Archivi categoria: letture

scetticismo e filosofia

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Pensare che lo scetticismo possa essere nemico della filosofia (della ragione) e dei suoi concetti fondamentali, come appunto la verità, la realtà, il bene, è insensato e significa non avere le idee chiare, né sullo scetticismo, né sulla filosofia, né sui concetti. Per Hegel lo scettico completo (il vero scettico) non è un nemico della ragione, ma tutto il contrario: è qualcuno che ha capito qualcosa di essenziale circa la ragione. Infatti le tre forme delle confutazioni sono per Hegel assolutamente vere, hanno una verità formale e metodologica, in quanto sono le tre forme in cui si sviluppa il dialogo critico. Gli scettici – dice Hegel – credevano di aver distrutto il sapere e la verità, invece hanno trovato la forma del sapere filosofico, e della verità.
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homo ludens

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Nel centro del cerchio che si circoscrive col concetto del gioco è il sofista greco. Il sofista è il continuatore, leggermente deviato, di quella figura centrale nella vita culturale arcaica, che vedemmo volta per volta come profeta, sacerdote, sciamano, taumaturgo, poeta, insomma, con una parola: il Vate.
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elogio del discontinuo

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«Il fatto fondamentale, qui, è che noi fissiamo certe regole, una tecnica per un giuoco, e poi, quando seguiamo regole, le cose non vanno come avevamo supposto. Che dunque ci impigliamo, per così dire, nelle nostre stesse regole.
Questo impigliarsi nelle nostre regole è appunto ciò che vogliamo comprendere, cioè, ciò di cui vogliamo ottenere una visione chiara. Esso getta una luce sul nostro concetto di intendere. Infatti, in quei casi, le cose vanno diversamente da come avevamo inteso, previsto. Quando, ad esempio, compare una contraddizione, diciamo appunto «Io non l’ho intesa così».
Lo stato civile della contraddizione, o il suo stato nel mondo civile: questo è il problema filosofico».
[L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche]
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elogio del nulla

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… un minuscolo gioiello, proprio nel significato di piccola gioia, che si può leggere in una decina di minuti o poco più. Quindi possiamo rileggerlo due volte in una mezz’ora, giusto per non lasciarci sfuggire nulla – per l’appunto, proprio così.
È datato 2002, o almeno questo era l’anno in cui forse l’avevo letto. Aggiungo solo che non ne ricordavo, coscientemente, nemmeno una parola; ma mi è abbastanza chiaro che anche le cose apparentemente dimenticate continuano ad esistere e a fare il loro lavoro, anche se non ce ne rendiamo conto… Continua a leggere

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philía – φιλìά

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«Per Socrate, come per i suoi concittadini, la doxa era la formulazione discorsiva del dokei moi, di ciò che “mi pare” [appears to me]. Questa doxa non riguardava quel che Aristotele avrebbe chiamato eikos, il probabile, i molti verisimilia (distinti per un verso dall’unum verum, l’unica verità, e, per altro, dalle falsità infinite, i falsa infinita), ma riguardava la comprensione del mondo così come “si apre a me”. Non era fantasia soggettiva e puro arbitrio, ma neanche qualcosa di assoluto e valido per tutti. L’assunto è che il mondo si apre in modo diverso per ogni essere umano, a seconda della posizione che ciascuno occupa in esso. La “medesimezza” del mondo, il suo essere-in-comune (koinon, come avrebbero detto i Greci: comune a tutti), ovvero la sua “obiettività” (come diremmo noi, nella prospettiva soggettivistica della filosofia moderna), risiede nel fatto che lo stesso mondo si apre a ognuno, e che, malgrado tutte le differenze tra gli uomini e tra le loro posizioni nel mondo, e di conseguenza tra le loro doxai, “io e te, entrambi, siamo umani”».
[Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore; pagg. 25-40]
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a fin di bene

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»Credo che sussista una misteriosa prossimità tra l’epoca attuale e i giorni in cui l’ideologia contemporanea – quella che oggi è definita «neoliberismo» o «razionalismo economico» – veniva forgiata da pensatori come Ricardo, Malthus e altri. La loro missione era mostrare che il popolo non aveva diritti, a prescindere da quanto esso, stoltamente, credeva. Era un fatto addirittura provato dalla «scienza». Il grave errore della cultura pre-capitalistica era stato di pensare che al popolo spettasse di diritto un posto, per quanto miserabile, nella società. La «nuova scienza» dimostrava al contrario che il «diritto alla vita» costituiva semplicemente una fallacia logica. Ci si doveva armare di pazienza per spiegare agli inavveduti che essi non avevano diritti, a parte quello di tentare la fortuna sul mercato«. [Noam Chomsky, Anarchia. Idee per l’umanità liberata. Cap. XIII, Obiettivi e Visioni]
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il modo in cui le cose realmente sono

