tre casi più uno

*
Mandelbrot_sequence_new
*
Qualche tempo fa leggevo (in Martha Nussbaum, Intelligenza delle emozioni; cap. III, Emozioni e società umane) di tre differenti modi, presentati a titolo esplicativo, di reagire alla perdita di persone care. Senza ulteriori preamboli, entro senza indugio nel vivo della questione.
Il primo caso. Un bambino ifaluk  di cinque anni si ammalò di meningite e restò in coma per ventiquattro ore. I parenti e gli amici allora cominciarono a riunirsi a casa dei suoi genitori. Le donne lavarono il corpo febbricitante del bambino fino a che lo sforzo sembrò inutile; poi gli uomini tennero tra le braccia a turno il corpo semirigido, piangendo mentre lo cullavano.
Al momento della morte, si innalzò un grande lamento. La madre biologica del ragazzo, seduta sul pavimento accanto a lui, si sollevò sulle ginocchia come se fosse stata pugnalata, e si batté violentemente il pugno sul petto. La madre adottiva cominciò a gridare e si buttò a terra.
L’intera casa risuonava di pianti, «dal pianto sommesso a grida alte, rauche e strazianti, a elegie funebri intonate tra gemiti e senza interruzione per tutta la notte. Uomini e donne sembravano versare lacrime in egual misura» (gli ifaluk credono che chi non si fa un gran pianto per la morte di uno dei propri cari in seguito si ammala). L’antropologa Catherine Lutz trovò le pratiche «scioccanti»; come per molti giovani americani, il suo unico contatto con la morte era stato «il composto rituale di un funerale». [1]
Il secondo caso. Un pomeriggio, a Bali, la domestica dell’antropologa norvegese Unni Wikan, una giovane ragazza balinese, andò da lei per chiederle diversi giorni di ferie. Sorrideva e rideva. Alla richiesta del motivo, disse alla Wikan che voleva andare al funerale del suo ragazzo, in una zona distante dell’isola. La Wikan sospettò immediatamente una bugia: non poteva credere che questa ragazza allegra e briosa avesse appena subito una grave perdita. Diversi giorni dopo la ragazza tornò, ancor più allegra e vivace di prima. Certa che si fosse fatta una piacevole vacanza a sue spese, la Wikam pensò di licenziarla per aver mentito. Ma parlando con altri scoprì che la ragazza stava dicendo la verità: il suo ragazzo e promesso sposo, che aveva molto amato, era effettivamente morto di una malattia improvvisa. Col tempo la Wikan arrivò a capire che i balinesi credono che i sentimenti tristi siano dannosi alla salute di una persona. Se ti deprimi, e permetti a te stesso di essere in lutto, indebolisci la tua forza vitale, e cadi in preda a forze maligne. È meglio quindi reagire alla perdita distraendosi, concentrandosi su eventi felici, e comportandosi allegramente.
Il terzo caso. Tratta della stessa Nussbaum, che riflette delle sue stesse emozioni in occasione della morte della madre. Sostiene che il suo lutto non era plasmato solo dal legame con sua madre, ma anche dalle norme sul modo appropriato di piangere la morte di un genitore. Queste norme, come le sperimentava nelle sue inclinazioni, erano poco chiare e in qualche modo incoerenti, con una problematica giustapposizione di elementi «ifaluk» e «balinesi». I costumi americani consentono che si possa fare a volte «un gran pianto», ma esigono che si vada avanti col proprio lavoro, l’esercizio fisico, gli impegni con gli altri, senza fare troppo chiasso. Per rispetto nei confronti di sua madre e del suo lutto avrebbe voluto disdire una lezione che aveva preparato – per