Archivi categoria: filosofia

scetticismo e filosofia

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Pensare che lo scetticismo possa essere nemico della filosofia (della ragione) e dei suoi concetti fondamentali, come appunto la verità, la realtà, il bene, è insensato e significa non avere le idee chiare, né sullo scetticismo, né sulla filosofia, né sui concetti. Per Hegel lo scettico completo (il vero scettico) non è un nemico della ragione, ma tutto il contrario: è qualcuno che ha capito qualcosa di essenziale circa la ragione. Infatti le tre forme delle confutazioni sono per Hegel assolutamente vere, hanno una verità formale e metodologica, in quanto sono le tre forme in cui si sviluppa il dialogo critico. Gli scettici – dice Hegel – credevano di aver distrutto il sapere e la verità, invece hanno trovato la forma del sapere filosofico, e della verità.
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appunti di logica

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Il punto importante su cui è utile soffermarsi, è che l’assunzione della natura largamente probabile e non categorica delle verità di comune uso, non costituisce una limitazione ma piuttosto una risorsa, perché ci mette in grado di raffinare i ragionamenti. Come ha sostenuto Rosanna Keefe: «anche se possiamo ridurre la vaghezza del nostro linguaggio, i nostri sforzi non riescono in pratica ad eliminarla del tutto». Se siamo consapevoli di ciò, emerge con chiarezza che la logica della verità deve tener conto della teoria della vaghezza, per evitare non soltanto il dogmatismo, ma anche irriducibili conflitti socioculturali.
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parresía – παρρησία

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«Nei corsi del 1984 al Collège de France (Il coraggio della verità), Foucault sottolinea il legame tra il «dire la verità» e la democrazia, ricordando l’importanza della parresía, la «franchezza» per gli uomini politici dell’Atene democratica. La pratica della democrazia, spiega Foucault, richiede tra fattori: la possibilità di tutti di prendere la parola; l’«ascendente» che alcuni, i rappresentanti del popolo hanno sui cittadini; la «verità», come ragione primaria dell’«ascendente» politico. Il diritto di avere una voce speciale nel contesto democratico, in altri termini, deriverebbe direttamente dalla parresía, la capacità di dire e far intendere il vero. La democrazia degenera quando emergono i falsificatori-simulatori di verità. Il «cattivo parresiasta» allora non dice la verità, ma «dice qualcosa che rappresenta l’opinione corrente», quella della maggioranza, egli è l’opportunista senza coraggio: «gli interessa solo garantire la propria sicurezza e il proprio successo». [Franca D’agostini, Menzogna, pag. 45, Bollati Boringhieri 2012] Continua a leggere

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homo ludens

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Nel centro del cerchio che si circoscrive col concetto del gioco è il sofista greco. Il sofista è il continuatore, leggermente deviato, di quella figura centrale nella vita culturale arcaica, che vedemmo volta per volta come profeta, sacerdote, sciamano, taumaturgo, poeta, insomma, con una parola: il Vate.
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alétheia – ἀλήθεια

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Il concetto di alétheia si è affermato nella lingua greca proprio in situazioni di controversia scientifico-filosofica e politica, quando si confrontavano opinioni disparate circa l’origine e la natura del mondo, la giustizia, la felicità, il bene. Non ci sarebbe stato bisogno di verità se non ci fosse stata la necessità di argomentare tesi e teorie: non ho bisogno di verità (o perlomeno non ne ho primariamente bisogno) se narro l’origine del mondo e chi mi ascolta semplicemente crede alla mia narrazione, se ne è affascinato e sedotto; non ho bisogno di verità se mi muovo in un sapere mitico e religioso. Più precisamente, non ho bisogno di verità se è il re a decidere, da solo, o se è il papa a dirmi in che cosa devo credere. Ne ho bisogno, invece, in un sapere e in un agire democratico, in cui chiunque può dirmi: no, questo non è vero, e ha diritto di farlo, per quanta autorità o potere e fascino io abbia. Continua a leggere

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inevitabile verità

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Quando si dice che non c’è più verità, o che la verità non esiste, tralasciamo il fatto che se la verità non ci costituisse, non potremmo che essere dei falsi, o non autentici individui che vagano nell’etere come piume catturate dalla prima rete in cui incappano, come per caso.
Oppure pensate, se esistessero dei dispenser di verità col contenuto dei quali potessimo lavarci le mani!
Sarebbe bello, soprattutto sarebbe comodo, ma purtroppo non credo funzioni così.
Se mi permettete un’immagine un po’ cruda, quasi direi che non c’è verità che tenga se non è/diventa carne viva.
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elogio del discontinuo

