elogio del discontinuo

 

wittgenstein

 

Il secondo Wittgenstein
Dopo essere stato maestro di scuola, giardiniere, architetto, Wittgenstein ritorna alla filosofia, e prende ad insegnare a Cambridge. Ma non si tratta di un vero e proprio «ritorno», perché la seconda fase del lavoro wittgensteiniano è profondamente diversa dalla prima. Muta in parte lo «stile» di scrittura [eccetera eccetera], e il modo di concepire il linguaggio e l’analisi, ma mutano anche il significato e il valore della filosofia, secondo Wittgenstein.
La prima traccia di questo mutamento si trova nel famoso Big Typescript, un dattiloscritto di quasi mille pagine che W. dettò nell’estate del 1932, e che in parte fu pubblicato nel 1969, con il titolo Grammatica Filosofica. Tra le parti espunte, si trova un capitolo, il 12, dal titolo Filosofia, in cui Wittgenstein espone la sua nuova visione della prassi filosofica.
Qui di seguito alcuni passi dall’edizione curata nel 1996 da Marilena Andronico, direttamente dal microfilm del dattiloscritto, in particolare quelli in cui Wittgenstein illustra il metodo da lui escogitato (una filosofia discontinua, che opera per esempi, non con teorie uniche, globali, che pretendono una assoluta continuità) e ne sottolinea l’importanza terapeutica: è un metodo per cui, scrive, «si può smettere di pensare», non si è ossessionati dallo svolgersi ininterrotto del pensiero.
I passi successivi, che esprimono più compiutamente le nuove idee di W., sono estratti dalle
Ricerche filosofiche, iniziate nel 1941, completate nel 1949, e pubblicate due anni dopo la morte dell’autore, nel 1953. 

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Elogio del discontinuo

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La vera scoperta è quella che mi rende capace di smettere di filosofare quando voglio.
Quella che acquieta la filosofia, così che essa non è //viene// più tormentata da domande che mettono in questione la filosofia stessa. Invece, adesso si indica un metodo mediante esempi, e la serie di questi esempi si può interrompere //può essere interrotta//.
Ma sarebbe più giusto dire: vengono risolti problemi (eliminare inquietudini //difficoltà//), non un problema.

L’inquietudine della filosofia deriva dal fatto che i filosofi considerano in modo sbagliato la filosofia; infatti la vedono, per così dire, scomposta in strisce verticali (infinite), anziché in strisce orizzontali (finite). Questo stravolgimento della concezione è causa delle più grandi difficoltà. Essi vogliono, per così dire, comprendere le strisce infinite e si lamentano del fatto che non è possibile farlo //fare questo// un pezzo alla volta. Ovviamente non lo è, se con «un pezzo» s’intende una striscia verticale infinita. Lo è, invece, se si vede come pezzo //pezzo intero, definitivo// una striscia orizzontale. – Ma allora con il nostro lavoro non arriviamo mai alla fine! Naturalmente //certo che // no, perché non ha fine.

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(L. Wittgenstein, Filosofia, a cura di M. Andronico, Donzelli, Roma 1996, pp. 75-77)


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Wittgenstein e la filosofia

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La filosofia non può in alcun modo intaccare il reale // effettivo // uso del linguaggio // … non può intaccare ciò che realmente viene detto //; può, in fin dei conti, soltanto descriverlo.
Dunque non può nemmeno fondarlo.
Essa lascia tutto com’è.
[…]
Una similitudine fa parte del nostro edificio; ma neanche da essa possiamo trarre alcuna conclusione; essa non ci porta al di là di se stessa, ma deve rimanere una similitudine. Da essa non possiamo trarre alcuna conclusione. Così, quando confrontiamo la proposizione con un’immagine (dove naturalmente ciò che intendiamo con «immagine» deve già prima //in precedenza// essere determinato in noi), […]
La filosofia si limita a mettere tutto lì davanti e non spiega né deduce nulla.
Poiché tutto è lì in vista, non c’è nulla da spiegare. Perché ciò che, per così dire, non è lì in vista, non ci interessa. // …, per ciò che, per così dire, è nascosto…/

