obiettivi e visioni

Oggi facciamo un po’ di archéologia.  La seguente nota è  liberamente tratta da Anarchia. Idee per l’umanità liberata, di Noam Chomsky; cap. XIII, Obiettivi e visioni, pp. 265-299. Il testo era stato pubblicato per la prima volta nel 1996 (in Noam Chomsky, Power and Prospect: Reflection of Human Nature and the Social Order, Allen & Unwin, St. Leonards, Nuovo Galles del Sud, e South End Press, Boston, pp. 70-93).
Una lettura impegnativa e prolissa, in questi giorni in cui tutto dev’essere sintetico e correre veloce. Ma ogni cosa necessita il suo tempo. All’impero romano ci vollero 350 anni per crollare. Può darsi che noi non avremo tutto quel tempo. Comunque sia, se si riesce a non gettare la spugna dopo le prime righe, ci si accorge che la visione di Chomsky su una possibile società futura è diametralmente opposta alla realtà che stiamo vivendo. Considerando che scrisse il testo vent’anni fa, non è da oggi che dobbiamo ammettere che quella visione è stata del tutto disattesa. E allora a che serve? A che serve una visione? Forse ad essere un visionario? Però anche la descrizione di quanto stava accadendo era già allora nitida, per qualcuno, forse per pochi. Per questo, mantenere una visione umanistica serve per non perdere di vista ciò che dovrebbe essere, per non smettere di aver «fede in», per non lasciarsi travolgere dalla cosiddetta realtà delle cose, – nonostante il contrasto tra la concezione umanistica e gli ideali oggi imperanti sia drammatico, soprattutto perché è così drammatico. Per questo ritengo sia necessario, non solo denunciare i misfatti di questa realtà abominevole, ma affermare e ribadire come le cose dovrebbero essere. In questo testo non è difficile rinvenire – nel caso li avessimo smarriti – i principi fondamentali nei quali non dobbiamo smettere di aver fede. Forse sembrerà strano che si parli di fede, e forse un materialista integerrimo potrebbe dissentire – dal momento che tutto deriva dai rapporti economici, compreso ciò che crediamo. Nonostante ciò, sono abbastanza convinta che le due cose (struttura e sovrastruttura) si rinfocolino a vicenda. Per fare una qualsiasi pur piccola cosa, siamo condotti da quello che crediamo. Ma se non crediamo più a niente, questo è un bel problema. Anche Zizek, ora che ricordo, in un suo libro tempo fa aveva  parlato di fede. Non possiamo nemmeno immaginare di poter cambiare la più piccola cosa, se noi per primi non crediamo che si possa fare. Se ci abbandoniamo alla disperazione, finché crediamo che “tanto, non servirà a niente”. Questo è semplice cinismo a buon mercato, ed è un’atteggiamento che dobbiamo per prima cosa combattere in noi stessi. Non so voi, ma io mi rifiuto di essere cinica, nonostante tutte le evidenze (ir)razionali sembrerebbero condurci in quella direzione. Buona lettura.

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Pieter Bruegel the Elder, The Parable of the Blind Leading the Blind

« … ciascuno
segue gli altri, bastone
in mano, trionfante verso il disastro»
[William Carlos Williams]

 

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Quando distinguo gli obiettivi dalle visioni faccio appello ad una distinzione pratica più che di principio, anche perché ciò che davvero conta nelle vicende umane è il punto di vista pratico, essendo quello teorico di per sé troppo fragile per sostenerne il peso.
Con il termine «visione» intendo l’idea di una società futura che animi ciò che effettivamente facciamo, una società in cui voglia voler vivere ogni individuo onesto. Con «obiettivi», mi riferisco invece alle scelte e ai compiti che sono alla nostra portata e che, in un modo o nell’altro, magari facendoci guidare da visioni remote e confuse, cercheremo di perseguire.

Una visione vivificante deve riposare in una determinata concezione della natura umana, di ciò che è bene per le persone, dei loro bisogni e diritti, delle qualità che devono essere coltivate, incoraggiate e fatte fiorire in vista del benessere generale. Il concetto di natura umana che soggiace alle nostre visioni è sovente inespresso, indefinito, ma è sempre presente, anche solo implicitamente, sia in chi decide di lasciare le cose come sono (badando alle proprie faccende), sia in chi opera per la trasformazione, tanto minima quanto rivoluzionaria, della società. Ovviamente, questo vale per coloro che si rappresentano come agenti morali (non per i mostri) e che quindi si preoccupano delle conseguenze di ciò che fanno o non riescono a fare.

