una storia vera

Difficile cominciamento. Fin da piccolissimo aveva imparato a mentire. All’inizio erano solo piccole bugie, quelle piccole bugie che i bambini pronunciano per gioco per cogliere gli adulti di sorpresa, per vedere come reagiscono, per capire fin dove possono arrivare per sfuggire al loro dominio.
Occorse purtroppo il caso che quando gli adulti ascoltavano quelle innocenti bugie pronunciate da un così bel pargolo biondo, ne erano divertiti. E ridevano, infatti, dicendo magari – ma guarda com’è carino; o com’è spiritoso questo sciocchino. E ridevano, ridevano, ridevano; gongolavano persino.
Fu così che le bugie non solo non furono deplorate, ma accettate, se non finanche approvate.
Il bambino si sentiva incoraggiato, scambiò la realtà con la compiacenza, e si fece un’idea tutta capovolta della faccenda.
Primo: mentire. Mentire affermando candidamente di star dicendo il vero, teneramente ammiccando con quei suoi incantevoli occhi verdi.
In breve la fama si diffuse nella comunità, e in più occasioni venne ribattezzato con l’appellativo di Casciaball. Sciaguratamente questo non fece che confermarne l’inclinazione: come un attore ha l’obbligo di aderire alla parte che gli è stata assegnata, non riuscì più a liberarsi da quel ruolo
In seguitò perfezionò la tecnica e imparò ad imbrogliare appena se ne presentava l’occasione, anche soltanto per il semplice gusto di farsi gioco di ogni malcapitato che gli veniva a tiro. Ne riceveva un piacere schietto e genuino, unitamente alla sensazione di essere superiore. Il suo problema, in effetti, è che non crebbe molto; da un certo un punto in poi la crescita si interruppe e rimase un poco nanerottolo. Ma non è sicuro se questo fenomeno avesse qualche attinenza con le bugie che, come si dice, hanno le gambe corte.

La circostanza più succosa accadde quando, dopo aver imparato a leggere – ma dopo, molto dopo – leggendo quell’ineffabile passo del Macchiavelli che dice che il principe deve imparare a mentire, si sentì l’eletto predestinato a perfezionare la tradizione di un cotal supremo legittimo potere. Mentire divenne l’imperativo categorico, l’assoluto valore, lo scopo originario della sua vita.
Vi si impegnava molto, e non essendo nemmeno stupido conseguiva ottimi risultati.
Intorno ai trent’anni o poco più, si sposò con una donnetta che faceva il caso suo, ed ebbero due figli.
Credo sia abbastanza evidente che ai suoi figli insegnò quello che lui sapeva per certo: ossia che per prima cosa era importante e necessario saper mentire e farlo bene. E i ragazzi impararono adeguatamente.

Passarono vent’anni e forse più, e il figlio maggiore conobbe una giovane e se ne innamorò. Anche i bugiardi s’innamorano come tutti gli altri – su questo non ci piove, anche se sarebbero capaci di convincervi del contrario. Ad ogni modo, dopo qualche tempo la ragazza rimase incinta, che è come dire che aspettava un bambino. Ma quando lo disse a lui, lui non si decideva a prenderne coscienza.
A posteriori si potrebbe persino supporre che non lo poteva creder vero. Ragioniamoci un momento. Se non aveva la più pallida idea di cosa fosse una cosa vera, non poteva neppure pensare che quella notizia fosse vera; oppure era più ovvio supporre che anche quella fosse una bugia. Ma soprattutto, anche supponendo, almeno in via ipotetica che fosse vero, come avrebbe potuto dirlo a suo padre? Come poteva dirgli una cosa vera?