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Secondo gli stoici, il giudizio è un assenso ad un’apparenza. In altri termini, è un processo a due fasi. In primo luogo penso, ho la consapevolezza, che sta accadendo questo o quello. Mi sembra sia così, vedo le cose in … Continua a leggere

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tra tragedia e poesia

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[…] apriamo di continuo la strada alla “poesia”, nel senso più ampio del termine, in quanto potenzialità umana; siamo in costante attesa che essa faccia la sua irruzione in qualche essere umano.
[Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing]

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su le soglie del bosco

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Quando riconosciamo una poesia è come entrare nel luogo del cuore. È un altro ambiente, dove cuore e ragione e volontà vengono a patti e si congiungono; e sulla soglia del cuore in qualche modo bisogna arrendersi, abbandonare come un abito frusto tutto l’intrico delle conoscenze, ansie, preoccupazioni. Per ascoltare anche la (sua) verità. Talvolta per riconoscere la perfezione assoluta, come in quell’‘Amor che ne la mente mi ragiona’. Altre volte senza presumere che sia perfettamente della misura giusta o sbagliata, bella o brutta, secondo uno schematismo binario che taglia in due la realtà. Per non giudicare, ossia per esporsi alla realtà nella sua evidenza integrale.
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io tu egli noi voi loro

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« Era in quell’età in cui ancora non si conoscono le divisioni; finora c’erano state tutt’al più somme, per cui la rappresentazione del mondo era costituita da parti che sommate tra loro davano approssimativamente l’idea del tutto, dal quale nessuna parte poteva restare esclusa. Non c’erano resti, insomma, o parti da scartare, da mettere o tenere fuori. E questo non dipendeva certo da lui; era così e basta, perché quello era il mondo per come lo percepiva da un interno che non contemplava alcun fuori, perché tutto ciò che era fuori era anche dentro nello stesso tempo, e gli apparteneva come l’acqua appartiene al mare, ai fiumi, ai ruscelli, ai laghi, all’oceano, ed è indistintamente acqua in ogni dove.» Continua a leggere

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semplicemente appartengo a loro

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«[…] non sono mossa da nessun “amore” di questo tipo, e per due ragioni: in vita mia non ho mai “amato” un popolo o collettività – né il popolo tedesco, né il francese, né l’americano, né la classe operaia o qualcosa del genere. Io davvero amo “solo” i miei amici e il solo tipo di amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone. In secondo luogo, questo “amore per gli ebrei” mi sembra, poiché io stessa sono ebrea, come qualcosa di sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere parte integrante della mia persona. […] E ora questo popolo crede solo in se stesso? Che cosa può venir fuori di buono da questo? Ebbene, in questo senso, non ho “amore” per gli ebrei, né “credo” in loro; io semplicemente appartengo a loro come una cosa naturale, fuori discussione o argomento».
[Hannah Arendt]

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dei confini e delle ragioni

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«In principio non c’erano ragioni; c’erano solo cause. Nulla aveva uno scopo, nulla aveva qualcosa che assomigliasse sia pur lontanamente ad una funzione; il mondo era del tutto privo di teleologia. È facile comprendere il perché: non esisteva nulla che avesse interessi. Ma dopo svariati millenni emersero dei semplici replicatori.»
[Danien Dennet, “L’evoluzione della coscienza”, in “Coscienza. Che cosa è” ( pagg. 197-200)]
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rileggere Simone Weil

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«Noi dobbiamo attraversare […] l’infinito spessore del tempo e dello spazio. L’amore è qui, se possibile, più grande. È grande come la distanza da superare.
Affinché l’amore sia il più grande possibile, la distanza è la più grande possibile. Perciò in questo mondo il male può giungere fino all’estremo limite al di là del quale la possibilità stessa del bene sparirebbe radicalmente. Gli è consentito toccare questo limite. A volte ci sembra che lo superi. Ma qualsiasi cosa possiamo vedere accadere a noi stessi o ad altri, siamo obbligati ad aver fede che non è così ».
Simone Weil, Quaderni. Continua a leggere

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amori senza amore

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«E molti disgraziati credono tuttavia di guarire cosí di tutti i malanni che ci procura la vita, e pompano e filtrano, pompano e filtrano finché il loro cuore non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello non sia come uno stipetto pieno di quei barattolini che portano su l’etichetta nera un teschio e due stinchi in croce, con la leggenda: Veleno.»
[Luigi Pirandello] Continua a leggere

