alzata con pugno

Foto Lauren Simonutti

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[Un racconto breve in forma di dialogo, o viceversa, nel quale, a partire da un incontro e una conversazione con una mia amica, ho avuto modo nonché  cercato di condensare accenni dalle mie ultime letture degli studi di Martha Nussbaum sulle emozioni. Il nome “Laura” ovviamente è di fantasia.]

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Incontro Laura mentre sto uscendo dal panettiere. Ci vado proprio a sbattere contro e il sacchetto del pane mi cade dalle mani. Mi chino per raccoglierlo e lei fa lo stesso, e anche le nostre teste cocciano fra loro. Roba da ridere, le comiche, insomma, se non fosse che quando mi rialzo, la vedo e la riconosco, mi si spegne all’istante quel sorriso giocoso. Le nostre teste sono ancora vicine, e a quella distanza una presbite come me più che vedere intravede o tutt’al più intuisce. Ma è Laura, è lei, e non ha un bell’aspetto. Ciao Laura, le dico e, Come stai, le chiedo. Mannaggia, non dovevo chiederglielo, penso subito, ma ormai è fatta. Lei mi guarda, sta per rispondere, bbene, come diciamo tutti, ma non riesce a pronunciare la b, le labbra si raggrinzano in una smorfia, abbassa lo sguardo, cerca di trattenersi e scoppia a piangere. Ecco, lo sapevo. E ora che faccio?

Ho una mano libera, nell’altra stringo il sacchetto del pane, dopo qualche secondo, lentamente, le sfioro la spalla e la lascio lì appoggiata, carezzandola piano. Gli occhi bassi, il viso rosso, purpureo, lacrimoni e singulti trattenuti. Io taccio, e aspetto. Finché affonda una mano nella borsa, tira fuori un fazzoletto e si soffia il naso. È ora, ora le parlo.

– Che passa, Laura, cosa succede? Che dici, ti va di raccontarmelo? Ti sfoghi un po’, dai, come ai vecchi tempi. Su, vieni. Sediamoci – dove? – ecco, là, su quella panchina.
Grazieaddio ci sono ancora le panchine. E sulla panca la capra campa – tento una battuta. Ma è troppo presto per vederla sorridere. La trascino via, la faccio sedere. Lei si soffia ancora il naso, si asciuga il viso. Mi siedo accanto a lei, aspetto guardandola di profilo. Ora guarda lontano, fa qualche respiro. Un attimo, ora mi passa. Prima o poi passa tutto. Non farci caso. Quando si sente pronta, si drizza, fa un’alzata di spalle, si gira verso di me e dice, Scusa.
– Che dici, Laura. Ci mancherebbe. Può capitare a tutti. Figurati, è capitato anche a me, più di una volta, esattamente la stessa cosa.
– La stessa cosa? No, non credo. Non tu.
– E perché io no? Siamo tutti uguali. E provare per credere, però – le rispondo con un sorriso. Ma adesso, dai, raccontami che t’è successo.
– Una cosa veramente stupida, una cretinata.
– Ah, se è una cretinata, allora non è grave – faccio un respiro di sollievo – Meno male.
– No, non è grave. Soltanto che mi ha fatto infuriare come non è mai successo in vita mia, o non so da quando. Ma sono rimasta scossa, scossa soprattutto per come ho reagito io. Ora cerco di spiegartelo, ma avresti dovuto essere lì con me, per capirlo.
– Proverò a mettermi nei tuoi panni, allora.
– Ci vorrà un po’. Hai tempo?
– Ho tempo. Scambiamoci i vestiti, come da ragazze.
– Bene, allora, parto dall’inizio. Ma qual è l’inizio?
– Non so … vedi tu. Parti da dove vuoi. Comincia.

E così inizia a raccontarmi la storia da quella mattina, una storia fatta di aziende ospedaliere, reparti di medicina nucleare, PET, infermiere, appuntamenti giorni e orari sbagliati, telefonate e attese, corridoi interminabili con quadri e disegni alle pareti, per fortuna, colazioni e brioche alla marmellata di lampone, operai, cognate e fratelli, e di un cellulare lasciato in macchina, e lei che non l’ha sentito quando suonava. E poi c’era suo padre, ovviamente, lei e suo padre insieme in una bella mattina di settembre. Ma se devo essere sincera, di questo suo racconto non c’ho capito granché, tranne che si son succeduti alcuni imprevisti non particolarmente eclatanti, mi pare, fra le cose che possono capitare ai vivi.
Laura si interrompe, si guarda le mani, appoggiate sulle ginocchia – ancora incerte, quasi tremanti. La pelle  del dorso leggermente zigrinata, come la mia del resto, le unghie corte e senza smalto. Siamo ancora due ragazze acqua e sapone, come un tempo, non è vero?