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«Il fatto fondamentale, qui, è che noi fissiamo certe regole, una tecnica per un giuoco, e poi, quando seguiamo regole, le cose non vanno come avevamo supposto. Che dunque ci impigliamo, per così dire, nelle nostre stesse regole.
Questo impigliarsi nelle nostre regole è appunto ciò che vogliamo comprendere, cioè, ciò di cui vogliamo ottenere una visione chiara. Esso getta una luce sul nostro concetto di intendere. Infatti, in quei casi, le cose vanno diversamente da come avevamo inteso, previsto. Quando, ad esempio, compare una contraddizione, diciamo appunto «Io non l’ho intesa così».
Lo stato civile della contraddizione, o il suo stato nel mondo civile: questo è il problema filosofico».
[L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche]
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Pro-metheùs

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«La ragione umana, si apre quando instaura la differenza, quando decide che una cosa non è il suo contrario. La parola tedesca che sta per “differenza” (Unter-scheidung) mantiene il ricordo di questa decisione (Ent-scheidung) con cui si opera il taglio (Scheidung) dei significati. Prima di questo taglio non c’è l’uomo, né l’operare della sua ragione, perché nessun senso si costituisce se non nella differenza dei significati». [Umberto Galimberti, Psiche e techne] Continua a leggere

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philía – φιλìά

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«Per Socrate, come per i suoi concittadini, la doxa era la formulazione discorsiva del dokei moi, di ciò che “mi pare” [appears to me]. Questa doxa non riguardava quel che Aristotele avrebbe chiamato eikos, il probabile, i molti verisimilia (distinti per un verso dall’unum verum, l’unica verità, e, per altro, dalle falsità infinite, i falsa infinita), ma riguardava la comprensione del mondo così come “si apre a me”. Non era fantasia soggettiva e puro arbitrio, ma neanche qualcosa di assoluto e valido per tutti. L’assunto è che il mondo si apre in modo diverso per ogni essere umano, a seconda della posizione che ciascuno occupa in esso. La “medesimezza” del mondo, il suo essere-in-comune (koinon, come avrebbero detto i Greci: comune a tutti), ovvero la sua “obiettività” (come diremmo noi, nella prospettiva soggettivistica della filosofia moderna), risiede nel fatto che lo stesso mondo si apre a ognuno, e che, malgrado tutte le differenze tra gli uomini e tra le loro posizioni nel mondo, e di conseguenza tra le loro doxai, “io e te, entrambi, siamo umani”».
[Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore; pagg. 25-40]
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breve introduzione a Martha Nussbaum

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Il pensiero dell’autrice riguardo le emozioni si dispiega in un ampio contrasto: la falsa visione è che esse siano “picchi di ciechi affetti, agitazioni o sensazioni”, identiche a “reazioni corporee”. La rappresentazione più aderente ai fatti è invece che esse siano “un elemento conoscitivo importante” che incarna “modi di interpretare il mondo”, forme di consapevolezza intenzionale intimamente legate alle credenze e in questo modo correttamente valutabili come razionali o irrazionali, e come vere o false. Continua a leggere

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filosofando

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«La filosofia mi ha insegnato a dipendere piuttosto dalla mia coscienza che dai giudizi altrui e di pensare sempre, non tanto a non essere giudicato male, quanto a non dire o a fare male io stesso».
[G. Pico della Mirandola, “Discorso sulla dignità dell’uomo”]
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dica ognuno cosa gli sembra verità

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«Oggi è raro incontrare persone che credano di possedere la verità; ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di aver ragione.
Nonostante la differenza tra il possedere la verità e l’aver ragione, i due punti di vista hanno qualcosa in comune: coloro che abbracciano o l’uno o l’altro non sono disposti a sacrificare la loro prospettiva all’umanità o all’amicizia in caso di conflitto». [Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing]
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un gran pandemonio

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«Ogni cosa è ciò che è perché lo è diventato»
[D’Arcy Thompson, 1917]
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un giorno Platone

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Il giorno in cui Platone
Ha definito l’uomo
Un animale bipede senza piume
Il pubblico era d’accordo.
Il giorno dopo quello in cui Platone
Ha definito l’uomo
Un animale bipede senza piume
Il cinico Diogene
Va alla scuola di Platone…
[Michele Zaffarano ]

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come si genera l’individuo?

