bimba, cosa fai stasera?

 «Le donne che cercano di essere pari agli uomini,
sono poco ambiziose».
(Timothy Leary)

«Ho incontrato Enrica qualche giorno fa, da un’eternità non la vedevo.
Sapete come succede, che t’incontri per caso, giri l’angolo e letteralmente t’imbatti senza averlo cercato, e non hai nemmeno tempo di fermarti, né l’altro. Ognuno segue una traiettoria, quella in cui si è immesso, come fosse una corsia dell’autostrada e via, prosegue dritto senza voltarsi indietro.
Sapete come succede, come quando sei sull’autostrada a macinare chilometri e chilometri che sembrano non finire e mentre giri la testa incontri gli occhi del conducente dell’auto che stai superando e i vostri sguardi s’intrecciano per un attimo e subito si slacciano. Qualche volta, quando durante i miei viaggi occupo il lato del passeggero riesco persino a scambiare un sorriso con dei perfetti sconosciuti. Qualcuno che è al di là del vetro della mia auto in movimento, al di là del vetro della sua.
Se ci penso, devo ammettere che questi doppi vetri mi fanno impazzire – questa condizione di ognuno chiuso nella propria auto lanciata a un tot di miglia all’ora nello spazio-tempo come carne in scatola – e probabilmente è sempre un po’ così, quasi sempre. Ma, se lo si vuol vedere, l’accelerazione rende il fenomeno più evidente. Fuggiamo tutti via, lontano, altrove, più in là, oltre. Ognuno pigia sull’acceleratore senza darsi il tempo né la possibilità di fermarsi, tranne quando dobbiamo fare rifornimento di un qualche tipo finché non s’arriva all’uscita.
Chissà se un giorno disporremo di auto che potremo programmare prima di entrare e che ci porteranno dall’inizio alla fine senza dover più intervenire, così che tutto andrà esattamente come si voleva o s’era previsto. Sarà un tempo perfetto, asettico, sterilizzato, sospeso nel vuoto. Sarà il nulla che avremo attraversato. Salvo che nell’abitacolo, dove altri schermi proietteranno immagini e voci di altri altrove. Dove non saremo, dove potremo starcene tranquillamente assenti.
Se invece sei a piedi, per strada, è vero che c’è sempre come una specie di corda che ti tira lontano ma può darsi che riesci ancora a scambiare qualche parola – vera o falsa, di circostanza o di cortesia.
Enrica non è nemmeno una perfetta sconosciuta. Ci eravamo incontrate alle superiori, e a dire il vero allora la trovavo un po’ ridicola con quei trucchi che si metteva sul viso la mattina e che dopo in classe inevitabilmente colavano macchiando il colletto della camicetta ricamata o i risvolti dei golfini di mohair dai toni pallidi.  Belli capelli, un poco mossi-crespi tinti rosso-dorato. Un po’ eccessiva l’esuberanza adolescenziale che le si era concentrata abbondante sui fianchi che nascondeva con inverosimili gonnelloni arricciati stretti in vita. Belle mani, bianche e affilate come una madonna del Tintoretto, le unghie laccate, si muoveva impacciata. La sua naturale bellezza giovanile era celata sotto una caterva di belletti e nascondimenti che chi più ne ha più ne metta, sembrava gridare.
L’importante è sopravvivere, e lei aveva trovato quel modo forse non del tutto adeguato al tempo in cui si era. Sciocchezze. Ridevamo magari un poco, sì, di come si conciava e profumava, ma non si badava più di tanto a quel genere di evidenze esteriori, allora: era una nostra compagna a tutti gli effetti anche se si metteva nell’ultimo banco e prendeva un sacco di brutti voti.
Non so come ho fatto a riconoscerla, che non c’era quasi più nulla dell’Enrica di un tempo e in definitiva mi ha riconosciuto lei. – Sei tu, mi dice. Sì, e tu chi sei?
Eh già, siamo proprio noi. A distanza di quarant’anni. Ci guardiamo senza saper cosa dire, impastellate come acciughe. Dopo quarant’anni non sai più quali corde tirare. Abbiamo forse qualcosa che ci lega? Vogliamo riallacciare? Come? Perché? Che senso ha? Questo tempo che ci divide è una distanza chilometrica da superare. Quali ponti dovremmo gettare?
E poi io devo andare. Ma tu sei lì e mi guardi e sorridi, come se aspettassi da me qualcosa. Ma cosa vuoi? Non lo so proprio. Forse non lo voglio nemmeno sapere. Ora avrei voluto aver fatto un’altra strada, non averti incontrato. Qui, in mezzo alla strada, non c’è niente per noi. Non c’è più alcun noi. Non c’è mai stato. Ma poi ho una specie di cedimento e butto lì un, Bimba, cosa fai stasera? e lei ride, ride a squarciagola e pancia e rido anch’io. Ridiamo come due sceme in mezzo alla strada, la mano dell’una sulla spalla dell’altra, piegate in due che quasi ci manca il respiro. Quarant’anni dissolti in un baleno».

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