a fin di bene

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Riprendo l’ultima parte del capitolo Obiettivi e Visioni, che ho iniziato nel post precedente. Quando vent’anni fa Chomsky sosteneva l’obiettivo a breve termine di difendere e anzi potenziare quei segmenti dell’autorità statale, indispensabili per ostacolare chi vuole deliberatamente far «arretrare» i traguardi raggiunti nel campo della democrazia e dei diritti umani, le cose erano già messe molto male, e non solo negli Stati Uniti; in Europa si stava già organizzando quel processo che si concluse con la fondazione dell’Unione Europea, i cui valori in materia economica sono riassumibili nella locuzione «economia sociale fortemente competitiva» che compare all’art.3 del trattato sull’Unione Europea (TUE), e che contraddice tutti i valori sottesi ai diritti umani enunciati nello stesso trattato, nonché quelli presenti nella Costituzione italiana. È evidente che la scelta di quella locuzione non è casuale.  Le parole non sono vuote forme, vi sono implicite le specifiche teorie che circoscrivono la mentalità del tempo in cui si vive. Capite che sarebbe radicalmente opposto se si fosse scritto “un’economia sociale solidale e collaborativa”. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come un’economia fortemente competitiva possa essere compatibile coi diritti umani. Ovviamente è domanda retorica. Non ci vuole un grande acume per intuire le conseguenze di un’economia fortemente competitiva:  la guerra di tutti contro tutti, lo scannamento universale. Vinca il più forte, uno su mille ce la fa, e tutti gli altri, morti. Nessuno ha altro diritto di quello che gli concede la ferrea e dura legge del mercato – che ovviamente è dura e ferrea soprattutto per i più deboli. In una società basata su un’economia fortemente competitiva tutti i rapporti umani diventano rapporti economici, lo sviluppo della persona umana è subordinato a quello stesso principio e lo spazio di libertà e creatività annichilito.  A questo punto l’arretramento è un fatto ampiamente acquisito e non resta più niente da difendere, pare. Tranne la pelle, forse, o io, speriamo che me la cavo. Quindi è chiaro che bisognerà fare i conti con la situazione attuale e ri-ponderare gli obiettivi possibili. Ma come? Da quando è esplosa la crisi qualcuno è in trepidante attesa che il sistema imploda; qualcun altro si rifugia in spazi irraggiungibili quanto improbabili, altri ancora esortano a desiderare le macerie, radicalmente, per poi ricostruire – senza curarsi di coloro che vi rimarranno sepolti sotto. Quisquilie. Sono i teorici del tanto peggio tanto meglio. È questa l’aria che tira. Senza tralasciare quella parte di umanità smarrita che ripone le sue ultime speranze nella «misericordia», proposta come unica alternativa salvifica di confidare nell’elemosina anziché nell’equità e nei diritti. Ad ogni modo, l’ubiqua, pervasiva mercificazione di tutte le cose non è iniziata ieri né venti anni fa. È storia antica. Nell’ultimo stralcio di capitolo Chomsky abbozza i principi “morali” sottesi al «razionalismo economico», che sembra abbia avuto la meglio fra le teorie in competizione. Eh sì, anche le teorie competono tra loro. Buona lettura (si fa per dire).

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«Lo stupore perché le cose che viviamo sono ‘ancora’ possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non è all’inizio di nessuna conoscenza, se non di quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi» .
[W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia]

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« a fin di bene »

 

Credo che sussista una misteriosa prossimità tra l’epoca attuale e i giorni in cui l’ideologia contemporanea – quella che oggi è definita «neoliberismo» o «razionalismo economico» – veniva forgiata da pensatori come Ricardo, Malthus e altri. La loro missione era mostrare che il popolo non aveva diritti, a prescindere da quanto esso, stoltamente, credeva. Era un fatto addirittura provato dalla «scienza». Il grave errore della cultura pre-capitalistica era stato di pensare che al popolo spettasse di diritto un posto, per quanto miserabile, nella società. La «nuova scienza» dimostrava al contrario che il «diritto alla vita» costituiva semplicemente una fallacia logica. Ci si doveva armare di pazienza per spiegare agli inavveduti che essi non avevano diritti, a parte quello di tentare la fortuna sul mercato.

Una persona priva di risorse finanziarie e di mezzi per sopravvivere sul mercato «non ha diritto a chiedere la minima porzione di cibo e, di fatto, non ha diritto di stare dove sta», scriveva Malthus in una sua autorevole opera. È un «male» e «una violazione della libertà naturale» ingannare il povero lasciandogli credere di avere ulteriori diritti, sosteneva invece Ricardo, indignato da questo attacco ai principi della scienza economica e della più elementare logica, oltre che ai non meno glorificati principi morali. Il messaggio era semplice: sei libero di scegliere tra il mercato di lavoro, le case di lavoro, o la morte. Oppure puoi andartene da qualche altra parte (e a quell’epoca era ancora possibile, perché ampi spazi si schiudevano grazie allo sterminio e all’espulsione delle popolazioni indigene, non esattamente per principi di mercato.