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minima animalia

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Credo ch’io potrei vivere tra gli animali,
che sono così placidi e pieni di decoro.
Io li ho osservati tante volte e a lungo;
Non s’affannano, non gemono sulle loro condizioni,
Non stanno svegli al buio per piangere sopra i
loro peccati,
Non s’indignano discutendo i loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno ha la mania
infausta di possedere cose,
Nessuno si inginocchia innanzi all’altro, né ai suoi
simili vissuti migliaia di anni fa,
Nessuno è rispettabile tra loro, od infelice,
sulla terra intiera.
[Walt Whitman] Continua a leggere

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la fune a scimmia

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* * * «Nel tumultuoso lavoro di tagliare una balena e disporne, si crea tra l’equipaggio un grande andirivieni. Ora occorrono braccia da una parte, ora dall’altra. Non c’è modo di fermarsi in un posto qualunque, poiché dappertutto bisogna attendere … Continua a leggere

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il nostro povero individualismo

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* Oggi propongo in lettura questa riflessione (sottilmente ironica – e no) di Borges, scritta a Buenos Aires nel 1946, a mo’ di esercizio comparativo. Quindi chiedo al gentile pubblico che (e se) avrà la pazienza e la costanza di … Continua a leggere

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la signora Dalloway

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«Quei ruffiani, gli dèi, non l’avranno sempre vinta …
Questi dèi che non rinunciano mai all’occasione di ferire, di ostacolare e di rovinare la vita degli esseri umani, rimangono sconcertati se malgrado tutto una donna continua a comportarsi da signora. Naturalmente io non credo all’esistenza degli dèi, non è colpa di nessuno … È così pericoloso vivere guardando a un solo aspetto della vita» Continua a leggere

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i due re e i due labirinti

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È un piccolo racconto di Borges. Ed è proprio perché è breve che mi sono permessa di proporlo in lettura.
Ma devo ammettere che, al di là del fatto che sia breve, e pur apprezzando la simmetria nella trama del racconto, ossia il perfetto stile occhio per occhio – detto anche «quel che tu fai a me lo faccio io a te, possibilmente meglio» – che ben si confà alla maniera in cui presumibilmente si sarebbero regolati i re di quel tempo (ma non solo), il finale di questa narrazione mi aggrada poco. Lascia l’amaro in bocca, anche se ormai all’amaro siamo abbastanza abituati. È per questo che ho pensato di immaginare dei finali alternativi, anche più di uno, nel genere dei racconti a finale aperto.
Ma è vero che quello di Borges tutto sommato potrà sembrarvi pur sempre il finale perfetto – non per niente gli hanno “quasi” dato il premio Nobel. Si potrà scrivere qualcosa di meglio? non sarà facile.
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prove di democrazia

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La democrazia, si sente sempre ripetere, significa che le persone hanno il diritto di scegliere. Scelgono di votare tra diversi partiti o candidati, o di votare sì o no a un referendum. Quasi sempre però, quelle persone non hanno contribuito a selezionare le opzioni tra cui scelgono. È questa concezione della scelta, naturalmente, che permette di considerare equivalenti la democrazia e il mercato: anche la scelta del consumatore consiste nel vagliare una gamma di opzioni progettate da qualcun altro.
Le concezioni popolari della democrazia appaiono centrate su due concetti: «scelta» e «opinione». Eppure, sembra che il concetto di «opinione» – le opinioni personali, l’opinione pubblica – derivi dall’assenza di qualsiasi esperienza concreta di un processo decisionale partecipativo. La frase, “ciascuno ha diritto alla sua opinione” è solitamente usata per liquidare la questione: tutti hanno diritto allo loro opinione perché le opinioni non importano. Mentre le persone che hanno il potere non hanno opinioni: agiscono.
[David Graeber, Rivoluzione: istruzioni per l’uso]
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una stanza tutta per sé

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Un piccolo libro che non arriva alle cento pagine, settanta al massimo se stampato in caratteri minuscoli; ma è densissimo, e infonde grande coraggio – a chiunque, non solo alle donne. È come una polla d’acqua limpida brulicante di pesci rossi. Si può scegliere se pescarli ad uno ad uno o tuffarsi dentro, nuotarci in mezzo.
Sulle prime forse sarete un po’ restii, non ne dubito – è successo anche a me -come quando si tentenna prima di tuffarsi nel mare, in un fiume, in un lago di montagna, e si tasta l’acqua con un piede per valutarne la temperatura. Ma basta prendere un po’ di coraggio e ve lo restituirà centuplicato, con gli interessi.
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usurati dal debito