Di sicuro deve aver avuto un attimo di scompenso. Lei che continuava a dirgli, Ma guarda che è così, è proprio vero; e lui che in cuor suo non poteva che esser convinto che se qualcuno ti dice che è vero, di sicuro non può che esser falso. Non per nulla la logica insegna che quando t’infili nel paradosso del mentitore, non solo è difficile uscirne, ma è facile che non ne esci più del tutto. Al punto che riuscì quasi a convincerla che magari non era affatto vero, o che chissà cos’altro. Lei aspettava. Pensava, Prima o poi si decide. Vedremo, chissà, intanto andiamo al mare, e lì si vedrà. Ma anche lì nessuno vide nulla.


Fatto sta che passarono i mesi. E ovviamente il bimbo cresceva nel grembo della giovane, beato nel suo liquido amniotico trasparente, del tutto ignaro delle contraddizioni in cui erano immersi quelli che stavano là fuori. Ma a un certo punto, come di solito accade dopo circa nove mesi, era maturo quasi al punto giusto per mettere la testa all’esterno, nel mondo, in quella sorta di luce oscura.
Lei una sera accusò un malore e si recò al pronto soccorso, dove si accorsero subito che c’era qualcosa di anomalo. In realtà non serviva nemmeno l’occhio di un falco per vedere la pancetta nascosta da una generosa blusa. Per precauzione le fecero comunque l’esame delle urine che confermò che aspettava un bambino. Lei fece come se cascasse dalle nuvole, ma ormai il fatto era noto, ed era un dato di fatto che non si poteva negare. Si ruppero le acque proprio mentre l’accompagnavano al reparto maternità e di lì a poche ore il bambino, anzi, la bambina era nata.
Nessuno sapeva niente. O nessuno voleva sapere. Forse è stato un incantesimo o una rimozione collettiva.

Certo è che dal momento in cui è nata, non puoi nasconderla sotto il tappeto, una bambina. Era notte fonda, la mattina seguente anche la famiglia del ragazzo venne informata.
Anche lì, tutti cascavano dalle nuvole, il ragazzo per primo sosteneva di non saperne nulla. Quando andò in ospedale insieme a sua madre, appena la vide ebbe la faccia tosta di chiedere alla ragazza: perché non me l’hai detto? puntando il dito.
Provate ad immaginarvi che storia. Non sembra vera.
Morale della storia? La lascio a voi. Io, se ci penso, mi sconvolge ancora. E vi risparmio il seguito. Povera bambina. Nascere così senza che nessuno ti aspetti, senza che nessuno ti prepari un posto nel mondo, ha dell’indicibile.
Non c’è da stupirsi se le storie che succedono, reali, non di rado superano di gran lunga le nostre più fervide immaginazioni. E se ne vedono di tutti i colori.
Non so dire se questo fatto di cui sono stata testimone, così vicino così lontano non molto tempo fa, mi abbia in qualche modo influenzato o spinto a riflettere più a fondo sul concetto di vero. Forse è solo una coincidenza, o un caso. Da bambina, diversamente a quanto è accaduto a quel bambino che chiamavano Casciaball, a me avevano insegnato a dire la verità, ad essere sincera. Sono cose che ti segnano, e quando accadono che sei ancora piccolo piccolo rimane la traccia come indelebile. Qualcosa vorrà dire, o no? E difatti è soprattutto per me, che la verità è importante, qui, nel mio cuore, nella mia testa, nella mia vita. Potrei parlarne come un bisogno ontologico, gnoseologico e psicologico. Spirituale, insomma, cosmologico, e tutto quanto. Esistenziale. Questa è la parola: esistenziale. Mi serve per vivere, e anche per ragionare.
Quindi può darsi che menerò ancora il can per l’aia per qualche tempo, finché non avrò esaurito questa vena che, più che aurifera, mi brucia. E può darsi che non smetterò di bruciare finché non sarà compiuta.
Nel frattempo andrò anch’io a rifugiarmi tra quella schiera esigua, se non quasi estinta, di mosche bianche che non possono rinunciare a quella sciocca parola non più in voga.
Mi consolo pensando che, senza nemmeno volerlo, attualmente “sembro” più inattuale di Nietzsche.

*

 (qui sopra: disegno a matita realistico di occhio umano)

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