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Appartenenza, accoglimento, riconoscimento e confronto, sono i trascendentali che rampollano dalla radicale, ontologica, relazione a cui gli individui, lungi dall’essere gli atomi primi fondatori della società che empirismo e liberismo pensano, sono da sempre consegnati; e che accompagnano la storia appassionante, dolorosa e complessa dell’umanità entro cui emerge come questione economica fondamentale, quella del «resto».
Non è pensabile lo scambio, essenza stessa dell’economico, senza resto; e il primo resto, fa notare Sini, è il corpo stesso che si staglia come primo oggetto, e che si fa, nel commercio sessuale, primo oggetto di scambio in vista della «vita eterna», attraverso la procreazione.
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verità profonde

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« Una proposizione esprime una verità profonda, solo e solo se anche la sua negazione esprime una verità profonda » [Niels Bohr]
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premessa genealogica

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» Diceva Michel Foucault: non qualsiasi cosa può essere detta in qualsiasi tempo. Perciò è una pura fantasia dogmatica pensare che esista «in sé» qualcosa come la «proprietà»; è invece evidente che in molte lingue una tale nozione non potrebbe esprimersi in modi analoghi e interscambiabili. Dietro le parole non stanno le cose, ma sta l’intera catena e vicenda di pratiche di vita e di sapere umane. […] Per tutte queste ragioni, il modo di procedere filosofico che qui perseguiamo non è definitorio, ma genealogico «.
[Carlo Sini, Del viver bene, pag. 47]
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un grano verosimile d’amore

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Mi spaccherei le mani per passarti
un grano verosimile d’amore.

[Giorgio Cesarano]

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formule

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«Presumo che l’eterna Leonità possa essere approvata dal mio lettore, che sentirà un sollievo maestoso davanti a quell’unico Leone, moltiplicato negli specchi del tempo. Dal concetto di eterna Umanità non mi aspetto altrettanto: so che il nostro io lo rifiuta, e che preferisce versarlo senza timore nell’io degli altri. Cattivo segno; forme universali molto più ardue ci propone Platone. Per esempio la Tavolità, o Tavolo Intelligibile che è nei cieli: archetipo quadrupede che inseguono, condannati alla fantasticheria e alla frustrazione, tutti i falegnami del mondo. (Non posso però negarla del tutto: senza un tavolo ideale non saremmo giunti a tavoli concreti.)»
[Jorge Luis Borges, Storia dell’eternità, in Tutte le opere, vol. I, Mondadori, pagg. 528-529]
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j comme joie

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“Cosa può essere la gioia? La gioia è questo realizzare una potenza, effettuare una potenza, “ho effettuato una potenza”.
È la parola potenza ad essere equivoca.
Al contrario, cos’è la tristezza?
Quando sono separato da una potenza che, a torto o a ragione, o di cui a torto o a ragione mi credevo capace. “Avrei potuto fare una tal cosa, ma le circostanze, il fatto che non mi fosse consentito …” È la tristezza.
Potremmo dire che la tristezza è il risultato di un potere esercitato su di me.
(…) il potere è sempre un ostacolo frapposto alla realizzazione della potenza. Poiché ogni potere è triste. Anche se coloro che lo hanno, provano molto piacere nel detenerlo, è una gioia triste, ci sono gioie tristi, è una gioia triste.
Al contrario la gioia è la realizzazione di una potenza. È il piacere della conquista, diceva Nietzsche. Ma la conquista non consiste nell’asservire qualcuno. La conquista, ad esempio per un pittore, è conquistare il colore. Ecco una conquista, ecco la gioia.”

[Gilles Deleuze, “J comme joie”]
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una storia d’amore

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La filosofia è una storia d’amore, la più bella storia d’amore.
Come ogni altra cosa nella vita, non possiamo pensare di disprezzare qualcosa e illuderci che essa si sveli, che ci apra le porte e che ricambi.
In generale, e in tutti i modi, bisogna trovare qualcosa da amare quasi alla follia, nel senso che la si deve amare in modo non semplicemente umano, ma come fosse sacro, anche se all’inizio non si sa ancora cosa vuol dire …

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come il ragno stando al centro della tela …

