Archivi categoria: fedi

etica, relativismo e “cum-scientia” musicale

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C’è un articolo di Dario Antiseri sul quale non ho meditato abbastanza a lungo la scorsa primavera.
In realtà in un primo tempo l’avevo letto in fretta e in modo superficiale, e forse mi ero un po’ indignata per la sintesi espressa dal titolo «Non esiste un principio etico razionale che valga più di altri» – anche perchè sappiamo come buona parte dei lettori sia abituata a leggere soltanto i titoli, che nella fattispecie mi sembrava trarre in inganno e dare l’impressione che sia possibile giustificare qualsiasi scelta etica.
Ma non è esattamente così: è un testo pregevole e, al di là del titolo e delle considerazioni finali indirizzate ai cristiani che potrebbero risultare poco rilevanti per i non-cristiani, ritengo valga la pena non solo di rileggerlo, ma di considerarlo come lo sfondo comune che può essere condiviso dalle parti che, nei vari campi – vuoi politico, economico, scientifico o religioso – abbiano opinioni diverse e contrastanti.
Lo sfondo: ossia la conditio sine qua non sarebbe possibile alcun dialogo e condivisione di responsabilità nella ricostruzione di un futuro comune accettabile e decente.
Parole altisonanti, lo so. D’altra parte è necessario accordare prima gli strumenti se si desidera che poi gli strumenti diffondano musica intonata e non troppo discordante …

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it could be worse

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La storia procede nel corso tracciato a fondo negli anni, e di fatto quello che vediamo accadere oggi non è iniziato né ieri né l’altro ieri.
Per modificare il corso di un fiume, a voler tentare l’impresa, non sarà cosa facile e non basteranno pochi mesi né pochi decenni.
Ma, quando faticosamente ne risali il corso a ricercare i punti esatti dove le scuole si divaricano, trovi dei bei concetti sfuggenti, che cambiano aspetto a seconda di come li si guarda, tipo la questione del valore, o del denaro, dalle quali così tanto “discende”.. e subito, pare intervengano “interessi e scopi”, a delimitare “opportunamente” lo sguardo …

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istruzioni per (non) credere in chi crede

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L’idea di dio è antichissima, e non ci piove, ma sarei più portata a chiedermi come è nata, come si è evoluta o involuta nel corso della storia e nelle varie culture umane; come si è imposta, quali danni ha provocato, o quali vantaggi ha portato all’umanità. Ma anche come e perché la psiche umana ha creato l’idea di dio. Perché ha ad un certo punto ha avuto bisogno di creare soprattutto un dio – e uno solo. Che tutto sommato era più folcloristica l’allegra combriccola degli dei pagani – a mio parere. Più innocua e pluralista. Come i maestri o professori multipli, che se con uno non ci vai d’accordo, può andar meglio con un altro, e così sia …
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nel reame dell’interpretazione

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E così, eccoci gettati all’improvviso nel Reame dell’Interpretazione, o regno dell’Ermeneutica, se vogliamo.
Si ha come l’impressione che questo regno si sviluppi da est ad ovest e da sud a nord, e viceversa, ma anche di sotto e di sopra come di dentro e di fuori, e che non se ne conoscano i confini – esattamente come non possono esistere, suppongo, confini al Tutto o all’Infinito. Tutto è soggetto ad interpretazione. Ed ogni interpretazione è soggetta ad ulteriore e successiva interpretazione, e via e via, ad libitum …

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élenchos – infinito femminile

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Blocco numero 2. La parola “élenchos” significa “confutazione” (significa anche “argomento”, ma nel senso di “argomento a confutazione”). E’ una parola che compare raramente nella nostra storia. Platone nel Sofista usa l’élenchos, la confutazione, per mostrare come non ci si possa liberare dal senso del nulla, poiché ciò che si intende negare – il nulla – è il fondamento di ciò che si afferma. O là, come in Aristotele nel IV libro della Metafisica, dove si mostra l’impossibilità di negare la bebaiotàte arché, il principio firmissimum, perché è impossibile trovarsi in errore intorno al fondamento della verità, poiché la negazione del principio più saldo di tutti non può esistere – sarebbe la follia estrema.
Ma c’è un altro luogo dove compare l’élenchos: è un passo del Vangelo, dove l’apostolo Paolo (San Paolo, Lettera agli ebrei, 11,1-2), definisce la fede dicendo che la fede è élenchos mé blepoménon (traduzione latina: argumentum non apparentium, ossia l’argomento delle cose che non si vedono), e confuta i negatori della fede affermando che quei non apparentia, gli eué blepòmena, gli invisibili, sono affermati dalla volontà stessa che le cose stiano così e non in altro modo.

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una smodata predilezione per i coleotteri

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… ho cercato di leggere il libro di Pievani, “La vita inaspettata”, un libro molto bello. Ma dopo aver ciondolato malamente per qualche tempo sui primi capitoli, ieri sera mi sono decisa e sono saltata alla parte filosofica che non fa che snocciolare e rafforzare quello che il (mio) senso comune, accomunato però da altre letture e riflessioni, aveva già afferrato. Difatti, non era Aristotele a dire che possiamo conoscere solo quello che già sappiamo?
Ma se vogliamo andare al sodo, penso che al di là di ogni evidenza, se qualcuno è affezionato al finalismo, e non può sopportare l’idea che il mondo come lo conosciamo si sia prodotto da fatti contingenti e accidentali, continuerà a trovare un modo per corroborare le proprie preferenze sentimentali e cullarsele teneramente fino alla fine. Non so che genere di consolazione possa produrre pensare che l’universo e la natura rispondano ad una necessità di ordine divino, oppure che un progetto intelligente regoli l’andamento di mutamenti che compaiono di volta in volta in forma bizzarra e strampalata … non so … dovremmo chiederlo a chi lo crede.
D’altronde anche “ il credere”, come ammette anche Pievani, è uno dei bisogni umani. Il problema, semmai – ed è da un po’ che ribatto su questo tasto – è in “cosa” conviene credere …

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in-civiltà in combustione

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o fuliggine
o polvere da sparo
falangi nere

Qualche volta mi capita di comporre degli haiku, anche se sarebbe più esatto dire che vanno a comporsi da soli, come una sintesi di sensazioni che si concentrano in tre versi di 5 – 7- 5 sillabe, 17 in tutto. In esergo l’ultimo haiku, della scorsa settimana, che però faccio fatica ad accettare: l’immagine poetica è tetra, e a ben vedere fa persino raccapriccio. No, non può essere, non mi piace – mi dico – anche se purtroppo è abbastanza consono ai tempi che corrono. Motivo per cui questo haiku potrebbe essere persino profetico – se credessi nelle profezie, cosa a cui non credo.
Nelle contingenze, invece, su queste faccio un po’ più di affidamento, soprattutto se balzano agli occhi in tutta la loro evidenza. E, come suggerisce l’immagine evocata, è evidente che a furia di giocare con polveri nere e accendere fuochi, abbiamo un po’ tutti – chi più e chi meno – le mani sporche. Anche se non lo sappiamo. Anche se non ne siamo coscienti.

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