Come nessun altro, i padri della scienza avevano a cuore la «felicità del popolo», e anzi a tal fine invocavano addirittura l’estensione del diritto di voto. «In realtà, non universalmente a tutto il popolo, ma a quella parte che non fosse sospettata di avere un interesse ad abolire il diritto di proprietà», spiegava Ricardo, precisando però che sarebbe stato opportuno prevedere restrizioni ancora più pesanti se si fosse dimostrato che «limitare il diritto di voto all’estremo» garantisce «una scelta migliore dei rappresentanti». A tale proposito, esiste una lunga tradizione di pensiero che arriva fino ai giorni nostri.

È bene ricordare cosa accadde quando furono elaborate e imposte le leggi del razionalismo economico, naturalmente applicando il solito principio dei due pesi e delle due misure: disciplina di mercato per i deboli, e intervento di mercato per i ricchi e i privilegiati ogni volta che si fosse reso necessario. Questa nuova ideologia prevalse intorno al 1830, e fu realizzata appieno negli anni successivi. Tuttavia, sussisteva ancora qualche piccolo problema. Al popolo non voleva entrare in testa di non possedere alcun diritto naturale. Essendo stupido ed ignorante, gli riusciva difficile cogliere la banale verità di non avere diritto alla vita, e di conseguenza reagiva in modo irrazionale. Per un po’ l’esercito britannico dovette dedicare parecchie energie a sedare le sommosse. Poi la situazione prese una piega ancora più sinistra. Il popolo cominciò ad organizzarsi. […] A quel punto, i padroni cominciarono a spaventarsi e a pensare: «Noi possiamo negargli il diritto di vivere, ma loro possono negarci il diritto di governare». Occorreva fare qualcosa.

Per fortuna la soluzione fu trovata. La «scienza», che era più flessibile di quella newtoniana, cominciò a modificarsi. A metà del secolo avvenne la metamorfosi per opera di John Stuart Mill e di figure altrettanto autorevoli, come Nassau senior, fino a poco prima una delle colonne portanti dell’ortodossia economica. Venne fuori che, tra i principi di gravitazione, figuravano anche i rudimenti di quello che sarebbe diventato il welfare state capitalista e la sua versione del contratto sociale, poi consolidatosi a prezzo di lunghe e dure battaglie, con fasi di arretramento ma anche di successo.

Oggi si tenta di riavvolgere il nastro della storia per tornare ai giorni felici in cui avevano regnato i principi del razionalismo economico, e dimostrare che le persone non hanno diritti oltre quelli che ottengono sul mercato del lavoro. E siccome adesso l’esortazione ad «andarsene da qualche altra parte» non reggerebbe più, la scelta si è ristretta tra i lavori forzati e la fame; perché è questa è la legge di natura, quella per cui quanto più si aiuta il povero tanto più lo si danneggia.  Il povero, naturalmente, perché il ricco, miracolosamente, viene sempre aiutato come quando […]  E molto altro ancora: questa è solo la ciliegina sulla torta. Il resto rispetta, naturalmente, i ferrei principi del razionalismo economico, oggi denominato «a fin di bene» da chi distribuisce le risorse.

Purtroppo non si tratta di una caricatura. Anzi, qualsiasi caricatura è impossibile […] Quel che la stampa riporta disinvoltamente in prima pagina susciterebbe ilarità e disgusto in una società animata da una cultura sinceramente libera e democratica.
Viviamo in «tempi difficili» e tutti devono stringere la cinghia. In realtà nel Paese il capitale abbonda, con «profitti esorbitanti» che traboccano dai forzieri […] E in tempi così difficili, che altra scelta si ha se non «favorire la mobilità» delle masse ormai liberate?L’espressione giusta è proprio «a fin di bene»: il bene dei ricchi e privilegiati. Per tutti gli altri, severità.

L’azione di arretramento in campo sociale, economico, politico e ideologico fa leva sull’imponente trasferimento di potere nelle mani dei padroni avvenuto negli ultimi vent’anni. Il livello intellettuale del discorso dominante non merita neppure il disprezzo, mentre quello morale appare grottesco. Ma la valutazione degli scenari a essi sottesa non è irrealistica. È questa a mio giudizio la situazioni con cui dobbiamo fare i conti oggi, volendo ponderare i nostri obiettivi e la nostra visione.

Come sempre in passato, anche oggi si può scegliere se essere democratici nel senso jeffersoniano del termine, oppure aristocratici. Questa seconda opzione offre grandi ricompense, perché è lì che si trova il centro della ricchezza, del privilegio e del potere, e i fini a cui naturalmente esso tende.
L’altra strada è fatta di lotte, spesso di sconfitte, ma garantisce un premio che sfugge completamente a chi soccombe alla filosofia del «nuovo spirito del tempo: accumulare ricchezza e non curarsi di nessuno».
Il mondo contemporaneo è molto distante da quello di Thomas Jefferson o degli operai della metà dell’Ottocento. Le scelte che presenta, tuttavia, sono rimaste sostanzialmente le stesse.

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Abbiamo aspettato per loro così a lungo, ma alla fine... Essi sono tornati§

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