Archivi categoria: pagine scelte

elogio del nulla

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… un minuscolo gioiello, proprio nel significato di piccola gioia, che si può leggere in una decina di minuti o poco più. Quindi possiamo rileggerlo due volte in una mezz’ora, giusto per non lasciarci sfuggire nulla – per l’appunto, proprio così.
È datato 2002, o almeno questo era l’anno in cui forse l’avevo letto. Aggiungo solo che non ne ricordavo, coscientemente, nemmeno una parola; ma mi è abbastanza chiaro che anche le cose apparentemente dimenticate continuano ad esistere e a fare il loro lavoro, anche se non ce ne rendiamo conto… Continua a leggere

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philía – φιλìά

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«Per Socrate, come per i suoi concittadini, la doxa era la formulazione discorsiva del dokei moi, di ciò che “mi pare” [appears to me]. Questa doxa non riguardava quel che Aristotele avrebbe chiamato eikos, il probabile, i molti verisimilia (distinti per un verso dall’unum verum, l’unica verità, e, per altro, dalle falsità infinite, i falsa infinita), ma riguardava la comprensione del mondo così come “si apre a me”. Non era fantasia soggettiva e puro arbitrio, ma neanche qualcosa di assoluto e valido per tutti. L’assunto è che il mondo si apre in modo diverso per ogni essere umano, a seconda della posizione che ciascuno occupa in esso. La “medesimezza” del mondo, il suo essere-in-comune (koinon, come avrebbero detto i Greci: comune a tutti), ovvero la sua “obiettività” (come diremmo noi, nella prospettiva soggettivistica della filosofia moderna), risiede nel fatto che lo stesso mondo si apre a ognuno, e che, malgrado tutte le differenze tra gli uomini e tra le loro posizioni nel mondo, e di conseguenza tra le loro doxai, “io e te, entrambi, siamo umani”».
[Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore; pagg. 25-40]
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a fin di bene

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»Credo che sussista una misteriosa prossimità tra l’epoca attuale e i giorni in cui l’ideologia contemporanea – quella che oggi è definita «neoliberismo» o «razionalismo economico» – veniva forgiata da pensatori come Ricardo, Malthus e altri. La loro missione era mostrare che il popolo non aveva diritti, a prescindere da quanto esso, stoltamente, credeva. Era un fatto addirittura provato dalla «scienza». Il grave errore della cultura pre-capitalistica era stato di pensare che al popolo spettasse di diritto un posto, per quanto miserabile, nella società. La «nuova scienza» dimostrava al contrario che il «diritto alla vita» costituiva semplicemente una fallacia logica. Ci si doveva armare di pazienza per spiegare agli inavveduti che essi non avevano diritti, a parte quello di tentare la fortuna sul mercato«. [Noam Chomsky, Anarchia. Idee per l’umanità liberata. Cap. XIII, Obiettivi e Visioni]
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usiamo la ragione – da parigi alla mesopotamia

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La seguente nota, che ho tradotto dall’inglese, è stata pubblicata  da Carlo Rovelli il 15 novembre, sulla sua pagina facebook, all’indomani delle stragi di Parigi. Fra tutte le informazioni, gli articoli e le opinioni e che ho ascoltato, mi è sembrata … Continua a leggere

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il modo in cui le cose realmente sono

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Secondo gli stoici, il giudizio è un assenso ad un’apparenza. In altri termini, è un processo a due fasi. In primo luogo penso, ho la consapevolezza, che sta accadendo questo o quello. Mi sembra sia così, vedo le cose in … Continua a leggere

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Riding with Death

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[…] Il non sapere è lo strumento della sopravvivenza, sostiene. Magia e superstizione si ossificano a diventare la poderosa ortodossia di clan. […] Continua a leggere

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breve introduzione a Martha Nussbaum

