inevitabile verità

Una sorta di raccontino-riflessione noiosissimo (lo dico subito) che non so come introdurre.  Per rimediare ho trovato  questa bella foto, che spero ci consoli un po’. 

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§

Era una sera di qualche anno fa.  Io e una mia amica eravamo in auto, la sua, e stava guidando lei. Ad un certo punto un’altra auto ci supera con un sorpasso azzardato, strombazzando furiosa poco prima della curva. Velocissima, era ormai lontana ma ancora in vista, la vediamo ribaltarsi due o tre volte e andare a scaraventarsi contro un muro di cinta buttandolo giù. Lei rallenta e mentre ci avvicinavamo il ragazzo che la guidava era già saltato fuori, in piedi, apparentemente incolume; nel frattempo  altre auto si erano fermate e alcune persone erano già accanto a lui.

Stavamo andando al corso di pittura ed eravamo lievemente in ritardo. Probabilmente alla mia amica non è passato per l’anticamera del cervello di fermarsi, benché fosse un medico – bada bene. Stupita le ho chiesto, Non ti fermi? Ora non ricordo la sua risposta.

Siamo filate via: qualche istante e il fatto appena accaduto era già alle nostre spalle. Forse abbiamo commentato che, ad esempio, sarebbe bastato essere state qualche metro più in là per essere coinvolte nell’incidente, e che, invece, un po’ per caso un po’ per scelta, andavamo più lentamente. Ma si sa che a volte è soltanto la fatidica manciata di secondi o anche meno, a fare la differenza.

Anche il tempo di prendere una decisione, ad esempio se fermarsi o no, è pressoché istantaneo. Non ci puoi stare a pensare  a lungo: o ti fermi o no. E se non ti fermi subito, sei già lontano. Ma è vero che puoi cambiare idea e puoi anche tornare indietro.

Ebbene, la mia amica non ha cambiato idea: giusto o sbagliato che fosse è andata avanti.

Quindi ovviamente per lei era giusto così.  Se cerco di mettermi nei suoi panni adesso, immagino che abbia valutato immediatamente la situazione e fatto i suoi conti: non ho provocato l’incidente e neppure sono stata coinvolta; ho visto il ragazzo uscire apparentemente incolume dall’auto, dritto sui suoi piedi; altre auto si sono già fermate e delle persone stanno già parlando col ragazzo. Conclusione: non è necessario che mi fermi anch’io, o non servirebbe a niente, tranne a coinvolgermi in una situazione nella quale preferisco non essere coinvolta.

Fosse stato questo il suo pre-ragionamento, non farebbe una piega. Ma ovviamente io non lo so, perciò è e resta soltanto una congettura. Col senno di poi si possono fare tutte le congetture che vogliamo. O che desideriamo, o preferiamo, o fanno comodo.

Il fatto, incontrovertibile, è:  è successo un incidente; abbiamo assistito alla scena; ce ne siamo andate.

Mentre ce ne andavamo abbiamo continuato a parlare di quel fatto. E mentre ne parlavamo io ho detto, Quell’auto, ovvero la Ypsilon. Mentre lei diceva, Quell’auto ossia la Punto.

A prima vista può sembrare un particolare insignificante. In fondo, che importanza ha, o avrebbe avuto, se l’auto fosse stata una Ypsilon o una Punto? In un caso o nell’altro era pur sempre un’utilitaria che era andata a schiantarsi contro un muro – e su questo eravamo d’accordo entrambe.

Si sa che la “Ypsilon” o la “Punto”, sono solo dei nomi che per convenzione attribuiamo ad un modello di utilitaria o l’altro, che però, per quanto simili, non sono la stessa cosa. (Quando d’altra parte è vero anche che Ypsilon è  la 20° lettera dell’alfabeto greco, e il “punto”, mmm… questo è più complicato).

Dunque restava il contrasto, ed era un contrasto che si acuiva nel mentre continuavamo a sostenere ognuna la propria versione.