esprimere in qualche modo il fatto che non poteva una settimana dopo il funerale andare avanti come se tutto fosse a posto, come fosse il corrispettivo del vestire in nero. Ma presto gli amici insistettero che cancellare un importante appuntamento sarebbe stato negativo. Non si può mancare un impegno in quel modo, e sarebbe stato positivo per la sua salute psichica concentrarsi su qualcosa che poteva controllare, qualcosa in cui non fosse impotente. Questi consigli contraddittori le venivano anche dalla sua storia passata, e si chiedeva cosa sua madre avrebbe voluto (una lunga tristezza, o così sentiva), e cosa avrebbe detto suo padre (che una persona che abbia dignità tira avanti di fronte alla disgrazia, «con la testa insanguinata, ma non piegata»): tipici esempi delle comuni differenze di genere nelle reazioni degli americani agli eventi tristi. Quindi lei alternava momenti di pianto e momenti in cui lavorava per preparare la lezione. Col risultato che quando soffriva si sentiva in colpa perché non stava lavorando alla lezione, mentre quando lavorava alla lezione si sentiva in colpa perché non stava soffrendo. La notte prima della lezione i suoi ospiti volevano portarla a una cena di festeggiamento, ma qui Nussbaum pose un limite. Mangiare ad un grande banchetto celebrativo le sembrava irrispettoso, terribile. Alcuni dei suoi ospiti capirono questo sentimento, ma altri la trovarono strana. Mangiò in silenzio a casa di qualcuno, esigendo un cibo discreto, poco condito.
È evidente che il comportamento legato all’emozione differisce molto nei tre casi. In tutti tre i casi le persone in lutto avevano subito una grave perdita, che colpiva al cuore i loro fini e progetti. Ma le reazioni alla perdita assumono forme molto diverse, e non solo esteriormente. La madre ifaluk crede che si ammalerà se non si sofferma sul proprio dolore (un aspetto questo che noi potremmo definire come una necessità di elaborare il lutto). La domestica balinese crede invece che si ammalerà se indulge in pensieri tristi, e quindi cerca non solo di comportarsi allegramente, ma anche di distrarsi con pensieri piacevoli. Nussbaum invece sembra oscillare fra questi estremi.
Non solo gli individui, ma le società nel loro complesso, differiscono nelle loro credenze metafisiche, religiose o cosmologiche. La paura della morte, che è universale, in una forma o nell’altra, può essere potentemente plasmata dal modo in cui concepiamo la morte stessa, e dal fatto che crediamo o meno ad una vita dopo la morte. Anche se le persone che hanno una fiduciosa credenza della vita dopo la morte soffrono ancora dopo la morte dei loro cari, di solito soffrono in modo diverso e al loro dolore si accompagna la speranza. Non così presso gli ifaluk, per i quali ogni morte apre uno squarcio nel tessuto della comunità, mettendo a rischio la sua sicurezza. La teoria balinese della forza vitale e dei suoi nemici plasma il lutto nella società di Bali, insegnando alla gente a considerarlo una pericolosa minaccia per la salute. Come fa anche, in modi per qualche verso simili, la teoria americana (scaturita dal protestantesimo europeo) che si possono dominare tutte le circostanze attraverso il lavoro: l’essere in lutto viene percepito come un segno che non ci si sta sforzando a sufficienza, al punto che dovremmo persino sentirci in colpa se ci sentiamo in lutto. Un meccanismo che va di pari passo con lo sforzo di rimozione collettiva della morte – forse?