– Bé, allora, tutto qui? le chiedo.
– No, no, aspetta, adesso viene il bello. E poi te l’ho detto, che è solo una stronzata. Con le cose che succedono a questo mondo mi vergogno persino a parlarne.
– È nella norma. Ascolta – le dico, così le parlo d’altro per distrarla, una pausa prima che riprenda a raccontare –  qualche tempo fa avevo preso in prestito un libro in biblioteca, di un tizio tedesco, mi pare, non ricordo il nome. Ma il titolo quello lo ricordo bene: Stronzate.
– Cosa?
– Sì, hai capito bene, Stronzate, s’intitolava. Il risvolto di copertina spiegava che il mondo è pieno zeppo di stronzate. L’ho tenuto per un po’ sul tavolino, ma non l’ho nemmeno letto, forse perché in fondo mi sembrava una stronzata. No, scherzo, avevo da leggere altre cose, e poi l’essenziale mi sembrava già ben chiaro dalla copertina.  Solo mi sa che ci sono stronzate che fanno più danni di altre. Ci sono stronzate ipergalattiche, che fanno danni enormi, e stronzate medie e piccole, stronzetti e stronzettini, ma tutte, della stessa sostanza merdosa si tratta. Quindi forza, tirala fuori che la neutralizziamo.

– Bé, ecco, allora, succede … succede che quando riaccompagno a casa mio padre, trovo mia madre tutta agitata. Le racconto come sono andate le cose, e lei si calma un poco, mi pare. Ma dopo un po’ arriva mia cognata che sembra ancora più agitata di mia madre, e mentre spiego daccapo cosa è successo e perché, lei non si calma affatto e comincia a rimproverarmi in malo modo, come se fossi una cretina. Mi dice cose davvero sgradevoli, e poi il tono … Per un po’ cerco di risponderle come il mio solito, tu sai come faccio, di solito, per smorzare la situazione; ma mi accorgo che non c’è modo. Allora le dico che non capisco che bisogno ci sia di fare tragedie, dal momento che ormai tutto è risolto e non è successo nulla di grave. Ma lei continua, imperterrita, contraddicendo e ribaltando tutto quello che dico. Sembrava una che s’era mangiata un serpente a colazione, ma questo non gliel’ho mica detto, però. Solo le chiedo se per caso è nervosa. Sai come succede, botte e risposte veloci, sono attimi. Ma a un certo punto le dico chiaro e seria seria che non può trattarmi in quel modo. Proprio così le ho detto, non puoi trattarmi in questo modo, non mi rispetti! Ma lei, di nuovo. Allora aggiungo che non puoi trattarmi male, perché se tu mi tratti male io posso trattare male te. E lei allora ride, nel senso che proprio se la ride di quello che le dico io. Quindi mi volto e faccio due passi verso la cucina, ci ripenso, si fa per dire, torno indietro e avrei voluto dire qualcosa, ma è come se qualsiasi cosa avessi potuto dire, non m’avrebbe ascoltata, non sarebbe servito a niente. Quindi sai che le dico? Le dico “Vaffanculo”! Ecco, gliel’ho detto. Non c’era altro da dire. Ma non è bastato, ho dovuto dirglielo due volte. E anche un “faccia di culo”. Ma niente. Lei continuava a dire cose contro di me. Che, anzi, diceva, che era meglio che stava zitta, altrimenti avrebbe tirato fuori tutto. Che ce ne aveva di cose da dire. Ma cosa? Boh. Io non lo so perché ce l’ha con me, anche se qualche idea ce l’ho. Ma in quel momento mi ha fatto proprio incazzare. E quindi per finire la cosa in bellezza, mi avvicino al tavolo, lei era dall’altra parte, alzo il braccio con la mano a pugno e le chiedo a muso duro che se non la smetti allora è perché vuoi un cazzotto? O era un’affermazione, non ricordo bene, ma era una finta, ovviamente, per farla smettere, che non ne potevo più. Ecco tutto.

