usiamo la ragione – da parigi alla mesopotamia

APTOPIX Indonesia Ramadan

La seguente nota, che ho tradotto dall’inglese, è stata pubblicata  da Carlo Rovelli il 15 novembre, sulla sua pagina facebook, all’indomani delle stragi di Parigi. Fra tutte le informazioni, gli articoli e le opinioni e che ho ascoltato, mi è sembrata esauriente, chiara e lucida, soprattutto la descrizione della complicatissima situazione  dei conflitti presenti in Mesopotamia, i rapporti delle forze in campo e la pericolosa escalation emotiva che prefigura venti di guerra totale, nonché la descrizione circostanziata della genesi dello Stato Islamico (coerente con la dichiarazione: «Daesh è la nostra risposta sunnita al vostro appoggio in Iraq agli sciiti dopo la caduta di Saddam», del defunto principe dell’Arabia Saudita, Saud Feisal, al segretario di Stato Usa John Kerry, riportata in questi giorni dal Financial Times). Infine conclude con un appello all’uso della ragione, di fronte all’irrazionalità che affolla le cronache di questi tempi; e una proposta per una possibile soluzione del conflitto che abbia come obiettivo la “normalizzazione” dello Stato Islamico togliendolo dalle «dalle mani più estremiste e fanatiche», in modo da favorire la normale evoluzione di tutti i movimenti insurrezionali. Una proposta che attualmente potrebbe sembrare blasfema, sebbene la divisione dello stato iracheno in tre stati è una soluzione che molti preconizzano e considerano come l’unica possibile da lungo tempo: configurerebbe un diverso quadro della situazione, diversa dall’attuale, con una componente curda, una sciita e una sunnita. Certo, continua Rovelli, «gli Stati Islamici non sono partner piacevole per una discussione. Anzi, è tra i più disgustosi che siamo riusciti a trovare. Ma i nemici sono sempre disgustosi. Qual è l’alternativa? Ucciderli tutti e poi ritrovarci di nuovo con il problema dell’insurrezione  sunnita?» Oppure, dice Rovelli, parliamo con loro. Una proposta che non è solo provocazione, poiché è certo che intervenire con la violenza non farà che produrre nuova violenza e nuovo rancore; ma che andrebbe analizzata e approfondita in vista di un eventuale (im)possibile futuro post-Isis.

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Carlo Rovelli

 

Lo Stato Islamico si trova in una situazione che sembra paradossale, da molti punti di vista. È in guerra contro un’alleanza che comprende le due grandi superpotenze planetarie più Siria, Iraq, Iran, Turchia, Arabia Saudita, i curdi, l’Hezbollah, e diversi altri Stati e gruppi … E’ difficile capire come qualcuno potrebbe militarmente resistere a una tale coalizione. Ma lo Stato Islamico resiste abbastanza bene e spesso vince. In secondo luogo, il Califfato appare costituito da una banda di fanatici dalla mentalità medievale, addestrati in qualche campo oscura in Afghanistan, eppure attualmente controlla una vasta regione abitata da dieci milioni di abitanti, le esportazioni di petrolio, le importazioni di armi, ovviamente si avvale degli strumenti finanziari internazionali. Com’è possibile? Per avere un po’ più di chiarezza su questa situazione penso che sia necessario considerare due fatti.

Il primo fatto è che lo Stato Islamico è utile per molti degli attori che ufficialmente sono i suoi nemici. Consideriamo alcuni casi, a cominciare dalla Siria. Se non fosse per lo Stato Islamico, probabilmente Assad non sarebbe al potere. Quando le proteste popolari contro la dittatura esplose in Siria, la risposta è stata violenta, con la giustificazione che i ribelli erano terroristi. Gli Stati Uniti armarono i gruppi dei ribelli anti-governativi che, con il sostegno dell’Occidente e la popolazione sarebbero stati in grado di prendere Assad dal basso. Ma è arrivato lo Stato islamico, l’Occidente e la Russia preoccupati che la Siria potesse cadere nelle mani degli islamisti, e Assad è stato salvato. È abbastanza noto, infatti, che il governo siriano bombarda spesso le posizioni dei ribelli anti-governativi, ma raramente quelli dello Stato Islamico.