Certo, ripensandoci adesso, forse avrei dovuto mostrarmi più risoluta su altri particolari, ad esempio insistere perché si fermasse almeno un attimo, se davvero io pensavo che sarebbe stato più giusto fermarsi; anche se la mia condizione di passeggero mi relegava in una posizione, per così dire, passiva. Non guidavo io, quindi ero soltanto “trasportata”; se fossi stata io al posto di guida, non posso affermarlo con assoluta certezza ma, molto probabilmente mi sarei fermata. Ma così non è stato. Vero è che non ho nemmeno insistito: ho accettato passivamente la decisione della mia amica, e via.

Però quando lei continuava a sostenere che era una “Punto”, la cosa mi irritava parecchio, perché ero sicura che invece fosse una Ypsilon. Idem, era irritata lei, convintissima dal canto suo che fosse una “Punto”.

Il fatto, anche se non incontrovertibile, è che fra di noi, ossia fra me e lei, lei è sempre stata quella che, come si dice, ha sempre assunto il ruolo o la parte dominante.  Non so perché, è stato così fin da quando ci siamo conosciute alle superiori; e io glielo lasciavo fare, anche perché non ci sono mai stati seri motivi di contrasto. E poi a lei piaceva così e a me non disturbava nemmeno più di tanto. O forse capivo che ne aveva bisogno. Come del resto lei capiva che avevo bisogno che qualcuno mi ascoltasse, e lei era capace di farlo.  Sono quel genere di piccole simbiosi che si instaurano fra le persone che hanno bisogno l’una dell’altra. E chi non ha bisogno, di quando in quando, di un vicendevole sostegno? Forse non saremmo nemmeno umani se non riuscissimo a riceverlo, e a darlo.

Ma credo proprio che in quel momento avessi come la sensazione di essermi imbattuta in un aspetto di lei che non avevo previsto. Una sorta di testardaggine che, beninteso, si specchiava nella mia. E, bada bene, su una questione altamente insignificante. Si fa per dire.

Il nocciolo duro della questione riguardava ciò che è vero o falso. Perché qui non era più in questione ciò che è vero “per me” o “per te”, ma ciò che è oggettivamente vero o falso a livello molto elementare e basilare; ciò che è vero “per noi”, e che in questo caso non poteva essere sia l’una cosa che l’altra nello stesso tempo. Certo, avremmo potuto tornare indietro per accertarcene. Chiaramente non l’abbiamo fatto e abbiamo smesso di parlarne, un po’ seccate entrambe.

La mattina seguente, squilla il telefono ed era lei. Mi sono molto stupita che mi telefonasse, soprattutto a quell’ora del mattino. Sono le otto su per giù e mi dice, Avevi ragione, l’auto era una Ypsilon. Mio fratello è passato appena dopo e si è fermato, e ieri sera quando sono tornata a casa mi ha confermato che era una Ypsilon, come dicevi tu.

Insomma, era bastato che un’altra persona (non tre, nove o diciotto) confermasse la mia versione. Ne è bastata una, ma forse soltanto perché era un problema semplice da risolvere ed accertare.  Non sempre è così facile, soprattutto quando i “veri”  problemi non sono per niente semplici né oggettivi, o rispetto ai quali non possiamo che avere una più o meno limpida opinione.

Chiaramente non m’importava affatto di aver “ragione”, ma quello che mi stava dicendo mi liberava da un peso. E forse ancor più la sua premura nel comunicarmelo. Questo significava che aveva a cuore quanto me che il vero per quanto piccolo restasse vero. E non vero o falso o chissà, o così o cosà, o boh.

Diversamente sarebbe stato come quel singolo granello di sabbia che tolto quello sarebbe crollata tutta la montagna.

Ho come l’impressione che se in quel frangente non fossimo riusciti ad accertare quella minima verità, ciò avrebbe nuociuto alla nostra amicizia irreparabilmente. Come una crepa che col tempo si sarebbe allargata fino a diventare una voragine, o un abisso di incomprensione. Uff, che esagerazione!… dai … però so che quella cosa sarebbe rimasta lì, anche facendo finta che non fosse importante, a significare un problema irrisolto e insormontabile che ci divideva.