Il mio caso. Il mio caso è atipico, più che altro perché mio padre non è ancora effettivamente morto. Dal 24 di giugno è ricoverato nel reparto di nefrologia a seguito di una consistente emorragia; quindi oggi è il ventesimo giorno di giorni e giorni intercalati da almeno altri tre episodi di seria crisi, durante i quali ogniqualvolta i medici ci dicevano che era attaccato a un filo. Un filo bello robusto, evidentemente, se oggi siamo al ventesimo giorno e lui non si è ancora staccato, come a un filo dell’uomo ragno. Ed è da venti giorni che anch’io sono quasi sempre lì, all’inizio in modo caotico, in seguito è diventata una routine, come un lavoro. Ci diamo il cambio io e mia madre, per lo più, ma non solo, e una persona che sta lì durante la notte, tranne le notti più critiche. Così arrivo in reparto alla mattina alle otto e stacco quando arriva mia madre alle dieci e mezza-undici; quindi do il cambio a mia madre alle quattordici circa e torno a casa alle diciotto-e-trenta-diciannove, sempre circa, tranne i pomeriggi in cui va in dialisi. Ma anche quando sono a casa, porto con me il sentimento legato a questo stato di cose. Che lo creda o meno, mi accorgo che mi è impossibile fare come se nulla fosse. Non cerco di distrarmi né mi sforzo di essere allegra, ma neppure sono disperata o abbattuta. Faccio quello che devo fare cercando di assisterlo con la serenità di cui sono capace, semplicemente lo accompagno giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno. Ogni mattina gli dico che giorno è, e che tempo fa fuori di lì, gli apro la finestra e insieme guardiamo il cielo per un po’. Qualche mattina gli porto una rosa rosa del mio giardino. Oggi è il 14 di luglio, anniversario della presa della Bastiglia; purtroppo il suo vicino di letto questa notte è morto, questa mattina il suo letto era vuoto. E non è difficile immaginare che il reparto è affollato di casi critici, anche se non tutti sono in fin di vita.
L’11 luglio invece ha compiuto 87 anni, e lui non credeva di riuscire ad arrivarci. Ogni giorno c’è qualcosa da ricordare; e da che ricordo, forse non ho mai passato tanto tempo con mio padre, non c’è mai stata tanta vicinanza come ora. Le cose che accadono in queste circostanze sono al di là del senso comune; non basta immaginarsele, bisogna viverle, «si può prevedere ciò che accadrà, però viverlo impegna la carne e l’anima, è altra cosa».
Ogni giorno è solo apparentemente uno uguale all’altro. Come quando, ad esempio, come per magia si riprendeva. Una magia medica e chimica, per lo più, e una ripresa artificiosa. Una mattina di uno quei fatidici giorni dopo mi chiese espressamente «cosa dobbiamo fare per lasciarmi morire», aggiungendo che «soffro tanto ma non guadagno niente». E lì ero proprio furiosa, perché capivo che non c’era via d’uscita, perché i medici avrebbero continuato a fare tutto quanto era in loro potere per tenerlo in vita – una vita che però non era più vita. Per quanto talvolta possa realizzare veri e propri miracoli, non si può immaginare, finché non ci si è dentro, la capacità della scienza medica di procrastinare un’agonia. Nello stesso tempo mi chiedevo quante risorse si debbano utilizzare per realizzare questa sorta di magie, risorse che di sicuro poi mancheranno su qualche altro fronte, riflettevo. Trovavo assurdo e irrazionale tutto ciò. Ma oltre a riconoscere che posso fare ben poco per cambiare lo stato delle cose, ora mi sembra che questi giorni regalati in più, che ha, e che abbiamo, possano e debbano essere vissuti al meglio. Se mi chiedo «quando succederà», e a volte mi sembra di prevedere un tempo interminabile come uno stillicidio, mi rispondo che potrà succedere in un qualsiasi momento del tutto casuale. E in fondo io non ho granché da fare, tranne che assisterlo ed aspettare con lui. Insieme stiamo già elaborando il lutto, prima ancora che lui muoia. È un fatto. Soltanto vorrei sperare che questo tempo gli sia utile per fare in modo che possa giungervi sereno, anche se le complicazioni che via via si aggiungono non credo gli saranno di grande aiuto, in tal senso.
Ci son stati anche giorni in cui sprofondava in uno stato di irrealtà, come in sogno, o di regressione ad una sorta di stato infantile pre-cosciente. Diceva di vedere le formiche camminare sui muri, o diceva cose strane, come «sono stato tanto ad aspettare l’ascensore, ma non è arrivato», ripeteva accorato. Ma soprattutto aveva paura di cadere. Allora gli rispondevo di non aver paura, che l’avrei tenuto io. Il fatto di possedere un io, mi sembrava allora un’ottima cosa. Sapevo che era una bugia, o quasi; sapevo bene di non poterlo tenere più di tanto, né io né altri, e che anche la tecnica medica ad un certo punto si sarebbe arresa. Glielo dicevo per dirgli qualcosa, come altre cose, e non era sempre la cosa giusta, ma stavo ore tenendogli la mano. Avevo letto da poco un testo sulla psicologia dell’infante, e insomma sembra che i bambini molto piccoli provino una simile sensazione di caduta infinita, quando non sono tenuti in braccio con la sicurezza che si conviene, se c’è qualche esitazione. Non potevo non notare l’analogia. Sembra che la morte e la vita abbiano porte strette, come vasi comunicanti. Ed entrambi questi eventi sono circondati da un alone di sacralità che può essere sentito soltanto da chi vi è immerso e da chi è e vi è vicino. Come una cartina al tornasole riesce ad indicare senza ombra di dubbio ciò che è acido o basico, ciò che è sacro o profano, e non sbaglia, mi spiace. Ma come dicevo, è raro che possa essere compreso e sentito da chi ne è al di fuori. Non so quale grado di empatia sia necessario.