La Turchia ritiene che la questione curda sia la sua prima preoccupazione per la sicurezza e l’integrità territoriale. I curdi iracheni sono gli unici che si sono opposti allo Stato Islamico in modo efficace, non appena la loro espansione territoriale è entrata nella loro area di influenza. I successi militari curdi e la crescente evidenza dell’esistenza di uno stato curdo, indipendente de facto, nel nord dell’Iraq preoccupano la Turchia, e l’esitazione turca di una strategia decisa contro lo Stato Islamico è nota. Il petrolio dello Stato Islamico è esportato principalmente via terra attraverso la Turchia, senza interferenze del governo, e la Turchia è stata accusata più volte di essere gentile con lo sconfinamento dei combattenti dello Stato Islamico rispetto a quelle dei curdi. Israele, dal canto suo, vede l’Iran sciita come la principale minaccia, e Hezbollah nel sud del Libano, armato dall’Iran, come i suoi vicini più fastidiosi.

L’Iran non ha fatto nulla per scoraggiare queste paure, e l’ex presidente, Ahmadinejad, non ha esitato a dichiarare pubblicamente che voleva buttare Israele in mare. In passato, la presenza di un ferocia anti-iraniana sunnita in Iraq rappresentava per Israele una barriera molto conveniente tra sé e l’Iran, e in particolare tra Hezbollah e l’Iran. Alla caduta di Saddam Hussein, l’Iraq, piuttosto che evolvere in una tranquilla democrazia filo-occidentale come sperato l’Occidente, è scivolato nelle mani di un governo sciita confessionale filo-iraniano, con il risultato che Israele è terrorizzata di vedersi il pro- iraniano mondo sciita arrivare ai suoi confini.
Niente potrebbe essere più conveniente per Israele che la divisione dell’Iraq in tre stati: uno stato curdo nel Nord (che di fatto esiste già), uno stato sciita a est e un buffer sunnita a ovest, che tenga l’Iran separato da se stesso e Hezbollah. Non sono un caso le declamazioni dello Stato Islamico nei confronti di tutti, ma curiosamente, non contro Israele, nonostante Israele non goda di buona immagine nel mondo arabo radicale. Un’apparente stranezza  spesso sottolineata dai commentatori dei paesi arabi moderati.

Grazie alla Stato Islamico, la Russia è di nuovo nel grande gioco delle grandi potenze: ha messo i soldati in Siria, e ha una scusa per bombardare (al posto dell’Isis, come annunciato) i ribelli siriani sostenuti dagli americani. Suscitando così la rabbia degli americani, che hanno accusato la Russia di bombardare i loro amici invece dello Stato Islamico. Infine c’è l’America, che è ancora la superpotenza mondiale, dopo tutto. Mi ha colpito il fatto che lo Stato Islamico si sia ampliato nel silenzio americano fino ad arrivare fino alle zone curde.

Solo a questo punto gli americani hanno cominciato i bombardamenti, e il bombardamenti sono concentrati nella zona di attrito tra curdi e lo Stato Islamico. Sembra quasi che il messaggio americano sia “va bene qui, non là“.  L’Iraq, liberato dagli americani di Saddam Hussein, è decisamente scivolato nelle mani dell’Iran. La ragione è terribilmente semplice: gli americani hanno imposto libere elezioni. La maggioranza degli iracheni è la parte povera della società, sciita e (nonostante la vecchia guerra) istintivamente simpatizza col vicino Iran sciita, religioso e anti-occidentale. Generalmente risentita dal dominio della borghesia formata dalla minoranza sunnita, tradizionalmente laico e filo-occidentale. Con il governo ufficiale dell’Iraq, che sfugge di mano (era il governo iracheno a chiedere la US Army di andarsene), gli americani vedono i loro sforzi in Iraq che terminano con una vittoria del loro nemico più esplicito, l’Iran.