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Come il ragno stando al centro della tela non appena una mosca ne rompa un qualche filo se ne accorge e svelto vi accorre come se sentisse male per la rottura del filo, così l’anima dell’uomo, quando una parte del corpo è ferita, rapida vi si reca come se non sopportasse la lesione del corpo a cui è congiunta stabilmente e secondo un determinato rapporto. Allo stesso modo dunque che i carboni accostandosi al fuoco diventano incandescenti per mutazione e una volta lontani dal fuoco si spengono, così quella parte del mondo circostante raccolta nei nostri corpi, distaccandosi dal resto, diviene quasi incapace di intendere, mentre ricongiungendosi naturalmente attraverso il maggior numero di pori diventa omogenea al tutto. [Eraclito, frammento 67a]

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etica, relativismo e “cum-scientia” musicale

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C’è un articolo di Dario Antiseri sul quale non ho meditato abbastanza a lungo la scorsa primavera.
In realtà in un primo tempo l’avevo letto in fretta e in modo superficiale, e forse mi ero un po’ indignata per la sintesi espressa dal titolo «Non esiste un principio etico razionale che valga più di altri» – anche perchè sappiamo come buona parte dei lettori sia abituata a leggere soltanto i titoli, che nella fattispecie mi sembrava trarre in inganno e dare l’impressione che sia possibile giustificare qualsiasi scelta etica.
Ma non è esattamente così: è un testo pregevole e, al di là del titolo e delle considerazioni finali indirizzate ai cristiani che potrebbero risultare poco rilevanti per i non-cristiani, ritengo valga la pena non solo di rileggerlo, ma di considerarlo come lo sfondo comune che può essere condiviso dalle parti che, nei vari campi – vuoi politico, economico, scientifico o religioso – abbiano opinioni diverse e contrastanti.
Lo sfondo: ossia la conditio sine qua non sarebbe possibile alcun dialogo e condivisione di responsabilità nella ricostruzione di un futuro comune accettabile e decente.
Parole altisonanti, lo so. D’altra parte è necessario accordare prima gli strumenti se si desidera che poi gli strumenti diffondano musica intonata e non troppo discordante …

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istruzioni per (non) credere in chi crede

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L’idea di dio è antichissima, e non ci piove, ma sarei più portata a chiedermi come è nata, come si è evoluta o involuta nel corso della storia e nelle varie culture umane; come si è imposta, quali danni ha provocato, o quali vantaggi ha portato all’umanità. Ma anche come e perché la psiche umana ha creato l’idea di dio. Perché ha ad un certo punto ha avuto bisogno di creare soprattutto un dio – e uno solo. Che tutto sommato era più folcloristica l’allegra combriccola degli dei pagani – a mio parere. Più innocua e pluralista. Come i maestri o professori multipli, che se con uno non ci vai d’accordo, può andar meglio con un altro, e così sia …
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il foglio-mondo

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Scrivere un foglio-mondo è, come diceva Peirce, mostrare una filosofia dell’universo, la quale richiede di essere resa esplicita. E ciò vuol dire che la devo trasferire in un altro foglio mondo; e per farlo devo procedere con una serie, non di et et – che sarebbe la cattiva infinità hegeliana – ma di cioè: id est. Questo è il mondo, cioè è questo, cioè è quello – dove si vede molto bene che l’essere è un continuo precipitare della figura del mondo di foglio in foglio, in un inseguimento che costituisce il tema della semiotica illimitata …
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Yoga e libertà

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Per l’India soltanto ciò che non può aiutare l’uomo a liberarsi dal dolore dell’esistenza ha valore. Si ottenga questa liberazione direttamente con la “conoscenza” – seguendo l’insegnamento del Vedânta o del Sâmkhya – o la si ottenga mediante determinate tecniche – come la pensano lo Yoga e la maggior parte delle scuole buddhiste – nessuna scienza ha valore se non persegue la “salvezza” dell’uomo. La conoscenza in tal modo si trasforma in meditazione, e la metafisica in soteriologia.
E poichè liberarsi è la soluzione all’angoscia e alla disperazione che scaturiscono dalla scoperta della temporalità, matrice di tutti i condizionamenti, non ci si può liberare se non si eliminano i “condizionamenti”.