Ciò che in materia sappiamo e siamo in grado di comprendere è superficiale. Quindi, come in qualsiasi altra sfera della vita umana, dobbiamo affidarci all’intuito e all’esperienza, alle speranze e alle paure. Fissare un obiettivo implica scelte difficili e dalle enormi ripercussioni pratiche, scelte che assumiamo sulla base di prove insufficienti e conoscenze limitate. Inoltre, malgrado la nostra visione possa e debba guidarci, avremo a che fare con obiettivi che, nel migliore dei casi, sono soltanto parziali, poco chiari e incerti. Una persona saggia confiderà di poter articolare più precisamente la visione che la anima, dopo averla sottoposta al vaglio critico della ragione e dell’esperienza. Finora, i risultati sono magri e non si colgono segni di cambiamento in questo stato di cose. È facile fare proclami, ma essi servono a poco quando si tratta di compiere delle scelte concrete.

Obiettivi o visioni?

In epoca moderna, parallelamente allo sviluppo del capitalismo di Stato, le strutture economiche, politiche ed ideologiche sono state progressivamente incorporate da enormi istituzioni oligopolistiche, tirannie private che realizzano l’ideale totalitario con un grado di compiutezza che non ha precedenti nella storia dell’umanità.

«Nelle società per azioni», scriveva mezzo secolo fa l’economista politico Robert Brady, «tutte le scelte programmatiche emanano da un centro di controllo superiore. Nella combinazione tra questo potere di determinare le scelte e l’esecuzione delle stesse, ogni autorità procede necessariamente dall’alto verso il basso. Si tratta ovviamente di un processo che è l’opposto di un controllo “democratico”, di un processo che risponde alle condizioni strutturali del potere dittatoriale».
«Quelli che nei circoli della politica vengono definiti potere legislativo, esecutivo e giudiziario», sono raccolti «in una direzione unitaria» che, per quanto attiene alla formulazione e l’attuazione delle politiche, è collocata in cima alla piramide ed è manovrata senza una vigilanza significativa dal basso». Quanto più il potere privato «cresce e si espande», tanto più si trasforma «in una forza collettiva politicamente potente e consapevole», che prosegue «un programma propagandistico» avente lo scopo di «convertire l’opinione pubblica […] al punto di vista della piramide di controllo».

Questo progetto, già solidamente costituito nel periodo esaminato da Brady, assunse dimensioni ragguardevoli quando, qualche anno dopo, il mondo imprenditoriale americano tentò con ogni mezzo di contrastare le correnti socialdemocratiche sorte nel dopoguerra, che avevano raggiunto anche gli Stati Uniti, e vincere quella che i suoi vertici chiamavano «l’eterna battaglia per la mente degli uomini»; una battaglia che poteva essere vinta grazie alle ingenti risorse fornite dall’industria delle relazioni pubbliche e dell’intrattenimento, dai monopoli mediatici e da qualsiasi altro settore che poteva essere mobilitato dalle «piramidi di controllo» dell’ordinamento sociale ed economico.

Negli ultimi anni della sua vita, Thomas Jefferson mise in guardia dalle «istituzioni bancarie e le associazioni finanziarie», preconizzando che, se non fossero state tenute a freno, esse avrebbero costituito un regime assolutista contro il quale si sarebbe infranta la promessa della rivoluzione democratica. Le sue più funeste previsioni sembrano essersi avverate, se consideriamo che queste entità non rispondono più [a] nessuno (o quasi), sono immuni dall’interferenza del popolo e da qualsiasi forma di vigilanza pubblica, e, infine, stanno acquisendo un controllo sempre più stringente sull’ordine mondiale. Chi fa parte dalle gerarchia di comando prende ordini dall’alto e li impartisce a chi sta sotto. A chi è tagliato fuori dal sistema di potere, invece, non rimane che vendersi allo stesso (oppure, potendoselo permettere, acquistare ciò che esso ha da offrire).

Va precisato che l’incredibile potere di cui godono oggi corporation e istituzioni finanziarie non è emanazione della volontà popolare; al contrario, questo potere è stato fabbricato da tribunali e avvocati nel processo di costruzione di uno Stato sviluppista che servisse agli interessi dei privati

Tendiamo a credere che le strutture del potere siano immutabili, quasi facessero parte dell’ordine naturale. Non lo sono affatto. Queste forme di tirannia privata hanno assunto la fisionomia attuale solo all’inizio del Novecento, ricevendolo status di persone immortali. Il riconoscimento di tale status e la teoria giuridica a esso sottesa affondano le radici nello stesso terreno intellettuale che nutrì le altre due grandi forme di totalitarismo del ventesimo secolo, il fascismo e il bolscevismo.