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Il pensiero dell’autrice riguardo le emozioni si dispiega in un ampio contrasto: la falsa visione è che esse siano “picchi di ciechi affetti, agitazioni o sensazioni”, identiche a “reazioni corporee”. La rappresentazione più aderente ai fatti è invece che esse siano “un elemento conoscitivo importante” che incarna “modi di interpretare il mondo”, forme di consapevolezza intenzionale intimamente legate alle credenze e in questo modo correttamente valutabili come razionali o irrazionali, e come vere o false. Continua a leggere

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tra tragedia e poesia

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[…] apriamo di continuo la strada alla “poesia”, nel senso più ampio del termine, in quanto potenzialità umana; siamo in costante attesa che essa faccia la sua irruzione in qualche essere umano.
[Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing]

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sommovimenti geologici

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«Possiamo aver voltato e rivoltato tutte le idee possibili, la verità non vi è mai entrata; è dal di fuori, quando meno ce l’aspettiamo, che esse ci vibra la sua atroce puntura, e ci ferisce per sempre».
[Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Sodoma e Gomorra]
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semplicemente appartengo a loro

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«[…] non sono mossa da nessun “amore” di questo tipo, e per due ragioni: in vita mia non ho mai “amato” un popolo o collettività – né il popolo tedesco, né il francese, né l’americano, né la classe operaia o qualcosa del genere. Io davvero amo “solo” i miei amici e il solo tipo di amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone. In secondo luogo, questo “amore per gli ebrei” mi sembra, poiché io stessa sono ebrea, come qualcosa di sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere parte integrante della mia persona. […] E ora questo popolo crede solo in se stesso? Che cosa può venir fuori di buono da questo? Ebbene, in questo senso, non ho “amore” per gli ebrei, né “credo” in loro; io semplicemente appartengo a loro come una cosa naturale, fuori discussione o argomento».
[Hannah Arendt]

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dei confini e delle ragioni

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«In principio non c’erano ragioni; c’erano solo cause. Nulla aveva uno scopo, nulla aveva qualcosa che assomigliasse sia pur lontanamente ad una funzione; il mondo era del tutto privo di teleologia. È facile comprendere il perché: non esisteva nulla che avesse interessi. Ma dopo svariati millenni emersero dei semplici replicatori.»
[Danien Dennet, “L’evoluzione della coscienza”, in “Coscienza. Che cosa è” ( pagg. 197-200)]
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il nostro povero individualismo

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* Oggi propongo in lettura questa riflessione (sottilmente ironica – e no) di Borges, scritta a Buenos Aires nel 1946, a mo’ di esercizio comparativo. Quindi chiedo al gentile pubblico che (e se) avrà la pazienza e la costanza di … Continua a leggere

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tutti insieme appassionatamente

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“Il malinteso è il misconoscimento di un impalpabile, imponderabile, indimostrabile non-so-che che possiamo trascurare senza per questo contravvenire a leggi scritte … Nell’ambito delle leggi non scritte, in cui tutto dipende dalla sfumatura dell’interpretazione, in cui ciò che solo importa è la valutazione morale, il malinteso è l’equivoco fondato, l’errore pneumatico che punisce la sordità pneumatica. Chiamiamolo misaudizione. Il non-so-che è questo stesso misinteso atmosferico, questo indefinibile principio dell’errore-di-spirito! In questo ambito l’orecchio dell’anima è l’unico responsabile, dato che la sfumatura qualitativa è l’unica cosa che conta.”

[Vladimir Jankélevitch, da “Il non-so-che e il quasi-niente”, ed. piccola biblioteca Einaudi- 2011; il Malinteso, cap.I, “Varietà del malinteso”, pagg. 302-325]

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argumentum ornithologicum

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Chiudo gli occhi e vedo uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno; non so quanti uccelli ho visti. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell’esistenza di Dio. Se Dio esiste, il numero è definito, perché Dio sa quanti furono gli uccelli. Se Dio non esiste, il numero è indefinito, perché nessuno poté contarli. In tal caso, ho visto meno di dieci uccelli (per esempio) e più di uno, ma non ne ho visti nove né otto né sette né sei né cinque né quattro né tre né due. Ho visto un numero di uccelli che sta tra il dieci e l’uno, e che non è nove né otto né sette né sei né cinque, eccetera. Codesto numero intero è inconcepibile; ergo, Dio esiste.