Era davvero un grande fastidio per gli Stati Uniti un’insurrezione interna, costringendo il governo a richiamare i militari americani, e dire: “Ci scusi, abbiamo bisogno di voi …“? Non lo so. Quel che è certo è che se davvero voleva sbarazzarsi dello Stato Islamico militare, l’America avrebbe avuto i mezzi, come aveva i mezzi per abbattere l’esercito di Saddam Hussein, di gran lunga più potenti. Ma così non è stato. Forse perché dopo averlo fatto, tutto sommato, si finirebbe con lo stesso problema di oggi: chi è al potere in Mesopotamia? Altri attori sono l’Arabia Saudita e gli altri stati ricchi del Golfo. Che il Qatar e gli Stati Uniti abbiano sistematicamente finanziato lo Stato Islamico, almeno inizialmente, è voce comune, così come, molto probabilmente, qualcuno in Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo.

Dopo tutto, la propaganda dello Stato Islamico riflette esattamente l’ideologia wahhabita (o salafita) dell’’Islam di questi stati. C’è anche una stretta somiglianza tra l’ideologia e la nascita storica dello Stato Islamico, e quella dello stato saudita all’inizio del diciottesimo secolo. Siamo inorriditi per il fatto che lo Stato Islamico vuole instaurare la legge islamica della Shari’a, ma la Shari’a è già sancita in questi paesi. La monarchia saudita ha fatto una brusca inversione di rotta quando lo Stato islamico ha proclamato il Califfato e ha messo in discussione la legittimità della sovranità della Casa di Saud, ma l’elite dell’Arabia Saudita è una realtà complessa, come è stato chiaro con Bin Laden, una grande famiglia del paese. La casa reale non controlla tutta la ricchezza e c’è grande ricchezza, non tutta in mano reale. In breve, il problema dello Stato Islamico è che tutti gli sono contro, a parole, ma in realtà vi si adatta un sacco di gente. Se non fosse così, sarebbe sparito da tempo. Questo forse non spiega completamente, ma aiuta a capire perché esiste, nonostante tutti a parole gli siano contro.

La seconda considerazione riguarda il secondo paradosso: come è possibile per una banda di fanatici fare tutto questo. La risposta è nella storia e la natura dello Stato Islamico. Lo Stato islamico è il prodotto di un’alleanza improbabile. Una di quelle alleanze tra persone molto diverse, sulla base di “il nemico del mio nemico è mio amico“, che caratterizza la politica in Medio Oriente. L’alleanza è ben nota e noti sono anche i luoghi, le persone e la data della loro formazione. Le due componenti dell’alleanza sono gli estremisti islamici fondamentalisti, da un lato, e la vecchia, grande, struttura di potere di Saddam Hussein: la borghesia sunnita che dominava il partito Baath iracheno. L’alleanza è improbabile perché i primi sono fondamentalisti religiosi sovversivi, i secondi sono socialisti nazionalisti arabo laici, da lungo al potere.(*) Ma non è nemmeno una grande sorpresa, in realtà: a lanciare l’idea di questa alleanza possibile era Saddam Hussein in persona, che negli ultimi proclami prima di essere buttato giù dall’invasione americana chiamava la religione in difesa del suo mondo.

Ricordate gli ultimi proclami di Saddam Hussein? C’era proprio l’idea che per difendere dall’Occidente il suo popolo doveva indossare il volto dell’Islam radicale e trascinare le masse. Curioso per il dittatore più laico e filo-occidentale del Medio Oriente, ma così va il mondo. Oggi gli analisti americani riconoscono apertamente che l’errore principale che hanno commesso, o meglio, permesso che accadesse, dopo la caduta di Hussein, è stata la completa “de-ba’athization” dell’Iraq. In termini pratici, questo ha fatto sì che i quadri dello stato amministrativo, e soprattutto l’esercito, ossia tutta la borghesia irachena che formava la spina dorsale dello Stato, fosse gettata sulla strada, senza stipendio, senza difesa e, soprattutto, come ha sottolineato di recente l’ex consigliere politico americano in Iraq, senza qualsiasi dignità, in una cultura, l’araba, dove la dignità conta.