– Caspita. Fammi vedere come hai fatto?
– Cosa?
– Il pugno.
– Così, ho fatto così – e alza il braccio in alto, col pugno chiuso. Seria.
– Bello! Alzata con pugno!
– Cosa?
– Ti ricordi “Balla coi lupi”?
– Il film? Certo.
– E non ricordi la tipa, Alzata con pugno? Quando era bambina le avevano dato quel nome perché tutte le donne della tribù la trattavano male, finché non si è alzata col pugno, appunto. Poi hanno smesso.
– Hanno smesso? Eh, ma quello là è un film, però. Mentre questo non è un film. E io non sono una bambina.
– A maggior ragione, non può permettersi di trattarti in quel modo.  Non so cosa, ma al tuo posto, qualcosa di simile l’avrei fatto. Come si permette?
– Eh, ma non solo lei, sai. Settimana scorsa mi telefona mio fratello, che poi è suo marito, gridando come un pazzo furioso. Gridava in modo tale che non si capiva nemmeno cosa stava dicendo.
– Ma allora cos’è, una tradizione di famiglia? Sento odore di ruggine vecchia …
– Già. Hanno dentro una rabbia tale, che non te l’immagini, non puoi. È come se prendono forza nel trattar male e nell’odiare gli altri, me in particolare. Devono avere qualcuno con cui prendersela … questo sento.
– E tu sei un bersaglio facile.
– Può darsi.
– Ma guarda,  è un comportamento abbastanza comune; ci sono persino istituzioni pubbliche che educano le persone in questo modo … vuoi nelle caserme, ma anche in certi collegi; un tempo era un comportamento molto più diffuso, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro … ora un po’ meno, ma mica tanto sai,  fatto di ordini brutali e non discutibili, e del divieto assoluto di argomentare, ragionare, pensare con la propria testa, sentire. Ciò che conta è l’obbedienza cieca e il rispetto delle gerarchie.
– Ah, certo, ma per credersi in diritto di dare ordini, devi pensare di essere superiore, e che l’altro è un tuo sottoposto, in una parola inferiore.
– Oppure, se sei in stato di guerra. Perché se sei in guerra, se sei in pericolo, allora organizzarsi in questo modo forse ha un minimo di senso. Forse.
– Ma ora non siamo in guerra. Almeno non qui. Non fra noi. Voglio dire, non mi sembra questo il caso, non mi sembra.
– È una tua opinione. Può darsi che tuo fratello senta le cose diversamente. E nel caso lui si senta superiore, o voglia sentirsi superiore, o migliore, allora ha bisogno di farti sentire inferiore, o peggiore. E questo cos’è, se non un modo di essere in guerra? È un conflitto, no? Non ti pare?
– È un conflitto, sì, non c’è dubbio. È chiaro. Ed è triste, per me, soprattutto perché è mio fratello.
– Magari per sentirsi superiore, lui ha bisogno di credere di essere superiore, e quindi forse ha bisogno di odiarti, che, anzi, è il suo conflitto interno che crea quest’odio verso di te. O, in generale, verso tutti coloro che non ammettono lo sua superiorità, e viceversa, che non ammettono la loro inferiorità. Dato questo conflitto interno, se non odiassero qualcuno dovrebbero odiare se stessi. E questo non possono permetterselo.
– Quindi in fondo sono costretti a farlo. Hanno quel risentimento e devono buttarlo fuori, su qualcuno. Ma io mi dico, cosa gli manca? Perché si comportano così?
– Detto in un altro modo, forse una legge naturale spinge a dominare chi puoi sopraffare. Così diceva Tucidide circa 2500 anni fa.
– Ah, perfetto! 2500 anni fa …cioè ieri.  Ma a me non va di essere sopraffatta, né di sopraffare.
– Ma se vieni attaccata ti devi difendere, perlomeno.
– Per forza. Non sono mica scema. A meno di fare resistenza passiva, come ho sempre fatto. Che infatti di solito l’ignoro e faccio finta di niente, finché posso. Però, ecco, tutta questa storia mi fa star male. Ma la cosa che mi fa star male è che sono stata costretta a reagire con forza. E io non voglio essere così. Perché non ho detto soltanto ad esempio, “come ti permetti”? Invece è salita una rabbia pure a me …
– Una rabbia sacrosanta, oserei dire.
– Tu dici?
– Bé, sì, certo. C’è rabbia e rabbia. C’è la rabbia patologica e la rabbia sacrosanta, come si suol dire. Aspetta, cerco di ricordare, l’ho letto qualche tempo fa in un libro sulle emozioni.
– Ehi, non hai ancora smesso di studiare? – Ora mi sorride. Bene.