[Jorge Luis Borges, L’Artefice, Tutte le opere, Mondadori (1984), pag. 1119]
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come il ragno stando al centro della tela …

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Come il ragno stando al centro della tela non appena una mosca ne rompa un qualche filo se ne accorge e svelto vi accorre come se sentisse male per la rottura del filo, così l’anima dell’uomo, quando una parte del corpo è ferita, rapida vi si reca come se non sopportasse la lesione del corpo a cui è congiunta stabilmente e secondo un determinato rapporto. Allo stesso modo dunque che i carboni accostandosi al fuoco diventano incandescenti per mutazione e una volta lontani dal fuoco si spengono, così quella parte del mondo circostante raccolta nei nostri corpi, distaccandosi dal resto, diviene quasi incapace di intendere, mentre ricongiungendosi naturalmente attraverso il maggior numero di pori diventa omogenea al tutto. [Eraclito, frammento 67a]

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il piacere di condannare

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« … un fenomeno che tutti conoscono: il piacere di condannare. […]
Il piacere di esprimere una sentenza negativa è sempre inconfondibile. È un piacere duro e crudele, che non si lascia sviare da nulla. La sentenza è solo una sentenza quando viene pronunciata con una sorta di temibile sicurezza. Essa ignora indulgenza e precauzione. È presto trovata; ed è perfettamente coerente con la sua natura proprio quando scaturisce senza ponderazione. La passione che essa tradisce si collega alla sua rapidità. Le sentenze incondizionate e rapide fanno sì che il piacere si dipinga sul volto del sentenziante … »

[E. Canetti, Massa e potere, trad. it. di F. Jesi, in Id., Opere, a cura di G. Cusatelli, Bompiani, Milano 1990, vol. I, pp. 1340-41.]

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quella volta che il signor di Sai perse il suo cavallo

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C’era a Sai un uomo dotto e abile, il cui cavallo, senza motivo, scappò in regioni selvagge. Tutti lo compiansero.
L’uomo disse: “Perché essere troppo impulsivi e chiamar questo una fortuna?”
Qualche mese dopo il cavallo tornò ….

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Yoga e libertà

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Per l’India soltanto ciò che non può aiutare l’uomo a liberarsi dal dolore dell’esistenza ha valore. Si ottenga questa liberazione direttamente con la “conoscenza” – seguendo l’insegnamento del Vedânta o del Sâmkhya – o la si ottenga mediante determinate tecniche – come la pensano lo Yoga e la maggior parte delle scuole buddhiste – nessuna scienza ha valore se non persegue la “salvezza” dell’uomo. La conoscenza in tal modo si trasforma in meditazione, e la metafisica in soteriologia.
E poichè liberarsi è la soluzione all’angoscia e alla disperazione che scaturiscono dalla scoperta della temporalità, matrice di tutti i condizionamenti, non ci si può liberare se non si eliminano i “condizionamenti”.

Il dolore esiste soltanto perchè l’esperienza si riferisce alla personalità umana. Quando si conosce il parusa, il Sè, che è libero, eterno e inattivo, il dolore non è più dolore e nemmeno non-dolore, ma un semplice fatto; “fatto” che pur conservando la struttura sensoria, perde di valore, perde di significato, non ci appartiene più. Così, le dottrine Sâmkhya e Yoga – di fatto – negano il dolore come tale.
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1944: FAIER

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1944: FAIER. Ha voluto fosse scritto così, il contadino vecchio, sulla facciata della casa ricostruita dopo la guerra; che fosse fermato l’urlo com’era uscito dalla gola dell’incendiario: «faier», in quel giorno, mentre già le fiamme avvolgevano le case vicine e le donne venivano spinte fuori a calci.