Per il segmento più povero, sciita, del popolo iracheno, che ha vinto le elezioni, era certamente un sottile piacere vedere i sunniti ridotti a cittadini di seconda classe. I tentativi americani per evitare questa drammatica settarizzazione dello Stato iracheno sono falliti. Un esempio tra i tanti è quello di Tariq al-Hashimi, vice presidente sunnita iracheno per cinque anni, e condannato a morte dal governo sciita con l’accusa di sovversione nel 2012 (in contumacia, è scappato). Ciò che è successo in Iraq subito dopo l’invasione degli Stati Uniti è stata la crescita di una rivolta sunnita strisciante contro il nuovo Stato. A lungo non era chiaro se un governo di unità tra sciiti e sunniti fosse possibile, ma con il passare del tempo lo scontro si è radicalizzato.

La parte radicale del mondo sunnita, come Falluja, prima ha lottato duramente l’invasione americana, poi è diventato il cuore della rivolta sunnita contro il governo iracheno, sempre più controllato dagli sciiti, e, indirettamente, dall’Iran. Che in Iraq ci sia una guerra civile in corso tra le due componenti della popolazione non è in dubbio, e questo di per sé non ha nulla a che fare con il radicalismo islamico. Infatti, all’inizio era la parte sciita che sembrava essere più vicina al radicalismo religioso, quando il giovane governo iracheno era pieno di leader religiosi sciiti. Poi ci fu la svolta.

Curiosamente, una causa indiretta occasionale della svolta è stata l’indignazione sollevata in tutto il mondo dagli orrori della prigione di Abu Ghraib, nel 2003. La campagna mondiale contro il trattamento dei prigionieri in questo carcere ha messo in imbarazzo il governo degli Stati Uniti, che ha reagito con l’apertura di un campo modello di detenzione in Iraq: Camp Bucca. Camp Bucca è stato fondamentale per la nascita dello Stato Islamico. Camp Bucca è arrivato ad avere fino a 24.000 prigionieri: praticamente una piccola città chiusa in prigione. I prigionieri avevano notevoli possibilità d’interazione tra loro. Si sono organizzati, e hanno preso lezioni su temi come la letteratura e la religione, organizzato partite di calcio, e potevano ascoltare la radio e la televisione insieme. Potevano ricevere visite esterne dai membri della famiglia con relativa facilità. Molti dei leader del campo avevano avvertito che il risultato di tutto questo sarebbe stata una radicalizzazione politica dei prigionieri su larga scala. Oggi è ampiamente documentato che Camp Bucca è il capitolo di apertura dello Stato Islamico. Molti dei leader dello Stato Islamico, tra cui il leader, Abu Bakr al-Baghdadi, il numero due, Abu Muslim al-Turkmani, e il principale comandante militare, Haji Bakr, erano prigionieri e si sono incontrati e familiarizzati in cattività. Ma soprattutto, Camp Bucca è stata l’occasione per unire due differenti anime della insurrezione in Iraq: il radicalismo islamico e la vecchia struttura Ba’ath dello stato di Saddam Hussein, emarginata dal potere.

È all’interno di Camp Bucca che questi due mondi sono stati in stretto contatto e sono diventati alleati. I jihadisti hanno fornito il motore della passione ideologica; gli ex Ba’athisti militari, le capacità organizzative e burocratici, e il sostegno di gran parte della popolazione sunnita, profondamente in rivolta. La collaborazione tra i due gruppi è ben documentata. Ad esempio, Ahmad Fadhil al-Hayali, recentemente ucciso in un attacco aereo, e considerato dagli americani al comando della seconda linea  dell’esercito dello Stato Islamico, era un alto ufficiale dell’esercito di Saddam Hussein.