Mi sembra che la maggior parte delle persone in un modo o nell’altro tenti di difendersi, di non essere coinvolta affatto e per nessuna ragione. In fondo tutta la faccenda è relegata negli ospedali, e se se ne può fare a meno ci si passa accanto abbastanza incuranti, anche se c’è un esercito di altre persone che vi lavora ogni giorno.  E la maggior parte non ha nemmeno tutti i torti, poiché nessuno può vivere la vita di un altro, e per ognuno verrà il suo tempo. E del resto è una consuetudine abbastanza comune quella di toccare ferro, o i coglioni, in prossimità della morte. Ma qui si toccano i picchi del sublime – cosa ci si può fare?
C’è sempre di peggio: si dice che a volte sorga il bisogno prendersela con qualcuno, dopo che si è scoperto che non si è protetti contro la morte, benché sia un fatto inevitabile che fa parte della vita. Devo dire che questo a mio padre non è successo, e se sì, è stato solo qualche accenno appena abbozzato durante lo stato di semi-incoscienza; e quando poi riprendeva coscienza c’erano territori enormi di cui non aveva più memoria. Mi pare di aver letto che in prossimità della morte si attraversino alcune fasi: ora non ricordo benissimo, ma fra le fasi iniziali compare di certo la rabbia, poi la frustrazione, l’accettazione e infine l’abbandono. Se è così, è facile che in qualche modo io stia attraversando le stesse emozioni insieme a lui.
Per il resto, dal momento in cui si è stabilizzato, la routine consiste nel dargli da mangiare il poco che riesce a deglutire, controllare le flebo, coprirlo quando sente freddo, scoprirlo quando ha caldo; uscire in corridoio quando le infermiere vengono a lavarlo e a cambiare le lenzuola; rientrare e uscire di nuovo quando viene il medico. Dopo la colazione gli tolgo la dentiera superiore e gliela lavo; gli lavo anche i denti di sotto e gli rimetto la dentiera. Lo pettino. Eccetera. Capitano anche vicende curiose. Questa mattina, dopo avergli fatto fare un po’ di ginnastica alle gambe, mentre gli mettevo la crema sulla pelle fragile e secca, ho sentito qualcuno che passava in corridoio dire «…e dopo gli farà prendere il sole» e qualcun altro ridere della battuta. Sono contenta di non aver visto chi abbia pronunciato la battuta, e chi ne abbia riso, fra gli assistenti e gli infermieri, che tra l’altro di solito sono sempre premurosi e gentili; e ne sono contenta perché non vorrei guardare qualcuno di loro in modo diverso, d’ora in poi; poiché non vorrei nemmeno trovarmi nella situazione di provare la sensazione della scoperta del peccato originale da parte di chi sembra non si sia mai sporcato in vita sua. Come se io lo fossi, perfetta. No. È fuor di questione. Ma resta comunque una sciocchezza, che poteva essere evitata.
Sì, lo ammetto, in questa circostanza sono diventata particolarmente seriosa, e ho davvero poca voglia di scherzare. È un mio limite, di adesso, e in seguito forse passerà. Per ora me lo spiego dicendomi che la vicinanza con la malattia e il dolore mette le cose in una diversa prospettiva, e non me ne dispiaccio nemmeno: trovo che un po’ ovunque ci sia fin troppa leggerezza insulsa che non porta a nulla di buono; una leggerezza sciocca e superficiale che non riesce a vedere o prevedere al di là del proprio naso. Solo dopo, a disastri avvenuti, ce ne accorgiamo.
Comunque sia, talvolta dormiva anche per ore, e per non sprecare il tempo prezioso mi sono riletta prima Il sistema periodico, di Primo Levi, poi La realtà non è come ci appare, di Carlo Rovelli, per passare infine a Zio Tungsteno di Oliver Sacks. Letture scientifiche, come si può notare, che mi offrono qualche attimo di distanza. Quest’ultimo di Oliver, che sto ancora leggendo, è stata una gradevole scoperta. Sono stata catapultata nel mondo dell’infanzia di Oliver, in un mondo abbastanza aristocratico, benestante e di alto livello d’istruzione, si deve dire, nel quale ha potuto fin da piccolo studiare e approfondire la sua passione scientifica, ed altre cose di notevole spessore, senza sprecare troppo tempo in attività futili, come spesso si è costretti a fare, per consuetudine e forza di cose; o perché attorno non c’è di meglio e non si hanno avute le stesse buone opportunità. 
Tornando all’argomento di cui sopra, trovo difficile riconoscermi in un modello di comportamento fra quelli descritti da Nussbaum. Di certo non esterno il dolore in modo plateale, anche perché in effetti non provo un gran dolore quanto una profonda tristezza, ma neppure mi sforzo di essere allegra; come nemmeno m’impongo di dominare le circostanze. Più che altro al momento mi sembra di navigare a vista, né più né meno. Talvolta c’è bonaccia, altre volte un vento impetuoso; e, se come dice mio padre «bisogna prendere quel che c’è», questo faccio. Ciò che posso. Nonostante tutto ho una certa nostalgia di quando ci si poteva almeno permettere di vestirsi di nero per manifestare di essere in lutto, così che gli altri riconoscessero il tuo diritto, anche di soffrire o di essere triste, a lungo, se necessario. Mentre questa è un’epoca in cui l’efficientismo e il giovanilismo sembra la regola indiscussa, e in cui di deve lavorare anche la domenica, e con un bel sorriso. Che poi non è nemmeno del tutto vero, perché più del nero, in questi giorni d’estate, come non preferire il turchese? Se possibile.