(per una ristrutturazione dell’edificio, avvenuta molti anni dopo, la scritta 1944: FAIER è entrata nel nulla)

[Andrea Zanzotto “1944: FAIER” (1954), in “Sull’altopiano e prose varie”]

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buoni e cattivi

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“Le soluzioni “a valle” dello squilibrio esterno sono politicamente insostenibili, ma lo sono anche “a monte”. La convivenza con l’euro richiederebbe l’uscita dall’asimmetria ideologica mercantilista. Bisognerebbe prevedere simmetrici incentivi al rientro per chi si scostasse in alto o in basso da un obiettivo di inflazione. Il coordinamento andrebbe costruito attorno a questo obiettivo. Ma il peso dei paesi “virtuosi” lo impedirà. Perché l’euro è l’esito di due processi storici: il contraccolpo del capitale per recuperare l’arretramento determinato dal New Deal post bellico; e la lotta secolare della Germania per dotarsi di un mercato di sbocco …”

[Alberto Bagnai, “L’uscita dall’euro prossima ventura” in “La rotta dell’Europa”]

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del carattere

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Il tratto più importante di un carattere rivoluzionario è che egli è indipendente: ossia che è libero. Fromm precisa che l’indipendenza è anzitutto il contrario dell’attaccamento simbiotico ai potenti che dominano e agli inermi che sono dominati. E chiarisce che indipendenza e libertà sono da intendersi anche come realizzazione dell’individualità, e non soltanto come emancipazione dalla coercizione o libertà nelle materie commerciali.
O, come direbbe Marx, “L’uomo è indipendente solo se afferma la propria individualità di uomo totale in ciascuna delle sue relazioni con il mondo, la vista, l’udito, l’odorato, il gusto, il tatto, il pensiero, la volontà, gli affetti: in breve se afferma ed esprime tutti gli organi della propria individualità. ” (Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1970, pag 123)

Il carattere rivoluzionario è quello che si identifica con l’umanità e perciò trascende gli angusti limiti della propria società, e che è capace per questo di criticare la propria o l’altrui società dal punto di vista della ragione e dell’umanità. Non è prigioniero del culto campanilistico della cultura nella quale gli è capitato di nascere, semplice accidente del tempo e della geografia. (dal saggio di Erich Fromm: “Il carattere rivoluzionario” in “Dogmi, gregari e rivoluzionari”, Edizioni di Comunità, 1978)
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sul senso

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… ma cos’è il senso?
Quest’entità sfuggente indica il vettore direzionale attraverso il quale operiamo il processo infinito della significazione. I “fatti del mondo”, lungi dall’essere accadimenti in sé, risultano essere il frutto del processo sempre in atto attraverso il quale prestiamo predicati alle cose (F.Nietzsche, Aurora, Adelphi, Milano, par.210); con altre parole potremmo dire: il risultato della sintesi direzionale operata dal senso che ci costituisce in quanto soggetti- significanti. Il contingentarsi delle linee di senso perennemente in fuga verso quel fuori che è sempre una piega della maschera di carne.
Prestare predicati alle cose, nella prosa nietzschiana, indica il processo di costruzione del mondo, sempre in atto, operato dal soggetto attraverso il senso. L’essere in relazione con le cose non è un processo accidentale che potrebbe non accadere ma è l’Evento stesso del darsi del mondo. Esiste una realtà perché c’è un soggetto (una comunità) che ha come dimensione fondamentale del proprio esserci quella della significazione. Il mondo viene inventato ogni istante nel processo di significazione, questo l’annuncio profetico di Nietzsche.

