le parole, queste sconosciute

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Avevo iniziato a scrivere avendo in mente e pensando a tutt’altro. Avevo già pensato persino un titolo – Mio fratello è figlio unico. Che difatti pensavo a lui, ad un mio fratello-fratello, figlio della mia stessa madre e non altro. Ma appena ho cominciato a scrivere ho scritto, appunto, tutt’altro. Come se il mio pensiero andasse per i fatti suoi a scandagliare altre cose in altri luoghi a cominciare dalla figura che è emersa dai miei ricordi, insieme alla prima frase, “Ho incontrato Enrica qualche giorno fa, da un’eternità non la vedevo”, come se quell’incipit banale, del tutto casuale e involontario avesse dato il la per tutt’altra musica.
E mi son detta, va bene, forse sarà solo un preambolo o una perlustrazione, quindi poi tornerò indietro e allora parlerò di quello. E invece no. Andando avanti l’idea iniziale, ossia tutto ciò che avevo pensato di voler scrivere, è come evaporata, non era più importante o non lo era mai stata. Quindi ho assecondato questa sorta di “moto improprio” senza sapere affatto dove mi avrebbe condotto; come se il testo stesso mi trascinasse e s’imponesse da sé mentre appariva sullo schermo. Come se io non c’entrassi, come se non dipendesse da me. Lui – il testo – veniva alla luce da solo.
È un po’ come se io mi limitassi a tenere la barra del timone a dritta col vento in poppa, cosa per cui non potevo che seguire il vento, e l’onda, procedendo come andassi incontro alla linea dell’orizzonte. E mentre si affacciava sulla pagina, mi stupivo io stessa delle parole che via via si snocciolavano. Mi facevano molta impressione. Una tale impressione che le ho rilette e rilette come se non fossero nemmeno scritte da me – le parole, queste sconosciute – e in seguito per giorni hanno continuato a riecheggiare nella mia testa ad ogni ora del giorno e della notte.
Dopo l’ultima parola, dopo aver fatto anche alcune modifiche e correzioni (che comunque ho fatto e sono in grado di fare secondo i miei gusti), mi sentivo esausta come fossi andata per qualche ora da un’altra parte. C’ho messo un po’ per tornare – diciamo – in me. E meno male che era solo una paginetta che non trattava nemmeno, almeno in apparenza, di questioni di capitale importanza.
Che difatti non è tanto un problema di significati o contenuti che, benché non indifferenti, si potrebbero esprimere in molti modi diversi. La questione concerne molto di più, credo, la scelta delle parole (perché una parola – un aggettivo, un verbo, un avverbio – e non un altro?) e ancor più la musicalità, la punteggiatura: il fatto che risuonano in un modo e non un altro, e il fatto che hanno continuato a risuonare.
Non è grave, ovviamente. Niente di male. Mi hanno solo un poco spaventato. Forse poiché “io” non le avrei scritte? Perciò adesso la vera domanda potrebbe essere: ma allora chi scrive?
Per caso in seguito ho trovato quella frase sibillina che ho posto in esergo, di un tale che non so chi sia e non m’importa nemmeno, che diceva letteralmente “Le donne che cercano di essere pari agli uomini, non sono ambiziose“. Una frase curiosa, secondo me, che non c’entra nulla con la parità dei diritti, sacrosanti diritti. Qui la questione è un’altra.  Per come la leggo io, infatti, sarebbe assurdo per chiunque, uomini o donne o chicchessia, cercare di essere “pari” a qualcosa che non si è. Mentre di certo sarebbe più ambizioso cercare di essere ciò che si è – o come comunemente si dice: se stessi – per quanto non sia faccenda immediatamente semplice e cristallina.

 


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