Il 17 settembre del 2009, Camp Bucca fu chiuso. La maggior parte dei prigionieri sono stati semplicemente liberati. Un gruppo di questi si sono uniti per iniziare quello che diventerà il nucleo storico dello Stato Islamico. La presenza della vecchia classe dirigente nello Stato Islamico iracheno rende comprensibile come questo può esistere e funzionare. Si tratta di una grande parte della struttura portante dell’esercito e dell’amministrazione di Saddam Hussein. Persone che sanno come organizzare un esercito di decine di migliaia di combattenti, come far fronte a una guerra su più fronti. Sapevano dove l’ex esercito di Saddam Hussein aveva nascosto le armi quando divenne evidente che nessuno poteva resistere all’Armata americana. E ancora di più,  sanno come organizzare e gestire un paese di 10 milioni di abitanti: raccogliere le tasse, gestire gli impianti di estrazione del petrolio, interagire con le banche internazionali, organizzare il sistema postale, scuole, trasporti, assicurazione, la salute pubblica, la ricostruzione del strade, ospedali e così via: in tutto ciò lo Stato Islamico attualmente sembra ricordare meglio le precedenti forze coinvolte nelle regioni di guerra civile in Iraq e Siria. E sa come combattere la corruzione e organizzare la polizia. Senza questo know-how, lo Stato Islamico sarebbe incomprensibile.
Soprattutto, lo Stato Islamico è incomprensibile senza il sostegno popolare ovvio che riceve nelle regioni del maggioranza sunnita, come a Fallujah, dove il risentimento per l’esclusione sociale, dal settarismo del comando del governo iracheno sciita alla guerra civile irachena. Mentre la propaganda “ufficiale” e il linguaggio dello Stato Islamico sono chiaramente dominati da componente islamista radicale, la struttura ossea della rivolta e lo Stato è, più semplicemente, la rete di relazioni tribali che ha sempre dominato la politica della Mesopotamia: tradizionalmente al potere in Iraq, tradizionalmente soggiogato dalla minoranza alawita in Siria, il mondo sunnita, potente in Medio Oriente, è oggi schiacciato da una nuova dominante sciita, e reclama il potere.

Il terzo elemento per comprendere lo stato islamico è quello di considerare l’uso che fa dell’orrore. Decine di video in stile hollywoodiano di alta qualità rilasciati dallo Stato islamico, mostrano le macabre e ripugnanti immagini dell’orrore. I suoi proclami sono spesso ampollosi e bellicosi al limite del ridicolo. La combinazione di video di qualità, Internet e l’orrore è una novità. L’uso del terrore per sé non è una prerogativa dello Stato Islamico. Nella mia Italia, molti ricordano le file di impiccati ondeggianti nel vento e in decomposizione appesi agli alberi lungo la strada per Bassano, durante la guerra civile italiana del 44-45. La differenza è che non c’era internet. Le guerre civili, non solo la guerra, producono questi orrori. Alzare la voce per spaventare il nemico è una tattica brutale ma purtroppo comune. I villaggi dati alle fiamme in Vietnam con il napalm non erano meno orribili, e avevano esattamente lo stesso scopo: terrorizzare il nemico per affermare la superiorità in termini di forza.

C’è una strana somiglianza che trovo sconcertante, ma in ultima analisi illuminante, tra aggettivi e sostantivi usati dalla stampa europea e americana per descrivere lo Stato Islamico e quelli usati dalla stampa per descrivere lo Stato Islamico in Occidente. Sono esattamente gli stessi aggettivi e sostantivi: “abominio, perversione, delirante, demoniaca, degenerati, il male …”. Che lo Stato Islamico descriva un Occidente di finzione e non un vero occidente, non c’è dubbio (con tutti i suoi difetti, l’Occidente non è così orribile). La questione è se la descrizione dello Stato Islamico made in Occidente è, invece, realistica. Su cosa ci dobbiamo basare? Una possibilità è quella di basarci sui video, le rivendicazioni e il numero di morti dovute allo Stato islamico. Ma dare un giudizio su quanto sta accadendo in un’area di 10 milioni di persone da questo, a me sembra cecità.

È come se giudicassimo l’America solo dal fatto che i suoi droni uccidono civili in diversi paesi del mondo. L’America è molto più complessa. Sono convinto che l’attuale conflitto ha gettato molti di noi in un’allucinazione consueta che viene purtroppo in tutti i conflitti: il nemico diventa improvvisamente una manifestazione del diavolo, l’orrore. Noi continuiamo a ripetere l’un l’altro come brutto è il nemico, e questa immagine del male cresce nel nostro immaginario con tutti i dettagli raccapriccianti che confermano il percorso di demonizzazione del nemico. Per i giovani musulmani che sono affascinati dalla propaganda dello Stato islamico, accade la stessa cosa, simmetrico: l’Occidente diventa il male, diventa l’espressione stessa del male. Per molti di noi in Occidente, lo Stato islamico diventa male, l’espressione stessa del male.