[Tratto da haecceitasweb]

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una carezza

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“La carezza è gesto-parola che oltrepassa l’orizzonte o la distanza dell’intimità con sè. E’ vero per chi è accarezzato, toccato, per chi è avvicinato nella sfera della sua incarnazione, ma è anche vero per chi accarezza, per chi tocca e accetta di allontanarsi da sé per questo gesto …”

Luce Irigaray, “Essere due”

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due per due cinque

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Ad ogni modo il due per due quattro è una cosa insopportabilissima. Il due per due quattro, secondo me, è solamente un’insolenza. Il due per due quattro se ne sta lì come uno smargiasso, si piazza proprio in mezzo alla vostra strada, con le mani sui fianchi, e sputacchia. Sono d’accordo che il due per due quattro sia una cosa eccellente; ma se bisogna proprio far delle lodi, allora anche il due per due cinque è talvolta una cosetta proprio graziosa.

Fjòdor Michàjlovic Dostojevskij, da “Memorie dal sottosuolo”(1864) Continua a leggere

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corpo a corpo con la madre

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Prosegue la sezione “pedagogica” con la lettura di un brano di Luce Irigaray, tratto da “Il corpo a corpo con la madre” (1980) in “Sessi e genealogie”, trad. di Luisa Muraro, Milano, La Tartaruga, 1989, pp.28-30.

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se io fossi io

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“Provate anche voi: se voi foste voi, come sareste, e cosa fareste? Per prima cosa si prova un senso di disagio: la menzogna in cui ci eravamo accomodati si è leggermente spostata dal posto in cui si era accomodata. Tuttavia mi è già capitato di leggere la biografia di persone che all’improvviso diventavano se stesse e cambiavano completamente vita. Credo che se io fossi realmente io, gli amici per strada non mi saluterebbero nemmeno, perché persino la mia fisionomia sarebbe cambiata. Come? Non lo so. Metà delle cose che farei se fossi io non le posso dire. Credo, ad esempio, che per un qualche motivo finirei in galera. E se io fossi io darei via tutto ciò che mi appartiene, affiderei il mio futuro al futuro. “Se io fossi io” sembra costituire il nostro più grande pericolo di vivere, sembra l’entrata nuova nell’ignoto. Allo stesso tempo sospetto che, passata la cosiddetta sbornia per la festa improvvisa, proveremmo finalmente l’esperienza del mondo.”

(Clarice Lispector, La scoperta del mondo)

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“o mes amis, il n’y a nul amy”

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… sebbene da Platone a Montaigne, da Aristotele a Kant, da Cicerone a Hegel, i grandi discorsi filosofici e canonici abbiano legato l’amicizia alla virtù e alla giustizia, alla ragione morale e politica, per ammissione dello stesso Deridda vi sarebbe (il condizionale è mio) una doppia esclusione che si vede in opera in tutti i grandi discorsi etico-politico-filosofici sopraccitati, e cioè dell’esclusione dell’amicizia tra donne, da una parte, e dall’altra dell’esclusione dell’amicizia tra un uomo e una donna (dicono). E, giust’appena per portare un esempio illustre, citerò Deridda che cita Nietzche, che sebbene nello Zarathustra chiede agli uomini “chi di voi è capace di amicizia? (…) Esiste il cameratismo: possa esistere l’amicizia!”, non ha alcun dubbio sul fatto che “la donna non è ancora capace di amicizia: essa conosce solo l’amore”.

(Beninteso, sono altresì convinta che dicendo questo Deridda lanci una provocazione, anche perché nutro una certa stima verso gli uomini intelligenti, per cui sono disposta a sorvolare su alcuni sfasamenti dei grandi discorsi filosofici e canonici dovuti ad accidenti storici, altrochè.)