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… fu questa la grande sciagura sociale dell’antichità – le famiglie si trovavano costrette ad ipotecare il bestiame e le terre e, dopo un po’, persino le mogli e i figli potevano essere richiesti come pegno per i debiti. Spesso gli individui potevano trovarsi costretti ad abbandonare del tutto le città, unendosi a bande semi-nomadi, minacciando di tornare armati e di rovesciare del tutto l’ordine esistente. I governanti conclusero quindi che l’unico modo per prevenire un completo collasso sociale consisteva nel dichiarare bancarotta o “pulire le tavolette”, cancellando tutti i debiti dei consumatori per ricominciare da capo.
Non è un caso che la prima parola che ci è stata tramandata con il significato di “libertà” sia il termine sumerico «amargi» , che stava per “libertà dai debiti” e che in senso letterale significava “ritorno alla madre”: quando veniva dichiarata bancarotta, infatti, tutti i pegni offerti come garanzia del debito potevano “tornare a casa”.

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relationship

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«Praticamente, sia pure con diverse scale di valori, i membri della società umana – a tutti i livelli – si confermano reciprocamente le loro qualità e capacità personali; e una società si può dire che è umana nella misura in cui i suoi membri si confermano tra loro …
È uno solo il principio su cui si basa la vita associata degli uomini anche se sono due le forme in cui si manifesta: il desiderio che ogni uomo ha che gli altri lo confermino per quello che è, o magari per quello che può divenire; e la capacità (che è innata nell’uomo) di poter confermare i suoi simili come essi desiderano. L’aspetto discutibile e la vera debolezza della razza umana è che questa capacità sia tanto poco coltivata: ma soltanto dove l’uomo la mette in atto è giusto parlare di umanità.»
[Martin Buber]

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la veduta di Delft

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… anche la patetica inettitudine delle parole a restituire un cielo, l’acqua, il silenzio di una città al mattino. «Così avrei dovuto scrivere … ». Davanti a questo chiaroscuro aereo, rosa salmone e blu ardesia, che lo folgora come un giudizio universale, egli ha questa rivelazione: la sua letteratura insomma non ha saputo esserne all’altezza. «Egli rotolò a terra, accorsero tutti i guardiani e i visitatori». …

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un grano verosimile d’amore

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Mi spaccherei le mani per passarti
un grano verosimile d’amore.

[Giorgio Cesarano]

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formule

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«Presumo che l’eterna Leonità possa essere approvata dal mio lettore, che sentirà un sollievo maestoso davanti a quell’unico Leone, moltiplicato negli specchi del tempo. Dal concetto di eterna Umanità non mi aspetto altrettanto: so che il nostro io lo rifiuta, e che preferisce versarlo senza timore nell’io degli altri. Cattivo segno; forme universali molto più ardue ci propone Platone. Per esempio la Tavolità, o Tavolo Intelligibile che è nei cieli: archetipo quadrupede che inseguono, condannati alla fantasticheria e alla frustrazione, tutti i falegnami del mondo. (Non posso però negarla del tutto: senza un tavolo ideale non saremmo giunti a tavoli concreti.)»
[Jorge Luis Borges, Storia dell’eternità, in Tutte le opere, vol. I, Mondadori, pagg. 528-529]
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ceci n’est pas un crapaud

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Oggi ho il piacere di pubblicare un “Bonsai-conto” di Roberto T. della serie “W il riassunto” – che al riguardo pare che il suo maestro delle elementari fosse davvero bravo (e visto che lo dice lui, non vedo perché non dovremmo credergli).

Il Bonsai-conto, sempre a detta di Roberto, sarebbe “una scellerata invenzione mia e dei miei amici, che facevamo a gara a scrivere un racconto e poi ritagliarlo fino a contare non più di 414 parole. Un esercizio non da poco – sai?”

Ed è proprio vero: riuscire ad eliminare le parole di cui potremmo fare a meno è un’impresa difficilissima, oltre naturalmente a trovare quelle giuste, utili e, se si vuole, non nocive. E riuscire nello stesso tempo a dire tutto quello che si ha bisogno di dire per farci capire. Che d’altra parte non potremmo nemmeno stare sempre in silenzio o tapparci in ogni momento la bocca …
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argumentum ornithologicum

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Chiudo gli occhi e vedo uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno; non so quanti uccelli ho visti. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell’esistenza di Dio. Se Dio esiste, il numero è definito, perché Dio sa quanti furono gli uccelli. Se Dio non esiste, il numero è indefinito, perché nessuno poté contarli. In tal caso, ho visto meno di dieci uccelli (per esempio) e più di uno, ma non ne ho visti nove né otto né sette né sei né cinque né quattro né tre né due. Ho visto un numero di uccelli che sta tra il dieci e l’uno, e che non è nove né otto né sette né sei né cinque, eccetera. Codesto numero intero è inconcepibile; ergo, Dio esiste.