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(L. Wittgenstein, Filosofia, cit., pp. 37-39)

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Critica del Tractatus

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114. Tractatus logico-philpsophicus, 4-5 «La forma generale della proposizione è: È così e così». – Questo è il tipo di proposizione che uno ripete a se stesso innumerevoli volte. Si crede di star continuamente seguendo la natura, ma in realtà non si seguono che i contorni della forma attraverso cui la guardiamo.

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115. Un’immagine ci teneva prigionieri. E non potevamo venirne fuori, perché giaceva nel nostro linguaggio, e questo sembrava ripetercela inesorabilmente.

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116. Quando i filosofi usano una parola – «sapere», «essere», «oggetto», «io», «proposizione», «nome» – e tentano di cogliere l’essenza della cosa, ci si deve sempre chiedere: Questa parola viene mai effettivamente usata così nel linguaggio, nel quale ha la sua patria? Noi riportiamo le parole, dal loro impiego metafisico, indietro al loro impiego quotidiano.

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(L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, 1953, tri t. di R. Piovesan e M. Trinchero, a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1983/3, pp. 66-67)

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I compiti e i metodi della filosofia

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118. Da che cosa acquista importanza la nostra indagine, dal momento che sembra soltanto distruggere tutto ciò che è interessante, cioè grande ed importante? (Sembra distruggere, per così dire, tutti gli edifici, lasciandosi dietro soltanto rottami e calcinacci). Ma quelli che distruggiamo sono soltanto edifici di cartapesta, e distruggendoli sgombriamo il terreno del linguaggio sul quale essi sorgevano.

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119. I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.

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123. Un problema filosofico ha la forma: «Non mi ci raccapezzo».

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125. […] il fatto fondamentale, qui, è che noi fissiamo certe regole, una tecnica per un giuoco, e poi, quando seguiamo regole, le cose non vanno come avevamo supposto. Che dunque ci impigliamo, per così dire, nelle nostre stesse regole.
Questo impigliarsi nelle nostre regole è appunto ciò che vogliamo comprendere, cioè, ciò di cui vogliamo ottenere una visione chiara. Esso getta una luce sul nostro concetto di intendere. Infatti, in quei casi, le cose vanno diversamente da come avevamo inteso, previsto. Quando, ad esempio, compare una contraddizione, diciamo appunto «Io non l’ho intesa così».
Lo stato civile della contraddizione, o il suo stato nel mondo civile: questo è il problema filosofico.

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126. La filosofia si limita, appunto, a metterci tutto davanti, e non spiega e deduce nulla. – Poiché tutto è lì, in mostra, non c’è neanche nulla da spiegare. Ciò che è nascosto non ci interessa.
«Filosofia» potrebbe anche chiamarsi tutto ciò che è possibile prima di ogni nuova scoperta e invenzione. […]

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123. […] La vera scoperta è quella che mi rende capace di smettere di filosofare quando voglio – Quella che mette a riposo la filosofia, così che essa non è più tormentata da questioni che mettono in questione la filosofia stessa. – Invece si indica un metodo dando esempi; e la serie di esempi si può interrompere. – Vengono risolti problemi (eliminate difficoltà), non un problema.
Non c’è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così dire, differenti terapie.

(L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., pp. 68-71)

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emergentismo - l'intero è più della somma delle parti

 

 

Liberamente tratto da: Franca D’Agostini, Filosofia analitica. Analizzare, tradurre, interpretare, Paravia, Torino 1997, pp. 96-104

 

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(Ops! le stelline, che forse vedete e forse no, non hanno uno scopo estetico ma funzionale – servono ad evitare che si agglutini tutto quanto, senza spazio vuoto fra un pezzo e l’altro.) 🙂

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