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l’origine condivisa – seconda parte

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“Il corpo è una una parzialità originariamente compiuta nel segno della differenza sessuale. A tale parzialità originariamente compiuta non c’è riparazione possibile, se non ne sogno, nel delirio o nel mito. Perché è questa stessa finitudine che mi appartiene e a cui appartengo con la finitezza di un corpo sessuato, attraverso il quale prendo parte al mondo com-partecipando alla non pienezza originaria, alla comune non-autoctonia. Se ciò rende l’uomo e la donna differenti irrimediabilmente, sta proprio in questa anche l’unica, ma fondamentale uguaglianza fra uomo e donna, fra uno/a e l’altro/a: la loro Common Low. È nel riconoscimento e rivendicazione di questa legge non scritta, ma inscritta nei corpi, la possibilità della primaria relazione di civiltà che mette la reciprocità di un mondo fra sé e l’altro.”

Tratto da “L’origine condivisa”, di Rosella Prezzo

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l’origine condivisa – prima parte

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“La più o meno felice certezza del proprio a cui si appartiene e che ci appartiene non definisce più il noi, la nostra identità, così come le complementari compiacenti figure del “vero” altro che la lontananza ci mostrava nel suo luogo, identico alla sua alterità stessa. Esse si disintegrano al loro approssimarsi, dimostrano tragicamente quanto l’alterità più che un problema di distanza sia un passaggio di frontiera, e una frontiera può essere del tutto immaginaria o invisibile. Oggi l’altro non è più l’abitante dell’altrove e la geografia non è più sufficiente a definire un “qui” e un “laggiù”, un prossimo e un lontano, un dentro e un fuori entro cui far rimbalzare l’immaginario (compreso quello politico). L’altro lo incontro ormai tutti i giorni nelle mie più banali attività quotidiane, foss’anche quella di accendermi una sigaretta. Tutto è copresente, presente a se stesso in un mondo di altri e ciò che fa problema non è lo straniero, il lontano, ma questo differente non così differente, quest’altro quasi-altro.”

Tratto da “L’origine condivisa”, di Rosella Prezzo

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Wilhelm Meister – una lettura

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(…) Questo l’itinerario di maturazione dell’eroe goethiano Wilhelm Meister dalla vocazione al progressivo aprirsi al mondo in cui qualcosa necessariamente viene sacrificato e qualcos’altro si consolida, cosicché il protagonista non si sente “più al bivio, bensì alla meta”, pur non osando “fare l’ultimo passo”, giacché non ne “ha il coraggio”. E’ questo uno dei tanti casi in cui “quando tutto il peso delle ragioni che ci hanno convinti è stato messo su un piatto della bilancia, allora, il contrappeso ricade sull’altro lato e ostacola la decisione”. A questa vocazione devono seguire gli anni dell’apprendistato dove l’eroe raggiunge la sua meta, come commenta Schiller in una lettera a Goethe del luglio 1796: “da un ideale vuoto e indeterminato egli entra in una vita attiva e cosciente, ma senza perdere nulla della sua primitiva forza idealistica”, “acquista determinatezza senza perdere la sua bella determinabilità; che apprenda a limitarsi, ma in quella stessa limitazione ritrovi per mezzo della forma, un passaggio verso l’infinito”. Wilhelm, nel suo vagabondare e nel suo apprendistato, è stato condotto proprio là “dove voleva rifugiarsi”, dove per lui si è dischiuso, nell’intrecciarsi di incontri e relazioni, quanto prima era solo chiuso nel suo cuore. È il germogliare nell’individuo di un vincolo, andato a fondo nella dolorosa infermità etica della libertà negativa, il ritrovare quanto lo unisce all’altro, qualcosa di sacro che risuona nell’unità partecipata della comunità umana.

