elementare watson

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tra due fuochi

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Watzlawick  – in Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico – raccontava un’analogia proposta durante le lezioni da un suo professore, che aveva paragonato l’essere umano di sesso maschile ad un’ellisse, per la sua nota proprietà di avere due fuochi: il primo lo definiva Logos, intendendo con ciò non solo il fattore spirituale, ma anche la realtà oggettiva, il lavoro, eventualmente la scienza, in ogni caso ciò che esiste concretamente, l’objectum. Il secondo fuoco della natura ellittica dell’uomo era invece l’Eros, il rapporto con l’altro soggetto, con il soggetto umano. In ogni momento l’uomo può collocarsi in uno solo di questi due fuochi, il che non rappresenta per lui un particolare problema: a seconda delle esigenze si sposta indifferentemente da un punto all’altro. La donna invece era paragonata a un cerchio: il cerchio può essere considerato un tipo particolare di ellisse nel quale i due fuochi coincidono. La donna può quindi con facilità collocarsi contemporaneamente nel Logos e nell’Eros. Il problema è però che né la donna né l’uomo hanno la minima traccia per supporre che l’altro possa essere strutturato diversamente, e possa quindi agire e reagire in maniera diversa.

Non ho la più pallida idea se questa faccenda delle elissi e dei fuochi sia vera. Presumo sia solo una metafora per spiegare perché le donne e gli uomini talvolta sono diversi, o per spiegare perché chiunque può essere diverso da un altro, e quindi possa “agire e reagire in maniera diversa”.
Questi due fuochi, che poi sono fulcri, o centri, che chiamiamo Logos e Eros, non so se davvero possono essere separati, o quale artificio dovremmo architettare e impiegare per farlo. Ma sì, posso immaginare che possiamo talvolta privilegiare, o accentuare uno o l’altro. Ma ho come l’impressione che la faccenda potrebbe assumere l’aspetto di un problema manicheo. Uno o l’altro? ma perché uno e non l’altro?

In realtà è un problema che non si pone proprio, o almeno per quanto mi riguarda. Forse perché sono una donna? Ma no, sarebbe una giustificazione troppo facile.
Tempo addietro, avevo trovato delle immagini, soprattutto l’immagine qui sotto, e me l’ero salvata perché in qualche modo, non so quale o come, ma mi aveva colpito. Sembra una faccetta buffa, due occhi senza bocca e senza naso. Guardatela. E guardate come ci guarda.

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Ieri dopo aver riletto la metafora delle ellissi, mi sono ricordata proprio di quest’immagine e sono andata a cercarla. Sembra descrivere bene la metafora dei due fuochi. Non vi pare? Ma forse basterebbe anche solo disegnare due macchie su una qualsiasi superficie per farci immaginare un  volto.
Così stavo pensando all’evidenza che anche i nostri occhi sono due; che se vogliamo possiamo anche chiudere un occhio e guardare le cose con un occhio solo. Ma è anche vero che normalmente guardiamo le cose con entrambi gli occhi, e quindi riceviamo due immagini distinte, leggermente differenti tra loro, che però il cervello riunifica in una sola. Elementare Watson, direi.
Naturalmente possiamo anche chiudere entrambi gli occhi e non vedere proprio niente. Oppure possiamo mettere la testa sotto la sabbia come vorrebbe la nota teoria dello struzzo. Ma questo non c’entra ora.
Andando un po’ più in là, però, sappiamo anche che ogni percezione è una ricostruzione generata dal nostro cervello, sotto il controllo di una determinante genetica, delle interazioni tra noi e l’ambiente che ci circonda e in base alle nostre conoscenze e alle nostre esperienze precedenti. Ciò significa che il percepito è diverso dall’oggetto esterno che rappresenta; o, come si suol dire, la mappa non è il territorio: ognuno di noi costruisce mappe diverse dello stesso territorio e anche mappe diverse da momento a momento, in base al nostro grado di attenzione, ai nostri bisogni, alle nostre motivazioni.

Quindi si potrebbe dire che ogniqualvolta in ogni istante è in atto un un’interazione tra realtà esterna, percepito e percepiente; ma anche che “ricostruire” non è costruire di sana pianta o dal nulla.
Ma oggi non m’interessa parlare di semicostruzionismo. No, non ora. Anche se da non molto ho realizzato di essere una fervente (si fa per dire) semicostruzionista .

Mi chiedo però, a proposito delle mappe che ricostruiamo, cosa succederebbe se quelle mappe fossero fallaci, ossia niente affatto corrispondenti alla realtà. Dove c’era un lago ho segnato una pozzanghera – e allora mi tuffo e ci sbatto la faccia – o dove c’era una collina ho segnato una pianura, e dove c’era una voragine ho segnato un acquitrino, eccetera. E così, cammina cammina e ci ritroviamo in una selva oscura, che la diritta via è smarrita. Di nuovo? Ma come, l’avevo già superata e invece rieccola qua. Com’è possibile? Forse credevo di andare da qualche parte e invece sono tornato indietro al punto di partenza, come se il percorso fosse di fatto un circolo. Oppure, questa mia mappa era sbagliata. Non so bene per quale motivo mi torna in mente l’eterno ritorno dell’uguale.

La cosa si fa un po’ noiosa, devo dire. Così, quando mi capita di accorgermi che c’è qualcosa che non combacia, io faccio così: non do più retta alle mie mappe concettuali, anzi le straccio; ne faccio un bel falò e mi ci scaldo le mani – perché, diversamente, resterei schiavo di quelle stesse mappe poco corrispondenti alla realtà, o fuorvianti, invece che di mappe utili ad orientarmi.  E ricomincio daccapo.