[Jorge Luis Borges, L’Artefice, Tutte le opere, Mondadori (1984), pag. 1119]
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come il ragno stando al centro della tela …

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Come il ragno stando al centro della tela non appena una mosca ne rompa un qualche filo se ne accorge e svelto vi accorre come se sentisse male per la rottura del filo, così l’anima dell’uomo, quando una parte del corpo è ferita, rapida vi si reca come se non sopportasse la lesione del corpo a cui è congiunta stabilmente e secondo un determinato rapporto. Allo stesso modo dunque che i carboni accostandosi al fuoco diventano incandescenti per mutazione e una volta lontani dal fuoco si spengono, così quella parte del mondo circostante raccolta nei nostri corpi, distaccandosi dal resto, diviene quasi incapace di intendere, mentre ricongiungendosi naturalmente attraverso il maggior numero di pori diventa omogenea al tutto. [Eraclito, frammento 67a]

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il piacere di condannare

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« … un fenomeno che tutti conoscono: il piacere di condannare. […]
Il piacere di esprimere una sentenza negativa è sempre inconfondibile. È un piacere duro e crudele, che non si lascia sviare da nulla. La sentenza è solo una sentenza quando viene pronunciata con una sorta di temibile sicurezza. Essa ignora indulgenza e precauzione. È presto trovata; ed è perfettamente coerente con la sua natura proprio quando scaturisce senza ponderazione. La passione che essa tradisce si collega alla sua rapidità. Le sentenze incondizionate e rapide fanno sì che il piacere si dipinga sul volto del sentenziante … »

[E. Canetti, Massa e potere, trad. it. di F. Jesi, in Id., Opere, a cura di G. Cusatelli, Bompiani, Milano 1990, vol. I, pp. 1340-41.]

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benedetta irrequietezza

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Esiste una vitalità, una forza vitale, un’energia, un’accelerazione che si traduce, tramite te, in azione e, visto che in ogni momento tu sei unica, questa espressione è unica […] Devi mantenerti aperta e conscia nei confronti degli impulsi che ti motivano. Mantieni aperto il canale […] [Non esiste] nessuna soddisfazione in nessun momento. Esiste solo una strana, divina insoddisfazione, una benedetta irrequietezza che ci fa andare avanti e ci rende più vitali …
[Martha Graham ad Agnes De Mille, Dance to the Piper]

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merci … beaucoup

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“La ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, appare come una «immensa raccolta di merci» e la singola merce appare come una forma elementare. (…)
La merce è prima di tutto un oggetto esterno, una cosa che per mezzo delle sue proprietà soddisfa bisogni umani di qualsiasi specie. La natura di tali bisogni, p. es. che derivano dallo stomaco o dalla fantasia, non fa alcuna differenza. * Qui non si tratta neanche di come la cosa soddisfi il bisogno umano, se immediatamente, come mezzo di sussistenza, cioè come oggetto di piacere, oppure indirettamente, come mezzo di produzione.
Ogni cosa utile, come il ferro, la carta, ecc., si deve esaminare da un duplice punto di vista, secondo la qualità e quantità. Ciascuna di queste cose è un insieme di molte qualità e quindi può riuscire utile sotto aspetti diversi. È compito delle storia scoprire questi diversi aspetti e quindi i diversi molteplici modi di uso delle cose, come anche la scoperta di misure sociali per la quantità delle cose utili.” [Marx, Il capitale, Libro I, cap. I

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della vergogna

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… la “vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia nulla o scarsa, e non sia valsa a difesa”.
[Primo Levi, La tregua]

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etica, relativismo e “cum-scientia” musicale

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C’è un articolo di Dario Antiseri sul quale non ho meditato abbastanza a lungo la scorsa primavera.
In realtà in un primo tempo l’avevo letto in fretta e in modo superficiale, e forse mi ero un po’ indignata per la sintesi espressa dal titolo «Non esiste un principio etico razionale che valga più di altri» – anche perchè sappiamo come buona parte dei lettori sia abituata a leggere soltanto i titoli, che nella fattispecie mi sembrava trarre in inganno e dare l’impressione che sia possibile giustificare qualsiasi scelta etica.
Ma non è esattamente così: è un testo pregevole e, al di là del titolo e delle considerazioni finali indirizzate ai cristiani che potrebbero risultare poco rilevanti per i non-cristiani, ritengo valga la pena non solo di rileggerlo, ma di considerarlo come lo sfondo comune che può essere condiviso dalle parti che, nei vari campi – vuoi politico, economico, scientifico o religioso – abbiano opinioni diverse e contrastanti.
Lo sfondo: ossia la conditio sine qua non sarebbe possibile alcun dialogo e condivisione di responsabilità nella ricostruzione di un futuro comune accettabile e decente.
Parole altisonanti, lo so. D’altra parte è necessario accordare prima gli strumenti se si desidera che poi gli strumenti diffondano musica intonata e non troppo discordante …

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quella volta che il signor di Sai perse il suo cavallo

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C’era a Sai un uomo dotto e abile, il cui cavallo, senza motivo, scappò in regioni selvagge. Tutti lo compiansero.
L’uomo disse: “Perché essere troppo impulsivi e chiamar questo una fortuna?”
Qualche mese dopo il cavallo tornò ….