Il dolore esiste soltanto perchè l’esperienza si riferisce alla personalità umana. Quando si conosce il parusa, il Sè, che è libero, eterno e inattivo, il dolore non è più dolore e nemmeno non-dolore, ma un semplice fatto; “fatto” che pur conservando la struttura sensoria, perde di valore, perde di significato, non ci appartiene più. Così, le dottrine Sâmkhya e Yoga – di fatto – negano il dolore come tale.
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tutto il dolore del mondo

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Tutti noi, intuitivamente, sappiamo cosa sia il male. Facciamo esperienza del male fisico, innanzitutto, in modo immediato e basilare, e del male come sensazione di mancanza del bene, o benessere, che desideriamo raggiungere per colmarne l’assenza, la distanza che ci separa …

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le solite orecchie da mercante

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… sarebbe più esatto ammettere, come direbbe Esposito, che i fedeli del sistema finanziario e capitalistico non riescono mai a “sporgersi” al di fuori, nemmeno con l’immaginazione. Quando invece è solo immaginando un nuovo mondo e un nuovo sistema di regole, che si può sperare almeno di iniziare a cambiare un mondo che, così com’è, ci tiranneggia e non ci sta bene. Non c’è mai stato bene, beninteso, non soltanto adesso che la crisi sta imperversando gravemente, e che ci tocca da vicino. Non c’è mai andato bene: sia chiaro.

La cosa che più di tutto mi sconcerta, è che qualcuno creda che il mondo così com’è proceda ineluttabilmente seguendo modalità e leggi sue proprie, come fossero altrettante leggi naturali, e non invece leggi e modalità create dagli uomini. Perché se fossero create dagli uomini si potrebbero cambiare. Non vi pare? E invece No. Esattamente come non si possono cambiare le leggi divine, non si possono cambiare le leggi del dio denaro. Ma questo è spudoratamente falso! Non si “vogliono” cambiare, questo sarebbe il dire esatto ….

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sul senso

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… ma cos’è il senso?
Quest’entità sfuggente indica il vettore direzionale attraverso il quale operiamo il processo infinito della significazione. I “fatti del mondo”, lungi dall’essere accadimenti in sé, risultano essere il frutto del processo sempre in atto attraverso il quale prestiamo predicati alle cose (F.Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano, par.210); con altre parole potremmo dire: il risultato della sintesi direzionale operata dal senso che ci costituisce in quanto soggetti- significanti. Il contingentarsi delle linee di senso perennemente in fuga verso quel fuori che è sempre una piega della maschera di carne.
Prestare predicati alle cose, nella prosa nietzschiana, indica il processo di costruzione del mondo, sempre in atto, operato dal soggetto attraverso il senso. L’essere in relazione con le cose non è un processo accidentale che potrebbe non accadere ma è l’Evento stesso del darsi del mondo. Esiste una realtà perché c’è un soggetto (una comunità) che ha come dimensione fondamentale del proprio esserci quella della significazione. Il mondo viene inventato ogni istante nel processo di significazione, questo l’annuncio profetico di Nietzsche.

[Tratto da haecceitasweb]

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e se io fossi chaplin?

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“Penso che la verità – quella che possiamo raggiungere – non possa essere rivelata, bensì debba essere scoperta come un cristallo in miniera, scavando con le mani e togliendo la terra, strato dopo strato, per portare alla luce qualcosa che senza di noi non avrebbe avuto alcun valore”.

[tratto dal blog “Precariementi” di Luca Giudici ]

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se io fossi dio

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… rispondendo ad un’agenzia di stampa che voleva sapere se credeva in Dio, Albert Einstein rispose che credeva nel Dio di Spinoza che si rivela nell’armonia delle leggi dell’esistente, e non in un Dio che si preoccupa dei destini degli uomini.
Un’altra volta gli chiesero quale gioco preferiva, e lui rispose “Il gioco degli scacchi secondo me è il gioco preferito da Dio …”. E questo significa che per lo meno Dio non giocherebbe a dadi.
Meno male, ora che lo sappiamo tiriamo tutti un bel respiro di sollievo. Già, perché nel gioco degli scacchi esistono delle regole, chiare e conoscibili, e non tutto è affidato al puro caso come nel lancio dei dadi. Che quello sì, sarebbe stato un vero tiro macino …

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una carezza

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“La carezza è gesto-parola che oltrepassa l’orizzonte o la distanza dell’intimità con sè. E’ vero per chi è accarezzato, toccato, per chi è avvicinato nella sfera della sua incarnazione, ma è anche vero per chi accarezza, per chi tocca e accetta di allontanarsi da sé per questo gesto …”

Luce Irigaray, “Essere due”

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nel reame dell’interpretazione

