il modo in cui le cose realmente sono

Secondo gli stoici, il giudizio è un assenso ad un’apparenza.
In altri termini, è un processo a due fasi.
In primo luogo penso, ho la consapevolezza, che sta accadendo questo o quello.
Mi sembra sia così, vedo le cose in questo modo – ma fino a questo punto non l’ho realmente accettato. (*)

A questo punto vi sono tre possibilità.
– Posso accettare o accogliere il modo in cui le cose appaiono, e farlo mio, come il modo in cui le cose sono: in questo caso l’apparenza è divenuta il mio giudizio, e quest’atto di accettazione è il mio giudizio stesso.
– Posso rifiutare l’apparenza, come il modo in cui le cose non sono: in questo caso giudico che vi sia una contraddizione.
– O posso ignorare le apparenze, senza prendere posizione. In questo caso non ho alcun giudizio o credenza sulla questione, in un senso o nell’altro.

Consideriamo un semplice problema percettivo introdotto da Aristotele.
Il sole mi appare largo circa poche decine di centimetri (questo è il modo in cui mi appare, è così che lo vedo). Ora io potrei accettare l’apparenza, e parlare e agire di conseguenza; molti bambini lo fanno. E se ho le idee confuse in astronomia, posso rifiutarmi di assumere una posizione cognitiva sulla questione. Ma se ho la sicura credenza che in realtà il sole è enormemente grande, e che il modo in cui appare è ingannevole, rifiuterò l’apparenza e accetterò un’apparenza contraddittoria.

Non sembra esserci nulla di strano, qui, nell’affermare sia che l’apparenza si presenta alle mie facoltà cognitive, sia che l’accettarla o rifiutarla è l’attività di tali facoltà. Accettare o accogliere un modo di vedere qualcosa nel mondo, riconoscerlo come vero, sembra essere qualcosa che esige il potere di riconoscimento della cognizione. La cognizione non deve essere qualcosa di inerte, come nella concezione humiana. In questo caso è la ragione stessa che si protende e si appropria dell’apparenza, dicendo, per così dire: «Sì, questa è quella che accetterò. Questo è il modo in cui le cose realmente sono». Possiamo persino affermare che questo è un buon modo per concepire la natura del ragionamento: è quella facoltà in virtù della quale ci vincoliamo ad una visione del modo in cui le cose realmente sono.

Gli stoici pensavano che l’assenso fosse sempre un atto volontario, e che abbiamo sempre, riguardo a ogni apparenza, il potere di assentire o meno. (O perlomeno l’hanno gli adulti: perché la concezione volontaristica era parte della loro argomentazione per negare le emozioni ai bambini e agli animali.) Svilupparono così una concezione radicalmente volontaristica della personalità, associata a una severa dottrina dell’autocontrollo che Epitteto riassumeva nella massima: «Sorveglia te stesso come un nemico in agguato». Non è necessario che accettiamo questi aspetti della psicologia degli stoici per accettare la loro concezione generale del giudizio. Anzi, potremmo ricordare loro che in altri testi parlavano di apparenze che «ci trascinano per i capelli all’assenso». Ma anche se gli stoici fossero nel giusto, l’abitudine, i legami, e il mero peso degli eventi possono spesso strapparci un assenso; non dobbiamo immaginarlo come un atto che compiamo sempre deliberatamente.

Quando concepiamo l’assenso in questo senso più ampio, comprendiamo anche come la concezione, in tal modo ampliata, sarà in grado alla fine di attribuire le emozioni ai bambini che mancano, in diversa misura, della capacità di sospendere l’assenso nei confronti delle apparenze che la vita pone loro di fronte. Ogniqualvolta accettano un modo in cui il mondo appare come il modo in cui il mondo è, si può dire che siano dotati di giudizio nel senso in cui l’intendo io. Dobbiamo tuttavia sottolineare che l’immagine stoica di bambini e animali è in realtà del tutto implausibile: perché molto spesso, appena accumulano esperienza, essi sono in grado di formare pensieri del tipo «Questa persona mi sta sorridendo ma non mi è realmente amica», o «Questo sembra buono da mangiare, ma in realtà non lo è».

[Martha C. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, ed. Il Mulino, pagg. 58-60]

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burri

Immagine: opera di Burri

 

(*) Si noti che questa concezione non esige alcuna metafisica di una rappresentazione interna che rispecchi ipoteticamente il mondo: gli stoici stanno solo parlando del modo in cui le cose appaiono alle persone, che può essere o meno tramesso alla mente attraverso meccanismi rappresentativi interni.

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