È prassi consolidata che termini come «totalitarismo» e «dittatura» siano usati esclusivamente nella sfera del potere politico. Brady è uno dei pochi a non rispettare tale convenzione, la quale serve a occultare la presenza dei centri decisionali allo sguardo dell’opinione pubblica, ed è quindi necessaria per qualsiasi società che si fondi su un’autorità illegittima – di fatto, tutte le società esistenti. Ecco perché si preferiscono indagare i difetti dell’individuo, oppure non ben definiti e generici usi culturali, anziché la struttura e il funzionamento di queste potenti istituzioni.

Col liberalismo classico intendo quell’insieme di ideali che furono travolti dalla marea dell’autocrazia statale-capitalistica. Essi sono tuttavia sopravvissuti (o sono stati reinventati) in vario modo nella cultura della resistenza alle nuove forme di oppressione, animando le lotte popolari che hanno allargato considerevolmente i confini delle libertà, della giustizia e dei diritti.

Il potere statale e la tirannia privata rappresentano i casi limite, le estremità di un vasto sistema di rapporti problematici: tra genitori e figli, tra professori e studenti, tra uomo e donna, tra generazione presente e le generazioni future, le quali dovranno fare i conti con le conseguenze delle nostre azioni. Ma sopra ogni altra cosa la visione anarchica, in quasi tutte le sue varianti,  si prefigge lo smantellamento del potere statale. Condivido questa visione, sebbene essa confligga con i miei obiettivi.

I miei obiettivi a breve termine consistono nel difendere e anzi potenziare quei segmenti dell’autorità statale che, per quanto siano essenzialmente illegittimi, oggi più che mai sono indispensabili per ostacolare chi vuole deliberatamente far «arretrare» i traguardi raggiunti nel campo della democrazia e dei diritti umani. Nelle società democratiche moderne, l’autorità dello Stato è oggetto di pesanti attacchi, e ciò avviene non perché essa confligga con la visione libertaria, ma al contrario, proprio perché salvaguarda, sia pur debolmente, alcuni elementi di tale visione. I governi hanno infatti un grave difetto: a differenza delle tirannie private, offrono all’odiata collettività l’opportunità di giocare un ruolo, per quanto limitato, nella gestione degli affari che la riguardano. Si tratta di un difetto intollerabile per i padroni, i quali ritengono, non a torto, che grazie ai mutamenti in atto nell’ordine economico e politico internazionale si possa realizzare una sorta di «utopia padronale», mentre per il resto dell’umanità si prospetta un futuro tutt’altro che roseo.

Val la pena di precisare che già nel diciannovesimo secolo si annunciava come imminente la realizzazione di quel sogno utopistico. Intorno al 1880 William Morris, artista e socialista rivoluzionario, scriveva:

È oggi opinione diffusa che il sistema concorrenziale, riassumibile nel motto «che gli altri si arrangino», sia l’ultimo sistema economico che il mondo vedrà; che sia il sistema perfetto, e che dunque in esso sia sia compiuto il fine supremo. Ed è senza dubbio temerario contraddire questa opinione, che mi dicono sia accolta anche dagli uomini più eruditi.

Se si era davvero giunti alla fine della storia, come si proclamava con tanta convinzione, allora anche la «civiltà sarebbe morta», commentava Morris; ma tutto nella storia suggeriva il contrario. La speranza che il «sistema perfetto» fosse ormai all’orizzonte riaffiorò negli anni Venti. […] Negli anni successivi quel sogno ricorrente si sarebbe rivelato ancora prematuro. Tuttavia, esso rispondeva al paradigma che le «piramidi di controllo» e i loro emissari politici cercano di riproporre ai nostri giorni.

Nel mondo contemporaneo, l’obiettivo di un anarchico dovrebbe consistere nella difesa delle istituzioni statali dall’attacco che viene portato contro di esse, cercando al contempo di dischiuderle ad una più significativa partecipazione popolare; solo alla fine, in presenza delle circostanze adatte, ossia quando si sarà costituita una società decisamente più libera, egli dovrebbe mirare allo smantellamento di queste istituzioni.

Giusto o sbagliato che sia – a tale proposito il giudizio è ancora incerto – l’approccio qui descritto non risente dell’apparente conflitto tra obiettivi e visioni. La conflittualità è un tratto caratteristico della vita quotidiana, che non possiamo mai eludere.

La «concezione umanistica»

Mai come oggi è opportuno prendere in esame ideali e visioni che sono stati articolati, modificati e rimodellati, e talvolta addirittura rovesciati, con il progresso della società industriale, la quale ha potuto assumere la forma attuale mediante una massiccia offensiva contro la democrazia, i diritti umani, perfino i mercati, condotta dagli stessi che celebrano il trionfo di questi valori: un processo che sarà molto apprezzato da chi è avvezzo a quella che in epoche decisamente più sincere era definita «propaganda». Questa fase storica è tanto interessante sul piano intellettuale quanto nefasta sul piano umano.