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E così, eccoci gettati all’improvviso nel Reame dell’Interpretazione, o regno dell’Ermeneutica, se vogliamo.
Si ha come l’impressione che questo regno si sviluppi da est ad ovest e da sud a nord, e viceversa, ma anche di sotto e di sopra come di dentro e di fuori, e che non se ne conoscano i confini – esattamente come non possono esistere, suppongo, confini al Tutto o all’Infinito. Tutto è soggetto ad interpretazione. Ed ogni interpretazione è soggetta ad ulteriore e successiva interpretazione, e via e via, ad libitum …

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élenchos – infinito femminile

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Blocco numero 2. La parola “élenchos” significa “confutazione” (significa anche “argomento”, ma nel senso di “argomento a confutazione”). E’ una parola che compare raramente nella nostra storia. Platone nel Sofista usa l’élenchos, la confutazione, per mostrare come non ci si possa liberare dal senso del nulla, poiché ciò che si intende negare – il nulla – è il fondamento di ciò che si afferma. O là, come in Aristotele nel IV libro della Metafisica, dove si mostra l’impossibilità di negare la bebaiotàte arché, il principio firmissimum, perché è impossibile trovarsi in errore intorno al fondamento della verità, poiché la negazione del principio più saldo di tutti non può esistere – sarebbe la follia estrema.
Ma c’è un altro luogo dove compare l’élenchos: è un passo del Vangelo, dove l’apostolo Paolo (San Paolo, Lettera agli ebrei, 11,1-2), definisce la fede dicendo che la fede è élenchos mé blepoménon (traduzione latina: argumentum non apparentium, ossia l’argomento delle cose che non si vedono), e confuta i negatori della fede affermando che quei non apparentia, gli eué blepòmena, gli invisibili, sono affermati dalla volontà stessa che le cose stiano così e non in altro modo.

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il lavoro dell’amore

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“Secondo Marx, all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo sta lo sfruttamento della donna da parte dell’uomo, e il primo sfruttamento umano passa attraverso la divisione del lavoro tra l’uomo e la donna.” (da “Amo a te” di Luce Irigaray)

Ma perchè Marx non ha dedicato la vita a risolvere questo sfruttamento? – si chiede. Ha scorto la radice del male ma non l’ha trattata come tale: perché?
La risposta si trova in parte negli scritti di Hegel, soprattutto nei capitoli che trattano dell’amore. Hegel, infatti è stato l’unico filosofo occidentale che ha affrontato la questione dell’amore come lavoro …

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due per due cinque

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Ad ogni modo il due per due quattro è una cosa insopportabilissima. Il due per due quattro, secondo me, è solamente un’insolenza. Il due per due quattro se ne sta lì come uno smargiasso, si piazza proprio in mezzo alla vostra strada, con le mani sui fianchi, e sputacchia. Sono d’accordo che il due per due quattro sia una cosa eccellente; ma se bisogna proprio far delle lodi, allora anche il due per due cinque è talvolta una cosetta proprio graziosa.

Fjòdor Michàjlovic Dostojevskij, da “Memorie dal sottosuolo”(1864) Continua a leggere

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corpo a corpo con la madre

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Prosegue la sezione “pedagogica” con la lettura di un brano di Luce Irigaray, tratto da “Il corpo a corpo con la madre” (1980) in “Sessi e genealogie”, trad. di Luisa Muraro, Milano, La Tartaruga, 1989, pp.28-30.

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“o mes amis, il n’y a nul amy”

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… sebbene da Platone a Montaigne, da Aristotele a Kant, da Cicerone a Hegel, i grandi discorsi filosofici e canonici abbiano legato l’amicizia alla virtù e alla giustizia, alla ragione morale e politica, per ammissione dello stesso Deridda vi sarebbe (il condizionale è mio) una doppia esclusione che si vede in opera in tutti i grandi discorsi etico-politico-filosofici sopraccitati, e cioè dell’esclusione dell’amicizia tra donne, da una parte, e dall’altra dell’esclusione dell’amicizia tra un uomo e una donna (dicono). E, giust’appena per portare un esempio illustre, citerò Deridda che cita Nietzche, che sebbene nello Zarathustra chiede agli uomini “chi di voi è capace di amicizia? (…) Esiste il cameratismo: possa esistere l’amicizia!”, non ha alcun dubbio sul fatto che “la donna non è ancora capace di amicizia: essa conosce solo l’amore”.