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1944: FAIER

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1944: FAIER. Ha voluto fosse scritto così, il contadino vecchio, sulla facciata della casa ricostruita dopo la guerra; che fosse fermato l’urlo com’era uscito dalla gola dell’incendiario: «faier», in quel giorno, mentre già le fiamme avvolgevano le case vicine e le donne venivano spinte fuori a calci.

(per una ristrutturazione dell’edificio, avvenuta molti anni dopo, la scritta 1944: FAIER è entrata nel nulla)

[Andrea Zanzotto “1944: FAIER” (1954), in “Sull’altopiano e prose varie”]

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del carattere

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Il tratto più importante di un carattere rivoluzionario è che egli è indipendente: ossia che è libero. Fromm precisa che l’indipendenza è anzitutto il contrario dell’attaccamento simbiotico ai potenti che dominano e agli inermi che sono dominati. E chiarisce che indipendenza e libertà sono da intendersi anche come realizzazione dell’individualità, e non soltanto come emancipazione dalla coercizione o libertà nelle materie commerciali.
O, come direbbe Marx, “L’uomo è indipendente solo se afferma la propria individualità di uomo totale in ciascuna delle sue relazioni con il mondo, la vista, l’udito, l’odorato, il gusto, il tatto, il pensiero, la volontà, gli affetti: in breve se afferma ed esprime tutti gli organi della propria individualità. ” (Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1970, pag 123)

Il carattere rivoluzionario è quello che si identifica con l’umanità e perciò trascende gli angusti limiti della propria società, e che è capace per questo di criticare la propria o l’altrui società dal punto di vista della ragione e dell’umanità. Non è prigioniero del culto campanilistico della cultura nella quale gli è capitato di nascere, semplice accidente del tempo e della geografia. (dal saggio di Erich Fromm: “Il carattere rivoluzionario” in “Dogmi, gregari e rivoluzionari”, Edizioni di Comunità, 1978)
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insieme o da soli?

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Condivisione, crowdsourcing, gruppi senza leader e piattaforme social allargano enormemente il bacino potenziale della discussione collettiva, che tra la sensazione di sentirsi sfidati nelle proprie certezze dal continuo confronto orizzontale con le idee degli “altri” e la grande vitalità di questo scambio (anche virtuale o a distanza) è in grado di produrre nuovi modelli e straordinarie sorprese.

Un interessante articolo di Jonah Lehrer è un’occasione succosa per ripercorrere la storia delle tecniche di gruppo. E vale la pena di rifletterci, perché gli studi sul lavoro di squadra potrebbero illuminarci su come mai andiamo sempre più verso una maggiore condivisione del sapere e delle idee, come delle emozioni – che potrebbe non essere soltanto un allargamento automatico, quindi meccanico e numerico della possibilità di condivisione.
Il pianeta diventa sempre più piccolo e abbiamo sempre più strumenti tecnologici per condividere, e lo facciamo. Ma come esseri umani ci troviamo ad un crocevia della cultura, perché in una cultura sempre più specializzata e polverizzata, si scopre che forse sappiamo troppe cose per trovare grandi soluzioni da soli. E allo stesso tempo più sappiamo, più le soluzioni che non abbiamo ancora trovato diventano sempre più difficili da trovare, e impossibili da trovare da soli …

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sul senso

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… ma cos’è il senso?
Quest’entità sfuggente indica il vettore direzionale attraverso il quale operiamo il processo infinito della significazione. I “fatti del mondo”, lungi dall’essere accadimenti in sé, risultano essere il frutto del processo sempre in atto attraverso il quale prestiamo predicati alle cose (F.Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano, par.210); con altre parole potremmo dire: il risultato della sintesi direzionale operata dal senso che ci costituisce in quanto soggetti- significanti. Il contingentarsi delle linee di senso perennemente in fuga verso quel fuori che è sempre una piega della maschera di carne.
Prestare predicati alle cose, nella prosa nietzschiana, indica il processo di costruzione del mondo, sempre in atto, operato dal soggetto attraverso il senso. L’essere in relazione con le cose non è un processo accidentale che potrebbe non accadere ma è l’Evento stesso del darsi del mondo. Esiste una realtà perché c’è un soggetto (una comunità) che ha come dimensione fondamentale del proprio esserci quella della significazione. Il mondo viene inventato ogni istante nel processo di significazione, questo l’annuncio profetico di Nietzsche.