Voglio introdurre la mia analisi descrivendo il punto di vista di due pensatori del ventesimo secolo, Bertrand Russell e John Dewey. I due dissentivano su molte questioni ma avevano in comune quella che Russell definiva «concezione umanistica»; ossia, per citare Dewey, il principio secondo cui lo «scopo finale» della produzione non dev’essere la produzione di merci, bensì quella di «esseri umani liberi e reciprocamente associati in condizione di eguaglianza». L’istruzione, secondo Russell, «deve trasmettere il senso del valore delle cose che non fanno parte delle forme di dominio» e plasmare «cittadini equilibrati in una comunità libera» in cui fiorisca sia la libertà sia la «creatività individuale», e in cui i lavoratori siano padroni del loro destino, anziché semplici strumenti di produzione. Si devono smascherare le illegittime strutture di coercizione, in particolare l’egemonia degli «affari finalizzati al profitto privato tramite il controllo sulle banche, sulla terra, sull’industria, esercitato anche tramite il dominio sulla stampa, sulle agenzie correlate e su altri mezzi di pubblicità e propaganda» (Dewey).  Fino a quando questo non avverrà, parlare di democrazia sarà del tutto fuori luogo.

Le idee espresse in un passato non così remoto da figure autorevoli come Russell e Dewey affondano le radici nell’Illuminismo e nel liberalismo classico, e conservano tuttora il loro carattere rivoluzionario nell’ambito dell’istruzione, del lavoro e di qualsiasi altra attività umana. Se messe in pratica, esse favorirebbero la libera maturazione di un’umanità ispirata dai valori dell’indipendenza di pensiero e di azione, della libera associazione in condizioni di eguaglianza e della collaborazione in vista di obiettivi comuni, anziché dei valori dell’accumulazione e del dominio. Questi individui condividerebbero il disprezzo di Adam Smith per i «meschini» e «sordidi scopi» dei «padroni dell’umanità» e per la loro «vile massima», «tutto per noi, e nulla per gli altri»: una massima che oggi ci insegnano a venerare, proprio mentre i valori tradizionali vengono erosi da un’offensiva incessante. E capirebbero subito cosa indusse una figura, per certi versi pre-capitalistica, come quella di Smith a mettere in guardia dalle funeste conseguenze della divisione del lavoro e a fondare la sua prudente difesa del mercato sulla speranza che in condizioni di «perfetta libertà» si sarebbe determinata una naturale tendenza verso l’eguaglianza: un desiderio che poggiava su ovvi ed elementari principi morali.

La «concezione umanistica» formulata in un’epoca più civilizzata da Russell e Dewey, e ben nota alla sinistra libertaria, si pone agli antipodi delle correnti che dominano il pensiero contemporaneo e che hanno ispirato sia l’ordinamento totalitario edificato da Lenin e Trotsky sia le società industriali statal-capitalistiche dell’Occidente. Uno dei due sistemi è crollato, mentre l’altro continua il suo cammino a ritroso verso ciò che potrebbe rivelarsi un destino infausto.

«Il nuovo spirito del tempo»

È fondamentale riconoscere quanto sia netto e drammatico il contrasto tra la concezione umanistica e gli ideali oggi imperanti, ideali che già a metà dell’Ottocento la stampa operaia indicava come il «nuovo spirito del tempo»: «accumula ricchezza e non curarti di nessuno»; o che un secolo prima Adam Smith aveva denunciato come la «vile massima», una dottrina degradante e ignominiosa che nessuna persona degna di rispetto può tollerare. Vale la pena di ripercorrere la trasmutazione dei valori dell’epoca in cui Smith sottolineava l’importanza dell’empatia, della libertà unitamente all’uguaglianza, e del diritto dell’uomo ad un lavoro creativo e appagante. […] Ad esempio, l’economista e premio Nobel James Buchanan, partendo le mosse dall’assunto che «la forma ideale di società è quella anarchica, nella quale nessun uomo né gruppo di uomini prevarica l’altro», aggiunge la seguente glossa, enunciata come fatto incontrovertibile:

la situazione ideale del singolo individuo è quella che gli permette piena libertà di azione e il cui comportamento degli altri viene condizionato in maniera da costringerli ad adeguarsi ai suoi desideri. In altre parole, ciascuno cerca la supremazia in un mondo di schiavi.

È una considerazione che Adam Smith avrebbe considerato patologica, così come Wilhelm von Humboldt, John Stuart Mill e qualsiasi altro pensatore vicino alla tradizione liberale classica. Pare tuttavia che sia ciò che si desidera più ardentemente, nel caso non ve siate accorti.

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memento

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… continua nel prossimo post

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