ohibò

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Vi dirò che ieri, tra le altre cose, dopo aver accompagnato  fuori tutte le cimici che sono sopravvissute al gelo dell’inverno e che si erano infilate in casa appena ho spalancato le finestre al primo giorno di sole, sono andata in biblio a ritirare i libri che avevo prenotato; e che dopo aver fatto tutto quello che dovevo fare, canticchiando fra me e me sono tornata indietro come al solito. Avevo nella borsa tre libri, uno dei quali davvero mastodontico, che a spanne so già che non leggerò – che anzi l’ho saputo appena l’ho visto, ma del resto l’avevo prenotato e non era carino non portarlo a farsi un giro. E quanto pesava, buon dio. Fatto sta che entro in casa, e sbam, mi libero di quel peso sulle spalle, che veramente era su una spalla sola, la sinistra. Mai tener pesi su una spalla sola, lo dico sempre, bisogna bilanciare; ma poi nella fretta faccio esattamente il contrario di quel che dico che bisogna fare. Dunque, casca la borsa (ma perché non dire “crolla”, visto che ci siamo?) e il contenuto si rovescia un po’. Raccogliendo gli oggetti sparsi alla fine m’è rimasto in mano il più piccolo: Filosofia analitica, di Franca D’Agostini. Analizzare, tradurre, interpretare (il sottotitolo), e non è che andassi in brodo di giuggiole per questo titolo. Eppure, appena l’ho aperto – cosa che facciamo noi comuni mortali, quando apriamo un libro a caso, più o meno come quando apriamo la scatola dei cioccolatini – apriti cielo!  La prima frase mi ha investito come un treno a sessanta miglia all’ora. Anche se non è la similitudine corretta, che se t’investe un treno non è la stessa cosa, ma insomma, wow, aveva  il sapore di una folgorazione, anche se fatta soltanto di parole.
La vera scoperta è quella che mi rende capace di smettere di filosofare quando voglio, diceva. (Wittgenstein)
Non è sempre chiaro cosa si debba intendere per “filosofare” o se c’è un unico modo – e ripensandoci adesso, è anche vero che sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda; ma in quel momento, quello “smettere quando voglio” si colorava di una  tonalità liberatoria che, volendo,  poteva essere applicata a qualsiasi cosa.
Nella fattispecie, chi non ha sperimentato la sensazione di essere, ad esempio, troppo pieno, stipato fino all’orlo di parole e pensieri; opinioni che riempiono l’etere e pensieri che si accavallano l’un sull’altro, al punto di perdere il senso: se sia ancora possibile che qualcosa sia vero?
Attenzione, perché anche se tutto è vero, allora nulla è vero; così come se tutto è falso, allora nulla è falso – e quindi tutto è vero /che però è falso.
“Filosofare” di certo ha una qualche attinenza con lo stabilire cosa sia vero o falso; anche se non tutte le questioni sono così semplici come decidere, ad esempio, se c’è un foglio e se questo foglio è bianco, o se è nero. Che se fosse grigio la controversia sarebbe già più complicata, seppur più creativa, considerate le possibili gradazioni .
Comunque sia, ammetto che nel mio piccolo ho anch’io qualche problemino quando i pensieri, che nella maggior parte dei casi son fatti di parole e proposizioni che affermano se stesse ininterrottamente, mi tormentano. E anche quando non mi tormentano più di tanto, col tempo ho escogitato dei trucchi per interrompere il loro flusso continuo.
Vari metodi, non uno solo. Più che altro adotto un metodo o un altro a seconda delle stagioni, o dei periodi della vita. Nei vari casi, trattasi di una sorta di sospensione del pensiero, attuato in varie forme. Tra gli altri potremmo annoverare il canto, o la musica, persino la preghiera [ma siccome la gente (me compresa) farebbe qualsiasi cosa pur di non pensare, oserei direi che per certi aspetti e in certi tratti dell’esistente è diventato proprio  il “lavoro” il narcotico più pervasivo]. Detto questo, certamente una cosa è un trucco, ossia una strategia in qualche modo protettiva, un po’ come un sonno ristoratore che ti permette poi di sopportare la veglia. Altra cosa, invece, è “essere capaci” di farlo quando lo si vuole. C’è una bella differenza. Tra le altre cose, significa anche che puoi  riprendere o ricominciare quando vuoi.
Tornando al mio piccolo, durante l’inverno, ad esempio, adoro sferruzzare; e in quest’ultimo ancora in corso (che finalmente mi fanno meno male le mani e ho imparato sferruzzare anche coi ferri tondi) ho scoperto che è un buon metodo per mandare in vacanza i pensieri. Solo dopo che mi son ben riposata, posso rimettermi a  leggere le cose pesanti – indigeste, dirà qualcuno – che piacciono a me; e dopo ancora posso spegnere la luce ed addormentarmi, e qualche volta sognare. Qualche volta sogni buoni, altre un po’ meno, ma adoro anche sognare.
Non è faccenda nuova né originale. “Pensare” non è di per sé un evento pacifico e sereno, che ci conduce senza dubbi e perplessità da A a B. Senza contare che nel mentre non di rado corriamo il rischio di identificarci coi in nostri stessi pensieri, come se fossero davvero “nostri”, ahimé, quando a volte non son che mostri.  Tutto ciò ha un sapore antico, l’antico cogito ergo sum, forse più stantio che antico; ma non c’è dubbio che ha sempre molta presa. A quello, si potrebbero contrapporre delle alternative: ad esempio non di rado io preferisco di gran lunga un modesto “respiro, dunque sono”; oppure, qualche giorno fa una mia amica ha avanzato un più affettuoso nonché meraviglioso “amo, dunque sono” . Certo, un bel salto!
Per lo più, uno dei trucchi preferiti è quello di mettermi un po’ in disparte e lasciarli scorrere, i pensieri. Un po’ come sedersi davanti ad un fiume ad aspettare, senza fretta. Avete presente l’adagio: “Raccogli le tue cose, vai sulla riva del fiume, siediti e aspetta. Un giorno vedrai il cadavere del tuo nemico passarti davanti”. Bene, la vera sorpresa è che a volte il nemico che vediamo passar lì davanti siamo proprio noi stessi. Statene certi, prima o poi arriva; e se non è ancora arrivato, basta pazientare, aspettare ancora un po’. Nel frattempo vedrete passare altri cadaveri, e non saranno neppure nemici.
Non nego che col tempo sono giunta a considerare l’attività dell’intelletto come un’attività mortifera, piuttosto contraria alla vita. Un’attività che siamo costretti, sì, necessariamente ad utilizzare, e difatti non potremmo farne a meno, anche soltanto per andare a far la spesa. Ciò non toglie che, soprattutto a certi (o incerti) livelli sia una sorta di veleno da sorbire a piccole dosi e nelle opportune proporzioni.
“Respira, respira, respira”, diceva il mio insegnante di yoga, mentre io trattenevo il respiro.
Un altro trucco molto efficace è quello di sorbire il veleno direttamente col suo antidoto. Cosa significa questo? Significa bilanciare. Significa tener presente che in pratica accade davvero raramente (ossia mai) che una cosa sia del tutto bianca o del tutto nera. Significa che sia il bianco assoluto che il nero assoluto sono proprietà ideali che stanno soltanto nella nostra testa e che non trovano riscontro nella realtà. E che quindi molto spesso  le nostre affermazioni descrivono la realtà soltanto “come se”, ovvero approssimativamente.
D’altro canto ciò non significa che la “realtà” non esista e che non possa investirci come un treno a sessanta miglia all’ora. Eccome no! Se dico “ho fame”, ho davvero pochi dubbi su questo, e anche se un altro non può sentire i morsi della “mia” fame, potrebbe farmi il favore di farmi credito – ossia di ammettere che sto affermando il vero. Idem se qualcuno dice  “non arrivo alla fine del mese”, non si può ribattere che è solo un’idea, quando è un dato di fatto.
È chiaro che se i problemi sono di quest’ultimo tipo, occorrono altri antidoti, rimedi che non possono aver luogo nel chiuso del pensiero. L’intelletto può, non solo analizzare, valutare, soppesare,  non solo la realtà che percepisce, in sé: può confrontarla con ciò che ne pensano gli altri.
Però è come se il mio cervello, come il letto di un fiume fiume,  avesse una certa inclinazione, qui e là qualche avvallamento, un’ansa e qualche una piccola gobba. Il mio modo di pensare, come il letto del fiume, c’è, come ci sono io stesso; come c’è la mia intuizione del mondo. L’intuizione, intesa in questo senso, è vicina al sentimento; e una concezione del mondo come intuizione potrebbe avere il senso di un modo di sentire il mondo, di un sentimento della vita.
Perciò, quando dico “io non la penso così”, ciò può significare “su questo punto non sono della tua opinione”. Ma il senso potrebbe essere più ampio e differente. Forse può voler dire: “una simile opinione è esclusa dal mio modo di pensare”, se non persino dal mio modo di sentire. Difatti, possiamo sì, restare indifferenti di fronte allo scorrere dei pensieri, ma di certo non indifferenti alle pietre che ci scorticano il culo.
Se non altro, vediamo allora che, se nemmeno il pensiero è un’attività gratuita che si svolge e avvolge in sé per mero divertimento autocompiacente, dovrà pur condurci da qualche parte. Ad esempio ci porterà a prendere posizione, e a prendere una o qualche decisione.

