però nello stesso tempo sempre nell’uomo troviamo la scaturigine della gioia, della felicità, dell’amore. Che non è semplicemente “assenza di dolore”, ma decisamente qualcosa di più. Fra questi estremi scorre la nostra esistenza in vita.

Per questo immagino che per eliminare il male, il male come lo intendiamo noi umani, bisognerebbe eliminare l’uomo. È il solo modo, perché è solo l’uomo che sa riconoscere il male, quando lo riconosce. È solo l’uomo che pronuncia le parole “male” e “bene”. È solo l’uomo che dice “questo è male”, “questo è bene”. Il rischio però, teniamolo presente, è che eliminando il male verrà eliminato anche il bene.   Tant’è che male e bene sono talmente intrecciati tra loro, in modo tale che non sempre l’uomo riesce a distinguerli e districarli. Perciò credo sia praticamente impossibile. Come impossibile che tutti gli uomini insieme si mettano d’accordo sul modo, anche se capita spesso che qualche gruppo tenti di imporre il proprio. Ma capita anche di osservare effetti collaterali devastanti di tante presunte buone azioni; e qualche volta, più raramente, effetti collaterali benefici da pessime azioni. Ma questo significa soltanto che la tendenza all’entropia è una forza superiore a tutti gli sforzi e alle buone intenzioni umane. È la tendenza allo sfacelo. Del resto, dal momento in cui si nasce a questo mondo, ci si consegna al morire.

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Nella busta c’era anche un piccolo volantino dal quale riporto una frase, della Bibbia, ovviamente. La riporto perché la trovo interessate.

Dio […] asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido di dolore. Le cose precedenti sono passate” (Apocalisse 21:3,4)

E la trovo interessante perché mi ha sempre incuriosito e affascinato questo desiderio umano molto umano, che la morte possa essere sconfitta, che “la morte non ci sia più”. Sconfiggere la morte, che sembra rappresentare l’apice del male, è un’idea messianica molto potente. In ogni parte del globo, in ogni epoca, tramandata da svariate religioni e filosofie, l’immortalità – battendo al photo-finish la mitica “età dell’oro” e il “sol dell’avvenire” – è sempre stata la summa di tutti i desideri umani. Anche nella nostra epoca postmoderna la scienza fa del suo meglio per avvicinarsi il più possibile all’obiettivo ideale di annullare la malattia, la sofferenza, prolungare la vita indefinitamente, allontanare la morte. Un desiderio del tutto legittimo, non c’è dubbio, anche se a volte si ottengono dei risultati più simili ad una vita non-vita, con costi altissimi anche in termini di sofferenza da sopportare indefinitamente.

Il fatto è che, col mio modestissimo cervellino umano, molto umano, con l’ausilio di qualche briciola di logica elementare, a me sembra che esista un solo modo per far sì che la morte non ci sia più: essere già morti. Soltanto da morti, la morte non ci sarà più, perlomeno non per coloro che saranno morti. La morte è una faccenda che può interessare solo ai vivi. O, come dice mio padre, di morire capita solo ai vivi.

E infatti, la lettera conclude con un messaggio dedicato ai vivi:  se desiderate ulteriori informazioni, potete contattarci all’indirizzo sopra indicato. Oppure potete visionare il nostro sito internet. [www…]

Cordiali saluti.

Detto tra noi, cari vivi, se vi capita di quando in quando di soffrire per qualche sorta di malessere insignificante, tipo ... mal di testa lancinanti, cervicale, formicolii agli arti, febbre, eritemi, perdita dei capelli, conati di vomito, febbri malariche, diarree e raffreddori, foruncoli, otiti o congiuntiviti, e chi più ne ha ne metta (con moderazione, beninteso);  o se vi capitano ogni sorta di cose che non mi riesce nemmeno ad immaginare, che vi danno molto molto dolore, e che vi spezzano il cuore, o che vi riempiono di una rabbia tale che non sapete come fare, e per la quale non c’è rimedio, magari questo vuol dire anche che per il momento siete ancora vivi.

 §
Nota a margine:  rileggendolo ora mi rendo conto che può sembrare un pezzo piuttosto cinico, o pessimista. Ma è solo un momento di passaggio, una tempesta tra un atto e l’altro, e nessun uomo è un’isola. Difatti già oggi mi è arrivata un’imbeccata da un essere umano sconosciuto, e lo riporto volentieri, come m’è giunta: «tutte le religioni sono pezzi di luce nell’ombra e viceversa … l’uomo quando ”tocca” Dio inevitabilmente si oscura e s’illumina e viceversa. La morte in india è bianca, in occidente è nera … in realtà dev’essere grigia … prima dell’arcobaleno». (cit)
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2 risposte a una buona notizia

  1. Francesco ha detto:

    Ci fu un tempo in cui anche a me capitò di dialogare con i Testimoni di Geova. Ma andò esattamente come tu hai descritto. Fu un dialogo tra sordi. E non poteva del resto essere diversamente, perché quando i Testimoni di Geova ti si avvicinano, è solo perché vedono in te un potenziale adepto. Non un interlocutore con cui si è disposti a dialogare al fine di capire qualcosa di più, insieme, ma solo una vittima da cooptare. Meglio quindi lasciar andare ogni pretesa di comunicazione, e investire più proficuamente il proprio tempo. Sono vasi di ferro, cara Milena, e se un vaso di terracotta ha l’ingenuità di avvicinarsi loro, ci sono discrete probabilità che vada in frantumi. A meno che non capisca in fretta l’andazzo e si congedi al più presto dal consesso. In conclusione, quando si delineano all’orizzonte, meglio cambiar strada..

    (Mi fa piacere constatare che hai ripreso a scrivere sul blog.. Ergo: verrò di nuovo, ogni tanto, a dare un’occhiatina..)

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    • rozmila ha detto:

      poveri testimoni di geova … dai, fra i talebani non sono nemmeno i peggiori – almeno non tagliano teste – e tutto sommato a me sembrano persone miti (visti da lontano). Che siano vasi di ferro, lo dubito: credo che in realtà siano molto più fragili di quanto danno a vedere, e per questo motivo hanno bisogno di aggregarsi e aderire a credenze “forti” e intransigenti. La loro morale codificata e inalterabile li protegge dal caos e dall’incertezza che non potrebbero sopportare. Sapersi mettere in dubbio, o accogliere gli imprevisti che la vita ci offre, è segno di maggiore forza, anche se magari alcuni eventi danno delle belle scosse. Però, come ho scritto, non ho davvero alcun contatto con loro, e lungi da me l’idea di essere anche per sbaglio a portata delle loro grinfie. Soprattutto perché, come dici anche tu, sarebbe un’inutile perdita di tempo, e ci sono cose più interessanti da fare.
      Ciao Francesco, lieta di ritrovarti a dare qualche occhiatina …

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