Il mio scetticismo ha raggiunto il punto da non permettermi di accontentarmi di rivolgerlo al di fuori soltanto; che anzi, prima ancora di fare un passo, lo rivolgo prima verso di me, su quel che penso o credo di sapere, o ritengo. È talmente ovvio che si potrebbe anche non dire. È questo il punto in cui il mio scetticismo sfuma nel pragmatismo, lo so bene, e lo trovo molto salutare. Primum vivere, diceva un tale, non ricordo chi.

Il problema è che di solito siamo così affezionati a tutto il ciarpame che abbiamo accumulato negli anni, che talvolta il nostro zaino è talmente zeppo che non riusciamo neppure più a portarcelo appresso. Ma sarà vero?
Guarda là, c’è una montagna, e vedo un sentiero che potrei prendere, se potessi. Ma non posso, perché questo zaino è troppo pesante, e mi tiene inchiodato qui.

Una volta, ricordo che mi era successa una cosa simile. Con un amico eravamo andati per camminare nei dintorni di Alagna. Entrambi avevamo gli scarponi, e va bene, i miei non erano proprio l’ideale, erano vecchiotti ma almeno non mi facevano venire le fiacche. E poi stavamo per prendere un sentiero che non era nemmeno niente di che. Mentre lui si era portato uno zaino immenso, che non so bene cosa contenesse né dove pensava di dover andare e a fare cosa con tutta quella mercanzia. Era solo una prima uscita, sapete, mica dovevamo raggiungere la vetta. Fatto sta che, come temevo, quello zaino si è rivelato un intralcio, e lui si fermava tutto rosso, sudato e affaticato. Vi giuro che c’è stato un momento in cui avrei voluto lasciarlo lì, lui e il suo zaino, e continuare da sola. Ho pensato persino, per scherzo, Ora lo congelo con i miei occhi bionici e lo metto lì in quella nicchia, congelato, e quando torno indietro lo scongelo e me lo riporto giù. Alla fine non siamo andati molto lontano e ce ne siamo tornati indietro quasi subito, ma la prossima volta, se capita ancora, lo meno – metaforicamente parlando, è chiaro.

Per questo oggi voglio restare alle nozioni elementari, o elementare Watson, direi.
Diciamo che oltre alla metafora delle ellissi, ho notato che gli uomini, spesso, tendono ad esagerare, a sbilanciarsi da una parte sola. O andare troppo al di là con l’immaginazione, trarre le più astruse conclusioni e regolarsi di conseguenza, come facciamo tutti, del resto.   Non sarà che quando succede, è perché ci collochiamo fin troppo nel Logos? non mediato da Eros? O anche viceversa, buon dio. Che è come guardare le cose con un occhio solo, ma non ancora il tertium, ovviamente.

Tornando a quell’immagine, vi dirò che è tratta dal ‘Tantra Song’ (
Dance of Energy, Tantric Paintings from Rajasthane) e l’intera collezione si trova nella pagina fb di Stephen Ellcock, che ha una collezione di immagini incredibile; ma anche lì, l’eccesso potrebbe diventare una complicazione. Come ad esempio succede quando cerchiamo una cosa ed è nascosta da una miriade di altre. Però io non avuto difficoltà a trovare ciò che cercavo. È stato abbastanza facile, ma è stata solo fortuna, temo.
Il testo dice che “Visualizzare o meditare su queste immagini stimola specifiche esperienze mentali e/o spirituali che fanno parte degli insegnamenti tantrici”.

Sembra interessante. Ricordo che negli anni di gioventù, quando praticavo lo yoga, una delle meditazioni più frequenti era la meditazione su un punto: un punto solo. Qualcuno crederà che sia facile: ma provate a guardare un punto solo senza farvi distrarre da nient’altro, e vedete un po’ per quanto tempo riuscite a stare nella stessa posizione, magari su una gamba sola e le braccia tese sopra la testa, con le mani allacciate come se foste appesi a non so cosa. E come se non bastasse, il punto sul muro non c’è nemmeno. Cè solo il muro.
L’ultima volta che ho praticato lo yoga fisico, o prettamente fisico, dopo dieci anni di pratica, che non sono quisquilie, nevvero, ricordo di essere scappata via piangendo come un vitello, con la consapevolezza che una parte della mia vita si era conclusa. Perché ormai mi era evidente che la pratica fisica molto dura mi pesava più di quanto mi potevo permettere.

Ricordo che mi era successa circa la stessa cosa, quando, dopo la quinta elementare, avevo realizzato che quell’anno sarebbe stata l’ultima volta che avrei potuto andare alla colonia estiva, in montagna. Il senso dell’inevitabilità del tempo che passa, che non ti permette di tornare indietro, mi era cascato addosso come un macigno. Era la prima volta, poi sai che succederà ancora, e che ogni volta è un po’ simile e un po’ diverso, attraverso le varie fasi della vita.

Comunque sia, credo che ora mi dedicherò alla meditazione tantrica. Che tra l’altro, scherzi a parte, è probabile che al momento mi sia più congeniale. Ne avevo parlato qui: dove si legge che il tantrismo si impegna a una disperata ri-consacrazione dell’esistente (o dell’esistenza?). E del resto, dedicarmi alle cause disperate è qualcosa che mi corrisponde abbastanza, come tratto saliente, mi sembra. O almeno così ho notato: niente di nuovo sotto il sole.
Questa qui sotto è l’altra immagine su cui intendo meditare. Se la osserviamo bene, direi che il centro potrebbe essere persino vuoto.

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Ma anche questa non è male. Magari per i giorni di festa. Mimetica e variopinta.

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