Questo è solo il solito percorso psicologico di qualsiasi conflitto, tra individui e tra i popoli. Se vogliamo cercare di mantenere il sangue freddo e capire, non dobbiamo cadere in questa trappola. Questo ovviamente non significa mettere l’Occidente e lo Stato Islamico sullo stesso piano. Ovviamente non lo sono, a nostro avviso, per ovvie ragioni. Ma tra il dissenso anche forte, e la demonizzazione e la guerra vi è una distinzione che non è trascurabile: sono profondamente in disaccordo con le idee che guidano l’Arabia Saudita, dove le persone sono messe a morte, prese per frustate per comportamenti che sono legali in Occidente, dove le donne non hanno il diritto di guidare, il potere è nelle mani di un monarca perché è un discendente di Maometto, e la legge ufficiale è la Shari’a. Un recente decreto regio dell’Arabia Saudita definisce il “terrorismo” come “ateismo”.

Sono profondamente in disaccordo su tutto questo, e io approvo coloro che combattono queste cose con le parole scritte, ad esempio, e con la politica; ma non per questo penso che dovremmo bombardare l’Arabia Saudita o uccidere i sauditi. Una cosa è il dissenso ideologico, qualcosa di molto diverso è la guerra. Per capire cosa succede in Mesopotamia, e per cercare soluzioni, il problema non è il giudizio politico: è quello di capire cosa sta succedendo, senza essere accecati dai meccanismi fuori controllo di demonizzazione del nemico e ingiustificato terrore. Siamo seri: lo Stato Islamico è un problema perché produce atti di terrorismo, perché destabilizza il mondo, non per il suo pericolo militare diretto: che Kobane non poteva essere tenuta dai curdi, qualcuno potrebbe  dire seriamente che era un piacere militare per la NATO?

Che poi esattamente, esagerazioni giornalistiche a parte, che sta accadendo a dieci milioni di persone oggi nei territori controllati da ISIS? Purtroppo, sappiamo poco, perché non abbiamo prove dirette. Il poco che abbiamo accenna ad una realtà molto meno drammatica di quello dell’immagine per mezzo dello Stato Islamico. I rapporti dei media come quelli di Francesca Mori da Aleppo, per esempio, o le testimonianze di dirigenti di organizzazioni internazionali per i rifugiati che dipingono una situazione molto più sfumata. La situazione nelle zone di frontiera dello Stato islamico è dura, e alcune minoranze hanno subito una notevole violenza.
Ma all’interno della vasta area controllata dallo Stato Islamico la situazione è calma e le lamentele che sono venute fuori riguardano cose come la riforma del curriculum effettuata dallo Stato islamico. Se le persone si lamentano del curriculum scolastico, vuol dire che la situazione non è poi così male. Lo Stato Islamico sta riparando strade, ripristinare i servizi sociali, le scuole, la salute pubblica. E facile immaginare quello che la maggior parte della gente vuole, perché è la stessa cosa che tutti vogliono: la pace. La fine della guerra. Una pace che, nel bene e nel male, Saddam Hussein garantiva e che poi è stata assente dalla regione dopo l’invasione americana. È chiaro che lo Stato Islamico gode del sostegno popolare, almeno in diverse regioni: non c’è insurrezione armata senza il sostegno popolare.

Ci sono aree sunnite dell’Iraq dove la resistenza agli americani era molto dura e non ha mai smesso, l’insurrezione continua contro lo Stato istituito dagli americani e poi dominato dagli sciiti, e ora, ovviamente, la gente preferisce lo Stato Islamico che l’attuale governo di Baghdad. In caso contrario, l’esercito iracheno avrebbe potuto facilmente riprendere il territorio.
Se questo quadro che ho delineato è anche solo parzialmente ragionevole, mi sembra che ci sia una possibile soluzione al problema dello Stato Islamico: normalizzarlo. Provare a rimuoverlo dalle mani più estremiste e fanatiche e promuovere il normale sviluppo di tutti i movimenti rivoluzionari, come il Risorgimento italiano e la rivolta araba contro i turchi: a ribellarsi sono i più turbolenti, il Garibaldi e Lawrence d’Arabia. Poi vengono i capi freschi e tutto torna alla normalità: Garibaldi viene inviato a Caprera, e Lawrence torna in Inghilterra. Arriva Cavour, o re Hussein, il vecchio, e portare la ragionevolezza.