[Tratto da haecceitasweb]

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una carezza

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“La carezza è gesto-parola che oltrepassa l’orizzonte o la distanza dell’intimità con sè. E’ vero per chi è accarezzato, toccato, per chi è avvicinato nella sfera della sua incarnazione, ma è anche vero per chi accarezza, per chi tocca e accetta di allontanarsi da sé per questo gesto …”

Luce Irigaray, “Essere due”

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anime scalze

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“Vorrei essere una donna/ che non si può né addizionare/ né sottrarre/ né moltiplicare/ né dividere/ né cancellare/ né diffidare/ né tramortire.”

Maram al-Masri, da “Anime scalze”

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due per due cinque

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Ad ogni modo il due per due quattro è una cosa insopportabilissima. Il due per due quattro, secondo me, è solamente un’insolenza. Il due per due quattro se ne sta lì come uno smargiasso, si piazza proprio in mezzo alla vostra strada, con le mani sui fianchi, e sputacchia. Sono d’accordo che il due per due quattro sia una cosa eccellente; ma se bisogna proprio far delle lodi, allora anche il due per due cinque è talvolta una cosetta proprio graziosa.

Fjòdor Michàjlovic Dostojevskij, da “Memorie dal sottosuolo”(1864) Continua a leggere

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corpo a corpo con la madre

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Prosegue la sezione “pedagogica” con la lettura di un brano di Luce Irigaray, tratto da “Il corpo a corpo con la madre” (1980) in “Sessi e genealogie”, trad. di Luisa Muraro, Milano, La Tartaruga, 1989, pp.28-30.

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se io fossi io

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“Provate anche voi: se voi foste voi, come sareste, e cosa fareste? Per prima cosa si prova un senso di disagio: la menzogna in cui ci eravamo accomodati si è leggermente spostata dal posto in cui si era accomodata. Tuttavia mi è già capitato di leggere la biografia di persone che all’improvviso diventavano se stesse e cambiavano completamente vita. Credo che se io fossi realmente io, gli amici per strada non mi saluterebbero nemmeno, perché persino la mia fisionomia sarebbe cambiata. Come? Non lo so. Metà delle cose che farei se fossi io non le posso dire. Credo, ad esempio, che per un qualche motivo finirei in galera. E se io fossi io darei via tutto ciò che mi appartiene, affiderei il mio futuro al futuro. “Se io fossi io” sembra costituire il nostro più grande pericolo di vivere, sembra l’entrata nuova nell’ignoto. Allo stesso tempo sospetto che, passata la cosiddetta sbornia per la festa improvvisa, proveremmo finalmente l’esperienza del mondo.”

(Clarice Lispector, La scoperta del mondo)

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“o mes amis, il n’y a nul amy”

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… sebbene da Platone a Montaigne, da Aristotele a Kant, da Cicerone a Hegel, i grandi discorsi filosofici e canonici abbiano legato l’amicizia alla virtù e alla giustizia, alla ragione morale e politica, per ammissione dello stesso Deridda vi sarebbe (il condizionale è mio) una doppia esclusione che si vede in opera in tutti i grandi discorsi etico-politico-filosofici sopraccitati, e cioè dell’esclusione dell’amicizia tra donne, da una parte, e dall’altra dell’esclusione dell’amicizia tra un uomo e una donna (dicono). E, giust’appena per portare un esempio illustre, citerò Deridda che cita Nietzche, che sebbene nello Zarathustra chiede agli uomini “chi di voi è capace di amicizia? (…) Esiste il cameratismo: possa esistere l’amicizia!”, non ha alcun dubbio sul fatto che “la donna non è ancora capace di amicizia: essa conosce solo l’amore”.

(Beninteso, sono altresì convinta che dicendo questo Deridda lanci una provocazione, anche perché nutro una certa stima verso gli uomini intelligenti, per cui sono disposta a sorvolare su alcuni sfasamenti dei grandi discorsi filosofici e canonici dovuti ad accidenti storici, altrochè.)

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l’origine condivisa – seconda parte

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“Il corpo è una una parzialità originariamente compiuta nel segno della differenza sessuale. A tale parzialità originariamente compiuta non c’è riparazione possibile, se non ne sogno, nel delirio o nel mito. Perché è questa stessa finitudine che mi appartiene e a cui appartengo con la finitezza di un corpo sessuato, attraverso il quale prendo parte al mondo com-partecipando alla non pienezza originaria, alla comune non-autoctonia. Se ciò rende l’uomo e la donna differenti irrimediabilmente, sta proprio in questa anche l’unica, ma fondamentale uguaglianza fra uomo e donna, fra uno/a e l’altro/a: la loro Common Low. È nel riconoscimento e rivendicazione di questa legge non scritta, ma inscritta nei corpi, la possibilità della primaria relazione di civiltà che mette la reciprocità di un mondo fra sé e l’altro.”