*

turquoise

*

 

[1] Lutz, Unnatural Emotion, cit., pp. 125-127. Gli ifaluk sono un popolo eschimese che rifugge la rabbia e l’aggressività.

 

 ***
(Post scriptum. Stavo terminando di scrivere il presente post tre giorni fa, quando mi è giunta la notizia della strage di Nizza, seguita a ruota alla tragedia di Corato, e il mio piccolo lutto personale si è rappreso in questo immenso lutto collettivo, lasciandomi come pietrificata, a lungo, senza parole. Per lo meno è chiaro che se alcune morti ci appaiono più insensate e scandalose di altre, è perché la modalità in cui la morte accade non è un aspetto irrilevante.) 

 

Galleria | Questa voce è stata pubblicata in abbandono, dolore, malattia, morte e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a tre casi più uno

  1. Mauro Poggi ha detto:

    Grazie Roz. Anche a me succede già da mesi di vivere la dolenza di un lutto incombente, e leggendo la tua riflessione mi sono reso conto che in tutto questo tempo ho eluso la mia afflizione, rifiutando più o meno consapevolmente di confrontarmici. Per questo avrò tempo dopo, immagino: al di là dei condizionamenti culturali, ognuno ha proprie strategie per non soccombere alle sofferenze che la vita ci infligge. Abbraccia tuo padre anche per me.

    Mi piace

  2. rozmila ha detto:

    sì, certo, Mauro, grazie. Forza e coraggio anche a te.

    Liked by 1 persona

avete pensieri da condividere?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...