Tratto da: “Labirinti e costellazioni: un percorso ai margini di Hegel” di Rossella Bonito Oliva. (pag.51)

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psychè – ψυχή

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La psiche non può spingersi al di là di se stessa, non può cioè stabilire alcuna verità assoluta, perché la sua stessa polarità determina la relatività delle sue affermazioni. Tutte le volte che la psiche proclama verità assolute – quali ad esempio, “l’Essere eterno è movimento” o “l’Essere eterno è l’Uno” – necessariamente cade in uno o nell’altro degli opposti. (…) Nell’unilateralità la psiche si disgrega e perde la capacità di conoscere. Diventa una irriflessiva (perché irriflessa) successione di stati psichici, ognuno dei quali crede a torto di giustificarsi da sé, perché o non vede, o non vede ancora, un altro stato.”
Carl Gustav Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”

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il gioco delle forze

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“Quando noi urtiamo contro un ostacolo, qualunque esso sia purché particolarmente duro, il contrasto fra la nostra intenzione e l’oggetto che si oppone diventa ben presto un conflitto interiore. Infatti, mentre io mi sforzo di subordinare alla mia volontà l’oggetto che mi si oppone, tutto il mio essere si mette a poco a poco in rapporto con esso, in corrispondenza appunto della forte carica libidica che attrae, per così dire, una parte del mio essere nell’oggetto….” (C.G.Jung)
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leggermente …

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Soglia: oh, pensa che è, per due che si amano
logorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto
consunta,
anche loro, dopo i tanti di prima,
e prima di quelli di dopo … leggermente.

Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi (IX elegia)

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la prima radice

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… ormai sappiamo soltanto cosa sia lo sradicamento, avendo del tutto, o quasi, dimenticato cosa significhi in concreto essere radicati in una collettività, nel luogo in cui si abita, dalla nascita e dalla professione. Siamo diventati per lo più nomadi ed erranti. E se abitiamo nello stesso luogo, e abbiamo per lo meno la fortuna di non fare i pendolari per professione, il danaro ha sradicato le ultime esili barbette lanuginose che ancora restavano legate alle proprie origini e alla propria terra …
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aurore

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“Per la filosofia modale la circonferenza è centrale quanto il centro, e la circostanza quanto la sostanza, la periferia dell’essere è altrettanto importante quanto il centro dell’essere, l’alone essenziale quanto la sorgente luminosa, la luce stessa, infine, e i colori, sono tanto veri quanto il loro principio informatore, incolore, invisibile, tenebroso”.

(Vladimir Jankélévitch – Il non so che e il quasi niente )

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L’istante

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“Anche nell’ipotesi che tu debba vivere anni tremila e altrettanti anni diecimila, in ogni modo ricordati di una cosa: nessuno perde una vita diversa di quella che in quell’istante egli ha; né altra vita vive se non quella che in quell’istante egli perde. A egual punto dunque perviene una vita lunghissima e una vita del tutto breve. Vedi che il presente è per tutti eguale, ciò che via via si allontana non è più nostro, e il tempo che via via trascorre è istante brevissimo. Infatti non si può perdere il tempo trascorso e nemmeno il tempo futuro; come sarebbe possibile che ci venisse tolto ciò che non si ha? Insomma di questi due fatti bisogna tener vivo il ricordo: il primo che tutto perennemente è sempre d’un solo aspetto e che s’aggira quasi in un cerchio e che non fa differenza in nulla se si dovranno vedere le medesime cose per cento, per duecento anni oppure per un tempo che sia senza limiti. Secondo fatto: chi muore carico d’anni e chi muore subito perde una stessa cosa. Vedi bene che solo l’istante presente è quello di cui l’uomo dovrà sentire privazione; effettivamente, questo solo egli ha e ciò che non si ha, non si può perdere.”

(Marco Aurelio – Colloqui con se stesso)

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Tu non sei questo, tu non sei quello ..

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“Tu non sei questo, tu non sei quello, ecc.”. Vale a dire che non vi è alcuna necessità assoluta di doversi identificare con gli eventi che accadono attorno, o che stiamo vivendo.
“Tu sei quello”: cioè, tu, che non sei né il tuo moto di rabbia, né le sensazioni di tristezza, né il tuo desiderio di qualcosa, ecc., in verità sei quello: il “puro” che tutto “comprende”.

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