(Beninteso, sono altresì convinta che dicendo questo Deridda lanci una provocazione, anche perché nutro una certa stima verso gli uomini intelligenti, per cui sono disposta a sorvolare su alcuni sfasamenti dei grandi discorsi filosofici e canonici dovuti ad accidenti storici, altrochè.)

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l’origine condivisa – seconda parte

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“Il corpo è una una parzialità originariamente compiuta nel segno della differenza sessuale. A tale parzialità originariamente compiuta non c’è riparazione possibile, se non ne sogno, nel delirio o nel mito. Perché è questa stessa finitudine che mi appartiene e a cui appartengo con la finitezza di un corpo sessuato, attraverso il quale prendo parte al mondo com-partecipando alla non pienezza originaria, alla comune non-autoctonia. Se ciò rende l’uomo e la donna differenti irrimediabilmente, sta proprio in questa anche l’unica, ma fondamentale uguaglianza fra uomo e donna, fra uno/a e l’altro/a: la loro Common Low. È nel riconoscimento e rivendicazione di questa legge non scritta, ma inscritta nei corpi, la possibilità della primaria relazione di civiltà che mette la reciprocità di un mondo fra sé e l’altro.”

Tratto da “L’origine condivisa”, di Rosella Prezzo

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Spinoza and me

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… quello che mi ha ostacolato dai miei propositi iniziali, oltre la stanchezza contingente di questi giorni d’inverno, è che ho omesso in toto la prima parte dell’Etica, quella che riguarda Dio, o sostanza. Ma poi ho pensato che non sarebbe corretto, perché è su questo Dio che Spinoza fonda l’Etica. Questo Dio che di certo non è più quello della teologia e tradizione filosofica precedente o futura, ma che Spinoza continua a chiamare Dio. Avrebbe potuto utilizzare un altro termine o sostituirlo semplicemente con quello di natura, o sostanza – e lo ha fatto – ma se l’ha mantenuto forse è perché nessun altro termine avrebbe potuto dare un’idea sufficientemente chiara di una sostanza che è causa sui.
“Per causam sui intelligo id, cuius essentia involvit existentiam; sive id, cuius natura non potest concipi nisi existens.”
Traduzione: “Per causa di sé intendo ciò, la cui essenza implica l’esistenza; ossia ciò, la cui natura non si può concepire se non esistente.” (E I, def. 1)
Se mi sentissi in forma, più o meno perfetta, forse inizierei a discettare in termini logici sulla faccenda, posto che ne sia capace. Ma no, non è questo il modo né il tempo. Non ora. Mi arrendo. Oggi ho maggior desiderio di narrare del mio incontro con Spinoza. Un po’ di folcrore, cose così. Sulla scia dell’insostenibile leggerezza dell’essere me …

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Spinoza extracta

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Un breve estratto dall’Etica di Spinoza. Solo alcune proposizioni che ho intenzione di approfondire nei prossimi giorni. Appena possibile e con calma … Continua a leggere

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una smodata predilezione per i coleotteri

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… ho cercato di leggere il libro di Pievani, “La vita inaspettata”, un libro molto bello. Ma dopo aver ciondolato malamente per qualche tempo sui primi capitoli, ieri sera mi sono decisa e sono saltata alla parte filosofica che non fa che snocciolare e rafforzare quello che il (mio) senso comune, accomunato però da altre letture e riflessioni, aveva già afferrato. Difatti, non era Aristotele a dire che possiamo conoscere solo quello che già sappiamo?
Ma se vogliamo andare al sodo, penso che al di là di ogni evidenza, se qualcuno è affezionato al finalismo, e non può sopportare l’idea che il mondo come lo conosciamo si sia prodotto da fatti contingenti e accidentali, continuerà a trovare un modo per corroborare le proprie preferenze sentimentali e cullarsele teneramente fino alla fine. Non so che genere di consolazione possa produrre pensare che l’universo e la natura rispondano ad una necessità di ordine divino, oppure che un progetto intelligente regoli l’andamento di mutamenti che compaiono di volta in volta in forma bizzarra e strampalata … non so … dovremmo chiederlo a chi lo crede.
D’altronde anche “ il credere”, come ammette anche Pievani, è uno dei bisogni umani. Il problema, semmai – ed è da un po’ che ribatto su questo tasto – è in “cosa” conviene credere …

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la prima radice – lato B

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…. vedete bene che, come è successo che per poter estrarre le informazioni genetiche relative alla cucciola di “ominino” sia stato necessario disporre di almeno qualche milligrammo di materia proveniente da un dito mignolo, sarà allo stesso modo necessario che anche le informazioni relative ad un qualsiasi ipotetico lustro virtuale, possa conservarsi in qualche frammento di materia, simil plastica o meno. Ergo: non esiste nulla senza un corpo che lo contiene. O che lo tenga insieme.