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Vi dirò che la mattina seguente mi sono poi svegliata che avevo ancora quel duro del mio insegnante di yoga sulla schiena – era un sogno, ovviamente, e benché nel sogno fosse invecchiato mica male, continuava a ripetermi “respira, respira – ma sempre ripensando a quella frase: Essere capaci di smettere di fare //qualsiasi cosa// quando lo vogliamo.
Mettete quello che volete, tra gli slash, e fate una prova. Ad esempio, io metterei, “essere capaci di smettere di //lavorare// quando lo vogliamo”.
Che difatti è da un po’ che mi stuzzica questo pensiero //desiderio//. (Cerco di mandarlo via, non farci caso, ma lui ritorna ancora e ancora, come il fantasma formaggino con un buco nel pancino)
Ordunque: smettere tutti di lavorare e andare tutti a sederci in piazza, e vedere l’effetto che fa.
A questo punto il punto non è più cosa possiamo fare, ma cosa dovremmo smettere di fare. E mi sorprende molto di più che non lo abbiamo ancora fatto – di andare a sederci in piazza, seduti, pacifici, a non fare più un tubazzo – che il contrario.
Superfluo osservare che anche “smettere di fare” è un fare, ma d’altro tipo. Ossia, non un semplice “fare” (che scorre come d’abitudine nei consueti solchi ), ma un agire.
Non so se avete presente la differenza fra fare e agire. Sembrano sinonimi, ed è vero: sembrano!
E bisognerà provarci davvero, prima che sia troppo tardi. O no?
Oppure smettere di lamentarci delle pietre ruvide sulle quali stiamo seduti – ohibò.

 

 

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Una risposta a ohibò

  1. Francesco ha detto:

    Bellissimo!
    Grazie ancora una volta.. 🙂

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