Se non ci fosse stata quella “svolta”, quel giorno, forse  in seguito sarei stata indotta ad accettare la sua versione dei fatti, sempre e comunque e in ogni caso, più che mai, confermando quel suo potere di coercizione che (a mio parere) aveva un po’ nelle vene.
(A meno che non fossi stata realmente una cretina che non poteva riuscire a pensare con la sua testa. Ma questo non era il problema, perché in realtà so bene che in due o più si pensa meglio, e spesso si risparmia tempo e si possono vedere più cose).

La sua onestà invece mi ha confermato che teneva alla verità quanto me, ovvero più che a se stessa, o io a me stessa. Non solo ha lasciato intatta la nostra fiducia reciproca ma, se possibile, l’ha accresciuta – per quanto restiamo individui distinti, che non reagiscono allo stesso modo di fronte alle stesse cose, né agirebbero esattamente nella stessa maniera davanti agli stessi eventi: e questo lo dobbiamo accettare.

Non è un caso se dalla “svolta” in poi anche le cose fra me e lei sono cambiate non poco. La definirei una sorta di pacificazione che via via ha smussato i rispettivi pseudo-ruoli di relazione: perché, al di là delle realtà oggettive, ora accettiamo molto più di buon grado di pensare e sentire le cose di questo mondo in modo diverso, senza che le differenti visioni, percezioni o credenze, possano intaccare la nostra amicizia.

Di anni ne sono passati assai, ma ripensando a come eravamo all’inizio, ora penso che era davvero triste che il più delle volte, anche se mi ascoltava, spesso era sempre più importante quello che diceva lei di quello che dicevo io, e che in un certo senso mi costringevo a convenire per condiscendenza, come se allora subissi un suo non ben specificato potere.

Se accadesse ora non lo potrei sopportare, anche soltanto perché ora me ne accorgerei.

Quando si dice che non c’è più verità, o che la verità non esiste, tralasciamo il fatto che se la verità non ci costituisse, non potremmo che essere dei falsi, o non autentici individui che vagano nell’etere come piume catturate dalla prima rete in cui incappano, come per caso.

Oppure pensate, se esistessero dei dispenser di verità col contenuto dei quali potessimo lavarci le mani!

Sarebbe bello, soprattutto sarebbe comodo, ma purtroppo non credo funzioni così.

Se mi permettete un’immagine un po’ cruda, quasi direi che non c’è verità che tenga se non è/diventa carne viva.

Forse questa è solo una prerogativa “umana”. Forse gli alberi non hanno bisogno di verità.

O forse noi vorremmo essere come gli alberi, perché può darsi che, talvolta, la verità sia scomoda, o possa far male.

Desiderare di essere come un’albero  è un’idea suggestiva ma non è reale-effettiva. Anzitutto perché in tal caso vorremmo essere ciò che non siamo e ciò non può essere vero, ma neanche utile.

Come del resto non di rado vorremmo che la realtà fosse diversa da quel che è. E come darci torto?

Vorremmo, appunto. Lo vorremmo o lo vogliamo. Ma come in tutte le cose, per salire non si può che partire dal basso.

O dal piccolo, anche soltanto infinitamente piccolo. Un po’ come quel granello di sabbia che tolto quello crollerebbe l’intera la montagna.

Sempre che non fossimo (davvero) convinti che l’intera montagna non sia che un’enorme menzogna.

Ovviamente, nel qual caso quel “davvero” sarebbe ridondante. E niente affatto vero. Come potrebbe?

Non sapevo come iniziare e ora non so come concludere. Vediamo un po’. Forse questo vi può piacere. Adoro queste immagini in movimento. Puff.

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3 risposte a inevitabile verità

  1. Francesco ha detto:

    Mi dispiace contraddirti, ma questo raccontino-riflessione mi è sembrato tutto fuorché noiosissimo.
    Descrivere le situazioni e dilatare i particolari come hai fatto tu, non può che aiutarci a comprendere meglio e forse a migliorare la nostra vita.
    Grazie 🙂

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    • rozmilla ha detto:

      Per “noiosissimo” in realtà intendevo “pesante”, non leggero. E mi stupisco persino che tu l’abbia letto. Che ci vuole coraggio, dico io 🙂
      Quindi grazie. Grazie.

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  2. Francesco ha detto:

    Dimenticavo, complimenti per la scelta della foto e soprattutto per il disegno in movimento. Splendido!

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