C’è una componente dello Stato Islamico, l’ex-Baath che sostiene la popolazione sunnita. Il punto finale del processo doloroso in corso in Mesopotamia, mi sembra che potrebbe essere uno stato che eredita l’attuale stato islamico sunnita, oltre a uno stato curdo filo-occidentale al nord, uno stato sciita a est, la Siria ridotta e difesa dalla Russia. Ciascuno dei contendenti nel gioco rinuncia a qualcosa, ma le persone vivono in pace. La soluzione per la partizione dell’Iraq in tre stati è una soluzione che molti hanno a lungo sostenuto e considerato l’unica possibile da tempo. I confini attuali sono completamente artificiali. Non rispettano il sentimento popolare. C’è una buona ragione in generale per non alterare i confini: evitare guerre e conflitti; ma quando si è in guerra da anni, questo è svanito. L’unità dell’Iraq non ha ragione di esistere, dal momento che la maggior parte della sua gente non la vuole.

Per arrivarci, penso che l’unica cosa possibile è di normalizzare lo Stato islamico. A tal fine, l’Occidente deve comunicare con lo Stato Islamico. Parlare con i tuoi nemici è sempre molto difficile. Ma è sempre la cosa giusta da fare. Nonostante i loro proclami e la retorica esagerata, lo Stato islamico non è fatto di sciocchi: non si mette insieme uno stato di dieci milioni di persone facilmente. Se si sono auto dichiarati “stato” è perché il loro obiettivo finale è quello di fare uno stato. Penso che quando vedrebbero la possibilità di avere uno stato in realtà, riconosciuto a livello internazionale si trasformerebbero in agnelli. Questo mi sembra l’unica via praticabile. L’alternativa è quella di continuare con la guerra, la distruzione, il dolore in Mesopotamia. Morti e destabilizzazione, e nessuna visione ragionevole per il futuro.

Certo, gli Stati islamici non sono partner piacevole per una discussione. Anzi, sono tra i più disgustosi che siamo riusciti a trovare. Ma i nemici sono sempre disgustosi. Qual è l’alternativa? Ucciderli tutti e poi ritrovarci di nuovo con il problema della rivolta sunnita? La prima cosa da fare in caso di conflitto è sempre la stessa, come l’ONU ha predicato per anni: deporre le armi e cercare di parlare. Si applica a tutti. Come ha scritto Gino Strada, per fermare la violenza dobbiamo cominciare a fermarla e praticarla. La mia proposta per la Mesopotamia è normalizzare lo Stato islamico. Qualcuno vede un modo migliore?

§

 

(*) per lo stesso motivo, Lorenzo Cremonesi, inviato speciale del Corriere della Sera e grande conoscitore del Medioriente, descrive l’IS come un mostro a due teste. http://www.radiopopolare.it/2015/11/mappa-per-il-medioriente-dopo-daesh/

Al questo link  potete ascoltare il discorso di Carlo Rovelli durante una telefonata con Radio Popolare:  http://www.radiopopolare.it/2015/11/usiamo-la-ragione-da-parigi-alla-mesopotamia/

E a questo link un breve sintesi della situazione in Siria con grafici e tabelle: http://www.lemonde.fr/proche-orient/video/2015/10/27/comprendre-la-situation-en-syrie-en-5-minutes_4798012_3218.html

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Una risposta a usiamo la ragione – da parigi alla mesopotamia

  1. md ha detto:

    L’analisi è molto convincente (avevo più o meno presenti tutti gli elementi, tranne quello di Camp Bucca), e mi pare razionale (o ragionevole?) anche la prospettiva “trattativistica”. Ma: la quasi settantennale esperienza palestinese da una parte e la logica di potenza (molto ottocentesca) innescatasi dall’altra, mi fanno disperare in una soluzione razionale (o ragionevole).
    Bombarderanno a tappeto e creereanno un altro fantasma che si aggirerà per il Medio Oriente (e nelle capitali europee). Naturalmente mi vorrei sbagliare…

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