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la prima radice

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… ormai sappiamo soltanto cosa sia lo sradicamento, avendo del tutto, o quasi, dimenticato cosa significhi in concreto essere radicati in una collettività, nel luogo in cui si abita, dalla nascita e dalla professione. Siamo diventati per lo più nomadi ed erranti. E se abitiamo nello stesso luogo, e abbiamo per lo meno la fortuna di non fare i pendolari per professione, il danaro ha sradicato le ultime esili barbette lanuginose che ancora restavano legate alle proprie origini e alla propria terra …
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un uomo …

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“Un uomo, considerato di per se stesso, ha solo doveri, fra i quali si trovano certi doveri verso se stesso. Gli altri, considerati dal suo punto di vista, hanno solo dei diritti. A sua volta egli ha dei diritti quando è considerato dal punto di vista degli altri, che si riconoscono degli obblighi verso di lui. Un uomo, che fosse solo nell’universo, non avrebbe nessun diritto ma avrebbe degli obblighi.”

Simone Weil – La prima radice –

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aurore

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“Per la filosofia modale la circonferenza è centrale quanto il centro, e la circostanza quanto la sostanza, la periferia dell’essere è altrettanto importante quanto il centro dell’essere, l’alone essenziale quanto la sorgente luminosa, la luce stessa, infine, e i colori, sono tanto veri quanto il loro principio informatore, incolore, invisibile, tenebroso”.

(Vladimir Jankélévitch – Il non so che e il quasi niente )

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castelli di carta

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crollano i castelli di carta senza far rumore
(le copertine però, un po’ di rumore lo fanno)

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L’istante

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“Anche nell’ipotesi che tu debba vivere anni tremila e altrettanti anni diecimila, in ogni modo ricordati di una cosa: nessuno perde una vita diversa di quella che in quell’istante egli ha; né altra vita vive se non quella che in quell’istante egli perde. A egual punto dunque perviene una vita lunghissima e una vita del tutto breve. Vedi che il presente è per tutti eguale, ciò che via via si allontana non è più nostro, e il tempo che via via trascorre è istante brevissimo. Infatti non si può perdere il tempo trascorso e nemmeno il tempo futuro; come sarebbe possibile che ci venisse tolto ciò che non si ha? Insomma di questi due fatti bisogna tener vivo il ricordo: il primo che tutto perennemente è sempre d’un solo aspetto e che s’aggira quasi in un cerchio e che non fa differenza in nulla se si dovranno vedere le medesime cose per cento, per duecento anni oppure per un tempo che sia senza limiti. Secondo fatto: chi muore carico d’anni e chi muore subito perde una stessa cosa. Vedi bene che solo l’istante presente è quello di cui l’uomo dovrà sentire privazione; effettivamente, questo solo egli ha e ciò che non si ha, non si può perdere.”

(Marco Aurelio – Colloqui con se stesso)

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Tu non sei questo, tu non sei quello ..

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“Tu non sei questo, tu non sei quello, ecc.”. Vale a dire che non vi è alcuna necessità assoluta di doversi identificare con gli eventi che accadono attorno, o che stiamo vivendo.
“Tu sei quello”: cioè, tu, che non sei né il tuo moto di rabbia, né le sensazioni di tristezza, né il tuo desiderio di qualcosa, ecc., in verità sei quello: il “puro” che tutto “comprende”.

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耐心 pazienza υπομονή

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耐心

“Pazienza” condivide l’etimologia con “passione” e “passività”, concetti che a prima vista parrebbero contrari. Il verbo latino patior significa “subire, sopportare”, da cui “soffrire”. Esprime l’idea di provare in modo vivo l’effetto di un qualunque evento – o emozione – e di riuscire nel contempo a sopportarlo, sostenerlo – come se si trattasse di mantenere una posizione yoga senza cedere a causa della tensione, della fatica, del dolore o del frastuono del mondo esterno. Dice la realtà di una coscienza che, seppur non indifferente, permane come imperturbabile nell’attesa dell’evoluzione degli eventi, nella consapevolezza che ogni cosa ha una sua ragione d’essere e l’accoglie con un sentimento di attesa.
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