Tratto da “L’origine condivisa”, di Rosella Prezzo

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l’origine condivisa – prima parte

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“La più o meno felice certezza del proprio a cui si appartiene e che ci appartiene non definisce più il noi, la nostra identità, così come le complementari compiacenti figure del “vero” altro che la lontananza ci mostrava nel suo luogo, identico alla sua alterità stessa. Esse si disintegrano al loro approssimarsi, dimostrano tragicamente quanto l’alterità più che un problema di distanza sia un passaggio di frontiera, e una frontiera può essere del tutto immaginaria o invisibile. Oggi l’altro non è più l’abitante dell’altrove e la geografia non è più sufficiente a definire un “qui” e un “laggiù”, un prossimo e un lontano, un dentro e un fuori entro cui far rimbalzare l’immaginario (compreso quello politico). L’altro lo incontro ormai tutti i giorni nelle mie più banali attività quotidiane, foss’anche quella di accendermi una sigaretta. Tutto è copresente, presente a se stesso in un mondo di altri e ciò che fa problema non è lo straniero, il lontano, ma questo differente non così differente, quest’altro quasi-altro.”

Tratto da “L’origine condivisa”, di Rosella Prezzo

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Wilhelm Meister – una lettura

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(…) Questo l’itinerario di maturazione dell’eroe goethiano Wilhelm Meister dalla vocazione al progressivo aprirsi al mondo in cui qualcosa necessariamente viene sacrificato e qualcos’altro si consolida, cosicché il protagonista non si sente “più al bivio, bensì alla meta”, pur non osando “fare l’ultimo passo”, giacché non ne “ha il coraggio”. E’ questo uno dei tanti casi in cui “quando tutto il peso delle ragioni che ci hanno convinti è stato messo su un piatto della bilancia, allora, il contrappeso ricade sull’altro lato e ostacola la decisione”. A questa vocazione devono seguire gli anni dell’apprendistato dove l’eroe raggiunge la sua meta, come commenta Schiller in una lettera a Goethe del luglio 1796: “da un ideale vuoto e indeterminato egli entra in una vita attiva e cosciente, ma senza perdere nulla della sua primitiva forza idealistica”, “acquista determinatezza senza perdere la sua bella determinabilità; che apprenda a limitarsi, ma in quella stessa limitazione ritrovi per mezzo della forma, un passaggio verso l’infinito”. Wilhelm, nel suo vagabondare e nel suo apprendistato, è stato condotto proprio là “dove voleva rifugiarsi”, dove per lui si è dischiuso, nell’intrecciarsi di incontri e relazioni, quanto prima era solo chiuso nel suo cuore. È il germogliare nell’individuo di un vincolo, andato a fondo nella dolorosa infermità etica della libertà negativa, il ritrovare quanto lo unisce all’altro, qualcosa di sacro che risuona nell’unità partecipata della comunità umana.

Tratto da: “Labirinti e costellazioni: un percorso ai margini di Hegel” di Rossella Bonito Oliva. (pag.51)

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psychè – ψυχή

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La psiche non può spingersi al di là di se stessa, non può cioè stabilire alcuna verità assoluta, perché la sua stessa polarità determina la relatività delle sue affermazioni. Tutte le volte che la psiche proclama verità assolute – quali ad esempio, “l’Essere eterno è movimento” o “l’Essere eterno è l’Uno” – necessariamente cade in uno o nell’altro degli opposti. (…) Nell’unilateralità la psiche si disgrega e perde la capacità di conoscere. Diventa una irriflessiva (perché irriflessa) successione di stati psichici, ognuno dei quali crede a torto di giustificarsi da sé, perché o non vede, o non vede ancora, un altro stato.”
Carl Gustav Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”

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la voce

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… quando ci si immerge, in silenzio, nella scrittura di un altro siamo trasportati altrove, in un luogo altro, come dentro un’altra mente, un altro pensiero che si riversa in noi, o noi che entriamo in quello, non so dire. E vuoi che sia racconto, narrazione, ragionamento, le parole che leggiamo non sono mute, ogni narrazione ha una sua voce. Ognuno di noi quando pensa fra sé e sé ha una sua voce interiore, che raramente è sovrapponibile alla voce esterna che viene udita dagli altri quando ci ascoltano …
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