– Mm … ci provo. Ecco. C’è una rabbia per così dire “normale”, quando si ha un’emozione specifica in una situazione particolare. Ed è quella che chiamiamo “sacrosanta”, che deriva dalla percezione di aver subito un danno, un’ingiustizia, una lesione ai propri diritti. Ma c’è anche una rabbia patologica, che è un’emozione o stato d’animo permanente, come capita quando qualcuno si sente sempre incazzato col mondo. Questa però si può trasformare in un atteggiamento di ostilità tale da diventare un tratto stabile della personalità, fino a diventare cronico, in poche parole. Ma c’è di peggio: può diventare uno stile di approccio e di conoscenza del mondo basato su relazioni di conflitto e di scontro. E poi il non plus ultra: il comportamento abusante, con l’obiettivo di umiliare la vittima e ottenere potere e controllo sull’altro, con un più o meno manifesto sadismo, talvolta  celato da qualche spudorata menzogna.
– Mm … bella roba.
– Come ti dicevo prima, in grande come in piccolo, è sempre la stessa merda.
– Eh già, ma merda è e merda rimane. Come si fa? Mica puoi trasformare la merda in oro, o in un fiore profumato. Ma com’era quella storia, che dalla merda nascono i fior?
– No, no, la merda è merda. E un fiore è un fiore. Che poi, è dal letame nascono i fior: così dice la canzone di De André, quindi è tutta un’altra storia. Si fa spesso confusione su questa cosa, che non è merda ma letame, e infatti sono gli elementi chimici contenuti nel letame maturo, ossia il potassio, l’azoto, eccetera, a far crescere le piante e a permettere di far sbocciare i fiori. Insieme alla luce, l’acqua e il calore.
– Mi vuoi dire che in un certo senso deve maturare?
– Dovrebbe maturare, certo! Ma non è mica detto. Se non ci sono le condizioni giuste, “aerobiche”, non si decompone ma imputridisce, non serve più a niente. Anzi, fa solo male. Che se metti la merda fresca nella terra dell’orto, le piante mica crescono, vengono distrutte. Altro che fiori!
– E allora, che si fa?
– Ricominci daccapo, dall’inizio.
– Tipo … rinascere?
– Se proprio ci tieni … ma non intendo questo. Bisogna educarli fin da piccoli, in un altro modo. E non c’è altro modo.
– Sì, ma ora, che si fa? Cosa posso fare io? Sbaglio anch’io, lo sai, e non sono perfetta …
– E in quale modo potresti essere perfetta?
– Mah, forse dovrei essere come loro vorrebbero che io sia, perfettamente come loro si aspettano che io sia, secondo le loro regole, mi sa …
– E perché dovresti essere “così” perfetta? esattamente in quel modo?
– Perché il modo in cui sono non gli va bene?
– Un modo vale più o meno un altro, e lo sai, di poter sbagliare, di non essere perfetta, mi sembra, e che neppure gli altri possono esserlo, o no?
– Non mi sembra di averlo mai preteso, né da me stessa, né dagli altri. Siamo esseri umani, perdio, mica supereroi.
– È difficile accettare di essere umani, fragili, imperfetti, vulnerabili …
– E allora che si può fare?
– C’è poco da fare, a meno che chi ha questo problema senta la necessità di cambiare. Ma di solito non se ne rende nemmeno conto. È complicato, scomporre e rimettere insieme i pezzi, o trasformare la merda in letame. Bisogna almeno volerlo fare. In alternativa si può sempre andare a Lourdes, se ci va, Santiago di Compostela o dalla Madonna di Medjugorje. O alla Mecca, perché no?
– Vuoi dire che servirebbe un miracolo …
– Più o meno.
– Oppure?
– Oppure … le cose cambieranno come se niente fosse, senza preavviso, chissà.  Ma per il qui e ora mettici una pietra sopra. Non farci caso, non più di tanto. Se puoi, voglio dire. Qualcuno poi passerà di lì, alzerà la pietra e ci troverà una cagata, una fra tante. Ma sarà secca, e non puzzerà nemmeno più.
– Ma io voglio anche le rose.
– È giusto, ma non lì, non dove non possono sbocciare. Altrove, le rose, altrove. Forse.
– Forse altrove, sì.

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The Soul of the Rose

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